Archivi del mese: febbraio 2012

PRIMO PIANO/ Le tre mani di Haiti

Il colore della speranza e la volontà di riscatto dopo il terribile terremoto di due anni fa. La “cité” di padre Richard Frachette e gli aiuti dall’Italia

Le tre mani è un imponente monumento che si erige poco distante dall’aeroporto di Port au Prince.  E’ formato da tre gigantesche braccia che fuoriescono dal basso per sorreggere il Globo Terrestre. Secondo gli haitiani la maestosa statua cela un messaggio di fede, simboleggiato da quella terza mano che mai negherà il suo sostegno agli uomini.  Costruita qualche decina di anni fa dall’ex leader Jean-Bertrand Aristide, è una delle poche opere rimaste illese ad Haiti nel terremoto del 12 gennaio  2010.

A un centinaio di metri dal monumento sorge una tra le tendopoli più grandi di Port au Prince, al cui interno da oltre venticinque mesi centinaia di migliaia di persone vivono in condizioni precarie, prive di acqua, luce e servizi di prima necessità.  La gente qui è logorata dal tempo e dalla fatica, e tutt’oggi continua a chiedersi dove fosse la famosa “terza mano” in quel pomeriggio di gennaio quando un sisma di magnitudo 7.0 della Scala Ritcher ha devastato la capitale di Haiti, causando 230 mila vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati.

A due anni di distanza dal sisma la ricostruzione continua a rimanere soltanto un’utopia. Le strade sono dissestate, il paesaggio si divide tra macerie, case fatiscenti, baracche e tendopoli logorate dal tempo.

Cité Soleil è la più grande bidonville della capitale Port au Prince. Nascosta dietro un nome che evoca luce e gioia, si cela in realtà un’enorme discarica di immondizia a cielo aperto.  Vivono qui cinquecento mila persone senza elettricità, acqua corrente e potabile. A farla da padrone soltanto la devastazione e la miseria, sotto il cocente sole ed i violenti uragani che sovente imperversano nell’isola. In questo angolo di inferno un bambino su due non va scuola,  gioca nel fango e nell’immondizia, è esposto ai pericoli della strada.  L’occhio occidentale fatica ad immaginare un riscatto per gli haitiani. Rabbrividisce nel vedere questi piccoli denutriti, sporchi e senza vestiti, figli di una terra che li rigetta e che dà l’immondizia in pasto ai porci.

E’ in un contesto del genere che da più di vent’anni, Padre Richard Frachette porta avanti la sua battaglia, fatta di fede e umanità. Padre Rick è un sacerdote di origini statunitensi che opera con costanza e determinazione, per ridare una speranza ad un popolo che il resto del mondo considera abbandonato a se stesso. Ogni giorno combatte una guerra a favore dei più deboli.

Capita di vederlo esausto, a fine giornata, mentre si porta l’avanbraccio sulla fronte per asciugare il sudore sussurrando “Oh my God”. Capita di vederlo con gli occhi lucidi, quando la gente lo prende a sassate per una distribuzione di riso non andata a buon fine. La gente, la sua gente, quella stessa gente che per strada lo accoglie come una celebrità, facendogli spazio e urlando “Mon Père, Mon Père!” (Padre, Padre!). Quelle persone che lo fermano  per chiedere una sepoltura ai propri morti, per avere un secchio d’acqua, un pezzo di pane o una medicina, sono le stesse capaci di gettargli contro delle pietre, se la fame prende il sopravvento. Quando ciò accade lui allarga le mani al cielo ed esclama: “Non faccio mai abbastanza, loro son troppi e non ce ne è mai per tutti”.  E’ l’uomo a servizio degli altri che nulla può davanti all’immensità della povertà. Ma nonostante tutto trova la forza di rimboccarsi le maniche, quando voltandosi indietro vede tutto quel che è riuscito a costruire.

Padre Richard Frachette

La sua organizzazione N.P.H. – Nuestros Pequeños Hermanos (I nostri piccoli fratelli), in Italia rappresentata dalla Fondazione Francesca Rava, nel corso di questi anni ha costruito ospedali, orfanotrofi, scuole di strada, centri di riabilitazione, persino una città dei mestieri – Francisville – in cui i ragazzi haitiani producono pane, pasta, mattoni, divise e banchi per scuole.

In creolo, lingua parlata ad Haiti, Fors Lakay significa la forza della famiglia. Padre Rick ha scelto di dare questo nome ad un progetto di ricostruzione che prevede di cambiare il volto del quartiere Cité Soleil attraverso la costruzione di un nucleo di abitazioni e di servizi per la comunità.  Un progetto realizzato con il sostegno della Fondazione Francesca Rava grazie agli aiuti dall’Italia e che, in corrispondenza con il secondo anniversario dal terremoto, ha permesso a Padre Rick di consegnare alle prime famiglie quaranta coloratissime casette, donate dall’azienda Boccadamo.  Grazie alla forte sensibilità del Commendatore Tonino Boccadamo la maison di gioielli, nel Maggio2011 ha lanciato sul mercato la colorata linea TooBe e, attraverso l’iniziativa “Un Metro perla Vita”, ha avviato la raccolta di 200mila euro interamente destinati alla Onlus per finanziare le opere ad Haiti. Le graziose dimore, capostipiti delle duecento che verranno realizzate man mano grazie alle raccolte fondi, sono di circa cinquanta metri quadrati, hanno il bagno e la cucina, una piccola veranda, ricordano i colori del mare dei Caraibi e rappresentano un forte contrasto tra la povertà e il degrado delle baracche distanti soltanto pochi metri.

Le casette sorgono accanto all’ospedale St Mary, ottanta posti letto che consentirà di assistere trenta mila pazienti l’anno.  Sul tetto, ben visibile dall’alto, campeggia una scritta: Diferans, facciamo la differenza. E’ un monito, un’esortazione e allo stesso tempo un modus vivendi di Padre Rick, che per ridare dignità a queste persone si prodiga nel ricostruire una condizione umana di vita attraverso il loro stesso lavoro, perché è solo insegnando agli haitiani ad essere indipendenti dagli aiuti esterni, che è possibile  spezzare il circolo di povertà del paese.  “Dobbiamo dare l’esempio concreto – ha spiegato padre Rick con forza – per far capire loro che una vita migliore è possibile”.

Quando attraversa tutta la città per raggiungere Citè Soleil, Padre Rick passa sempre davanti alla statua de Le tre mani. A volte chiude gli occhi e, quasi senza accorgersene, si ritrova a solo con i suoi pensieri: “Se quelle tre mani prendessero vita e fossero protese a raccogliere doni dal mondo – immagina il sacerdote –  chiederebbero lavoro, acqua pulita e istruzione”. Perché è da queste prerogative che passa il riscatto di Haiti.

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 26 Febbraio 2012, su America Oggi.

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/polDocsDocClass.cfm?doctype_code=&doc_id=656

Versione pdf: Le tre mani di Haiti

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Ecco Ghena, progetto declinato al femminile

Una narrativa che propone di raccontare esperienze “altre”, perché “altro” è il punto di vista da cui partire, “altra” la cultura di appartenenza dello scrittore- scrittrice, “altra” la credenza religiosa, “altra” l’etnia e così via: è questo l’ambizioso progetto che si cela dietro Ghena, marchio di proprietà dell’editore EPC.  Si tratta di una nuova collana editoriale   dedicata ad argomenti di interesse culturale e letterario che, partendo da un’ottica di genere, guarderà alla complessità sociale e culturale del mondo attuale, mettendone  in luce, con una lingua chiara ed immediata, le implicazioni nella vita delle donne e degli uomini di oggi.

“Ghena avrà due anime, una saggistica e una narrativa – spiega Maria Francesca Gagliardi, Direttrice editoriale di Ghena – che percorreranno nei testi con ironia e semplicità temi di interesse collettivo. L’impronta culturale è data dalla professionalità degli autori: sociologi, psicologi, studiosi … che partendo dalla loro esperienza indagheranno la realtà che ci circonda”.  L’intenzione è quella di creare  una piattaforma sugli studi di genere applicabile a qualunque branca delle scienze umane, sociali, psicologiche e letterarie, che diventi un punto di riferimento nel settore. Autori e autrici italiani e stranieri si alternano per dare voce ad una pluralità di punti di vista.

Tra i primi titoli a dare il là a questo innovativo progetto figura “Bambole viventi” di Natasha Walter, uscito il 20 febbraio. Il volume di  Natasha Walter, giornalista inglese nonché una delle principali voci del femminismo britannico degli ultimi dieci anni, è la versione italiana del suo famoso “Living dolls. The Return of Sexism”. L’autrice anglosassone riflette sulle torme di ragazze che si prendono a spinte per avere l’onore di apparire, seminude, sulle copertine delle riviste per soli uomini, così come sulla comune tolleranza per immagini sempre più hard; si tratti di figure di principesse superdotate o di bellezza esplicitata in corpi provocanti e disponibili, le donne forse sono sempre e comunque bambole per il desiderio dell’altro.

Un’altra autorevole voce straniera di Ghena è quella di Peggy Orenstein – giornalista e scrittrice americana – che in “Cenerentola ha divorato mia figlia” racconta attraverso il percorso di crescita di Daisy, sua figlia appunto, la “fase delle principesse” difficile da gestire per i genitori che si trovano a dover lottare con stereotipi e tecniche di marketing che condizionano inevitabilmente il loro sistema educativo amplificando le  differenze tra bambini e bambine.

La prima penna italiana sarà quella di Marina Piazza con “L’età in più”. La nota sociologa italiana, ex Presidente della Commissione nazionale per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio,  ritorna alla scrittura dopo dieci anni dal  successo di “Le ragazze di cinquant’anni”,  appoggiando il progetto Ghena, con quella che sarà una biografia generazionale e insieme il diario di una studiosa.  In questa “narrazione in fogli sparsi”, racconta i movimenti del pensiero, della memoria e della vita partendo dai suoi “anni in più”, dal suo vissuto lavorativo e di ricerca e dalla sua esperienza di mamma e di nonna.

Tanta attesa inoltre per il primo romanzo ospitato in Ghena: il Best seller egiziano Professor Hannaa di Reem Bassiouney che ripropone il tormento, lo scontro e l’angoscia di una donna egiziana, cresciuta secondo i valori di libertà ed emancipazione, combattuta tra la sua indole di indipendenza e l’educazione musulmana dell’uomo che ama.

Il marchio Ghena fa suo il termine GHENOS (= genere, nascita, origine), ma declina la parola, originariamente neutra, al femminile, per rendere ancora  più visibile e immediatamente percepibile il ruolo determinante che le culture e i saperi delle donne hanno  avuto nell’odierno dibattito sulle differenze sessuali e sul “gender”.

 

Romina Vinci

Pubblicato il 26 Febbraio 2012, su America Oggi .

Disponibile in versione pdf: Ecco Ghena, progetto declinato al femminile

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Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (3/3) / La corsa infinita sul Mac Arthur Causeway

26 Settembre 2011, Miami

Miami oggi mi ha accolto piangendo, e questo non mi è piaciuto affatto. Dopo un’abbondante colazione a base di corn flakes, american coffee e orange juice a volontà, di buon mattino sono uscita, ho raggiunto la fermata dell’autobus più vicina ed ho preso l’S (questa volta GoogleMaps ci ha indovinato): direzione South Beach.  Ho trascorso la mattinata alla scoperta degli angoli più nascosti dell’Art Deco District, il quartiere residenziale che dà direttamente sull’oceano. I palazzi/grattacieli che lo pullulano sembrano scolpiti come opere d’arte, tanto son belli, particolari, curati nei minimi dettagli. E poi son colorati, quanti colori ho visto! Viola, giallo, azzurro, arancione… le tonalità mi hanno ricordato le casette dell’isolotto di Murano a Venezia, solo che queste sono venti volte più alte. Anzi, se non fosse per l’età “anagrafica” difficile da nascondere, potrei definire Murano la miniatura di South Beach.

Finalmente ho visto l’oceano, e le spiagge di Miami. A dire il vero mi aspettavo onde vertiginose e surfisti a volontà, ed invece il mare, ops l’oceano, era calmo come una tavola. Le spiagge abbastanza deserte, lunghe ma deserte, qualcuno camminava sul bagnasciuga,  qualche bagnino manteneva la sua posizione nella torretta (ricordate il telefilm Baywatch? Uguale!) alcuni si divertivano a fare su e giù con le macchinette elettriche, quelle che si usano nei campi da golf.  A costeggiare l’oceano poi c’è questa lunghissima passeggiata incorniciata da tante e tante palme, dove cittadini e turisti si divertono a fare jogging, ad andare in bici, a portare a spasso il cane.  I lidi in sé sono davvero lunghissimi, e nonostante la pioggia non ho resistito: dovevo pur tastare l’acqua! Così ho tolto le scarpe ed ho raggiunto la riva. L’acqua era calda e cristallina, la voglia di fare il bagno era totale, e indossavo anche il costume, ma come la mettevo con le borse?  Il passaporto l’avevo lasciato in albergo, ma a seguito avevo blackberry, reflex e un po’ di dollari, e va bene che la spiaggia era tutto fuorché affollata, ma si trattava lo stesso di un bell’azzardo. Per una volta la ragione ha avuto il sopravvento sull’istinto, e mi ha desistito a rischiare.  Il mio bagno nella East Coast degli States è stato rinviato dunque, a data da destinarsi…!

Nel proseguo della passeggiata mi son imbattuta, in modo del tutto fortuito, in due set cinematografici. Per il primo (la trama aveva a che fare con la musica) avevano bloccato un isolato intero. Ho deciso che dovevo appropriarmi di quei ciack. Così ho montato il teleobiettivo e mi son avvicinata a mo’ di paparazzo, facendo anche dei bei primi piani allo pseudo-protagonista. Peccato però che non abbia la minima idea di chi fosse (non era né Di Caprio, né Brad Pitt e neanche Clooney, fin qui ci arrivo) ma del resto l’ho sempre detto che non valgo nulla come paparazza. Per non saper né leggere né scrivere però “posto” qui la foto, chissà se qualcuno riuscirà a dare un nome famoso a questo volto.

Who is this guy?

Ho mangiato una caribbean salad all’incrocio con la Washington Street, bevendo esclusivamente tap water.   Poi ho deciso di riavviarmi in albergo: stava infatti per scattare l’ora x per la profilassi antimalarica, dovevo prendere la pasticca che, furbamente, avevo lasciato sul comò della stanza.  Così mi son incamminata per alcuni isolati, direzione ovest, ho imboccato a destra la prima grande arteria perpendicolare che ho incrociato, ho attraversato la strada raggiungendo una fermata dei bus che avevo visto in lontananza. Mi son assicurata che fosse la direzione esatta, ho aspettato neanche dieci minuti ed ecco arrivare il C, mi avrebbe riportato in downtown.  Salgo e convalido il biglietto ponendo così il sigillo ad una corsa che difficilmente riuscirò a dimenticare.

C’è abbastanza movimento sull’autobus, ma io riesco lo stesso a sedermi, trovando posto nella parte anteriore del mezzo, poco distante dal conducente.  Subito mi accorgo che, i sedili davanti a me, sono occupati da una coppia di italiani, che parlano animosamente. Anche alle mie spalle sono seduti due connazionali, ragazzo e ragazza con la cartina aperta sulle ginocchia, tentando di orientarsi.   Al mio fianco invece c’è un ragazzo di colore, calza un cappello alla pescatora verde acceso cinto da una banda nera. Sembra molto insofferente.  Ascolta musica a tutto volume, e gli auricolari non impediscono al  suo rock di propagandarsi fino alle mie orecchie. Di tanto in tanto prende un block notes e annota qualche parola rispettando un’improbabile  linea obliqua.  Poi rimette la penna in tasca, ed inizia ad afferrarsi le mani l’un l’altra. E’ agitato, e con la gamba mi trasmette il suo tremore.  Con la coda dell’occhio non mi stanco di osservarlo, e mi ritrovo a fantasticare sul perché di tanto fremito, chissà, forse è in ansia per un appuntamento importante, la ragazza dei suoi sogni finalmente ha accettato di incontrarlo. O magari sente che la sua lei si sta allontanando, e lui pensa a come poter ricucire il rapporto. D’improvviso un gran frastuono mi allontana dai miei pensieri, riportandomi con i piedi sulla terra. Sento delle urla provenire da dietro, mi giro un paio di volte, c’è tanta gente in piedi,  qualcuno sta litigando.  Si gira anche il mio compagno di sedile, dà una rapida occhiata e poi torna al suo turbamento. Tutto d’un tratto però la situazione degenera. E’ evidente che sia successo qualcosa di grave, perché le urla sono diventate delle grida, la gente si inizia a muovere e ad accalcare.  C’è in atto una rissa molto accesa, si è arrivati alle mani. Ci sono dei neri che litigano con dei bianchi, all’altezza dell’uscita posteriore del mezzo.  Una signora di colore si fa largo a suon di spintoni e si precipita in avanti verso di noi, per non rimanere coinvolta. 

Viene avanti anche un ragazzo bianco,  alza in mano una bottiglia per farsi spazio, e urla a squarciagola.  Vedendolo avvicinarsi ho avuto paura, avrebbe potuto fare di tutto con quell’arnese.  Ecco spuntare poi un nero grosso grosso, era lui il fautore dell’aggressione.  Alcuni strattonandolo provavano a spingerlo davanti, ma lui cercava di indietreggiare.  Mi giro e vedo un secondo bianco, identico al primo, ma con il volto insanguinato.  Si stava aprendo un varco tra la folla per raggiungere l’amico e  far vedere all’autista in che condizioni era  ridotto, la gente però cercava di sbarrargli il piccolo corridoio che si era venuto a creare, per evitare che si scontrasse con l’energumeno.  Continuava ad urlare “Stop  stop”, ma il bus non dava cenni di rallentare.

Il punto è che stavamo percorrendo il MacArthur Causeway,  il famoso ponte che congiunge downtown e Miami Beach.  Il tassista che ieri mi ha portato dall’aeroporto all’hotel  sta ancora ridendo alla mia domanda di poterlo percorrere a piedi. E’ lungo svariati chilometri, e mi sembrava di contare metro per metro, in un tragitto che pareva  infinito.

Intanto, in quel rapido susseguirsi di eventi, per istinto mi ero avvicinata ancor più al ragazzo al mio fianco, quasi a cercare protezione.  Lui si girava dietro ed urlava a quelli, immagino incitasse alla calma, ma non posso esserne sicura. Allo stesso tempo però io non perdevo di vista le due coppie italiane, e ne scrutavo attentamente i movimenti. Quando ho visto che i due dietro di me stavano per alzarsi dai sedili li ho subito anticipati, mettendomi dinanzi a loro.

Ad esser sincera ero infastidita, all’inizio, quando ho visto altre presenze italiane sull’autobus.  Non sono di quelle persone che, quando sono all’estero, scalpitano dalla voglia di incontrare connazionali, anzi. Di solito cerco di prenderne le distanze tanto da celare la mia nazionalità.  Anche sulla South Bayshore Drive del resto, questa mattina, non mi sono smentita, e ho risposto in spagnolo a due ragazzi che mi hanno chiesto indicazioni in un italiano svogliato impreziosito in ogni parola da una “s” finale.  Ed anche sull’autobus  appena salita mi dava fastidio sentir parlare la mia stessa lingua, e volevo mantenere riserbo sulla mia nazionalità.  Quando la situazione è degenerata invece…che gran conforto il pensiero che non ero sola su quel maledetto mezzo!

Sono stata io a rivolgergli la parola per prima, ponendo fine ad un gioco di sguardi che creava molta complicità.  Iniziamo a conversare cercando di mantenere un’apparente tranquillità, anche se la tensione è palpabile.  Proviamo a ricostruire le dinamiche dell’accaduto.  Secondo la ragazza sarebbe volato un pugno, per il ragazzo si trattava di una testata, per me del colpo di una bottiglia.  Il percorso  era interminabile, ma stando insieme sembrava meno traumatico.  

Quando l’autobus  finalmente si  è fermato non sapevamo se era il caso di scendere o meno. Sono stati gli eventi a scegliere per noi. All’apertura delle porte infatti il gruppo di neri è corso via, imboccando una strada sulla destra. Il ferito e l’altro bianco li hanno rincorsi, ma dopo poco son tornati indietro. Nel frattempo l’autista (una donna), aveva invitato tutti i passeggeri a scendere. Ci siamo quindi riuniti tutti lì fuori, dinanzi allo skyline di downtown e lasciandoci alle spalle il  MacArthur Causeway. Il cielo intanto era tornato greve ed offuscato, e grandi batuffoli di ovatta sbiadita davano alla situazione una pesantezza ancor maggiore. Il ragazzo bianco aveva ancora la bottiglia in mano, parlava al telefono e ha passato il cellulare all’autista, forse stava chiamando la polizia. L’altro intanto continuava a sanguinare.

Erano due gemelli. Quello sano si è tolta la t-shirt  nera e l’ha data all’altro per tamponare tutto quel sangue che non cessava di uscire  e che gli aveva ormai sfigurato il volto.

Ho pensato più volte, successivamente, a come la paura, il timore e la vista del sangue a volte ti paralizzino completamente. Io avevo dei fazzoletti di carta,  ed anche un disinfettante nella borsa, perché non mi sono fatta avanti aiutando quel ragazzo? Era ferito, scosso e in difficoltà, cosa avrebbe potuto farmi di male? Nulla, assolutamente nulla.

Nel mentre lui continuava a sanguinare noi, a pochi metri, avevamo  creato un bel gruppetto. Si era avvicinata infatti anche l’altra coppia di italiani, e tutti insieme ci interrogavamo sul da farsi. Eravamo un quintetto abbastanza assortito. La prima coppia, quella con cui ero stata io a rompere gli indugi, erano degli sposini, lui bellissimo, lei bellissima, accento simile al mio, erano stati in viaggio di nozze in Messico, ed ora si godevano tre giorni a Miami, prima di rientrare in patria. Gli altri due invece, lui ciccione, lei cicciottella, venivano da Milano e non hanno voluto esplicitare il perché si trovassero lì, forse si trattava semplicemente  di una vacanza. Erano comunque due belle coppie, ben assortite. 

In quei minuti ho capito due cose, in primis che casa è sempre casa, e puoi avere lo spirito avventuriero che vuoi, puoi rigettare le tue origini quanto ti pare, puoi sentirti cittadina del mondo a pieno regime, però nei momenti difficili quanto è bello avere dei compatrioti accanto.  La seconda è che avrei tanto voluto non essere sola in quella circostanza. Forse  - in due –  avrei avuto meno paura, e non mi sarei avvicinata ad uno sconosciuto che mi sedeva accanto nell’autobus dapprima,  e non avrei cercato la vicinanza di due giovani sposini dopo.
Anche perché situazioni di emergenza sono sempre in agguato, dovunque. Mai come questa volta, del resto, posso dire di non essermela andata a cercare. E’ successo in pieno giorno all’interno di un bus che compie uno dei tragitti più turistici di Miami.

Questo affatto piacevole siparietto, in ogni caso, ci ha fatto perdere più di una mezzoretta. La driver continuava a parlare al telefono, il ragazzo ferito si era accovacciato a terra e si tamponava il volto con la maglietta del fratello, la gang di energumeni aveva fatto perdere le sue tracce. Fino a quando è arrivato un nuovo autobus e siamo saliti in massa. Noi cinque siamo rimasti tutti vicino, i due sposini hanno riaperto la cartina, e li ho aiutati ad orientarsi. Poi, uno alla volta, prima la coppia bella, poi quella cicciottella e poi io siamo scesi, a distanza di un blocco gli uni dagli altri. Loro continueranno a coronare il loro viaggio di nozze, esibendo con orgoglio quella fede al dito e riversandosi nel loro amore, in una vacanza che mai dimenticheranno nella loro vita. Magari chissà, qualche volta ripenseranno anche a quella ragazza, sola e solitaria, che se ne andava in giro disinvolta per Miami con una reflex al collo, e diceva di fare la giornalista.

Io, da parte mia, chiudo una parentesi, che è stata breve ma intensa, ed ora salgo sull’aereo per giungere finalmente alla vera destinazione del mio viaggio: Haiti.    

Romina

PUNTATE PRECEDENTI:

Per leggere la prima puntata: Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (1/3) / In volo sull’oceano

Per leggere la seconda puntata:   Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (2/3) / Metti trentasei ore a Miami 

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Eccellenza cinese “MADE IN ITALY”

IL PRONTO MODA

Conosciuto anche come “Fast fashion”, è un settore manifatturiero in cui il tempo che passa tra l’ideazione di un modello e la comparsa del capo in vetrina o su una bancarella è fulmineo. Produrre vestiti a basso prezzo è un’invenzione tutta cinese: esiste solo perché sono disposti a lavorare  tanto in fretta mantenendo i costi ridotti. Seicento pantaloni lunghi e quattrocento gonne da cucire in due giorni: un esempio dei ritmi serrati del pronto moda. La cittadina di Prato è la fabbrica più portentosa di moda “Made in Italy” fatta dai cinesi; qui gli operai con gli occhi a mandorla, che all’inizio lavoravano per gli italiani sono diventati, nell’ultimo decennio, imprenditori essi stessi.

LE RISAIE

Era il 1949 quando il regista Giuseppe De Santis dava vita a “Riso Amaro”, capolavoro cinematografico neorealista sulle mondine che lavoravano nelle risaie della pianura padana. Nel 2012 il riso è giallo, perché nelle risaie italiane lavorano contadini cinesi. Si tratta di un lavoro certosino, capillare e pesante: ore e ore sotto il sole di luglio e agosto, immersi nel fango a curare la varietà di riso selezionata, con la schiena china e lo sguardo concentrato sull’erbaccia da strappare. Tra Biandrate e Novara, Casale e Vercelli si produce il 40% del riso europeo. I giovani locali rifiutano questo tipo di lavoro, perché troppo duro.  D’altronde, chi meglio di un cinese, potrebbe curare una risaia?

LA PIETRA LUSERNA

L’oro grigio di Bagnolo, in Piemonte, è la pietra di Luserna: solida, elegante, con i suoi riflessi azzurrognoli, ricopre persino la Mole Antonelliana. Trent’anni fa nessuno voleva più dedicarsi alla sua lavorazione, ci sono voluti gli scalpellini cinesi per riportarla in auge. E’ bastato dar loro uno scalpello che questi lavoratori instancabili trovavano la vena giusta nel granito e si mettevano a martellare a ritmo ossessivamente regolare. Il loro arrivo in Piemonte si mischia tra storia e leggenda, quel che è certo è che grazie alle loro braccia il distretto della pietra, pilastro dell’economia locale, è decollato. In dieci anni infatti gli incassi derivanti dalla pietra Luserna sono triplicati.

Ilaria Romano e Romina Vinci (testo)

Pubblicato nel mese di Febbraio 2012 su 50&Più.

Disponibile su:Cinesi d’Italia – Febbraio 2012

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Cinesi d’Italia

Molti hanno già ottenuto la cittadinanza e, fra loro, almeno 50mila sono ragazzi con meno di 18 anni. Viaggio in una delle comunità più numerose e meno conosciute delle nostre città.

Vivono a Milano, Roma, Torino, ma anche nelle città e nei comuni della provincia. Lavorano quasi sempre in proprio, con l’aiuto delle famiglie, soprattutto nei settori della ristorazione e dell’abbigliamento. Da anni ormai anche gli italiani hanno imparato ad apprezzarne la cucina, e spesso acquistano i loro prodotti, sempre più competitivi sul mercato globale. Eppure la comunità cinese suscita ancora diffidenza e sospetto, nonostante, o forse proprio per questo, sia in grado di far girare l’economia grazie ad una rete familiare di mutuo sostegno. Se ne parla poco, se non quando la cronaca, spesso tragica come nel caso della rapina di Roma costata la vita ad un uomo e alla sua bambina, lo impone. I cinesi che vivono in Italia sono quasi 210mila, secondo i dati Istat del 2010, e nove su dieci arrivano dalla provincia meridionale dello Zhejiang. A questi si aggiungono coloro che hanno già ottenuto la cittadinanza. Secondo la Fondazione Ismu, Iniziative e Studi sulla Multietnicità, almeno 50mila fra loro sono bambini e ragazzi con meno di diciotto anni, spesso nati in Italia come Federico, 8 anni, figlio di Jang Zonghua, una giovane insegnante che a Roma si occupa di intercultura. “Anche mio figlio parla romano, gioca a calcio, ama la pizza e vuole diventare medico. Con lui cerco sempre di parlare la nostra lingua d’origine perché è importante che non dimentichi da dove viene”.

L’idea di Jang è che l’integrazione passi attraverso la cultura e la conoscenza reciproca. Per questo nel 2006 ha creato un’associazione che si occupa di insegnare lingua e cultura cinese alle seconde generazioni, da due ai diciotto anni. “Fino ad oggi abbiamo avuto oltre 300 studenti – racconta – e c’è un’ottima collaborazione con gli insegnanti della scuola che ci ospita ogni sabato e nel tardo pomeriggio, quando terminano le altre lezioni”. Anche per il Capodanno appena trascorso hanno organizzato un’iniziativa insieme. “Certo non è un percorso sempre facile – dice Jang – e non tutti sono disposti a superare i pregiudizi. Ci sono genitori di bimbi italiani che pensano che l’insegnamento del cinese possa compromettere l’integrazione, ma non è affatto così”.

Le iniziative culturali promosse dalla comunità cinese non sono ancora molto diffuse, anche se il capodanno è diventato un’occasione per farsi conoscere, soprattutto nelle grandi città, attraverso l’organizzazione di eventi e spettacoli. D’altra parte interi quartieri hanno ormai un’altissima percentuale di residenti del Sol Levante: l’Esquilino a Roma, via Paolo Sarpi a Milano, via Pistoiese a Prato, il Borgo Teresiano a Trieste. Il territorio lombardo è stato il primo ad essere raggiunto da cittadini cinesi negli anni Venti e Trenta, quando c’era bisogno di manodopera nelle sartorie e nei laboratori di pellame, ma l’immigrazione è diventata un fenomeno consistente solo negli anni Ottanta, quando molti piccoli imprenditori sono riusciti ad investire in Italia grazie alle favorevoli politiche del governo cinese, che sostiene l’emigrazione, e al forte senso di comunità e di appartenenza che genera un sistema di mutuo soccorso, e permette di scambiarsi prestiti in denaro e darsi una mano in caso di bisogno.

Per questo la comunità cinese vista dall’esterno appare sempre molto chiusa. “Ci sono voluti dieci anni perché arrivassero anche clienti italiani – racconta Jin, una donna di quarant’anno che gestisce un banco di frutta e verdura a Roma, in Piazza Vittorio – all’inizio c’era molta diffidenza, ma ora la situazione è cambiata”. A darle una mano c’è un dipendente di origine bengalese, mentre il suo fornitore di fiducia è un italiano che lavora nell’import-export. “I miei due figli – dice Jin – hanno 20 e 22 anni e frequentano l’università. Si trovano bene in Italia, anche se non sono nati qui”. La vera sfida dell’integrazione è proprio per i giovani. Nel 2005 un gruppo di ragazzi italo-cinesi ha creato un’associazione che si chiama Associna, e che oggi è il principale riferimento delle seconde generazioni, con sedi in tutta Italia. Sono loro che attraverso il sito ufficiale (www.associna.com), spiegano di essere stanchi di giudizi e classificazioni, e di voler sfatare i luoghi comuni sui cinesi.

La loro attività parte dai luoghi della vita quotidiana come le scuole, i quartieri, le associazioni imprenditoriali: uno dei più recenti progetti che hanno attivato è “Cinesi in Italia, percorsi di inclusione”, per aiutare i lavoratori immigrati da poco ad orientarsi con le leggi italiane, anche attraverso i suggerimenti e gli spunti arrivati da chi si trova in Italia da tempo.

Le cose però sembrano destinate a cambiare, complice la crisi economica dell’Europa e la crescita imponente della Cina. “Molti cittadini cinesi fanno un biglietto di sola andata per Pechino o Shangai – racconta il direttore di Europa 2000, uno dei tour operator specializzati nei collegamenti fra i due paesi – e questo vuol dire che non tornano a casa per una semplice vacanza”. Roma è ancora uno dei maggiori centri europei del commercio all’ingrosso, ma il giro d’affari non è più quello di vent’anni fa. “I viaggi sono il sintomo del cambiamento – continua il direttore del tour operator, che gestisce con una collega e con dipendenti cinesi al call center – gli italiani che si rivolgono a noi sono diminuiti, e i cinesi che partono spesso lo fanno perché dopo una vita in Italia è un momento favorevole per rientrare in patria e reinvestire lì il proprio capitale”.

Ilaria Romano e Romina Vinci (testo)

F. Amicucci (servizio fotografico)

Pubblicato nel mese di Febbraio 2012 su 50&Più.

Disponibile su: Cinesi d’Italia – Febbraio 2012

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Una partita per la vita

“Quella oncologica è una partita per la vita, una delle poche partite che non ammette pareggio: o si vince o si perde”, lo sentenziava Matteo Mastromauro, 42 anni, giornalista del Tg5. Matteo pensava di avercela fatta, dopo due anni, a sconfiggere il suo male.

La scoperta nella primavera del 2008, mentre in prima linea seguiva la campagna elettorale di Silvio Berlusconi. Una serie di controlli e poi il verdetto: cancro ai polmoni. 15-07-2008: lui non amava le cifre, eppure quei numeri li aveva ben scolpiti dentro, perché decretavano l’inizio di un incubo.  Dapprima sentirsi un condannato a morte, paralizzato dinanzi ad un plotone di esecuzione pronto a far fuoco. E poi la forza di volontà che prende il sopravvento, e quel dono chiamato vita troppo importante per esser rispedito al mittente.

Matteo calza gli scarpini e fa il suo ingresso sul rettangolo verde.  Il campo da gioco è l’Istituto per Tumori milanese, da lui affettuosamente ribattezzato “Grand Hotel Venezian”.  Arriva il triplice fischio dell’arbitro a decretare l’inizio della gara. Si riversa nella metà campo avversaria, lui gioca d’attacco, il suo modulo è spregiudicato: radioterapia alla testa per quindici giorni consecutivi, e contemporaneamente cicli di chemioterapia ogni ventuno giorno.  ”Una terapia con una forza d’urto tale da stendere un cavallo” gli verrà detto, ma Matteo non se ne preoccupa: è l’unico modo per salvarsi la vita.

“Goccia dopo goccia senti il veleno che entra nel tuo corpo – racconterà in un video che ripercorre le tappe del suo calvario –  sarà proprio quel veleno a decretare il successo o meno della terapia”.

Pensava di aver avuto la meglio, e invece era solo una tregua.  Stamani è arrivato  il triplice fischio finale. Matteo non ce l’ha fatta, la partita oncologica  non ammette pareggio.

Ciao Matteo.

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Ciociaria sotto la neve, dove non arrivano i soccorsi arriva facebook

Nella Ciociaria coperta dalla neve, i siti istituzionali restano in silenzio, quando non mostrano nella home i risultati delle elezioni del 2006. Per capire cosa stia accadendo ci sono per fortuna testate online locali e i social network. Dove si inviano richieste di soccorso, per uomini e animali. Si stringono legami per cooperare e darsi suggerimenti utili. E, per le scuole, diventano un modo di fare lezione, con un insegnante che ha dato i compiti agli alunni via Facebook. Mentre gli anziani ciociari ammoniscono, durerà a lungo.

FROSINONE – «Comunicato per il cielo: Si prega di non buttare giù altro che non sia acqua o al limite manna…grazie», lo chiede Massimo, da Anagni, con cortesia e gentilezza, sperando che qualcuno – dall’alto – accolga il suo appello. A cinque giorni dalla nevicata che ha messo in ginocchio il Basso Lazio, e non solo, la gente è stremata e c’è chi, disincantato, rivolge le sue preghiere con il naso all’insù.

«Ho nove cani che rischiano di morire sotto la neve, è crollato tutto, qualcuno può aiutarmi con un trattore o con un altro mezzo? Devo portarli via». È il disperato appello lanciato sabato pomeriggio da Isabella, che vive nelle campagne di Ferentino, uno tra i comuni più colpiti. Tre giorni dopo è ridotta allo stremo delle forze, nessuno ha risposto al suo richiamo e lei, da sola, è riuscita a portare in salvo solo cinque delle sue bestiole. Lo ha fatto a piedi, con la neve che superava il metro d’altezza. Non si tratta di un caso isolato purtroppo: ci sono tantissimi allevatori che fanno la conta della perdita del bestiame e denunciano perdite superiori anche ai centomila euro.

Emergenza animali in Ciociaria ma – soprattutto – emergenza persone. Non è bastato far confluire i mezzi di soccorso delle province di Roma e Latina, e neanche l’impiego del personale dell’esercito, perché, a quasi una settimana dall’inizio della nevicata, la macchina dei soccorsi non riesce a fronteggiare le criticità di tutto il territorio.

Torna a connettersi con il mondo Andrea da Boville Ernica, che annuncia trionfante sul suo profilo Facebook, alle ore 17.15: «La Protezione Civile della regione Lombardia ha inviato un mega-gruppo elettrogeno nella mia zona, per far fronte alla mancanza dell’elettricità. Chapeau Formigoni». Ma non a tutti è consentito tirare un sospiro di sollievo. Fino a questo pomeriggio erano ancora 15 mila le utenze nel Frusinate sprovviste di energia elettrica.

A Castelmassimo, frazione del vasto comune di Veroli, centinaia di famiglie si apprestano a fronteggiare il sesto giorno senza acqua e corrente: «È da venerdì che chiediamo interventi, anche di privati – denuncia Lorenzo, 28 anni, che sfida chiunque a lavarsi i denti con l’acqua sciolta dalla neve – ma nessun aiuto». E c’è chi l’aiuto l’ha ottenuto pagando profumatamente, ma il risultato è stato solo temporaneo: «Sabato abbiamo pagato quattrocento euro per far pulire trenta metri di strada, ma ora è tutto completamente ghiacciato», dice Giulia, che vive all’ingresso storico di Ferentino. È andata meglio – si fa per dire – ad un gruppo di venticinque famiglie che, con cinque euro a testa, son riuscite a far pulire cento metri di strada grazie ad un trattore.

Se c’è un merito però che va riconosciuto alla neve è quello di manifestare in maniera plateale le potenzialità del web, soprattutto dei social network. È così che una tra le principali emittenti locali scopre che, al fianco del bianco candore, è possibile cinguettare. «Ieri abbiamo creato il nostro profilo Twitter – annuncia durante una diretta video il direttore della testata – ed abbiamo già centinaia di follower. Scriveteci, così noi twitteremo le vostre segnalazioni».

Lodevole poi il servizio di alcune testate locali online, che offrono costantemente aggiornamenti sull’avanzamento dei soccorsi e sulle zone ancora a rischio. Da segnalare anche l’operato di piccole radio che realizzano lunghe dirette, dando voce a centinaia di cittadini, così come le pagine web di minuscoli centri (quello di Collepardo ad esempio, meno di mille abitanti, offre un notiziario telematico molto valido). Si svelano però anche gli scheletri nell’armadio: siti istituzionali completamente statici, quelli di alcuni comuni mostrano nella home i risultati delle Elezioni del 2006.

In tutto questo scenario, Facebook rimane l’unico motore funzionante al 100%. Erano da poco passate le 21 venerdì scorso quando Luca, un volontario della Protezione Civile in strada da più di ventiquattro ore con la macchina dei soccorsi, fotografa con il suo iPhone il crollo della copertura dello Stadio Casaleno di Frosinone. Subito pubblica sul suo profilo la foto del cedimento. In meno di mezz’ora l’immagine viene condivisa da più di cento persone. Si accendono i riflettori su un’emergenza che, fino a quel momento, per la maggior parte della popolazione aveva avuto tutti i connotati della fiaba.

Sono decine, e sempre più numerosi i gruppi creati sul popolare social network e che offrono un filo diretto per fronteggiare le criticità di ogni singolo comune. La rete fa innestare una vera e propria maratona di solidarietà. Le distanze si annullano e persone che a malapena si salutavano – pur vivendo nello stesso quartiere – eccole ora protese ad aiutarsi l’un l’altra, a colpi di click, ovviamente.

«A Ponte Grande è arrivato lo spazzaneve», scrive Aquila Reale, poco prima delle 17, sul gruppo Emergenza neve Ferentino. «Mandalo alla Cartiera, è da giovedì che sono isolati», replica immediatamente Emanuela. Si lanciano appelli per segnalare mancanza di latte per i neonati, si chiede a chi è più vicino di andar a verificare personalmente le condizioni di salute degli anziani, e c’è anche chi si offre di cucinare la polenta per tutti i volontari che, armati di pala, si prodigheranno per liberare le vie dei centri storici.

Ordinanze dei comuni intanto informano i ragazzi che le scuole resteranno chiuse, almeno per un altro paio di giorni. Tutta festa per gli studenti? Niente affatto, perché Facebook è ligio al dovere, e così una professoressa di una scuola media del capoluogo bacchetta gli scolari: «Visto che la vacanza si prolunga e gli esami si avvicinano – scrive l’insegnante taggando gli alunni di terza media – fate questi compiti. Storia: esercizi da pagina 166 tutti. Grammatica: pagina 570 n.1 e 2. Antologia lettura pagina 370 con tutti gli esercizi. Raggiungete per telefono tutti quelli che non hanno fb».

YouTube però non ci sta, e non vuole restare a guardare i successi del suo competitor. E così trova un modo per spopolare sul web, mettendo in rete un trailer, The Day after Frosinone, che vanta più di 7 mila visite. L’ultimo messaggio spetta però al magico mondo inventato da Zuckerberg. È di Roberto, 29 anni di Alatri il quale, appena rientrato a casa, mette in guardia tutti i suoi amici: «Un anziano ciociaro incrociato per strada ha detto chessa è chella ca dura tant. Tradotto: non dovrebbe migliorare a breve».

 

Romina Vinci

(testo)

Pubblicato il 7 Febbraio 2012, su Linkiesta.it

Disponibile su:  http://www.linkiesta.it/ciociaria-neve#ixzz1ljZnZRHr

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Caos neve nel Lazio, quattrocento euro per essere soccorsi

Privi di acqua, privi di gas, privi di luce e di corrente. Al buio, al freddo, al gelo, isolati dal mondo, così hanno vissuto 100mila persone per più di 76 ore a Frosinone e nei paesi limitrofi. Ma la normalità sembra lontana anni luce e la speculazione è sempre in agguato: ad un’anziana donna è stato offerto aiuto per uscire dall’isolamento in cambio di quattrocento euro. E la difficoltà degli approvvigionamenti ha spinto a fare tesoro anche del cibo. 

Foto Daniele Silvestri
 

FROSINONE – Non si placa l’ondata emergenziale in Ciociaria, investita giovedì notte da una tempesta di neve che ha messo ko il territorio e ridotto all’osso la resistenza delle persone. Privi di acqua, privi di gas, privi di luce e di corrente. Al buio, al freddo, al gelo, isolati dal mondo, così hanno vissuto 100mila persone per più di 76 ore a Frosinone e nei paesi limitrofi. Nei posti più confinati e difficili da raggiungere la neve ha toccato anche un metro di altezza. Il problema maggiore è rappresentato dalla caduta dei rami degli alberi che hanno invaso strade, danneggiato tralicci della corrente, colpito macchine ed abitazioni, rallentato – a volte bloccato – i soccorsi. Sono più di mille i funzionari dell’Enel a lavoro ventiquattro ore su ventiquattro, anche sui territori montani più impervi, effettuando tremila e cinquecento interventi sulle linee elettriche. Ma non basta. Perché stamani erano ancora ventimila le persone senza energia elettrica in Ciociaria.

La criticità della situazione ha portato, nella giornata di ieri a far convogliare sul Frusinate anche i mezzi di soccorso delle Province di Roma e Latina, al termine di un vertice in Prefettura. C’è stato anche il dispiegamento dell’Esercito per le arterie del capoluogo ciociaro, e degli Alpini per le zone più periferiche. Ma la normalità sembra lontana anni luce, ed oggi il pericolo più grande è rappresentato dal ghiaccio. Le istituzioni hanno lanciato appelli agli agricoltori e lavoratori della zona affinché si mettano gratuitamente a disposizione con trattori, escavatori e pale meccaniche al fine di ripristinare al più presto tutti i collegamenti viari. La speculazione è sempre in agguato: ad un’anziana donna è stato offerto aiuto per uscire dall’isolamento in cambio di quattrocento euro.
La difficoltà degli approvvigionamenti ha spinto a fare tesoro anche delle derrate alimentari. Nei piccoli negozi di alimentari i beni di prima necessità vengono venduti con parsimonia: per ogni famiglia un litro di latte e una pagnotta di pane. E se ci sono paesi che hanno dato vita ad una distribuzione gratuita di pane, pasta e acqua non mancano, allo stesso tempo, segnalazioni di consumatori che lamentano prezzi maggiorati.

Alatri, Anagni, Veroli, Collepardo, Vico nel Lazio, Fumone, Boville, Strangolagalli, Ceccano, Torre Cajetani, Fiuggi, Ripi, Guarcino, Ferentino, Supino, Roccasecca, Arnara, Monte San Giovanni Campano: è lunga la lista dei paesi che si sono trovati, improvvisamente, catapultati indietro di cento anni. E testimonianze drammatiche arrivano da ogni dove: ad Aricinazzo Romano, al confine con la provincia di Frosinone, tre famiglie rimaste isolate sono state raggiunte dal comandante della stazione carabinieri di un vicino paese e da alcuni volontari a bordo di un trattore. Durante il tragitto è stato trovato un uomo, quasi assiderato, che era uscito a piedi per procurare il cibo per gli altri.

A bordo di un quad invece il sindaco di Sora, Ernesto Tersigni, è riuscito a raggiungere le zone più impervie del suo comune, e ad accompagnare un anziano in ipotermia in ospedale. Niente da fare invece per un camionista, trovato morto, ad Avezzano, nella sua cabina di guida. Inizia la lotta contro il tempo, molti malati ed anziani sono stati raggiunti dai soccorsi per mezzo di elicotteri. Un commerciante di Atina è ora in fin di vita: ha accusato un malore dopo aver spalato la neve per ripulire l’accesso al suo locale.

Negli ospedali sono finite le scorte di alcuni gruppi di sangue. In mattinata un padre e i suoi due figli piccoli hanno fatto appena in tempo ad uscire di casa che si son visti crollare il tetto della propria abitazione, in una frazione di Frosinone. Tra venerdì e sabato intanto il peso della neve ha fatto crollare la copertura dello stadio Casaleno, dove si allena la squadra cittadina, il chiostro del Conservatorio Licinio Refice e vari capannoni. A Ceccano ha ceduto la struttura del palazzetto dello sport, era stato ristrutturato meno di due mesi fa.

Con l’assenza di corrente e la difficoltà negli spostamenti, il mezzo di comunicazione più utilizzato rimane internet. Sono tantissime le richieste d’aiuto lanciate attraverso i social network, approfittando degli smartphone e di una labile copertura delle compagnie telefoniche. Gli appelli sono disperati, raccoglierne le testimonianze significa compiere un passo indietro nel tempo.

Non mancano scene da presepio: come quella di una famiglia con padre madre e due figli, in una frazione di Ferentino, seduta intorno ad un fuoco allestito in una capanna utilizzata di solito come riserva per la legna, ma diventata oggi l’unico modo per scaldarsi. Nelle campagne di Alatri invece, ci si sostenta grazie ad un braciere, come nell’Ottocento. «Siamo senza acqua e senza corrente da venerdì – scrive una donna di Veroli su Facebook – sciogliamo neve per i servizi igienici, la utilizziamo anche per cucinare. È uno scenario di guerra«. «Un vero dramma umano, una situazione da terzo mondo, ma dove sono gli aiuti?» si chiede Andrea da Boville Ernica . La rete raccoglie ed amplifica la voce di queste persone isolate da giorni.

C’è chi piange, chi si dispera, chi si rimbocca le maniche e armato soltanto di disperazione inizia a spalare tentando di creare una via di fuga. Ma la forza delle braccia non basta, e una pala e tanta buona volontà nulla possono davanti all’imponenza della neve. L’Ufficio Meteo del Comune di Frosinone intanto ha diramato un’allerta di massimo grado per le giornate di venerdì e sabato prossimi, si prevedono nuove nevicate su tutta la Ciociaria e anche in città.

 

Romina Vinci  (testo)

Daniele Silvestri (foto)

Pubblicato il 6 Febbraio 2012, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/neve-lazio#ixzz1ldg8RKYe

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