Archivi del giorno: 21 agosto 2011

Il prezzo della globalizzazione nel Kosovo 2.0

Arretratezza e sprazzi di modernità, degrado e dignità, voglia di emergere di un paese che paese ancora non è.  Benvenuti nel Kosovo 2.0, lo stato che ha proclamato la sua indipendenza il 17 Febbraio 2008.  Popolato da due milioni di persone, di superficie inferiore a quella dell’Abruzzo, annovera però ben 314 pompe di benzina, esempio lampante di un riciclaggio di denaro che fa gola alla criminalità organizzata, in primis a quella italiana. Il tasso di disoccupazione è alle stelle nel più giovane stato d’Europa, eppure ogni cento metri ci si imbatte in un’insegna, “autolarje”,che in albanese significa autolavaggio, perché chi il lavoro non ce l’ha spesso se lo crea, e poi ai kosovari piace avere le macchine  belle pulite.

Dislocato nel cuore dei Balcani, il Kosovo è uno Stato/non Stato che  fatica a trovare la sua ragion d’essere, in quanto  viene disconosciuto non solo dalla sua più “acerrima” vicina di casa, la Serbia, ma anche dalla maggioranza della Comunità Internazionale.  Al suo interno convivono diverse etnie, albanesi e serbi in primis, ma anche rom, turchi, gorani.  Il ricordo della sanguinosa guerra civile (risale a meno di quindici anni fa) è ancora vivo nella memoria collettiva, lo dimostrano i tanti piccoli cimiteri dedicati alle vittime del conflitto che, da nord a sud, costeggiano le strade del paese, interrompendo lo scenario agreste. La ricostruzione qui, seppur a fatica, va avanti, nell’arretratezza di un paesaggio che riecheggia le pellicole neorealiste del nostro Dopoguerra.

I cantieri, da Pristina a Prizren, danno l’idea di un contesto in divenire, e rappresentano l’unico collante di un paese che sta ancora cercando la sua identità. Un’incessante ricerca del proprio io resa possibile grazie anche al contributo italiano: ponti, strade, asili, scuole… l’imprinting del nostro tricolore è ben radicato sul territorio kosovaro.  A dodici anni dall’inizio della missione Nato, KFOR, i soldati italiani continuano ad esser visti come dei  benefattori. Per i bimbi del posto sono loro gli “eroi in mimetica”, e ancor oggi si riversano sulle strade al loro passaggio, sbracciandosi  con le manine in segno di saluto, quasi fosse il più dolce dei giochi.

“Uniti per la pace” recita la scritta che si erige, imponente, nella piazza principale di Villaggio Italia, il quartier generale in cui convivono militari italiani, sloveni, svizzeri e austriaci. La Joint Enterprise è una missione di pace che mira a far camminare il Kosovo con le proprie gambe, provvedendo al mantenimento della sicurezza e delle libertà di movimento.

Dal 1 Maggio a Pec  opera il 21° Reggimento artiglieria terrestre Trieste di Foggia, il cui comandante, il colonnello Vincenzo Cipullo, è a capo anche del Multinational Battle Group West, la forza multinazionale impegnata nell’ovest del paese.  Tra i compiti peculiari assegnati ai nostri militari figura la salvaguardia di siti di particolare rilevanza religiosa, su tutti il monastero di Decane e il patriarcato di Pec: simboli della religione serbo ortodossa dislocati nel cuore della parte albanese del Kosovo e, in passato, soggetti a numerosi attacchi.

L’apparente stabilità del paese cela, in realtà, una forte fragilità.

Gli anziani, con i loro volti scarni ed incavati vivono dedicandosi alla pastorizia e all’agricoltura, rimembrando i tempi della ex Jugoslavia, quando “grazie” al regime la sanità era pagata, i mezzi pubblici gratuiti,  le ferie non erano un miraggio e si poteva dormire in casa anche senza chiudere a chiave la porta.  Sono pochi i giovani che, seguendo l’esempio dei padri, passano le loro giornate portando al pascolo mandrie di mucche o di pecore. La maggior parte degli adolescenti infatti  se ne va in giro con l’ipod nelle orecchie, internet  sempre alla portata di mano, coltivando quel mito dell’Europa che rimane però solo un abbaglio. La mancata liberalizzazione dei visti infatti riduce a zero la libertà di movimento dei kosovari e in questo modo ne alimenta – di fatto – il mondo dell’illecito.  La polizia locale è solo agli embrioni, la convivenza tra corruzione e narcotraffico trova qui il suo terreno più fertile. Una membrana permeabile che si dimostra un corridoio fecondo per il traffico di stupefacenti provenienti dall’Afghanistan. Le stime parlano di quarantamila i ragazzi kosovari, censiti, che fanno uso di droghe, soprattutto metadone. E’ la globalizzazione che irrompe, prepotentemente, nel cuore dei Balcani, con tutti i suoi ma e i suoi se.

Romina Vinci

(testo e foto)

Categorie: Esteri, Reportage | Tag: , , , , , , , , , , | Lascia un commento

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