Tre anni dopo, “Benvenuti a L’Aquila, la nuova Pompei”

Antonello, Mario, Bettina, Peppe, Cristina. Chi è rimasto a L’Aquila ma non riesce a ricominciare e chi ci prova, tra mille difficoltà. A tre anni di distanza dal terremoto, dimenticati da uno Stato che non ha neanche iniziato a ricostruire il centro storico. La “zona rossa” è ancora lì, dalle 3:32 del 6 aprile 2009. Reportage e foto da L’Aquila.

Piazza del Duomo a L'Aquila

L’AQUILA – Ogni mattina porta fiori freschi al cimitero. Giorno dopo giorno, da tre anni a questa parte. Perché la vita di Antonello, che di professione ha sempre fatto il commerciante, si è fermata la notte del 6 aprile 2009. Alle 3:32 un violento sisma ha raso al suolo la sua casa di Sassa, a pochi chilometri dall’Aquila. Nel crollo sono rimasti uccisi sua moglie e i suoi due figli. Anche suo padre è deceduto sotto le macerie. Antonello non era in casa quella notte e per questo è sopravvissuto. Ma il peso che porta dentro è un macigno troppo grande da sopportare. Ogni giorno conduce una lotta contro l’esistenza, contro quella vita che lo ha risparmiato alla tragedia, ma che lui maledice più di ogni altra cosa al mondo. «Ho fatto per venti anni il venditore in piazza del Duomo, vendevo capi d’abbigliamento – confida mentre sorseggia un caffè corretto di buon mattino – ma dopo il terremoto il mercato non è mai più ripartito, siamo in centinaia ad esser rimasti senza lavoro». Antonello per sopravvivere si arrangia facendo lavoretti qua e là, si ostina a tenersi occupato, ma stampati nella mente ha gli sguardi dei figli. Il più piccolo, promettente atleta dell’Aquila Rugby, e il più grande, ingegnere appassionato del suo lavoro. Sono passati tre anni, ma le ferite sono troppo profonde per essere cicatrizzate ed Antonello continua a chiedersi, giorno dopo giorno, perché qualcuno lassù abbia voluto risparmiare la sua vita, anziché quella dei figli.

L’Aquila è una città colpita dal di dentro. La potenza della natura ha causato 309 vittime, distrutto abitazioni, lacerato monumenti, malmesso edifici storici ormai scomparsi dietro i puntellamenti. Entrare nel centro storico, nella tristemente nota “zona rossa”, significa ancor oggi varcare il confine tra realtà e “non” realtà, tra dinamismo e staticità, penetrando in una dimensione quasi surreale. Qualcuno arriva a chiamarla persino la “nuova Pompei”, un paragone che rivela la sua efficacia. Perché le macerie imperversano, oggi come ieri, e gli aquilani continuano ad interrogarsi sul significato della parola “ricostruzione”.

Via Verdi era considerata la strada della cultura del capoluogo, ospitava il nuovo teatro e la scuola Edmondo De Amicis, che già nel marzo 2009 venne chiusa a causa di una scossa che aveva fatto cadere molti calcinacci e terrorizzato i piccoli alunni. Un tempo la strada vibrava di energia e pullulava di persone, oggi è ridotta ad una schiera di puntellamenti, a destra e sinistra, e gli unici viandanti sono dei cani randagi che si aggirano con passo errante alla ricerca di cibo. Seguendoli incrociamo via Corso Vittorio Emanuele, era una delle strade clou della vecchia movida aquilana. Le folate di vento scuotono le saracinesche abbassate, intonando un macabro coro che si propaga in ogni metro di strada.

Ad interrompere la nenia ci pensa Bar Gran Sasso, la cui storia, iniziata nel 1955, ha resistito persino al terremoto del 2009. A gestirlo c’è il signor Mario: «L’edificio non ha subito particolari danni – dice – ma siamo stati fermi più di un anno perché il corso non era transitabile». Bar Gran Sasso ha riaperto i battenti nel luglio 2010, ma un anno e mezzo dopo Mario ancora fatica a far quadrare i conti: «Lo Stato ci ha aiutato i primi tre mesi con un sussidio di tre mensilità da ottocento euro l’una, niente più». Mantenere in vita un’attività in un posto immobile è un atto di coraggio e lui non vuole gettare la spugna. Tra i clienti che non rinunciano ai caffè di Mario c’è Bettina, una simpatica donnina di 71 anni, un metro e mezzo di altezza ma dotata di un’energia da far invidia ad un leone. Si definisce un’aquilana doc. Abbandonata dalla mamma è cresciuta in un orfanotrofio. I sacrifici di una vita per comprare un appartamento tutto suo in località Santa Maria di Farfa, «si affacciava proprio sul Gran Sasso» ricorda sospirando. Perché quell’appartamento ora deve essere raso al suolo: inagibilità “F”, da abbattere. Dopo il terremoto Bettina ha trascorso un anno e mezzo a Pescara, in albergo. Adesso vive in un appartamento nella periferia aquilana. Non conosce nessuno nel suo nuovo quartiere e così passa il tempo cucinando. Se c’è un aspetto che ha riempito di sdegno gli aquilani è stata lo sradicamento del tessuto sociale di una città intera. Nei nuovi complessi antisismici costruiti a raggiera intorno al capoluogo le persone sono state distribuite senza badare a mantenere il concetto di comunità, interi quartieri son così scomparsi, i nuovi mancano di servizi e spesso vengono ridotti allo stato di dormitori.

Bettina non vuole porsi troppe domande sul futuro: «Me la sono sempre cavata e sempre me la caverò», si limita a rispondere. Mario invece sembra rassegnato: «L’Aquila non tornerà più quella di un tempo, servono troppi soldi, il nuovo volto della città ormai è questo». Bisogna percorrere duecento metri per trovare un nuovo negozio aperto. È la cartoleria “La luna” ed il titolare, Peppe, è uno dei tanti aquilani che sono passati, a causa del terremoto, dal benessere alla soglia della povertà. «Il sisma ci ha tolto tutto – dice – la mia casa forse verrà abbattuta, il negozio era molto danneggiato. Ho provato a spostare l’attività in un’altra zona dell’Aquila, ma il prezzo dell’affitto era troppo alto, causa l’aumento incontrollato dei prezzi. Così a luglio 2010 sono riuscito a riavviare l’attività qui, ho pagato diecimila euro per avere l’agibilità parziale dello stabile, ma non ho avuto il supporto di nessuno: né banche, né comune, né Stato. Mi sono indebitato». Proprio il 13 marzo scorso la Confcommercio L’Aquila ha proclamato lo stato di agitazione della categoria puntando il dito contro una classe dirigente colpevole di non esser riuscita a risollevare le sorti di un settore ridotto al baratro a causa del sisma. «È una vergogna – afferma Celso Cioni, direttore regionale Confcommercio in Abruzzo – mille giorni dopo il terremoto il commercio all’Aquila è ancora fermo, finora le parole hanno prevalso sui fatti». Erano novecento le attività aperte all’Aquila, di queste solo una trentina son tornate nel centro storico, altre seicento sono state ricollocate fuori dal loro contesto. «L’inerzia totale delle istituzioni rispetto al rilancio del terziario è agghiacciante – incalza il direttore Cioni – nelle vie della “zona rossa” ci sono ancora tonnellate di macerie». È sufficiente fare un giro per il centro per rendersi conto della veridicità delle parole del portavoce di Confcommercio.

Facciamo tappa a via Accursio, dove c’è la trattoria di Cristina. Davanti il portone è posta una grossa croce di Sant’Andrea in legno, un lucchetto e una catena per tenere a bada gli sciacalli. Di fronte alla trattoria c’è un edificio imploso su se stesso. È la casa in cui Cristina viveva con le sue figlie e suo marito che faceva il tappezziere. Una casa a due piani. La notte del terremoto l’uomo, per mettere in salvo le sue donne, è rimasto intrappolato sotto una trave che gli ha stritolato la spina dorsale. Oggi è paralizzato e guarda la vita da una sedia rotelle. Cristina fatica ad andare avanti e non basta una graziosa dimora del progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili) a farle tornare il sorriso stampato in volto. Nei primi mesi del 2009 aveva contratto un mutuo di 30mila euro per ristrutturare la sua trattoria. La sua attività è ferma ormai da tre anni, ma lei continua a pagare il debito con la banca.

Il giro nel cuore dell’Aquila si chiude a Piazza Duomo, dove spicca lo striscione “Ricostruiamo l AQ”, ormai emblema di una città intera. Un simbolo però dalla voce strozzata, e senza efficacia alcuna.

Chiesa delle Anime Sante a L'Aquila

Chiesa di San Bernardino

I portici della città

La protesta degli Aquilani

Piazza di San Bernardino

Progetto C.A.S.E. a Paganica

Progetto C.A.S.E. a Sassa

Romina Vinci 

(testo e foto)
Pubblicato il 6 Aprile 2012, su Linkiesta.it 

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/l-aquila

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