Archivi del mese: luglio 2012

Tra le “pieghe ferraresi”

Al di sotto della Pianura Padana sono sepolte delle vere e proprie dorsali montuose, conosciute come pieghe.  La zona colpita dalle scosse degli ultimi mesi rientra all’interno delle cosiddette “pieghe Ferraresi” : le quali formano un arco che va dalla zona di Ferrara, si sviluppa a sud del fiume Po e si estende nella pianura tra Reggio Emilia e Parma. Si tratta di una struttura sismogenetica, perché si può muovere, subendo degli spostamenti e generando un sisma.  Il terremoto più forte che può essere paragonato come intensità agli odierni risale al 1570. Le cronache di allora parlano di danni seri e crolli a Ferrara, ed anche voragini nel terreno con “scaturigini di fango”. La liquefazione è un fenomeno che accompagna sismi di un’intensità medio alta, generalmente superiore ai 5 come magnitudo (magnitudo 5.9 quello del 20 Maggio, 5.8 quello delle 9 di mattina otto giorni dopo e 5.4 all’una del pomeriggio dello stesso giorno).  La memoria dell’uomo è breve e, al di là della descrizione che risale ormai a più di quattrocento anni fa, non ci sono altri racconti su questo fenomeno, perché nessuno lo aveva più visto.

 

A San Giacomo Rontole, una frazione di Mirandola a pochi chilometri da Cavezzo, la scossa del 29 maggio ha distrutto Villa La Personala, una villa padronale del XV secolo, che la scorsa estate ha ospitato anche le nozze dell’ex velina Maddalena Corvaglia con il chitarrista di Vasco Rossi Stef Burns. “Abbiamo perso tutto, volevamo provare a salvare qualche mobile o affresco di cui la villa è piena, ma non è stato possibile”: a parlare è Angelica, la più giovane discendente della famiglia dei Conti Personali che ora vive in un container nel giardino insieme ai due genitori anziani. “E’ un miracolo che non sia morto nessuno. Ma ora che abbiamo perso casa e attività, cosa ne sarà di noi?”, si chiede Angelica.

Ilaria Romano e Romina Vinci

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Stephanie Gengotti

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Pubblicato sul numero di Luglio-Agosto del mensile 50&Più

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Per leggere la prima puntata: http://rominavinci.wordpress.com/2012/07/06/una-scossa-al-terremoto-lemilia-vuole-ripartire/

Per leggere la seconda puntata: http://rominavinci.wordpress.com/2012/07/07/migranti-difficolta-e-speranze-dopo-il-sisma/

Per leggere la terza puntata: http://rominavinci.wordpress.com/2012/07/08/il-comune-di-mirandola-tra-interventi-e-sopralluoghi/

 

 

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Il comune di Mirandola: tra interventi e sopralluoghi

Giulio Pinna: “Io volontario tra gli sfollati di Mirandola”

Secondo i dati diffusi dalla Provincia, nel modenese sono 8mila 739 i cittadini sfollati, ospitati nei 28 campi o nelle 21 strutture allestite dai comuni in palestre, scuole e biblioteche. Superata l’emergenza dei primi giorni, di dover garantire un posto letto e un pasto caldo, la questione più stringente resta il controllo delle case che, come per i siti industriali, devono superare i controlli post terremoto per avere l’agibilità, in modo che le famiglie possano tornare a viverci.

Giulio Pinna è un geometra libero professionista della provincia di Modena e da ormai un mese sta lavorando come volontario presso l’Ufficio Tecnico e Urbanistico di Mirandola,  24mila abitanti, fra i comuni della Bassa più colpiti dal sisma. Qui il sindaco ha dovuto cercare anche una nuova sede per il municipio, dopo i danni causati dalle scosse.

“Tutto è cominciato il 27 maggio con una riunione straordinaria della Protezione Civile – racconta Pinna – che doveva servire a pianificare i sopralluoghi, ma la scossa del 29 ha azzerato di nuovo l’organizzazione del lavoro. Al mio arrivo a Mirandola le richieste di sopralluogo erano state suddivise in base alle zone e alle strade del paese. Per ogni isolato si concordava l’intervento con i Vigili del Fuoco. Solo nella prima settimana sono arrivate 5mila e 500 richieste dei cittadini”.

Con quale criterio viene assegnata la precedenza negli interventi?

Prima che ci fosse il secondo episodio sismico, il 29 maggio, si era deciso di dare la precedenza alla zona produttiva, e dunque ai capannoni e alle strutture industriali, per consentire al settore economico di accelerare la ripresa. Dopo invece si è deciso di procedere con i sopralluoghi residenziali, perché tutti i certificati di agibilità che erano stati rilasciati la settimana prima per riprendere il lavoro erano stati superati dagli eventi.

In molti casi i cittadini si sono comunque sentiti abbandonati: c’è qualcosa che non ha funzionato?

E’ vero, a volte la gente si è arrabbiata, e lo è ancora. Ma di fatto su Mirandola operano 15 squadre di tecnici e giornalmente riescono a fare una decina di sopralluoghi, se si tratta di certificare case singole, mentre il processo è più veloce se si ispezionano condomini. Il problema non è se si possa o meno essere più veloci, ma il fatto che da ogni verifica si apre un dossier che poi deve essere compilato negli Uffici Tecnici per far partire gli interventi. E sarebbe inutile fare i controlli per poi accumulare le pratiche senza la possibilità di gestirle di pari passo. Comunque, per tranquillizzare la gente e permettergli di ripartire, bisognerebbe garantire davvero l’assistenza economica per rimettere in sesto le attività, in agevolazioni reali sul pagamento delle tasse o dei mutui su case che non ci sono più.

In tanti però non avevano la consapevolezza che la zona fosse sismica, e anche per questo il trauma è stato ancora più forte.

Questa è una pianura alluvionale con fondo sabbioso, fra l’Appennino e le Alpi, e la sua conformazione la rende sismica.  Basti pensare al fenomeno della liquefazione che si è verificato ad esempio a San Carlo, frazione di Sant’Agostino, nel ferrarese: il cedimento del terreno è visibile nei campi di mais ed ha una larghezza di quattro, cinque metri, con fenditure profonde fino a due metri. Quello che forse è mancato è stata l’educazione alla prevenzione, in “tempi non sospetti”.


Ilaria Romano e Romina Vinci

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Stephanie Gengotti

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Migranti: difficoltà e speranze dopo il sisma

Fondamentale forza lavoro nel settore industriale, molti – dopo il terremoto – sono tornati nei Paesi d’origine. Ma chi è rimasto…

In Emilia Romagna la provincia di Modena è fra le più popolate da migranti, come confermato anche quest’anno dai dati dell’Osservatorio Regionale sul Fenomeno Migratorio. I cittadini provenienti dal Nord Africa, dai paesi dell’Est o dall’Estremo Oriente rappresentano nel territorio il 12,7% della popolazione, e sono una parte fondamentale della forza lavoro del distretto industriale. Anche per loro il terremoto è stato un trauma, e ha messo in luce bisogni e difficoltà che finora non erano emersi con la stessa urgenza.

Oltre mille e cinquecento persone hanno fatto ritorno nei paesi d’origine, mentre chi è rimasto sul territorio cerca di ripartire, ma spesso si trova ad affrontare, insieme alle paure, anche la diffidenza.

Nel comune di Nonantola, 15mila abitanti e 10 km da Modena, il parco pubblico si è trasformato in una tendopoli autogestita: ci sono bengalesi, ghanesi, marocchini e tunisini, che si sono organizzati sotto gli alberi. Fra gli italiani invece non c’è nessuno che dorma qui, perché chi ha una casa con giardino ha piazzato lì la tenda o parcheggiato il camper, e resta vicino alla sua proprietà. Soprattutto in un comune che non è stato fra i più colpiti.

Nel parco intanto tutte le sere Amin e la sua numerosa famiglia srotolano tappeti e coperte sul pavimento di un gazebo di legno, che al tramonto si trasforma in una camera da letto allestita con cura per sei giorni su sette, perché il giovedì lo spazio è a disposizione del centro anziani che organizza la serata del ballo.

I figli di Amin, sei e otto anni, sembrano sereni mentre giocano fra loro, ma il padre racconta che la più piccola si rifiuta di entrare in luoghi chiusi, e fatica ancora ad addormentarsi; per questo vorrebbe farle trascorrere le vacanze in Bangladesh dai loro parenti, ma non ha i soldi per pagare il viaggio. Lavora nell’edilizia ma ora è in cassa integrazione, e spera che si possa ripartire al più presto. Invece Lahoucine, marocchino, è riuscito a far trasferire la moglie in Francia, dove vive una parte della famiglia: lei era incinta prima del terremoto, e dopo la scossa del 29 maggio ha avuto un aborto.

In altri comuni del modenese le diverse nazionalità convivono anche nei campi con le tende blu della Protezione Civile: qui l’emergenza immediata di trovare un posto letto e un pasto caldo è stata gestita rapidamente, ma col passare del tempo sono emersi altri problemi.

Cécile Kashetu Kyenge, congolese di origine e modenese di adozione, medico oculista di professione e portavoce nazionale della Rete Primo Marzo per i diritti dei migranti, non si è accontentata di denunciare una situazione di difficoltà che tante persone stanno vivendo.

“Quando ho capito che non esistevano stime ufficiali di quanti fossero i migranti sfollati e che provenienza avessero – racconta – ho deciso di fare il giro delle tendopoli e cominciare un censimento”. E’ stata a Mirandola, Cavezzo, Concordia, Finale Emilia, e ha scoperto che molti dei problemi non sono nati col terremoto ma le scosse li hanno solo fatti emergere.

Uno di questi riguarda le politiche abitative: “le case più vecchie e in peggiori condizioni sono spesso affittate a cittadini stranieri – dice Cécile – ed è per questo che interi condomini di tutte le nazionalità sono rimasti senza un tetto sicuro”.

Come se non bastasse spesso si verificano anche problemi di comunicazione con le proprie ambasciate e consolati. “Neanche loro sanno esattamente quanti siano gli sfollati, senza contare le persone che magari non avevano il permesso di soggiorno e che non risultano in nessun elenco – continua Cécile – e spesso abbiamo sfiorato il paradosso, come con il consolato del Senegal, a cui è stata chiesta una mano per far rientrare nel paese donne e bambini, e la risposta è stata l’invio di pacchi di riso”.

Non meno importante è l’aspetto psicologico legato al terremoto, per questo gli studenti universitari della comunità camerunense che vivono a Modena hanno chiesto il supporto di una psicologa per affrontare gli esami della sessione estiva. Il percorso verso il loro futuro ricomincia anche da qui.


Ilaria Romano e Romina Vinci

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Stephanie Gengotti

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Una scossa al terremoto: l’Emilia vuole ripartire

“Nonostante tutto gli emiliani non si danno per vinti. L’altra faccia della disperazione è la loro “reazione”, forte come il loro carattere, generosa come la loro voglia di ricominciare”

 “Quando hanno sentito la scossa i bambini erano a scuola: si sono presi per mano e accompagnati dalle maestre sono usciti in fila dall’edificio, calmi e ordinati, come gli era stato insegnato dopo il terremoto del 20 maggio. Anche gli adulti dovrebbero fare un corso di educazione su come ci si comporta durante un sisma”.

Pier Paolo Borsari è il sindaco di Nonantola, comune del modenese, e racconta così quel 29 maggio, quando i più piccoli sono stati da esempio anche per gli adulti, e mentre tutti lasciavano la scuola, la bidella si fermava all’interno per verificare che non ci fossero scolari nei bagni. “Da settembre comunque i corsi si faranno davvero – assicura – è fondamentale sapere come reagire per evitare problemi ancora peggiori”.

“Reagire” è diventata la parola d’ordine per gli emiliani, da quando il 20 maggio una scossa di magnitudo 5.9 li ha colti nel sonno, nel cuore della notte, e un’altra altrettanto forte nove giorni dopo li ha colpiti ancora, aggravando ulteriormente i danni.

Da allora la terra non ha smesso di tremare, e la gente ha cominciato a convivere con questo continuo senso di instabilità, ma nemmeno per un attimo si è fatta sopraffare dagli eventi. La necessità di ripartire, con le proprie attività economiche, con le proprie vite, si percepisce continuamente in questi territori considerati fra i più ricchi d’Europa, con tassi di occupazione che superano il 70%, fra industria e agricoltura.

Se nei comuni sono stati organizzati i campi di tende per gli sfollati, nelle campagne, data la vastità dell’area colpita dal sisma (da est a ovest da Ferrara a Carpi per 60 km e da nord a sud da Poggio Rusco a Crevalcore per 30 km, ndr) ogni famiglia ha fatto da sé o si è organizzata con i vicini per costruire un piccolo prefabbricato in legno, affittare un camper, o persino acquistare un container e un bagno chimico. Ci sono aziende che non hanno mai chiuso, ma che hanno trasferito i propri “uffici” in gazebi di plastica, o che si preparano a demolire e ricostruire capannoni e strutture ormai pericolanti.

“Adesso si sa quale strada seguire nell’adeguamento edilizio dell’esistente – dice Giovanni Tosatti, docente di geologia applicata all’Università di Modena e Reggio – tenendo conto che molte delle strutture che sono cadute con le scosse erano state realizzate prima del 2003, quando è stata fatta la prima classificazione sismica”.

E’ una pianura che si perde all’orizzonte quella del Basso Modenese, percorrerla significa smarrirsi con lo sguardo in lunghe e sterminate piantagioni di mais, spighe di grano e distese di frutteti. Un paesaggio bucolico che viene interrotto  da casali, case, ville e fienili sventrati, ridotti spesso ad un gioco di travi barcollanti incastonati in cumuli di macerie che riconferiscono tutta la drammaticità del momento ad un paesaggio apparentemente fuori tempo.

Nella frazione di Scortichino, tra Finale Emilia e Bondeno, la signora Barbara Scagliarini,74 anni, ci conduce nel suo giardino per mostrare della sabbia grigia fuoriuscita dalla terra. Si tratta del fenomeno della liquefazione che ha creato tanto sgomento tra la popolazione.  A pochi metri c’è il capannone in cui suo figlio, commerciante di sanitari e arredo bagno, teneva gran parte del materiale: il deposito è andato completamente distrutto.  La storia della signora Barbara sembra uscire dalle pagine del più romantico dei libri: sposata con un libico conosciuto ai tempi degli studi a Bologna, ha vissuto sotto il regime di Gheddafi, anni e anni in giro per il mondo per tornare poi alla sua amata terra natia, l’Emilia. E’ un’attivista del comitato No Gas, agguerrita e guerriera è stata capofila nelle battaglie contro la realizzazione di un deposito gas a Rivara:  “Finalmente si sono accorti che è impossibile avere un sito di stoccaggio lì – afferma con enfasi – con la situazione odierna basta un niente e salta in aria tutta l’Emilia”. Dietro una coltre combattiva però Barbara cela tutta la fragilità di una donna che continua a rivivere, nella sua mente, i secondi infiniti in cui la terra non smetteva di tremare.  Suo figlio le ha comprato un prefabbricato in legno provvisorio, che in giardino è diventato una minuta e graziosa camera da letto per sua madre, che ha troppa paura ancora a dormire in casa.

A quindici chilometri di distanza, nella tendopoli di San Carlo, allestita presso il campo sportivo e tra i primi campi nati spontaneamente, troviamo la signora Giuditta, non un capello fuori posto ed un aspetto curato a dispetto delle sue  84 candeline. “Vivo da sola non ho figli, è da 34 anni che sono dentro quella casa, mi fa male lasciarla”, racconta. Non trattiene le lacrime quando ripensa alla notte del 20 maggio:  “Vedevo i muri ballare, credevo venissero giù”. A San Carlo l’80% del paese è stato risucchiato dal fango.  Giuditta ha l’asma, impossibile per lei vivere in una tenda. “Ho comprato un camper ma lo uso solo per dormire, di giorno sono qui al campo, ho paura a rimanere sola”. 

Seduto dinanzi ad una tenda, sotto l’ombra di un albero ed il manico di un ombrello a cui appoggiarsi quale unico sostegno, c’ è Alfredo, Alfredo Lanzoni, ottant’anni tondi tondi, che tira fuori dalla tasca un foglio con caratteri dattilografati ed inizia a leggere una poesia scritta da lui. Poi racconta di sé, e di come sia cambiata la sua vita dopo il 20 maggio scorso: “La mia casa ha avuto qualche crepa, ma è agibile. Di giorno vengo al campo per stare in compagnia, la notte invece dormo con un occhio aperto e uno chiuso, sempre in allerta”, dice strizzando l’occhio e svelando un’ironia da far invidia.

Gli anziani sono tra i soggetti più a rischio in questo frangente, è per questo che i comitati e le associazioni ricreative del posto si stanno dando un gran da fare per organizzare attività, “tombolate”, gite fuoriporta e quant’altro serva a divagarsi un po’.

Nel Basso Modenese il terremoto ha raso al suolo l’85% delle imprese fermandone l’indotto,  guai però a gettare la spugna.  La CIMA Spa, azienda di Mirandola che produce macchine per la  gestione del contante e la protezione del denaro, si è subito rimboccata le maniche. Novanta dipendenti e una clientela che annovera i più grandi istituti di credito italiani ed esteri. “Ci siamo affrettati a far demolire uno stabilimento di mille metri quadrati in cemento armato, del 2002, per consentire la messa in sicurezza di quello più grande, che ha resistito (del 1974). Lo stesso giorno abbiamo ordinato un tendone provvisorio, in cui abbiamo trasferito i nostri ingegneri in modo da fornire assistenza ai clienti. Siamo ripartiti subito”, racconta la titolare  Nicoletta Razzaboni.

Ma non sempre è così facile. La Falegnameria Martelli, la cui storia inizia nel 1951, aveva già pagato un prezzo alto a causa della crisi: “Avevo dodici dipendenti e son rimasto con uno – afferma il proprietario Giulio che porta avanti l’azienda assieme a sua moglie e ai suoi due figli – il terremoto ci ha tagliato ancor più le gambe”. La scossa è stata così forte da spostare di 35 centimetri una levigatrice dal peso di 30 quintali, ed ha causato anche uno spostamento delle mura portanti di uno dei due capannoni.  “Il capannone va demolito, i costi sono alti da sostenere, ma se non arrivano aiuti come faccio a rimetterlo su di nuovo?”. Ricominciare rapidamente sarebbe fondamentale, perché per la ricostruzione c’è bisogno di infissi e manufatti in legno, e dunque la falegnameria potrebbe tornare a produrre a pieno regime in breve tempo. “Il rilancio dell’attività richiederebbe l’assunzione di nuovo personale, ma se non metto in sicurezza come faccio? Ci sentiamo smarriti”.

E mentre nelle zone rosse dei centri storici colpiti, le saracinesche dei negozi son tutte abbassate, e chissà per quanto altro tempo ancora, c’è anche chi non ha mai arrestato la sua attività, nonostante la paura. Elio Bergamini è un ristoratore e gestisce con passione il caffè Del Ricordo di Bondeno. Ogni sera, dopo la chiusura, non torna a casa ma con la moglie dorme nel suv, parcheggiato sul retro. Dal 29 maggio è questa la loro camera da letto: “La nostra casa è agibile, ma come fidarsi a dormire dentro dopo quel che è successo?” Nonostante i brutti ricordi Elio non ha smesso di guardare avanti, anche perché ha registrato un incremento degli affari: “Il terremoto ha coinciso con l’apertura dello spazio esterno del ristorante – racconta -   la gente ha paura di rientrare a casa per cucinare, preferisce mangiare fuori, ed io ho sempre i tavoli pieni”. Quella veranda è diventata un nuovo punto di riferimento, in un paese ferito nel suo centro storico; pochi giorni fa ha persino ospitato un pranzo nunziale: e per una giornata è sembrato come se nulla fosse mai accaduto.

 

Ilaria Romano e Romina Vinci

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