Archivi del mese: marzo 2009

L’INTERVISTA Il desiderio di spingersi verso l’ignoto

Andrea Vogler e Arturo Vittori nel prototipo Esquel

Alzi la mano chi, almeno una volta nella sua vita, non ha detto “Da grande voglio fare l’astronauta”. E lo ha sussurato da bambino magari, mentre guardava il cielo con il naso all’insù, e si è immaginato, per un attimo,  trasportato in un altro mondo. E poi ce quell’uno su mille che ce la fa, ed astronauta lo diventa davvero. Ma c’è anche chi  continua a vivere con i piedi ben saldati a terra, eppure non vuole perdere quella capacità di creare visioni. Come l’architetto Arturo Vittori.

Arturo è fratello dell’astronauta ESA (European Space Agency) Roberto Vittori, ma la passione per il volo e lo spazio è cresciuta in lui autonomamente, fin da quando era piccolo. Ed è maturata attraverso una serie di collaborazioni professionali, soprattutto in Francia e in Inghilterra, che gli ha permesso di acquisire una ricca esperienza in diversi ambiti progettuali. Nel 2002, quando ancora è manager del Cabin Design presso Airbus, a Tolosa, incontra in Olanda, durante un convegno, l’architetto svizzero Andreas Vogler, ed è subito chiara in entrambi la consapevolezza di nutrire interessi comuni: la passione per l’esplorazione spaziale, ma anche l’interesse per la salvaguardia del pianeta, la bellezza della natura, l’interazione con la tecnologia. Nasce così il team di ricerca in architettura e design Architecture and Vision .

Il progetto è ambizioso: intervenire sull’ambiente per migliorare la qualità della vita. Sembra utopia, può divenire realtà?

“Si tratta di progetti visionari, è vero, ma noi crediamo che l’architettura al giorno d’oggi abbia più che mai bisogno di visioni. E’ anche per questo motivo che abbiamo scelto questo nome. Il nostro obiettivo è portare queste visioni ad una realizzazione, in alcuni casi già ci siamo riusciti”.

From Pyramids to Spacecraft è il titolo della vostra mostra. Due antipodi a confronto, il passaggio dalla staticità alla dinamicità: è questa una possibile chiave di lettura che lega i progetti esposti?

“Abbiamo scelto questo titolo per evocare la storia dell’evoluzione umana, ma non solo. Nell’antico Egitto le Piramidi esprimevano una volontà di permanenza  e di grandezza, forse anche di sfida a spingersi verso l’ignoto. Sono passati secoli, millenni, eppure questo desiderio è rimasto immutato. Architettura e fisica hanno lavorato insieme per realizzare edifici sempre più ambiziosi, alti, leggeri, proprio per l’aspirazione dell’uomo di arrivare a toccare il cielo. Un secolo fa, grazie ai progressi dell’aeronautica, siamo riusciti a volare. Cinquanta anni fa ha avuto inizio l’esplorazione spaziale, che ha fatto passi da gigante. I vettori spaziali rappresentano solo l’ultimo – per ora – stadio di un percorso che ha permesso di realizzare un sogno che sembra quasi rappresentare la costante volontà di superare se stesso”.

I lavori del vostro team sono già esposti al MoMA di New York e al Museum of Science and Industry di Chicago. Ora l’ennesimo traguardo: cosa rappresenta per un architetto italiano inaugurare una mostra personale a Chicago?

“Una grande soddisfazione: Chicago è la città che rappresenta l’architettura moderna,  il paese in cui sono stati costruiti i primi grattacieli”.

Una vittoria però, che ha anche un po’ il sapore della sconfitta, il risentimento per non aver trovato in Italia lo stesso spazio?

“Il punto è che i progetti che noi proponiamo sono più comprensibili in una civiltà abituata all’innovazione e alla novità, come quella americana, piuttosto che in un territorio, quello italiano, fortemente ancorato alla tradizione. Sradicare alcuni stereotipi è difficile, ma io spero che iniziare questo percorso a Chicago possa aiutare a realizzare eventi simili anche in Italia”.

Eppure nei tuoi lavori l’interesse verso la  madrepatria si percepisce. Quanto influisce il peso delle radici sulle tue opere?

“Sono nato e cresciuto a Bomarzo, un paesino dell’alto Lazio, nel viterbese, famoso per il suo Parco dei Mostri. Questo parco ha influenzato moltissimo il mio lavoro: è qui, ad esempio, nella Torre Pendente, da bambino ho compreso l’esistenza della forza di gravità.La Tusciaè una zona geografica di assoluto interesse artistico, culturale e architettonico, ed è un onore per me poterne divulgare il valore anche oltre i  confini nazionali”.

Nel 2032 sono previste missioni dell’uomo su Marte. Come sarà il mondo nel 2032 secondo la visione di Architecture and Vision

“Mi auguro che ci saranno mezzi di trasporto più consoni alle problematiche del nostro pianeta. Veicoli, ma anche edifici, che invece di inquinare apportino qualcosa in più al paesaggio che li circonda, che contribuiscano a sviluppare le risorse, anziché consumarle”.

In quale parte del mondo, pardon dello spazio, si immagina Arturo Vittori nel 2032?

“A Chicago e a Viterbo allo stesso tempo: passeggiando nel Millenium Park e leggendo un libro a Bomarzo”.

Romina Vinci

Pubblicato il 15 Marzo 2009, su America Oggi

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EVENTI/ MOSTRE / L’architettura incontra la visione

Da sinistra: Andreas Vogler, Tina Cervone, Paola Antonelli, Giambattista Mondada, Arturo Vittori e Alessandro Motta.

Tende per il deserto che sfruttano le condizioni termiche locali, “alberi” tecnologici capaci di ripulire l’aria inquinata, creando piccole oasi nel mezzo del traffico metropolitano, laboratori mobili per l’esplorazione della Luna e di Marte: sono solo alcuni dei progetti dello studio di architettura e design “Architecture and Vision” – fondato dall’architetto italiano Arturo Vittori e dall’architetto svizzero Andreas Vogler – esposti presso l’Istituto italiano di Cultura di Chicago. From Pyramids to Spacecraft: questo il titolo della mostra inaugurata l’11 marzo e che per sei settimane (fino al 24 aprile) offrirà la possibilità di riflettere su cosa succede quando l’architettura si incontra con la visione.

La direttrice dell’Istituto, Tina Cervone, che ha aperto l’inaugurazione, si è detta onorata di ospitare “un evento che unisce scienza e creatività, un incontro basato sul prezioso apprezzamento del valore delle risorse come acqua, energia, cibo e aria”. Numerose le persone intervenute all’inaugurazione, presenti anche il Console Generale d’Italia a Chicago Alessandro Motta e il Console Svizzero Giambattista Mondada. Ospite d’eccezione Paola Antonelli, Senior Curator del Museum of Modern Art di New York. Tra i maggiori esperti internazionali di design Antonelli, durante il suo intervento, ha ricordato il suo incontro con Vittori e Vogler, legato proprio a uno dei progetti del team, DesertSteal. Elegante, funzionale, realistico, sensibile alle esigenze della popolazione locale: sono queste le qualità che, ai suoi occhi, hanno reso il prototipo di tenda per il deserto un progetto ideale per essere inserito nella collezione permanente del MoMA.

La mostra presenta una selezione di 14 progetti, ciascuno spiegato e illustrato con pannelli, modelli in scala, ma anche prototipi in scala reale. Come Esquel, il primo prototipo di una serie di elementi scultorei per arredamento, realizzati in collaborazione con SelfGroup che grazie ad una tecnologia innovativa coperta da brevetto, sono in grado di variare in temperatura. In mostra anche il modello, in scala, di MarsCruiserOne, il veicolo-laboratorio pressurizzato per l’esplorazione di Marte che è stato già esposto al Centre George Pompidou, a Parigi, durante la mostra Airs de Paris, e in varie altre occasioni, riscuotendo notevole interesse. E poi MoonBaseTwo un laboratorio lunare che peraltro è già parte della collezione del Museum of Science and Industry di Chicago, o ancoraMercuryHouseOne, prodotta dalla GVM e attualmente in fase di costruzione. Interesse per lo spazio dunque, ma non solo. Il team di ricerca Architecture and Vision infatti sviluppa progetti anche per i centri abitati, come AirTree, sculture urbane che uniscono natura e tecnologia in risposta all’inquinamento delle grandi città. Osservando i progetti si percepisce anche un forte legame con la madrepatria, l’Italia per Vittori, particolarmente testimoniato dal progetto Fiore del Cielo vincitore del recente concorso per la costruzione della macchina di Santa Rosa a Viterbo, e il cui modello in scala è stato realizzato grazie al supporto di studenti del suo corso presso l’Illinois Institute of Technology di Chicago. Prossima tappa della mostra San Francisco, a Swissnex, dal 30 aprile al 20 maggio.

Il “fiore del cielo” a Viterbo

Fiore del Cielo è il progetto con cui Architecture and Vision ha recentemente vinto il concorso, indetto dal Comune di Viterbo, per la realizzazione della macchina di Santa Rosa: una “torre” alta 30 metri e con un peso di 5 tonnellate che, il 3 settembre di ogni anno, in occasione della festa della santa patrona, attraversa le vie del borgo di Viterbo, sollevata da 100 uomini. Arturo Vittori ricorda di essere rimasto impressionato proprio dalla forza e dal coraggio di questi facchini, vestiti di bianco e con una cintura rossa in vita,  quando da bambino, seduto sulle spalle del papà, assistette per la prima volta alla festa, ed è allora che è nato in lui il desiderio di progettare la macchina. Fiore del cielo rappresenta un sogno nel cassetto che si realizza, “una macchina che attinge alle radici e alla storia di una tradizione centenaria, ma allo stesso tempo ricca di elementi di innovazione”. Come la cascata di petali di rosa ad esempio, una soluzione studiata per ottenere l’interazione con il pubblico.

Romina Vinci

Pubblicato il 15 Marzo 2009, su America Oggi

Disponibile su: http://www.oggi7.info/2009/03/16/1851-eventi-mostre-l-architettura-incontra-la-visione

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