Archivi del mese: agosto 2009

SPECIALE/REPORTAGE DALL’ABRUZZO/Don Juan in aiuto dei terremotati

Ha 39 anni, e da 11 è in Italia, arrivato direttamente dalla Colombia. Capello corto, riccio. Sguardo scuro, intenso. Fisico possente. Tshirt aderente arancione, bermuda a scacchi. No, non è un modello, né tantomeno un calciatore. “Piacere Don Juan” – ti dice. E tu sgrani gli occhi. Don Juan è il parroco di Gignano (AQ), e da quattro mesi fa il capocampo nella tendopoli allestita in quel che prima era il parco giochi del paese.

Gignano è una realtà nuova, sviluppatasi nell’ultimo decennio come quartiere dormitorio, sorto nel circondario dell’Aquila. Ed una comunità molto giovane, stando ai numeri di Don Juan: in 8 anni ha celebrato 95 battesimi, 300 prime comunioni e 10 funerali. Altri invece sono i numeri del terremoto: su una popolazione di 1.200 persone, prima del 6 Aprile, oggi  103 vivono in tendopoli, 96 hanno le tende posizionate nel giardino di casa, e 1.000 sono andati via, divisi tra alberghi, trasferimenti di lavoro, case di amici e parenti.  Nessun morto, un edificio crollato subito. Altri 7 nel giro di una settimana, tra cui la chiesa. Buttata giù perché pericolante, è stato il referto del vicesindaco. Anche se, tra la popolazione, tutti giurano di non aver visto crepe…

La “sfortuna” di Gignano è stata questa: non aver avuto danni. Gignano è una di quelle tante, troppe realtà abruzzesi che sono state dimenticate dai soccorsi, dall’opinione pubblica, dal mondo, dalla ricostruzione. Gli aiuti sono arrivati dopo due settimane, racconta Don Juan, ma “ci hanno montato solo le tende, perché quando sono arrivati noi già ci eravamo organizzati, il campo era avviato, ci siamo autogestiti”. Gli abitanti di Gignano hanno dormito dodici giorni in macchina, mangiavano fuori, sotto la pioggia. Si cucinavano da soli: chi era rientrato in casa per recuperare un fornello, chi la pentola grande, chi un po’ di pasta. Per i servizi igienici avevano attrezzato un tubo in un garage, sfidando il freddo e le intemperie.  Don Juan ricorda che la gente era terrorizzata perché non riusciva a capire, soprattutto durante le prime ore. La  percezione che era successo qualcosa di grave era palpabile, però rendersi conto della portata era praticamente impossibile. Senza televisione, senza radio, senza telefono. Quella notte erano venuti a meno tutti i mezzi di comunicazione. Ed il buio, completo, accresceva lo stato di incoscienza, di panico. Poi le prime luci, il chiarore dell’alba ha portato con se la verità. La gente di Gignano è rimasta impressionata dalla polvere. “Più diventava giorno e più vedevamo polvere venire dall’Aquila. E’ lì che abbiamo capito”.

Non fa polemiche Don Juan, non punta il dito sul ritardo degli aiuti, “perché i soccorsi avevano altre priorità, la mia gente ha capito che c’erano paesi molto più colpiti. Ci siamo rimboccati le maniche, e ci siamo organizzati da soli”. Sono più di 4 mesi ormai che Don Juan porta avanti la tendopoli di Gignano. Le difficoltà non mancano. Quotidianamente  fa i conti con la paura, le debolezze, la fatica, la stanchezza delle persone.  Eppure non mancano le belle storie. Favole con il lieto fine che si fa fatica ad immaginarle in un tal contesto. Come il progetto della scuola di musica Arcobaleno, ad esempio. Caterina, una signora della parrocchia insegnante di musica, ha chiesto di insegnare ai bambini della tendopoli a suonare gli strumenti. Un modo per dare allegria, per riabituare questi ragazzi a credere in qualcosa.  Un sindaco di un paesino in provincia di Gorizia ha creduto in questo sogno e, in memoria di sua moglie, morta qualche mese prima del terremoto e insegnante di musica, ha stanziato 2.300 euro, che sono stati spesi esclusivamente per la realizzazione di questo progetto. Sono state acquistate una batteria, un pianoforte, una chitarra elettrica, delle chitarre per ragazzi. Ed anche dei leggii. Già, perché a Gignano sono state create una scuola strumentale ed una corale. Tante le iscrizioni. E per settembre si sta pensando di estendere l’invito anche ai campi adiacenti .  Don Juan ha deciso di imparare a suonare la batteria, ma in due mesi di progressi non è che se ne siano visti molti, tanto che i suoi fedeli lo stanno convincendo a cambiare strumento, magari passando a una chitarra classica.

Coniugare l’essere parroco con il fare da capocampo: è questa la cosa più difficile per Don Juan. “All’inizio dell’emergenza noi servivamo i pasti anche alle persone che non erano iscritte alla tendopoli in quanto vivevano con la tenda fuori casa. Poi però è uscito il decreto in base al quale avevano diritto di mangiare solo coloro i quali venivano censiti nel campo. Quello è stato un momento difficile : dover dire ad una persona  “Io non posso darti più da mangiare, devi vedertela da solo”. Umanamente però per me era impossibile, perché se davo ad uno allora dovevo dare a cento. E non c’erano abbastanza provviste”. E’ lì che la forbice si divarica. E’ allora che metti da parte la tua vocazione. Ti metti una maschera e pensi: “Sono forte, glielo dico”. E vai avanti.

 

Romina Vinci

Pubblicato il 30 Agosto 2009, su America Oggi

Disponibile su: http://www.oggi7.info/2009/09/03/2371-speciale-reportage-dall-abruzzo-don-juan-aiuto-dei-terremotati

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SPECIALE TERREMOTO/ Elena, vita da campo

Una vita dedicata al volontariato per Elena.  Classe ’69, nata a L’Aquila ma residente a Fossa, ha passato la sua vita ad aiutare gli altri. Caritas, Croce Rossa, Croce Bianca, Misericordia, Comunità Luigi XVI, Comunità di Lupoli sono solo alcune delle associazioni alla quale risulta iscritta. Uno stipendio che variava dai 350 ai 400 euro mensili, “Ma a me andava bene così, quelli erano soldi miei”- racconta sorridendo.

Abbassa lo sguardo, tono dimesso, quando ripercorre la notte del 6 Aprile scorso. Lunghi e costanti  i suoi sospiri. Sono passati oltre quattro mesi, è vero, eppure il ricordo di quei momenti è vivido come non mai.

La scossa delle 23.30 della domenica l’aveva messa in allerta. Con sua figlia, Vittoria e il suo compagno, Pasquale, erano corsi fuori dalla loro abitazione. In strada si erano radunati altri vicini, ed insieme avevano atteso un’ora e mezzo, interrogandosi sul da farsi. Alla fine il sonno aveva preso il sopravvento, e così tutti avevano fatto rientro nelle proprie dimore. “Ma noi siamo andati a letto vestiti, ed io avevo lasciato la seconda porta, quella del corridoio, spalancata, per sfuggire più in fretta in caso di emergenza…” – ci tiene a precisare Elena.  Un’azione che si è rivelata di vitale importanza, poche ore più tardi. Alle 3.32 infatti la terra ha ripreso a tremare, forte. Elena si è precipitata in camera di sua figlia. L’ha presa in braccio ed ha iniziato a correre verso l’uscio. L’ ha avvolta nella coperta, volto compreso, per impedirle di vedere: dietro di loro gli oggetti cadevano a terra, i mobili si frantumavano. Muri portanti tutti spaccati, distrutti anche i termosifoni. Tamponature, finestre, tutto crollava alle loro spalle. Sorprende la lucidità con la quale Elena rivive quegli interminabili secondi, la minuziosità delle sue descrizioni.  “Andiamo fuori a vedere le stelle” – diceva intanto a Vittoria, per tranquillizzarla. Sono saliti in macchina, il più in fretta possibile, diretti all’Aquila.  Il primo pensiero è andato infatti al capoluogo: alla casa dove vivevano, da soli, i genitori di Pasquale. E a quella di Emanuele, figlio maggiore di Elena.  Tutti e tre erano stati tratti in salvo per fortuna, ma quel viaggio Fossa-L’Aquila, ha lasciato un ricordo indelebile nella mente di Elena e di Pasquale.

Hanno dovuto farsi largo tra le macerie. Hanno dovuto inveire contro le persone che per strada chiedevano aiuto bloccando il percorso.  Hanno visto gente imprigionata sotto le macerie, e sono dovuti passare oltre. “Vicinola Villa Comunalec’era un signore, con il busto fuori e le gambe dentro le macerie, urlava e mi chiedeva di aiutarlo” – ricorda Elena, e la voce le rimane strozzata in gola. Non si è fermata ad aiutarlo . Elena ha proseguito, ha dovuto proseguire, perché il cuore di una mamma cessa di battere al pensiero che il proprio figlio è in pericolo di vita. E tutto il resto si annebbia. La ragione poi ritorna, in un secondo momento, e con essa il senso di colpa, che non dà tregua, e rimane. Inesorabile.

E poi i primi giorni. Lo shock. I primi soccorsi. Il freddo.

Elena ricorda di aver avuto la tenda dopo quattro giorni. A mezzanotte e un quarto. Delle brandine messe a terra, una sola coperta. “Stringevo forte mia figlia e la scaldavo con il mio respiro” – afferma mimando il gesto all’istante. Già, sua figlia. Vittoria per due settimane si è chiusa a riccio, non parlava più con nessuno. Tantomeno mangiava:  ci sono voluti 25 giorni per farla riprendere a nutrirsi. Poi ha iniziato a reagire. Piano piano. Merito della mamma che non l’ha mai lasciata sola:  la portava sempre con se, a destra e sinistra, ogni scusa era buona pur di farla uscire dal campo, piuttosto che farle percepire l’orrore e lo spavento che regnava negli occhi della gente. Ora Vittoria è diventata la mascotte del campo: sorriso sempre stampato sulla bocca, corre e gioca dalla mattina alla sera con gli altri bambini. E si fa rispettare: dall’alto dei suoi otto anni e mezzo. Ha legato tantissimo con tutti i volontari, in particolare due: Mauro e Andrea. Li ha definiti i suoi fidanzati ufficiali, e dice che li sta frequentando entrambi per decidere chi, tra i due, sposerà quando sarà grande.  A volte Mauro, quando non è in servizio, viene al campo e la porta a casa sua.  Lui vive vicino Latina, ha una casa in campagna, e Vittoria si diverte a giocare con Lizzy, il suo cagnolino. Andrea invece lavora tutti i giorni, dalle 8 di mattina alle 9 di sera, nel magazzino di un supermercato a Frosinone. Per questo motivo non riesce a dedicare molto tempo alla sua associazione, però ogni weekend che ha libero non ci pensa due volte a prendere la macchina: direzione Fossa. Quando Vittoria lo vede gli salta addosso, lo stringe forte forte e non lo molla più. Ed è una gioia vederla così.

(Foto di Debora Tomasi)

Elena è tornata al suo mestiere, però senza uscire dal campo. Sempre in movimento, reperibile 24 ore su 24, è una delle poche certezze della tendopoli. La gente di Fossa la adora. E non solo. Elena  è stata eletta mamma di tutti i volontari che arrivano al campo. Se mancano le lenzuola “chiedi a mamma Elena di procurartele”. Se hai bisogno di magliette pulite: “Chiedi a mamma Elena di farti il bucato”. Se hai qualche richiesta particolare in cucina: “Chiedi a mamma Elena di parlare con il cuoco”. Anche perché è l’unica che lui ascolti. Se hai voglia di un caffè, di un thè, di una bibita fresca, vai alla tenda di mamma Elena: nell’ “atrio” ci sono due panche di legno, un tavolino e un frigo sullo sfondo. Davanti una scritta: BAR-acca.

Elena non è più tornata a casa sua da quella notte. Neanche per recuperare beni, vestiti, stoviglie. “Psicologicamente ora vivo alla tendopoli – afferma –  Vorrei andare in paese a vedere come è ridotto, ma sto male. Non è più quella la mia casa”.

 

Romina Vinci

Pubblicato il 23 Agosto 2009, su America Oggi

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SPECIALE TERREMOTO/ Bistecche e solidarietà

A volte i segnali arrivano dal basso. E sono i piccoli gesti a rivelare grandi insegnamenti. Sabato 8 e domenica 9 agosto c’è stata la 33esima Sagra della Bistecca. Ma non è stata una sagra qualsiasi. Per la sua ubicazione: Fossa, provincia dell’Aquila, uno dei 49 paesi abruzzesi colpiti dal sisma del 6 Aprile scorso.

Erano tanti i dubbi sulla realizzazione di questa 33esima edizione tra la gente del posto, gente che in  venti secondi di follia ha visto distrutta la propria casa e si è trovata una tenda come nuova dimora. E chissà quanto tempo dovrà aspettare ancora per tornare a vivere in uno spazio vivibile.

Molteplici le voci dissonanti. Chi diceva che non era possibile ricreare l’atmosfera del paese in un campo privo di tutto. Chi temeva che potesse rivelarsi un flop, “perché di Piazza Grande ce ne è una sola”. Chi era convinto di non riuscire a creare un ambiente di festa in una tal situazione. Chi semplicemente la considerava una perdita di tempo perché “sono altri i problemi ora”. E invece ha prevalso la parte del sì. Quelli che hanno detto il terremoto ci ha tolto il paese, ok no problem noi ci appoggeremo su un campo. Quelli che hanno fatto imprimere sul manifesto di reclame la scritta Hinc sunt leones. Perché sì, qui ci sono i leoni. Sono gli abruzzesi, tanto per intenderci. Gli abruzzesi del Yes we camp, certo. Ma ancor di più gli abruzzesi del Yes we can .

(Foto di Luca Lisi)

Hanno iniziato tre settimane prima a preparare tutto: gazebo, tendoni, scritte, pubblicità, rifornimenti. Si temeva il maltempo: è dal 1977 che ogni anno, puntuale, si rinnova l’appuntamento con la sagra, in quel che era il centro del paese. E ogni anno, sistematicamente, la pioggia ha messo i bastoni tra le ruote, almeno in una delle tre-quattro serate di festa. Quest’anno invece  il cielo era con Fossa, ed il brutto tempo non ha fatto da guastafeste.  Ed è stato un successone.

Ottocento i posti al coperto che contenevano i tendoni allestiti in località Fiume Caldo, ma sono stati almeno il doppio il numero delle persone che, tra sabato e domenica, hanno preso parte all’evento. Tanta la solidarietà: dai paesi gemellati con Fossa, Tagliacozzo e Ostia su tutti, dai paesi limitrofi, e dai volontari, soprattutto. Presenti tutte le associazioni di volontariato che, dal 6 aprile, hanno messo su e portato avanti, con fatica, una tendopoli che ad oggi conta 65 tende ed oltre 200 persone assistite.

(Foto di Luca Lisi)

Ricco il menù: pasta e fagioli o pennette alla fossana, contorni, bevande, golosità varie, ma-  su tutti- la bistecca, venti quintali di bistecca, uno di pesce spada. Non male. Ad impressionare però è stata l’organizzazione: impeccabile. Più di cinquanta i fossolani impiegati nello staff.  Segno di riconoscimento una t-shirt, color blu notte, con una scritta gialla  bordata in rosso, quattro righe: “Fossa, 6 Aprile 2009, 3.32, SI RICOMINCIA”. E’ la maglietta della solidarietà, la maglietta che man mano sta  varcando i confini abruzzesi e raggiunge consensi anche nelle altre regioni. Perché Fossa è diventato un simbolo, simbolo della ricostruzione, della forza della ricostruzione. Perché i Fossolani non si arrendono.

Lì vedevi dietro gli stand, tutti indaffarati, eppur bene organizzati. Sorriso stampato sul volto, affiatati come non mai. E’ stata una, un’altra, l’ennesima lezione di vita impartita degli abitanti di Fossa. Ed è certo che questa 33esima edizione della Sagra della Bistecca rimarrà alla storia, segno di una forza di volontà che sarà difficile dimenticare.

C’era un cartellone allo stand accoglienza, a dare il benvenuto. Parole semplici, che racchiudono l’anima stessa degli abitanti di Fossa, e la loro reazione al 6 Aprile. Queste le parole:  Un paese vuol dire non essere mai soli. Sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti… 

 

Romina Vinci

Pubblicato il 16 Agosto 2009, su America Oggi

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SPECIALE TERREMOTO/ Cosa significa “ricostruzione”?

L’Abruzzo è un paese ricco. Soprattutto di verde. Monti, montagne, colline, boschi: uno scenario bucolico che ti rilassa la vista. E le membra. Percorri queste strade, a volte strette, a volte larghe, eppur sempre poco trafficate, e quasi dimentichi il perché di tanto silenzio. E’ come se lo identificassi come un segno di appartenenza a questi luoghi il silenzio, mentre sai benissimo che non è così.

Vi fermate ad un incrocio, svoltate a sinistra.  Inizia una salita. Dal finestrino, intanto, una casa qua e là fa da sentore che ci si sta avvicinando a un centro abitato. La  macchina affanna, bisogna scalare due volte per rimettere a proprio agio il motore.  Percorrete la curva a gomito che oscura tutto il paesaggio ed ecco, d’un botto, materializzarsi davanti a voi uno scenario di guerra. Di quel che prima era un paese: Villa Sant’Angelo.  Un piccolo centro di  400 abitanti, uno dei più colpiti dal sisma: il 90% delle case distrutte, 17 i morti.

(Foto di Mauro De Rossi)

Posteggiate la macchina, proseguite camminando. Il primo edificio che incontri, alla tua sinistra, è ancora in piedi. Resiste la facciata, dipinta tutta in bianco e, centrale, al di sopra dell’arco a tutto sesto, un’iscrizione di Francesco Redi, attribuibile al XVII secolo, benedice la vigna ed il vino che essa produce. Memorie di un tempo passato si ergono imponenti tra le macerie di un tempo presente. Oltrepassato  ciò infatti l’urbanistica cessa di esistere: alla tua destra e alla tua sinistra solo case distrutte, piani crollati e ripiegati su se stessi.   Calcinacci,  travi, detriti.  In lontananza scorgi una squadra di vigili del fuoco: stanno puntellando, quel poco che si può ancora puntellare.

(Foto di Mauro De Rossi)

Avanzi, oltrepassi la piazza principale, è da lì, come in qualsiasi pianta a raggiera che si rispetti, che si aprono diverse diramazioni. Ma il passaggio è serrato. “Perché non c’è più nulla da vedere” -dicono i vigili che ti invitano alla cautela. Non puoi credere che sia tutto lì, non vuoi accettare quello scenario di guerra che gelido ti si presenta davanti agli occhi. E così che ti avvicini a quelle macerie. Le guardi e provi ad immaginare le case. E’ come se la tua mente avesse davanti un puzzle, e tentasse di rimettere insieme i vari pezzi per ricostruire una struttura unita. Cerchi un aggancio alla realtà. Con lo sguardo ti butti in mezzo a quelle macerie, alla ricerca di quel qualcosa in grado di restituirti un appiglio alla quotidianità brutalmente sottratta. E’ un difficile lavoro quello della decifrazione, eppure qualcosa a galla viene. Intravedi ante di armadi, capovolte e spezzate. Vedi un camino, sotterrato, color rosso rubino. Il camino mantiene la sua posizione, pensi che lì doveva esserci un salotto. Inizi ad immaginare i particolari, il colore delle pareti, quello del divano, o del tavolo, o delle mensole. Chissà, forse era tutto rosso rubino. O forse  una tonalità che ben si accostava. O magari una così forte da creare tanto contrasto. Chi lo sa. Quel che resta è quel camino, color rosso rubino, incastonato tra le macerie. E’ difficile scavare. E fa male perché più scavi e più ti accorgi che  quelle macerie nascondono vita. Trovi dei libri, e poi una tovaglia, e poi una busta gialla, di una nota marca da teenager, e poi poi…una coperta, e lì ti fermi. Ti dicono che era un letto, ma  fatichi a crederlo dapprincipio. Poi guardi bene, e riconosci le staffe in ferro nero, al di sotto, visibilmente piegati. E’ lì che il cuore si ferma, che lo stomaco si contrae. Ricostruisci la scena: intravedi il letto, e lo vedi sommerso da quei calcinacci, da quei massi, dalle tegole anche. Rabbrividisci perché sai che in quel punto è stato recuperato un uomo. E pensi che sia una atrocità immane. E’ in paesi come Villa Sant’Angelo che capisci cosa significhi la parola ricostruzione. Ne accusi il peso. Comprendi che tutto qui ha smesso di esistere 4 mesi fa. Tutto è fermo. Alle 3.32 del la notte del 6 Aprile.

(Foto di Mauro De Rossi)

Al centro della piazza i Vigili del fuoco continuano nell’opera di puntellamento della Chiesa di San Michele Arcangelo.La Chiesaè malmessa. Crollata la facciata principale ed un pezzo di quella laterale. Pericolante il tetto, e i pilastri. Ma soprattutto il campanile. Il suo orologio è fermo alle 4.47. A quell’ora della notte infatti, quattro mesi fa, venne tolta la corrente, per impedire alle campane, danneggiate al punto di essere pericolanti, di continuare a suonare. Da allora la corrente non è stata più ripristinata, le campane sono state puntellate, ed il campanile resta integro grazie ad una struttura in ferro che lo sostiene. L’interno della chiesa è in condizioni ancor peggiori, le volte, i capitelli, gli affreschi pesantemente danneggiati. Ti chiedi se veramente ci sia qualcosa  da recuperare. I Vigili del fuoco sostengono di sì: “La chiesa la tengono, la chiesa la tengono” – continuano a ripetere, lavorando senza sosta. Poche ore prima, alle 13:05, una scossa di grado3.6 haprovocato altri piccoli crolli. I vigili erano già a pranzo, “ma è stato un caso – dicono – normalmente rimaniamo a lavorare fino alle 13.30. Siamo stati fortunati quest’oggi…”. Pensi che queste persone continuano a mettere a repentaglio le proprie vite, da quattro mesi a questa parte, sfidando l’imprevedibilità delle scosse. Ti chiedi se abbia un senso tutto ciò. Poi ti volti ed incroci lo sguardo di colui che ti sta facendo da Cicerone in questo viaggio di inizio e di fine. Occhi lucidi di chi è nato in queste terre, ed ora le vede ridotte in un cumulo di macerie. Tu semplice spettatore impotente,  lui vittima cosciente di tanta distruzione.  A quattro mesi dal terremoto. La terra continua a tremare. Cosa significa “ricostruzione”?

Romina Vinci
Pubblicato il 9 Agosto 2009, su America Oggi

 

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SPECIALE TERREMOTO/ Solitudine sotto la tenda

FOSSA (AQ)- Non l’aveva vista il pomeriggio alla messa delle 18.30, così si è preoccupato. Al rosario delle 18 no, lei non partecipa mai, “perché mi mette sonno” – dice sempre. Ma la messa è un appuntamento fisso, al quale difficilmente rinuncia. La vedi uscire dalla sua tenda ogni giorno, alle 18.10, e a passo lento, appoggiata alla sua stampella, raggiungere la tenda adibita a Chiesa, situata alla parte di dietro della tendopoli. Martedì pomeriggio però non ha ripetuto questa sua routine quotidiana. Un particolare che non è sfuggito all’occhio attento di Fra’ Giuseppe che, terminata la celebrazione, si è subito recato alla sua tenda , per sincerarsi delle sue condizioni.

L’ha trovata distesa sul letto, piangeva e stringeva un rosario sul palmo della mano sinistra.

Si era svegliata di soprassalto nel cuore della notte precedente, un dolore lacerante al ginocchio sinistro, quello malmesso. Ha provato a strillare, ma era sola in tenda, e le sue urla non erano così forti da raggiungere e destare le membra dei vicini. La mattina seguente ha provato ad alzarsi. Voleva raggiungere l’uscio ed aprire la tenda, ma il dolore era così acuto che non le ha permesso di poggiare il piede a terra.  E’ rimasta tutto il giorno a letto, senza aprire le “finestre”, senza accendere il condizionatore, senza mangiare e senza andare in bagno. Sola. Sola con il suo dolore,  e non solo fisico.

Anna, per tutti Annarella, ha 78 anni, ed è vedova.  Ha sempre vissuto a Fossa. Una vita passata sui campi, “io sono contadina”- ripete sempre a testa alta. Ha quattro figli, tre maschi e una femmina. La femmina vive in Francia, a Marsiglia, e “lavora in televisione” – almeno stando alle parole della mamma.  Un altro figlio si trova in Australia, a Melbourne , ed è tanto, tantissimo tempo che non torna in madrepatria. Gli altri due figli invece sono rimasti a Fossa. Il più piccolo, sposato ma senza figli, ha vissuto alla tendopoli i primi due mesi dell’emergenza, poi è tornato  a casa sua,  agibile. Di tanto in tanto viene al campo, per prendere un caffè e scambiare quattro chiacchiere con gli amici di sempre, “però mi evita sempre, e quando io lo vedo in lontananza lui si nasconde e cambia strada” – racconta Annarella. E non è lecito sapere il perché. Poi c’è l’altro figlio, Gianfranco, ed è lui che si occupa della madre. Gianfranco ha quattro figlie. La più grande ha 19 anni, ed è a sua volta mamma di una bambina di due. Vive in un collegio di suore, a San Gregorio. Poi ci sono le altre tre nipotine, vanno dai 14 ai 5 anni. Una famiglia numerosa, apparentemente unita.

La notte del 6 Aprile Annarella si trovava a casa sola con le nipoti, i genitori infatti erano usciti. Alle 23.30 era seduta in camera sua, vicino la finestra, stava recitando un’Ave Maria, quando ecco dapprima un boato, forte, e poi la scossa trascinarle la sedia indietro e poi avanti, e poi ancora indietro e poi ancora avanti. Lei, spaventata,  è andata subito nella stanza da letto dove dormivano le nipoti, e le ha trovate tutte sedute, sui loro lettini, impaurite. Ha cercato di tranquillizzarle invitandole a vestirsi per sentirsi più sicure, “Ma domani dobbiamo andare a scuola, non possiamo far tardi” – avevano obiettato alla nonna, e così, dopo un po’, si erano riaddormentate.

Alle 3.32 poi il sisma che in meno di 20 secondi ha cambiato le loro vite. Annarella ricorda  si trovava sul letto e di indossare una camicia di fustagno. La scossa è stata così forte da metterle a soqquadro tutta casa.

Lei si è precipitata fuori dalla porta,  l’unico pensiero era quello di mettere in salvo le sue nipoti. Sentiva le loro urla provenire dall’esterno, erano infatti state rapide nel varcare la soglia di casa e raggiungere la strada. Annarella invece arrancava.  Aveva abbandonato la sua stanza scalza, e a piedi nudi cercava di tracciare un percorso da seguire. La luce era saltata, intorno a lei solo buio. Giunta finalmente fuori ha riabbracciato le sue creature.  Rosanna, la nipote più grande, resasi  conto che la nonna camminava scalza, si è  precipitata in casa, di nuovo, facendosi spazio tra le macerie, uscendo solo dopo averle recuperato le ciabatte.

E’ così, con le ciabatte ai piedi, che Annarella è diventata una “terremotata”. Ricorda di aver dormito in macchina le prime due notti,  ed era come stare “ in una culla che veniva spinta prima di qua e poi di là” – dice teneramente, peccato però che a spingerla non erano le amorevoli  braccia di un genitore, bensì di un qualcosa che ha generato morte e distruzione.

Annarella da quella notte vive in tenda con il figlio Gianfranco, la nuora e le sue nipoti. Sei persone in una tenda di8 mx 5.  Da  tre settimane però è rimasta sola, loro hanno lasciato il campo: sono andati al mare, per le vacanze estive. Hanno una roulotte sulla costa, e normalmente ci restano un paio di mesi. Annarella però non è mai andata con loro, non sa bene di che posto si tratti. Non sa neanche quando torneranno, “speriamo presto – continua a ripetere – perchè io ho paura della tenda…” .

 

Romina Vinci

Pubblicato il 2 Agosto 2009, su America Oggi

 

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