Archivi del mese: agosto 2011

Ripudio del debito e inchiesta penale: il metodo islandese

A fine 2008 l’Islanda viene travolta dalla crisi e deve nazionalizzare banche i cui debiti sono diverse volte superiori al Pil del Paese. È la bancarotta. Ma la popolazione si oppone agli accordi fatti dal governo per ripagare il debito e Reykjavik decide di ripudiarlo, aprendo anche un’inchiesta per perseguire i responsabili della crisi. Non solo, fa poi scrivere una nuova costituzione ai cittadini e per farlo usa i social network. A ottobre il Parlamento sarà chiamato ad approvarla.

La festa per il "no" all'accordo con la Gran Bretagna (Afp)

La sua superficie è un terzo di quella italiana, la sua popolazione non raggiunge neanche un ottavo degli abitanti di Roma, eppure nel cuore di molti connazionali è diventata una nazione da emulare.

L’eroina in questione è l’Islanda, ed i suoi abitanti sono i valorosi soldati protagonisti di una rivoluzione democratica combattuta contro il potere politico-finanziario neoliberista. Una rivoluzione pacifica, senza spargimento di sangue, taciuta ai più. Non ci sono cluster bombs, né lanciarazzi, tantomeno proiettili all’uranio impoverito, in Islanda è andata in scena una rivoluzione delle idee. La gente si è riversata nelle strade urlando il suo sdegno, armati solo di cassaruole gli islandesi son riusciti a far valere la propria voce. Hanno fatto muso duro a colossi come Gran Bretagna e Olanda, hanno dichiarato default cancellando i debiti contratti a causa di banchieri senza scrupoli, hanno mandato a casa la vecchia classe politica ed eletto un’assemblea di cittadini per riscrivere la Costituzione del Paese. Nell’Estremo nord dell’Europa dunque Davide vince Golia, dando vita ad una rivoluzione democratica che sembra diventare realtà. Ripercorriamone le tappe salienti.

Alla fine del 2008 impazza la crisi americana dei mutui subprime, per l’Islanda il conto da pagare è carissimo: l’intera isola viene travolta dai crolli sulle borse mondiali. Le tre banche principali del paese, Landsbanki, Kaupthing e Glitnir vengono nazionalizzate, i loro debiti in Olanda e Gran Bretagna superano varie volte il Pil dell’Islanda.
Nel 2009 arriva il crollo dell’85% della corona rispetto all’euro, il governo islandese è alla bancarotta. Il paese chiede aiuto al Fondo Monetario Internazionale che approva un prestito  di un miliardo e mezzo di euro, accompagnato da un altro miliardo e 700 milioni di alcuni Paesi nordici. Ma il popolo non ci sta, si riversa nelle strade e protesta davanti al Parlamento a Reykjavik a colpi di cassaruole e con lanci di uova. Il 23 gennaio vengono convocate le elezioni anticipate, una promessa che non basta a placare l’ira degli islandesi. La gente torna in piazza tre giorni dopo ed impone le dimissioni del primi ministro Haarden e dei suoi.

Cala così il sipario sul primo governo vittima della crisi finanziaria mondiale. Il nuovo esecutivo di coalizione socialdemocratica, guidato dal nuovo Primo Ministro Jóhanna Sigurardóttir, prepara, sulla base di una legge ampiamente discussa in Parlamento, una manovra di salvataggio di 3 miliardi e mezzo di euro: il pagamento dei debiti sarebbe stato a carico di tutte le famiglie islandesi con una tassazione del 5,5% per quindici anni, per un esborso mensile pari a circa 100 euro a famiglia. Gli islandesi tornano a protestare compatti e rispondono l’ennesimo due di picche. Il capo di stato Ólafur Ragnar Grímsson indice un referendum sulla questione, e malgrado le minacce di Olanda e Regno Unito, la consultazione popolare è compatta: il 93% degli elettori dice no, il debito non deve essere pagato dai cittadini.

Il governo fa default, il debito estero viene cancellato in quanto causato da azioni criminose di banchieri e membri del governo. Viene aperta un’inchiesta per individuare e perseguire penalmente i responsabili della crisi. Arrivano i primi mandati di cattura e gli arresti per banchieri e top-manager, la patata bollente passa all’Interpool che si incarica di ricercare e catturare i condannati, in primis l’ex presidente della Kaupthing, Sigurdur Einarsson.

Messa ko da una crisi che ha spazzato via l’infrastruttura finanziaria della nazione, l’Islanda decide di fare tabula rasa e ripartire da zero, sbarazzandosi dei partiti assoggettati ai diktat dei mercati. Nel novembre 2010 prende vita un’assemblea di cittadini chiamata a preparare la nuova costituzione che rivisiti e corregga quella attualmente in vigore, risalente al 1944, anno dell’indipedenza dalla Danimarca. I nuovi membri della Costituente vengono votati direttamente dagli elettori: si tratta di 25 cittadini, scelti tra 522 candidature, liberi da affiliazione politica e dalle più svariate professionalità. Ci sono docenti universitari, avvocati, giornalisti, fisici, matematici, ma anche un sindacalista, un pastore, un regista e persino un contadino.

Viene sancito il potere popolare. L’assemblea dei 25 inizia a lavorare sulla prima bozza di Costituzione nel febbraio del 2011, e lo fa in maniera innovativa, sfruttando il web ed i social network. I costituenti infatti condividono i testi su cui lavorano quasi in tempo reale attraverso Facebook, Twitter, Flickr e YouTube oltre che, ovviamente, sul sito istituzionale del Parlamento. Ne nasce così la prima bozza di costituzione realizzata in parte in crowdsourcing, vale a dire con il contributo ed i suggerimenti dei comuni cittadini, che è stata presentata il 29 luglio scorso al Parlamento. Tra le migliaia di commenti degli internauti islandesi, chiamati a dire la loro su svariati argomenti (dal modello economico alla legge elettorale), sono due i poli su cui si è massicciamente intervenuto nel nuovo progetto costituzionale: il tema dell’ambiente e le garanzie sulla protezione della natura del paese, ed i diritti delle generazioni future.

Si chiama Icelandic Modern Media Initiative, ed è un progetto finalizzato alla costruzione di una cornice legale per la protezione della libertà di informazione dell’espressione. Tra le sue prerogative quella di mantenere il semaforo verde sulla connessione internet, che può essere tagliata solo dietro l’ordine di un giudice. Ma anche vigilare sui dati e provvedimenti del governo, documenti che devono essere e rimanere accessibili a tutti i cittadini. Un’altra linea guida della nuova bozza costituzionale è la tutela delle risorse naturali del paese, con una voce dedicata. L’articolo 33 sancisce il diritto ad un ambiente salubre e ad una natura incontaminata: rappresenta un unicum nel suo genere ed è stato dettato dalla ferita ancora aperta a nord del Vatnajökull, polmone verde islandese distrutto nel 2006 per far spazio ad un grande complesso idroelettrico voluto dalla multinazionale dell’acciaio Alcoa.

La bozza costituzionale dovrà essere sottoposta all’approvazione del Parlamento il prossimo primo ottobre. Il testo finale verrà poi sottoposto a referendum. L’Islanda prosegue imperterrita il suo cammino nel percorso alternativo che l’ha portata ad essere un simbolo ed un emblema di coraggio, che molti sognano di emulare.  Sarà solo il medio e lungo periodo però a stabilire se il piccolo battaglione dell’ “Estremo Nord”, che ha sguainato la spada e combattuto contro l’oppressore, riuscirà a crearsi di nuovo una posizione finanziaria estera positiva, così da poter dire di aver vinto non solo una battaglia, ma la guerra.
Romina Vinci

Pubblicato il 25 Agosto 2011, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/ripudio-del-debito-e-inchiesta-penale-il-metodo-islandese?page=full

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EMBEDDED IN KOSOVO – Istantanee di viaggio

Villaggio Italia

Joint Enterprise

Alzabandiera

Resti casa serba

Cimitero Albanese

Monastero di Decane

Padre Pietro

Cupola del Patriarcato di Pec

I campi del Kosovo

Monumento omaggio alla Nato . Pristina

Pristina

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Il prezzo della globalizzazione nel Kosovo 2.0

Arretratezza e sprazzi di modernità, degrado e dignità, voglia di emergere di un paese che paese ancora non è.  Benvenuti nel Kosovo 2.0, lo stato che ha proclamato la sua indipendenza il 17 Febbraio 2008.  Popolato da due milioni di persone, di superficie inferiore a quella dell’Abruzzo, annovera però ben 314 pompe di benzina, esempio lampante di un riciclaggio di denaro che fa gola alla criminalità organizzata, in primis a quella italiana. Il tasso di disoccupazione è alle stelle nel più giovane stato d’Europa, eppure ogni cento metri ci si imbatte in un’insegna, “autolarje”,che in albanese significa autolavaggio, perché chi il lavoro non ce l’ha spesso se lo crea, e poi ai kosovari piace avere le macchine  belle pulite.

Dislocato nel cuore dei Balcani, il Kosovo è uno Stato/non Stato che  fatica a trovare la sua ragion d’essere, in quanto  viene disconosciuto non solo dalla sua più “acerrima” vicina di casa, la Serbia, ma anche dalla maggioranza della Comunità Internazionale.  Al suo interno convivono diverse etnie, albanesi e serbi in primis, ma anche rom, turchi, gorani.  Il ricordo della sanguinosa guerra civile (risale a meno di quindici anni fa) è ancora vivo nella memoria collettiva, lo dimostrano i tanti piccoli cimiteri dedicati alle vittime del conflitto che, da nord a sud, costeggiano le strade del paese, interrompendo lo scenario agreste. La ricostruzione qui, seppur a fatica, va avanti, nell’arretratezza di un paesaggio che riecheggia le pellicole neorealiste del nostro Dopoguerra.

I cantieri, da Pristina a Prizren, danno l’idea di un contesto in divenire, e rappresentano l’unico collante di un paese che sta ancora cercando la sua identità. Un’incessante ricerca del proprio io resa possibile grazie anche al contributo italiano: ponti, strade, asili, scuole… l’imprinting del nostro tricolore è ben radicato sul territorio kosovaro.  A dodici anni dall’inizio della missione Nato, KFOR, i soldati italiani continuano ad esser visti come dei  benefattori. Per i bimbi del posto sono loro gli “eroi in mimetica”, e ancor oggi si riversano sulle strade al loro passaggio, sbracciandosi  con le manine in segno di saluto, quasi fosse il più dolce dei giochi.

“Uniti per la pace” recita la scritta che si erige, imponente, nella piazza principale di Villaggio Italia, il quartier generale in cui convivono militari italiani, sloveni, svizzeri e austriaci. La Joint Enterprise è una missione di pace che mira a far camminare il Kosovo con le proprie gambe, provvedendo al mantenimento della sicurezza e delle libertà di movimento.

Dal 1 Maggio a Pec  opera il 21° Reggimento artiglieria terrestre Trieste di Foggia, il cui comandante, il colonnello Vincenzo Cipullo, è a capo anche del Multinational Battle Group West, la forza multinazionale impegnata nell’ovest del paese.  Tra i compiti peculiari assegnati ai nostri militari figura la salvaguardia di siti di particolare rilevanza religiosa, su tutti il monastero di Decane e il patriarcato di Pec: simboli della religione serbo ortodossa dislocati nel cuore della parte albanese del Kosovo e, in passato, soggetti a numerosi attacchi.

L’apparente stabilità del paese cela, in realtà, una forte fragilità.

Gli anziani, con i loro volti scarni ed incavati vivono dedicandosi alla pastorizia e all’agricoltura, rimembrando i tempi della ex Jugoslavia, quando “grazie” al regime la sanità era pagata, i mezzi pubblici gratuiti,  le ferie non erano un miraggio e si poteva dormire in casa anche senza chiudere a chiave la porta.  Sono pochi i giovani che, seguendo l’esempio dei padri, passano le loro giornate portando al pascolo mandrie di mucche o di pecore. La maggior parte degli adolescenti infatti  se ne va in giro con l’ipod nelle orecchie, internet  sempre alla portata di mano, coltivando quel mito dell’Europa che rimane però solo un abbaglio. La mancata liberalizzazione dei visti infatti riduce a zero la libertà di movimento dei kosovari e in questo modo ne alimenta – di fatto – il mondo dell’illecito.  La polizia locale è solo agli embrioni, la convivenza tra corruzione e narcotraffico trova qui il suo terreno più fertile. Una membrana permeabile che si dimostra un corridoio fecondo per il traffico di stupefacenti provenienti dall’Afghanistan. Le stime parlano di quarantamila i ragazzi kosovari, censiti, che fanno uso di droghe, soprattutto metadone. E’ la globalizzazione che irrompe, prepotentemente, nel cuore dei Balcani, con tutti i suoi ma e i suoi se.

Romina Vinci

(testo e foto)

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Gli Indignados del Cile urlano “basta” all’università privata

Santiago del Cile è invasa da migliaia di persone che chiedono una riforma del sistema universitario, quasi totalmente privato e con costi proibitivi per gli studenti. Le proteste diventano violente e intanto il presidente, Sebastian Piñera, è in crollo verticale nei sondaggi. Qui un anno accademico nelle università statali costa più o meno come in Italia, dai duemila ai cinquemila euro. Peccato però che il reddito medio non superi i trecento cinquanta euro al mese. E che il sistema scolastico sia uno tra i più qualitativi del continente.

Era il 5 agosto 2010 quando i riflettori si accesero sulla spina dorsale del lato Pacifico dell’America Latina: in Cile trentatrè minatori erano rimasti intrappolati a seicento metri sotto terra, nel deserto dell’Atacama, miniera di San Josè. Il mondo intero con il fiato sospeso attese quei sessantanove giorni necessari per riportarli tutti alla luce del sole. Ad un anno di distanza le condizioni di vita di quegli operai dell’ “oltretomba” non sono migliorate, la maggior parte di loro è senza lavoro, e continua a pagare i traumi fisici e psicologici della discesa negli inferi della terra. Ma è qualcos’altro oggi, più delle sorti dei minatori, che disturba il sonno del presidente Sebastian Piñera.

Da tre mesi infatti gli studenti cileni hanno dato vita ad una mobilitazione permanente, che vede l’adesione anche delle classi medie. Incuranti del freddo e del gelo (in Cile è pieno inverno) i giovani occupano edifici e strade reclamando a gran voce il diritto all’istruzione per tutti. Erano in centomila, ieri, a sfilare nelle strade della capitale Santiago. Non sono mancati momenti di tensione e scontri con le forze dell’ordine, che han fatto ricorso a getti d’acqua e a gas lacrimogeni per dispendere i manifestanti. Ma non è certo con l’uso della forza che il premier cileno riuscirà a riportare la stabilità nel suo paese.

Capitanati da Camila Vallejo, ventitré anni, leader della Federazione degli studenti universitari diventata già un’eroina nazionale, i giovani chiedono più risorse alle università pubbliche, puntano il dito contro un sistema educativo che risale ai tempi di Pinochet, dicono basta al principio del lucro e del profitto che rende le università delle vere macchine per far soldi. In Cile un anno accademico nelle università statali costa più o meno come in Italia, dai duemila ai cinquemila euro, peccato però che il reddito medio di un cileno non superi i trecento cinquanta euro al mese.

Un corso di laurea completo si aggira tra i trenta e i quarantamila euro. Tre quarti degli studenti si indebita per pagare le rette degli istituti universitari, stimate al doppio dello stipendio di un operaio. Pochi privilegiati riescono ad usufruire di prestiti vantaggiosi al tasso del 2% mentre, la stragrande maggioranza dei giovani è costretta a ricorrere a mutui di oltre dieci anni con tassi al 7%, mettendo così un’ipoteca sul loro futuro e sui quel titolo che troppo spesso rimane un pezzo di carta inutilizzato, perché la forbice tra offerta e domanda è ampia. Molti studenti si rifugiano nei paesi vicini, Argentina in primis, per poter completare la loro carriera universitaria, ritrovandosi in una condizione di esiliati, un’etichetta che pesa come un macigno.

Il Cile, pur non essendo coinvolto oggi in nessun conflitto bellico, investe nelle spese militari il 3,5% del Pil, contro lo 0,84% destinato all’istruzione pubblica. La debolezza degli investimenti in questo settore è rimasta invariata dai tempi di Pinochet, sebbene negli ultimi vent’anni il numero degli universitari cileni sia più che raddoppiato, passando dal 15 al 40% dei giovani al di sotto dei 25 anni. Il paese di Piñera vanta, infatti, uno tra i più alti livelli di scolarizzazione del Sud America (con percentuali che toccano il 91% per la scuola secondaria, ed il 52% per l’università) e si conferma, malgrado tutto, uno tra i più qualitativi del continente.

Avevano iniziato con le proteste plateali gli studenti, erano in ottantamila a sfilare nelle strade della capitale Santiago a maggio. Poi si è passato a forme alternative, come quando, a inizio luglio, centinaia di coppie si sono incontrate in piazza ed hanno iniziato a baciarsi, chiedendo “un confronto meno violento e più amore”. Ma non è bastato. Son sopraggiunte così anche rivendicazioni estreme: trentotto studenti sono entrati alla terza settimana di sciopero della fame.

Giovedì scorso gli scontri con la polizia sono sfociati in episodi di cruda guerriglia urbana. Pesante il bilancio a fine giornata: 874 studenti arrestati, 90 agenti feriti. Il presidente conservatore ha cercato di sedare gli animi rimuovendo vari ministri, una timida mossa che non gli è servita a contrastare il calo di popolarità (al 26%): ieri sera la gente è scesa in strada dando vita ad un “cacerolazo”, una forma di protesta che consiste nel fare rumore usando pentole e altri utensili da cucina. Ideata durante la dittatura di Pinochet, non veniva più usata dagli anni Novanta.

Un momento della manifestazione contro il presidente Pinera (Afp)

 

Le forze dell’ordine usano gli idranti (Afp)

 

Scontri fra manifestanti e forze dell’ordine (Afp)

Romina Vinci

Pubblicato il 10 Agosto 2011, su Linkiesta.it

Disponibile su:  http://www.linkiesta.it/indignados-cile-yo-tambien-amo-a-camila-vallejo#ixzz1W4TjUQm4

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