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Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (2/3) / Metti trentasei ore a Miami

25 Settembre 2011, Miami

 

Estoy en Miami y… que encanto!

L’arrivo negli States è filato tutto liscio: volo in orario, nessun problema alla dogana, nessun problema con la valigia (nonostante il siparietto a Barajas!). Il primo intoppo si è presentato all’uscita dell’aeroporto. Sono andata alla fermata dei bus, alla ricerca di un fantomatico autobus numero 7 che, secondo GoogleMaps, avrebbe dovuto lasciarmi a cento metri dall’albergo.  Peccato però che, da quelle parti, il number seven non lo conosceva nessuno, né gli autisti delle altre corse, né il personale che però non si è fatto scrupoli prima di rifilarmi il biglietto. Sono stata boicottata in quanto turista? Può darsi. Fatto sta che mi è toccato prendere il taxi,  un “extra” di venticinque dollari affatto gradito per una viaggiatrice squattrinata come me.

Il tassista era un ometto messicano, una quarantina d’anni, sul cruscotto aveva le foto dei suoi due figli. Il mio approccio in inglese non è andato a buon fine; neanche il tempo di finire la frase infatti e lui mi ha invitato a parlare spagnolo: “Perché è lo spagnolo la lingua ufficiale, anche se il Governo non lo vuole accettare”. “Spagnolo? Bene, tanto meglio”, ho pensato tra me e me.

 Mi ha chiesto cosa ci faceva una ragazza da sola a Miami, e perché avevo scelto proprio il mese più brutto dell’anno per visitare la Florida. Gli ho spiegato che la mia non era una vera e propria visita,  avevo infatti soltanto prolungato di un giorno e mezzo lo scalo perché, la mia destinazione, finale era Haiti. “Haiti? Allora tu sei una persona ricca!” mi fa lui.  “Ricca io? Bella battuta!”, mi son detta.  “ Solo quien tiene plata (soltanto chi ha denaro ndr) – continua –  va ad Haiti per fare affari, altrimenti non c’è motivo di andare fin là”. Gli ho risposto che in realtà c’è più di qualche motivo, e che io sono una giornalista , armata soltanto di sacco a pelo, che vado lì  per testimoniare  la realtà di quel paese e, al massimo, riuscirò a dormire in una tenda. Mi risponde con uno sguardo un po’ sornione, mostra di non prendermi affatto sul serio.


Il viaggio dall’aeroporto a downtown dura più di una mezzoretta, e lui ne approfitta per darmi qualche consiglio pratico: quali sono le spiagge più belle, dove andare a mangiare, i quartieri più carini, quelli da evitare assolutamente, soprattutto da sola. Intanto in cielo incombono nuvole grevi ma, anche in questo caso, “nessun problema – mi dice lui – a Miami il sole è sempre in agguato”.

Prendiamo il discorso di Miami Beach, sicuramente uno dei simboli incontrastati della città. Io mi mostro preparata: avevo “studiato” e sapevo che, per raggiungere l’isolotto, dovevo attraversare il lunghissimo ponte MacArthur Causeway . Ingenuamente chiedo al mio autista se disti molto dal mio albergo e, in caso, se potevo percorrerlo a piedi. Lui scoppia in una grossa risata, che dura abbondantemente per due semafori.  “Stiamo in America qui, mica in Italia”, risponde sghignazzando. Io rimango indispettita dal suo fare. Ed è vero che, sempre su GoogleMaps, ho dovuto fare più di uno scroll con il mouse per colmare la distanza del bridge, ma c’è da dire che soltanto il giorno dopo capirò che, quel famoso ponte, è lungo più di cinque chilometri. E ripenserò a lungo a quell’autista, quando quei cinque chilometri si riveleranno il tragitto più lungo della mia vita…

 Finalmente giungiamo a destinazione, mi appresto a pagare la corsa ma – di proposito – evito di dargli la mancia, “perché i giornalisti in Italia non sono ricchi”, mi giustifico salutando il taxista che rimane contrariato.

Faccio così ingresso al  River Park Hotel di Miami. L’albergo è bello, a scapito delle sue due stelle, si tratta di un grattacielo di sedici piani, la mia stanza è al terzo. E’ bello pure il ragazzo alla reception e, anche lui, parla spagnolo. Aveva ragione il mio Cicerone sui generis: Miami è, per una come me, semplicemente un paradiso. L’America Latina negli States, il ritmo caraibico che pervade i grattacieli…mi piace, mi piace! Tra le sue caratteristiche la scheda dell’hotel riportava anche la piscina, che in realtà si è rivelata una piccola pozza d’acqua, per nulla  curata. Anche l’angolo fitness era abbastanza limitato: due tapis roulant e un paio di attrezzi. In compenso però la camera da letto era dotata di ogni confort, con tanto di tv lcd, ed anche internet era accessibile, sebbene soltanto dalla hall.   

Il tempo di ispezionare l’hotel, di verificare la connessione e chiamare papà via Skype, ed eccomi, macchinetta fotografica al collo, come la più tipica delle turiste.  Il ragazzo alla reception mi consiglia di andare al Bayside Market Place, dove avrei potuto mangiare qualcosa, sentire musica, e respirare un po’ dell’aria di Miami. Arrivarci non era affatto difficile, e lui non poteva essere più preciso: quattro quadra in avanti, quattro quadra a destra, meglio di così! Si erano fatte quasi le 17.30, così gli ho chiesto se c’era un orario soglia, oltre il quale era meglio non stare in giro. Lui mi ha detto che Miami non si differenzia poi tanto da tutte le grandi città, è sicura, ma c’’è anche povertà, e tanti homeless per le strade. Per questi motivi, e considerando che ero una ragazza sola  - un ritornello che mi avrebbe accompagnato per tutto il viaggio – mi consigliava di non rientrare dopo le 20.30 e , soprattutto, si raccomandava affinché prendessi un taxi al rientro, cinque dollari la corsa. L’albergo infatti si trovava nell’angolo  sud-est del perimetro del loop, una posizione praticamente invidiabile, in piena downtown. 

Eccomi finalmente in strada, pronta a farmi catturare da questa nuova realtà. C’è da dire che il melting pot contraddistingue Miami anche nell’urbanistica.  Palazzine basse di due-tre piani si alternano a improvvisi grattacieli, basta attraversare la strada per passare da un quartiere stile china-town ad un altro che richiama l’atmosfera del cuore finanziario della City londinese.    Con gioia ho rispolverato uno dei passatempi preferiti che avevo quando vivevo a Chicago: fermarmi davanti a un grattacielo, gambe tese e leggermente divaricate, partire con lo sguardo da terra fino ad arrivare, pian piano,  a cogliere la vetta, senza muovere il bacino.

Nel tragitto geometrico che ho percorso ho attraversato ristoranti, chiese, alberghi, catene di moda, negozi di souvenir, sedi secondarie delle università, angoli di verde. Mancava però l’azzurro del mare, ops dell’oceano. Eccolo finalmente, il Bayside Market Place, una sorta di piccolo porto con tante attrazioni. Barche, navi per turisti, negozi di vestiti, e una marea di bar e ristoranti che si affacciano sull’acqua. C’è spazio per tutto, dall’Hard Rock Caffè alle giostre per bambini, ed anche un piccolo rodeo. Al di qua di Bayside lo skyline dei grattacieli di Miami, aldilà l’Oceano.  Più che i posti però, a colpirmi davvero sono state le persone. E’ la gente infatti a fare la differenza: ritmi caldi, un miscuglio di razze, tante nazionalità, tanti colori di pelle che si mischiano con la più spontanea naturalezza. Quando la differenza non fa estraniare, ma crea armonia, porta anche te, arrivata lì quasi per caso, a sentirti parte del tutto. 

Mi sono seduta in un piccolo atrio che si affacciava sull’acqua, e così ho assistito ad un concerto. Il gruppo era assortito: una donna alle tastiere, un ragazzo alla batteria. Chitarra, basso e voce erano tre signori avanti con l’età, di cui uno sembrava il chitarrista dei Coblin, che quest’estate avevo visto con Sabrina a Nettuno. Hanno iniziato a suonare e la gente si è riversata da subito a ballare, nello spazio rimasto libero davanti al palco, e lo  ha fatto con assoluta naturalezza.  

Signori di una certa età si toglievano le scarpe, prendevano per mano le loro donne e le portavano in pista, accompagnandole nei movimenti. A seguirli ci pensavano coppie di giovani, giovanissimi, e mezza età.  La maggior parte di loro aveva una stazza imponente, ma nessuno sembrava  preoccuparsene.

Sono rimasta a godermi quello spettacolo fino alle venti, poi ho deciso di andare via, del resto le dodici ore di viaggio – e fuso orario annesso – iniziavano a farsi sentire.  Il clima era mite,  il cielo era tinto di viola, io non volevo smettere di assaporare la serenità che emanavano quei posti, e così mi sono incamminata verso l’albergo a piedi, lasciando perdere i taxi.

Miami ha un fascino e un’adrenalina da capogiro, domani voglio approfittare di ogni  minuto per carpirne tutta l’energia.

Romina

Categorie: Diario, Viaggi | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

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