Archivi del giorno: 4 febbraio 2012

Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (1/3) / In volo sull’oceano

25 Settembre 2011, in volo

Parte ufficialmente il racconto live del mio viaggio, e non poteva che iniziare…in volo! Per la precisione mi trovo sull’Iberia partito da Madrid e diretto a Miami. Orario? Non ne ho idea: 14, 14.30, non so! Perché furbamente ho dimenticato a casa l’orologio, e non era un orologio normale, bensì dotato di doppio fuso orario, l’unico oggetto Alviero Martini che io abbia mai indossato. Ci aveva visto giusto chi me l’ha regalato, più di sei anni fa, mostrando di conoscermi a fondo, peccato però che io dimentichi di utilizzarlo nei momenti propizi. Sono furba? Ovvio che sì.

E’ bene precisare che il viaggio, fin qui, non è che sia stato proprio una passeggiata. Sveglia alle 4. Partenza 4.30. Prima delle 6 sono all’aeroporto di Fiumicino e ho già fatto il check-in.  Dopo aver salutato mamma e papà, non prima di aver fatto una ricca  colazione tutti insieme, mi sono immessa nella serpentina per passare i controlli.  Fin qui tutto ok.

Il primo volo, Roma-Madrid, è partito con una buona mezzora di ritardo, ed ho subito avuto il sentore di quel che sarebbe successo. Del resto lo sguardo della tipa al check-in mentre mi stampava le boarding pass è stato indicativo: la partenza da Fiumicino era prevista alle 8, l’arrivo a Madrid alle 10.35, alle 12 il volo per Miami. “Ho un’ora e mezza di tempo per la coincidenza, pensa che sia sufficiente?”, le chiedo tutta gasata. E lei con lo sguardo incerto: “Sappi che dovrai correre parecchio”. Detto fatto. Alle 11.15 infatti l’aereo era ancora fermo sulla pista di Barajas, e non dava segni di movimento. Alle 11.20 iniziava l’imbarco per il volo di Miami. Quando è finalmente arrivato a destinazione, ed ha spento i motori, ho tentato di sgattaiolare davanti prima degli altri, ma il mio intervento non è andato a buon fine. Sono rimasta bloccata nella folla dei passeggeri, nonostante tentassi in tutte le lingue di farmi spazio, il tempo scorreva, e di proposito non accendevo il cellulare e non chiedevo l’ora a nessuno: era meglio non sapere.  All’uscita dal tunnel metto piede all’aeroporto e c’era una hostess con un foglio bianco con su scritto, a stampatello: “Miami”.  Le dico che sono io ad avere la coincidenza con Miami, e lei inizia a gesticolare: “Tienes que ir muy muy rapido, falta muy poco tiempo”. Mi indica la strada, ma senza troppa fortuna.

Ricordavo voci generiche secondo le quali l’aeroporto di Madrid era un vero infermo, grosso e mal collegato. Io le definivo soltanto semplici fantasie, mi son resa conto invece che erano pura realtà.

Sono infatti sbarcata al terminal 4, il mio secondo volo era al 4S, c’era scritto che la distanza era di venti minuti. Troppi. A intuito imbocco la via giusta e mi ritrovo alla fermata di una metropolitana, l’unico modo per accedere da un terminal all’altro.  Senza trolley, ma soltanto con zainetto e borsa della macchina fotografica a seguito, appena  raggiunto il 4S inizio a correre. C’erano vari gate: L M N O P Q R S T U .  Il mio? Ovviamente U! L’ultimo gate era U74, l’aeroporto di Barajas finiva lì. Il mio aereo partiva da U72, giusto il penultimo.

Correvo correvo correvo, lasciandomi alle spalle le varie lettere dell’alfabeto. Il fiato in corpo, la gola secca (perché sul volo procedente non mi hanno passato neanche un goccio d’acqua, e poi si lamentano della Ryanair!). Di tanto in tanto leggevo il tabellone e c’era sempre la solita scritta che lampeggiava: MIAMI ULTIMA LLAMADA.

 Se c’è un Dio da qualche parte penso che in quel momento si trovava dietro di me e mi spingeva, oppure mi stava davanti e seguendo la sua scia mi facilitava gli spostamenti. Fatto sta che – non so come – riesco ad arrivare a destinazione alle 11.41. All’imbarco non c’era fila, solo due hostess con le mani conserte.  In fretta mostro il mio biglietto, loro mi dicono che non c’è tempo da perdere perché stiamo per partire. Continuo nella mia corsa percorrendo il corridoio a serpentone per entrare nel veivolo quando mi accorgo che, assieme alla bording pass, avevo lasciato all’hostess all’ingresso anche il tagliando del bagaglio. Mister Bean – in quel preciso istante – mi avrebbe fatto un baffo.  Corro di nuovo fuori, recupero il prezioso ticket, ripercorro il corridoio a ritroso ed ecco che, finalmente, faccio ufficialmente il mio ingresso sull’aereo. E’ molto lungo, e largo otto sedili (2-4-2, che non è un modulo di calciotto ma significa finestrino sx – corridoio centrale – finestrino dx)

Mi compiaccio nel notare di esser l’ultima persona a prendere posto. Il mio sedile era il numero 47 ma era occupato da una coppia di ragazzi che mi hanno guardato con gli occhi supplichevoli pur di non denunciare la loro posizione “irregolare”. Non l’avrei mai fatto, figuriamoci se avevo voglia di fare polemica, e poi  davanti a loro erano rimasti due posti liberi: perfetto, avrei viaggiato più larga in cambio di una buona azione!

L’idea che nelle prossime nove ore non avrei potuto scambiare una parola con nessuno non mi ha turbato più di tanto, lo stare zitta non ha mai infastidito. E poi c’è da dire che è stata una mossa iper azzeccata: mi sento di affermare infatti che l’Iberia fa concorrenza a Trenitalia quanto a comodità di sedili, e quindi, spalmata in orizzontale ed occupando entrambi, sono rimasta in posizione fetale per la maggior parte di tempo, ed ho fatto più di una dormita. C’è però una nota positiva da sottolineare: il cibo! Dopo anni infatti ho riscoperto la squisitezza dell’empanada!  

Durante il trasbordo a Barajas poi ho ricevuto un sms di Maria Vittoria: è la presidente della Fondazione Francesca Rava, la Onlus  che mi accoglierà per buona parte del mio viaggio. E’ stata carinissima a scrivermi, voleva augurarmi buona fortuna, e mi ha invitato a tenerla in costante aggiornamento, offrendosi di farmi da ponte.  Inoltre mi ha detto di stare attenta: “E’ tornato il pericolo ad Haiti, ed anche la violenza”, c’era scritto sul suo sms.  So che non sarà affatto una passeggiata, anche perché sono diretta nell’angolo nero dei Caraibi, nonostante tutto però sono tranquilla. E poi prima c’è Miami sul mio cammino, e finalmente ho la possibilità di sbarcare sulla città che più amo degli States, non vedo l’ora!

Voglio concludere con un ultima osservazione, catturata mentre stavo atterrando a Madrid.

La prima volta che ho fatto la rotta Roma-Madrid è stata nel 2005, erano gli ultimi giorni di settembre e la mia destinazione finale era Santiago de Compostela. Era la terza, forse la quarta volta che prendevo un aereo, eppure ricordo di esser rimasta impressionata dai colori della Spagna. Un paesaggio marrone, spento, secco, arido. Uno scenario crudo.

Son tornata a percorrere quella stessa tratta sei anni dopo, e ne ho macinati di aerei in questo tempo,  ed anche di paesaggi dominati dall’alto prima e sempre più da vicino poi. Eppure ho percepito la stessa, medesima brutta sensazione, ed allora dico che si tratta di uno scenario unico nel suo genere. Che poi è vero che il mio ultimo viaggio è stato in Kosovo, definito un polmone verde, ma allo stesso tempo non dimentico che a maggio ho visitato il Marocco, un luogo che ha poco a che fare con le montagne, mettiamola così. Eppure no,  niente, e dico niente, è stato peggio di Madrid per i miei occhi ce vedono dall’alto, almeno fino a questo momento.

Va bene, il tempo delle chiacchiere è finito, ora ci vuole una bella dormita, anche perché … MIAMI CALLING!

Romina

Categorie: Diario, Viaggi | Tag: , , , , , , , , , , | 1 commento

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