Archivi del mese: luglio 2011

INTERVISTA A LAMBERTO ZANNIER – ‘Kosovo e Serbia devono guardare avanti’

L’ex capo della missione Onu in Kosovo (Unmik) analizza la situazione a tre anni dall’indipendenza di Pristina. Le incomprensioni tra governi e tra popoli. I problemi amministrativi. Meglio non toccare i confini. Nel frattempo sono ripresi gli scontri.

(Carta di Laura Canali)

Torna a salire la tensione nel nord del Kosovo. Nei giorni scorsi unità speciali del governo di Pristina hanno cercato di prendere il controllo di alcuni valichi con la Serbia per far rispettare l’embargo commerciale sui prodotti di Belgrado. Immediata la reazione della popolazione: mercoledì pomeriggio un gruppo di nazionalisti serbi ha attaccato un posto di polizia sul confine settentrionale del Kosovo. Un poliziotto albanese è rimasto ucciso a seguito degli scontri. È stato necessario l’intervento della forza Nato Kfor per riportare la calma, ma la situazione rimane tesa.


Lo sa bene Lamberto Zannier, dal primo luglio nuovo segretario generale dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna. Il diplomatico italiano è considerato tra i più esperti rappresentanti delle Nazioni Unite nei Balcani.


LIMES: Dal 2008 Lei è stato a capo della missione Onu in Kosovo (Unmik). Che fase sta attraversando l’ultimo nato tra i paesi balcanici?
ZANNIER:
 Una fase complicata perché è di natura politica. Si delinea sempre più il nuovo volto del Kosovo indipendente, e vi è un ruolo crescente dell’Unione Europea nella prospettiva di integrazione.


LIMES: ll Kosovo è entrato nel suo terzo anno d’indipendenza, eppure permangono molti interrogativi. Su tutti la convivenza tra i kosovari di etnia serba e quelli di etnia albanese che, malgrado gli sforzi, continua a rimanere precaria, come dimostrano i disordini di pochi giorni fa.
ZANNIER:
 il dialogo tra il governo di Pristina e quello di Belgrado si interrompe spesso, ma è l’unica strada percorribile per arrivare a una soluzione. Persistono le difficoltà nel nord del paese, dove la popolazione serba non coopera con quella kosovara. Il vero grande problema però è che lo Stato del Kosovo viene riconosciuto solo da una minoranza dei paesi membri della Comunità Internazionale; anche all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu le nazioni che non lo riconoscono sono la maggioranza. Questo mancato riconoscimento si ripercuote in una serie di problematiche interne, anche di tipo pratico.


LIMES: Che tipo di problemi pratici?
ZANNIER:
 Far pagare la bolletta della luce a un serbo, per esempio, è complicatissimo, perché non riconosce il timbro della Repubblica del Kosovo. Ancor peggio per i movimenti: un kosovaro non può andare in Serbia con la sua macchina, perché la polizia serba lo aspetta sul confine e gli svita la targa kosovara. I serbi da parte loro hanno emesso una nuova serie di targhe, tra cui anche per Dragoviza e Pritzen, città che si trovano in territorio kosovaro ma rivendicate dai serbi. Ebbene, anche in questo caso, il viaggio non va a destinazione: gli agenti della Kosovo Police infatti non accettano veicoli riconducibili ai serbi. Risultato? Capita sovente di vedere macchine senza targhe.


LIMES: Cosa sono le cosiddette “municipalità parallele”?
ZANNIER:
 I kosovari di etnia serba vanno a votare quando si indicono le elezioni a Belgrado, gli albanesi kosovari fanno lo stesso, e così alcuni paesi hanno un sindaco albanese e uno serbo, che ovviamente non collaborano tra di loro. In alcuni posti poi i serbi hanno deciso di iniziare a interagire, e alle elezioni municipali hanno votato in quelle kosovare riuscendo a ottenere la maggioranza a scapito dell’avversario albanese. Così accade che coesistano due sindaci, entrambi serbi, solo che uno è amico di Belgrado, l’altro serbo collaborazionista. È una realtà molto complessa.


LIMES: È sempre aperto, in Italia, il dibattito sui costi onerosi delle missioni militari all’estero: perché dopo dodici anni si continuano a inviare soldati in Kosovo?
ZANNIER:
 Il processo di riduzione del nostro contingente è in atto, basti pensare che nel 2008 c’erano cinquemila soldati italiani e oggi ce ne sono cinquecento. Non dimentichiamo però che in Kosovo vige oggi una situazione di sicurezza stabile ma allo stesso tempo fragile. Permangono infatti conflitti interetnici soprattutto nel nord del paese, abitato prevalentemente dalla comunità serba. Le tensioni sono costanti, abbassare troppo la guardia potrebbe comportare il rischio di trovarsi impreparati a contenere un’eventuale emergenza.


LIMES: Per ovviare a questo problema si parla spesso di una possibile partizione del Nord del Kosovo; c’è chi è arrivato a ipotizzare scambi di terre: annettere il territorio a nord del fiume Ibar al governo di Belgrado, e riallacciare al Kosovo il Sud della Serbia, popolato in prevalenza da albanesi. Quanto può essere reale una simile soluzione?
ZANNIER:
 Toccare i confini rischia di essere molto pericoloso, perché poi dove ci si ferma? Anche in Macedonia c’è una parte del paese abitata soltanto da albanesi, che potrebbero rivendicare lo stesso diritto, e così in Bosnia. La Serbia stessa, del resto, non solo ha una forte fetta di comunità albanese stanziata nel suo meridione, ma anche una rilevante presenza di ungheresi a Vojvodina. Per non parlare poi del Sangiaccato in cui vive una comunità bosniaca che già inizia a far sentire i primi echi di autonomia. Se si fa passare il messaggio che gli Stati multietnici non funzionano, e che è necessario tagliarli per riflettere le comunità prevalenti, potrebbe tornare a galla un grosso problema comune a tutta la regione balcanica.


LIMES: D’altro canto, ad oggi, i serbi non riconoscono il governo di Pristina, e bloccano merci e persone, come mostrano i recenti episodi di violenza verificatisi sul confine settentrionale. A cosa può portare questo ostruzionismo?
ZANNIER:
 Il rischio è quello di un isolamento internazionale, con conseguenti problemi soprattutto sul fronte economico, perché senza una garanzia di normalizzazione non potranno mai arrivare gli investimenti.


LIMES: La prospettiva dell’ingresso del Kosovo in Europa appare lontana.
ZANNIER:
 In Europa ci sono cinque paesi (Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro, ndr) che non riconoscono il Kosovo perché non hanno intenzione di creare un precedente che poi possa ritorcersi contro. La questione di Cipro è ben nota a tutti, ma non dimentichiamo che in Spagna le minoranze basche e catalane reclamano indipendenza, in Slovacchia sono gli ungheresi ad alzare la voce, la Romania ha la Transilvania. Credo che gli europei con Cipro abbiamo imparato la lezione, e ci penseranno due volte prima di portare nell’Ue un paese con un problema così grosso.


LIMES: Cosa deve fare allora Pristina?
ZANNIER: Deve cercare di gestire i suoi dossier con l’Unione Europea in una maniera costruttiva. Una delle grandi aspirazioni dei kosovari è quella di ottenere, come ha avuto la Serbia, la liberalizzazione dei visti. Negargli questa opportunità significherebbe discriminare il Kosovo rispetto alle altre popolazioni dei Balcani, d’altro canto però bisogna compiere un passaggio tecnico, vale a dire lavorare sui passaporti, affinché siano compatibili e abbiamo tutti i requisiti per il controllo dei movimenti».


LIMES: È un problema puramente tecnico, oppure maschera il timore che un’apertura delle frontiere kosovare generi un’ondata di flussi indiscriminata verso l’Occidente?
ZANNIER: Inizialmente ci saranno dei flussi, ma poi verranno appianati. Al di là delle etichette politiche il Kosovo rimane una regione dell’Europa. I movimenti migratori ci son sempre stati, pensiamo all’Albania o, più di recente, anche alla Romania. La prerogativa per i kosovari è quella di trovare un accordo politico con la Serbia che permetta di terminare il blocco. A quel punto aumenteranno le chances del Kosovo di diventare membro degli organismi internazionali.


LIMES: In questo momento tra Serbia e Kosovo prevale un tipo di memoria popolare, legata al passato, oppure una memoria diplomatica, più collaborazionista?
ZANNIER:
 Senza dubbio una memoria popolare, c’è una forte tendenza a guardare indietro, giustificando la situazione attuale alla luce del conflitto di dodici anni fa. Dovrebbero invece provare a mettere da parte il passato, e concentrarsi soltanto sul futuro. C’è da riconoscere però che la Serbia, in questo senso, sta iniziando a cambiare attitudine, per avallare la sua ambizione europea. Si intravede una prospettiva, ma ci vorrà del tempo.


LIMES: Quale consiglio ha dato a Robert Sorenon, che è stato nominato a capo della missione Unmik in Kosovo per sostituirla?
ZANNIER:
 Di non scoraggiarsi al primo ostacolo, e di avere tanta pazienza nel dialogare sia con i kosovari sia con i serbi. Non sarà affatto facile. Io stesso ho avuto dei rapporti difficili con le istituzioni: nel periodo finale del negoziato (l’accordo che nel 2008 portò al dispiegamento della missione internazionale Eulex in progressiva sostituzione della missione Nato Kfor, ndr) era scoppiato un caos politico in Kosovo, la gente era scesa in piazza per manifestare il proprio dissenso. Tra i tanti cartelli che sfilavano due mi sono rimasti impressi: su uno c’era scritto “Zannierovic” – mi veniva affibbiato un cognome serbo – su un altro invece veniva riprodotta la fotocopia del mio passaporto in cui c’era scritto a caratteri cubitali: “Persona non grata”.

Lamberto Zannier (Foto di Ilaria Romano)

 

Romina Vinci

 

pubblicato il 29 Luglio 2011, su Limes on line (Rivista Italiana di Geopolitica)

Disponibile su:  http://temi.repubblica.it/limes/kosovo-e-serbia-devono-guardare-avanti/25968

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Il “made in Kosovo” scatena la tensione coi serbi

Dopo gli incidenti di questi giorni, i valichi di confine serbo-kosovari di Jarinje e Brnjak sono stati proclamati «zona militare» dalla Kfor, la forza di interposizione della Nato. Dietro al ritorno della tensione ci sono ragioni economiche come lo scontro sull’etichetta “made in Kosovo” mentre la convivenza coi serbi appare sempre più difficile.

Lo scontro al valico di Jarinje (Afp)

Un check point dato alle fiamme fa riaccendere la miccia nel Nord del Kosovo, lungo il confine conteso tra kosovari di etnia serba e albanese. L’intolleranza è tornata a manifestarsi nella sua forma più cruda nel cuore dei Balcani. Mercoledì pomeriggio giovani serbi con il volto coperto hanno attaccato il posto di frontiera di Jarinje con bottiglie molotov e un bulldozer, costringendo alla fuga venticinque persone tra poliziotti e funzionari kosovari.

Il fuoco ha costretto all’evacuazione anche un campo di militari polacchi. Un poliziotto albanese è stato ucciso. Le tensioni tra Belgrado e Pristina sono esplose a seguito del reciproco boicottaggio delle importazioni. La situazione è tornata sotto controllo solo dopo alcune ore grazie al dispiegamento delle truppe della missione Nato Kfor, che hanno ripreso il controllo del valico. Ma sono tanti gli interrogativi che rimangono aperti.

Il Nord del Kosovo, abitato in prevalenza dalla comunità serba che non riconosce l’indipedenza del governo di Pristina, è teatro di continue tensioni e provocazioni. Già nel febbraio 2008 lo stesso varco era stato dato alle fiamme, due giorni dopo la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo. A tre anni di distanza il governo di Pristina ancora fatica ad imporre il suo Stato di diritto. Il Kosovo è stato riconosciuto solo da una minoranza dei paesi membri della Comunità Internazionale, ed anche all’interno del Consiglio di Sicurezza le nazioni che lo disconoscono sono la maggioranza.

A differenza delle altre popolazioni dei Balcani inoltre, i kosovari sono privi della liberalizzazione dei Visti. Uno stato fragile dunque, quello kosovaro, limitato nella libera circolazione delle persone e delle merci e che, malgrado gli sforzi degli organismi internazionali e di una missione di pace al suo dodicesimo anno di vita, continua a sentirsi intrappolato in un lembo di terra che rasenta la superficie delle Marche.

Dal punto di vista politico appare un rebus difficile da risolvere. Il dialogo con la Serbia sembrava ben avviato e promettente quando, agli inizi di luglio, i diplomatici di Pristina e Belgrado avevano portato a termine un processo negoziale che sanciva accordi concreti su tre temi caldi: il registro dell’anagrafe civile in Kosovo, la libera circolazione delle persone con la sola carta d’identità e il riconoscimento dei titoli di studio tra i due paesi, in vigore da novembre. La calma apparente però non ha perso tempo nel rivelare la sua vera natura, e si è dissolta dopo meno di tre settimane. Movente della “guerra” doganale che ha riacceso i riflettori sul cuore dei Balcani è stato il due di picche della Serbia sui prodotti etichettati “made in Kosovo”, dichiarato un bollo illegittimo. Di qui la risposta del governo di Pristina, di bloccare alla frontiera le merci di Belgrado che ha scatenato i disordini.

Immediata la condanna dell’Ue, e non solo. Alcuni stati, Russia in primis, hanno definito «un atto provocatorio» le azioni della polizia kosovara. Respinge le accuse il primo ministro del Kosovo, Hashim Thaci, secondo il quale «la decisione di portare il controllo e la legge al nord del paese è basata sulla Costituzione kosovara», e non deve esser vista come un attacco ai serbi locali. Da Belgrado intanto il presidente Boris Tadić prende le distanze dall’accaduto invitando la minoranza serba del Kosovo a mettere un freno alle violenze: «Gli hooligans non fanno gli interessi né dei serbi del Kosovo né della Serbia», ha stigmatizzato il premier serbo che, intanto, ha chiesto una sessione di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, svoltasi ieri pomeriggio a porte chiuse.

Il governo di Belgrado è sempre più determinato nella sua corsa verso l’Unione Europea, soprattutto dopo l’arresto dell’ex generale Ratko Mladić, il principale sospettato di crimini di guerra. Allo stesso tempo però Tadić sa bene che l’ingresso della Serbia all’Ue è vincolato dalla pacifica coesistenza con il Kosovo. E la cronaca delle ultime ore parla chiaro: la convivenza interetnica tra serbi e kosovari appare sempre più solo una chimera.

 

Romina Vinci

Pubblicato il 29 Luglio 2011, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/kosovo-serbia-scontri-belgrado-confine

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Pristina, Luigi Spadari in prima linea contro il terrorismo

Capitano Luigi Spadari MSU

FROSINONE – Echi pontini si propagano in Kosovo grazie al capitano Luigi Spadari, impiegato a Pristina all’interno della Multinational Specialized Unit, una forza di polizia con compiti di lotta al crimine organizzato e al terrorismo.

Originario di Subiaco, il capitano Luigi Spadari si è arruolato nell’arma dei carabinieri nel 1983, ad appena ventuno anni. Un’esperienza oltre venticinquennale la sua che lo ha portato a girare varie brigate: otto anni nelle Marche, poi in Sardegna, dove ha conosciuto sua moglie. Dopo aver frequentato la scuola per ufficiali è approdato al suo primo incarico, nel 2000. Napoli la destinazione prescelta. Dopo quattro anni è stato trasferito a Latina. Sorride il capitano alla domanda su quale motivazione si celi dietro la scelta della divisa. Pensa ai luoghi comuni che attanagliano una simile professione: «Molti sono convinti che dietro al nostro arruolamento ci sia la certezza di uno stipendio sicuro, ma non è così: questo mestiere ti porta a rischiare la vita ogni giorno, è una scelta di vita». Dal febbraio è a Pristina nel Msu, la sua prima missione internazionale. Spadari è responsabile delle cellule G2 e G3, cui è affidato il compito dell’addestramento della Kosovo Police e della raccolta di informazioni sul territorio kosovaro. «Pristina sta diventando sempre più una città europea – sottolinea Spadari – le strade sono asfaltate, il mercato dell’edilizia è attivo, i ragazzi hanno tutti il telefonino e navigano su Internet».

Romina Vinci

Pubblicato il 19 Luglio 2011, su Il Tempo- Frosinone

Disponibile su: http://www.iltempo.it/frosinone/2011/07/19/1273054-luigi_spadari_prima_linea_contro_terrorismo.shtml?refresh_ce

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Kosovo, costruttori di pace con la mimetica

La nebbia scende fitta su Villaggio Italia, a Pec, la base del contingente multinazionale Nato impegnato nella zona ovest del Kosovo. Folate di vento freddo proveniente dalle Alpi Albanesi abbassano vertiginosamente la temperatura. Sono le otto di mattina, è il pieno dell’estate, il sole non accenna a fare capolino quando su tutta la base risuona l’inno dell’alzabandiera. Petto in fuori, sull’attenti, i militari italiani accompagnano con le loro voci l’inno di Mameli, mentre la bandiera del tricolore si innalza al cielo. Una nuova giornata ha inizio per i nostri soldati impegnati nel cuore dei Balcani.  La Joint Enterprise è una missione di pace che mira a far camminare il Kosovo con le proprie gambe, provvedendo al mantenimento della sicurezza e delle libertà di movimento. A dodici anni dall’avvio della missione, i soldati italiani continuano ad esser visti come dei  benefattori. Per i bimbi del posto sono loro gli “eroi in mimetica”, e ancor oggi si riversano sulle strade al loro passaggio, sbracciandosi  con le manine in segno di saluto, quasi fosse il più dolce dei giochi. Dal mese di maggio a Pec  opera il 21° Reggimento artiglieria terrestre Trieste di Foggia sotto la guida del comandante il colonnello Vincenzo Cipullo. E capita di trovare persino origini ciociare all’interno del Multinational Battle Group West.

Capitano Fava

Tra sloveni, austriaci e svizzeri opera infatti anche il capitano Alessandro Fava, originario di Pontecorvo. Trentuno anni ancora da compiere, arruolato dal 1999, il capitano ciociaro,  dal mese di febbraio, ha assunto l’incarico di comandante della Joint Multimodal Operational Unit (JMOU) in Kosovo, unità interforze composta da militari dell’esercito, marina, aeronautica e guardia di finanza. Non si tratta della sua prima missione internazionale, il capitano Fava infatti aveva già calcato il territorio kosovaro nel 2005 e, nel gennaio 2009, è stato impiegato in Afghanistan: “Ho lavorato a stretto contatto con il comandante dell’Operational Mentoring Liason Team – racconta Fava – il mio incarico consisteva nell’ addestrare sul campo ufficiali afghani, nella zona sud del distretto di Herat”.  Lo incontriamo negli studi di quella che un tempo era Radio West, l’emittente radiofonica del contingente italiano in Kosovo che iniziò le trasmissioni nell’estate 1999, poco dopo l’inizio dell’intervento militare della Nato. Una radio creata per agevolare i contatti tra i militari italiani e la popolazione kosovara e che, nell’immediato dopoguerra, svolse un ruolo chiave nella ricerca dei familiari dispersi.  Sembra di percepirne ancora il brivido della messa in onda e l’energia degli speakers mentre, a microfoni spenti, Alessandro Fava ci parla di sé, della sua vita e di quel binomio indissolubile che lo lega all’arma: “La passione per la divisa è nata insieme a me” confida il capitano. Lo sanno bene mamma Rita e papà Franco, che lo hanno  sostenuto sin dagli inizi della sua carriera accademica. Certo non è facile vivere con il pensiero e l’apprensione per quel figlio “operatore di pace”, impiegato nelle zone più a rischio del mondo,  eppure loro hanno imparato a coesistere con questo senso di preoccupazione e ogni qual volta Alessandro torna a casa, per licenza o alla fine della missione,  è festa grande nei loro cuori.  Quando si ferma a guardare il verde che circonda Villaggio Italia, lo sguardo del capitano Fava si distende e nella sua mente riecheggia il paesaggio agreste ciociaro: “I monti del Kosovo emanano una grande energia – ci confida –  e mi fanno sentire meno la nostalgia di casa”.

Romina Vinci

Pubblicato il 19 Luglio 2011, su Il Tempo -Frosinone

Disponibile su: http://www.iltempo.it/frosinone/2011/07/19/1273052-romina_vinci_frosinone_nebbia_scende_fitta_villaggio_italia_base_contingente_multinazionale_nato_impegnato_nell_ovest_kosovo.shtml

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Kosovo, un “Abruzzo” tra Est e Ovest

Una superficie che rasenta quella dell’Abruzzo o delle Marche, una popolazione che non tocca i due milioni di persone, età media 27 anni: sono questi i numeri del Kosovo, l’ultimo “nato” in casa balcanica.  E’  il paese più giovane d’Europa, avendo proclamato la sua indipedenza solo il 17 Febbraio 2008. Dislocato nel cuore dei Balcani, è uno Stato/non Stato che  fatica a trovare la sua ragion d’essere, in quanto  non viene riconosciuto non soltanto dalla sua più “acerrima” vicina di casa, la Serbia, ma neppure dalla maggioranza della Comunità Internazionale.  Al suo interno convivono diverse etnie, albanesi e serbi in primis, ma anche rom, gorani, bosgnacchi. Una convivenza tutt’altro che pacifica e che ha generato, negli anni Novanta, una sanguinosa guerra civile.  La presenza della forza militare multinazionale è ancora massiccia nel “neostato”, lo testimonia il dispiegamento della missione Nato KFOR (al suo dodicesimo anno di attività) e quella internazionale EULEX, che ha preso avvio nel dicembre 2008, come conseguenza della proclamazione d’indipendenza del paese.  “Nel Kosovo vige oggi una situazione di sicurezza stabile ma allo stesso tempo fragile – spiega Lamberto Zannier, fino alla scorsa settimana a capo della missione Onu (Unmik) che dal 1 Luglio è stato nominato il nuovo segretario generale dell’Osce – Permangono infatti conflitti interetnici soprattutto nel Nord del paese, abitato prevalentemente dalla comunità serba che non riconosce l’indipendenza del Kosovo”.  Secondo il neosegretario generale dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, abbassare la guardia, in termini di riduzione del contingente multinazionale, potrebbe essere pericoloso per le sorti del paese balcanico: “Le tensioni sono costanti, un’eventuale strategia di contenimento  potrebbe comportare il rischio di essere impreparati a contenere un’eventuale emergenza”.

Dal 1 Maggio a Pec, nell’ovest del Kosovo, operano i militari del 21° reggimento artiglieria terrestre Trieste di Foggia, impegnati nella missione Joint Enterprise. “Siamo giunti ormai in una fase di stabilizzazione – commenta il comandante del reggimento, il colonnello Vincenzo Cipullo, a capo anche del Multinational Battle Group West  – operiamo soprattutto nella parte ovest del Kosovo, anche se, laddove ce ne fosse la necessità, potremmo essere chiamati ad estendere il nostro raggio d’azione in tutto il paese”. La Multinational Battle Group West è una forza multinazionale composta da italiani, sloveni, austriaci e svizzeri. Tra i compiti peculiari assegnati ai nostri militari figura la salvaguardia di siti di particolare rilevanza religiosa, in particolare il monastero di Decane e il patriarcato di Pec, simboli della religione serbo ortodossa dislocati nel cuore del Kosovo popolato da albanesi e, in passato, soggetto a numerosi attacchi. Negli ultimi mesi ha preso piede l’idea di una crescente islamizzazione del Kosovo, fattore che rischia di minarne ancor più l’ambizione europea. “Non c’è una rispondenza della società ai richiami religiosi, e mi sento di escludere anche l’esistenza di alcun picco di islamizzazione –  precisa Michael Giffoni, ambasciatore italiano a Pristina – ma al contrario assistiamo ad un forte ridimensionamento di un proselitismo di matrice integralista che si era sviluppato nell’immediato Dopoguerra, tra il 2000 e il 2004”.   Il ricordo della guerra civile del 1999 è ancora ben vivido nei cuori e nelle menti dei kosovari, di etnia serba e di etnia albanese, che hanno pagato un alto numero in termini di vite umane, soprattutto donne e bambini. Eppure la voglia di guardare avanti è più forte della rivalsa, e le macerie dell’odio, a poco a poco, stanno lasciando il passo alla ricostruzione. Lo testimoniano i cantieri che aumentano, in maniera esponenziale, soprattutto nella capitale kosovara. A confermarlo è Valentina Pancaldi,  che sta svolgendo un tirocinio presso l’Ambasciata Italiana a Pristina: “Sono qui da due mesi e ho visto costruire tantissimi edifici ed infrastrutture, Pristina è una città che si rinnova con un ritmo vertiginoso”. L’Italia, dal canto suo, non rimane a guardare ma anzi, è protagonista attiva della ricostruzione. Ponti, strade, asili, dighe: la presenza italiana in Kosovo è tangibile, grazie anche all’attività Cimic (Cooperazione Militare e Civile). “Quest’anno i nostri sforzi si stanno concentrando verso il settore agricolo e zootecnico – spiega il tenente colonnello Biagio Paluscio, responsabile Cimic – l’obiettivo è contribuire al miglioramento dello sviluppo economico della zona, del suo bisogno di autonomia alimentare e di lavoro agronomo, nonché  e all’incremento dei livelli occupazionali mediante un miglioramento quantitativo e qualitativo dei prodotti”. Tra i progetti in fase di attuazione ci sono la realizzazione di canali irrigui nelle municipalità di Decane e Dakovica, ed anche la realizzazione di una strada agricola nella municipalità di Klina.  “Coloro che arrivano in Kosovo con il pregiudizio di trovare il Terzo Mondo puntualmente vengono smentiti – confida il tenente colonnello Vincenzo Legrottaglie –  ci troviamo infatti nel cuore dell’Europa, una terra a metà tra Oriente e Occidente”.

Romina Vinci

pubblicato il 10 Luglio 2011, su America Oggi

Disponibile in versione pdf: Oggi7 pagina6 7.10.11

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Italian Way in Kosovo

Della sua prima esperienza in Kosovo porta dentro molti ricordi, ma uno su tutti: l’odore della morte. “Era l’estate del 1999, i primi giorni di luglio, in strada c’erano tanti cadaveri, il fetore di decomposizione si percepiva ovunque, quell’odore della morte che non si dimentica”. Lui è il tenente colonnello Antonio Stasi,  oggi comandante di gruppo del 21 Reggimento artiglieria terrestre di Trieste con sede in Foggia. Arruolatosi nel 1989 vanta un’esperienza oltre ventennale, al suo attivo ha anche una missione in Iraq. Dal 1 Maggio è impiegato a Pec, nell’ovest del Kosovo, come comandante del Manoeuvre Battalion, unità con compiti operativi formata da militari italiani, sloveni, austriaci e svizzeri.  E’ tornato in terra balcanica dopo dodici anni, ne è passato di tempo da allora. “Nel 1999 sbarcammo a Salonicco, prendemmo i mezzi di nascosto e partimmo per la Macedonia. Entrammo in Kosovo con una colonna di cento mezzi, davanti a noi un inferno: strade interrotte, fuoco ovunque, disperazione. La guerra civile tra serbi e kosovari era finita, la campagna aerea della Nato aveva dato i suoi frutti, la Serbia aveva deciso di ritirarsi ed era iniziata la campagna KFOR, una missione di peacekeeping in ottemperanza della risoluzione 1244 delle Nazioni Unite”.  Il tenente colonnello Stasi ricorda l’affetto della popolazione, immediato: “Venivamo accolti con applausi e sorrisi, questa gente ci vedeva come i loro liberatori”. Lo chiamano Italian Way, quel modo di concepire una missione sotto una veste umana che tutti gli altri eserciti, seppur più attrezzati, continuano ad invidiarci, ieri come oggi. “La popolazione era terrorizzata, c’era la paura delle mine, facevamo tantissimi interventi nei cortili delle abitazioni, tentando di contenere il panico della popolazione, di rassicurarli, di assisterli”. E c’è un altro aspetto che è rimasto impresso nel cuore del comandante: “La forza d’animo delle persone. Ricordo questi profughi che rientravano, tutti incappucciati, straziati dal dolore di aver perso i propri cari, logorati dall’incertezza del futuro, eppure non mollavano”. La stessa grinta Antonio Stasi l’ha trovata oggi, a dodici anni di distanza: davanti a lui un paese che ha festeggiato da qualche mese il suo terzo anno di indipendenza. “I bambini kosovari sono bellissimi, i miei occhi si riempiono dei loro sorrisi – confida –  sono loro il futuro di questo Stato e dell’umanità intera”.

E c’è un’altra persona che, arrivata in Kosovo nello stesso momento storico del tenente colonnello Stasi, ha deciso però di rimanerci,  e che sarebbe stata quella la terra in cui far crescere i suoi figli. E’ Massimo Mazzali responsabile, insieme a sua moglie Cristina,  del Campo-Missione Caritas Umbria di Raduloc, nella municipalità di Klina, una grande casa in cui un gruppo di giovani, italiani e kosovari, si prende cura dei bambini orfani, dando assistenza anche a famiglie disagiate o a persone vittime di povertà. Massimo e Cristina nel 1999 arrivano in Macedonia, nei campi profughi kosovari per portare il loro supporto, entrano in contatto con l’esercito e scoprono “quella faccia della divisa che – racconta Massimo –  ai più rimane esclusa”. I militari infatti riescono a portare in Italia duecento bambini malati, per curarli in strutture adeguate. Massimo rimane in Kosovo. Iniziano ad arrivare i primi orfani della guerra, prima uno, poi due, poi tre, ed ecco che prende vita la casa famiglia. Nasce dal di dentro, è come se venisse partorita dalla terra stessa, un timido tentativo per sanare  le atrocità di una guerra che non ha risparmiato vittime da una parte e dall’altra. Oggi la casa famiglia della Caritas Umbria ospita una cinquantina di bambini e ragazzi kosovari, alcuni sono maggiorenni ed hanno scelto di rimanere per aiutare chi, come anche loro in passato,  ha bisogno di aiuto ed assistenza.  Un’altra ventina di ragazzi invece sono riusciti a reintegrarsi dopo aver passato un periodo nella  casa di Raduloc: alcuni sono tornati nelle loro famiglie, altri hanno proseguito gli studi iscrivendosi all’università, e c’è persino chi è riuscito ad aggiudicarsi una borsa di studio ed ora frequenta un master in Italia. “Per i ragazzi kosovari la vita non è affatto facile. La guerra ha disintegrato tutti i valori, vivono in uno stato ancora in costruzione, una nazione che non offre sbocchi dal punto di vista lavorativo,  non vedono un futuro”.  Sono quarantamila i  giovani, censiti in Kosovo fanno uso di sostanze stupefacenti, soprattutto metadone : ”Un dato allarmante – commenta Massimo – è arrivato l’Occidente, e tutto ciò che esso comporta, nel bene e nel male”.  Mentre parla  viene interrotto continuamente da due vocine esuli e stridule che urlano con quanto più fiato in gola “papà”, “papà”: sono Lorenzo e Giacomo, i suoi figlioletti che, avvolti da due candidi caschetti biondi, fanno di tutto per attirare la sua attenzione. “I miei figli sono nati qui e vanno a scuola qui, parlano italiano e albanese. Cosa mi manca dell’Italia?” Massimo ci pensa un po’ su, poi risponde, sorridendo: “ Niente, la mia famiglia è in Kosovo”.

 

Romina Vinci

pubblicato il  1o Luglio 2011, su America Oggi

Disponibile in versione pdf: Oggi7 pagina6 7.10.11

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