Diario

ODG, appello al voto – Io sto con Giovanna Sfragasso

9da4Giornalista-Ieri-300x187Non è mia abitudine fare appelli in prossimità delle elezioni. Non mi piace  vincolare terze persone ai miei pensieri. Eppure questa volta sento il dovere di farlo. Domenica e lunedì  si voterá per l’Ordine dei Giornalisti.
Tre anni fa non andai alle urne, per mancanza di convinzione forse, o più semplicemente per pigrizia.
Ma questa tornata è diversa.
Perché quest’anno mi è stato persino chiesto di candidarmi.

E già, la proposta è arrivata a me,  peccato però che fosse dalla parte sbagliata.

Un tempo, forse, avrei interpretato  quella richiesta che mi è sopraggiunta così, tanto inattesa quanto ambigua, come un attestato di stima nei miei confronti, “Caspita, che bella responsabilità che mi viene data, si vede che c’è fiducia in me, dopo tutti questi anni”.
Ed invece questo pensiero non mi ha sfiorato neanche l’anticamera del cervello.

Ho subito capito, infatti,  che quella “opportunità” era destinata a morire sul nascere: si trattava soltanto di un gioco a scacchi,  io ennesima pedina da muovere in risposta alla mossa dell’avversario. Forse facevo parte dello schema iniziale,ma un asso da novanta mi aveva soffiato il posto. Forse quell’asso si tirava indietro, all’ultimo momento, ed ecco che il mio nome veniva ripescato. In fondo, in questi anni  mi sono costruita un minimo di credibilità, e potrebbe anche esser  stata vista come un ipotetico bacino di voti.

Non mi son mai piaciuti i giochi di potere, ed ho sempre mantenuto le giuste distanze da chi avrebbe voluto manovrarmi, non a caso l’appellativo di freelance me lo sento cucito addosso, quasi come una seconda pelle.

Eppure non riesco ad avercela con quell’uomo all’apparenza così burbero, ricordo con estremo affetto gli anni dei miei esordi, non li ho mai rinnegati, e mai lo farò.

Quello di cui sono consapevole  però è che, votare lui (e quelli come lui), significa legittimare di nuovo lo status di cose che vige oggi, reo di aver ridotto quella che un tempo era una professione gloriosa ad un mero hobby, sottopagato e frustrante. Reo di star spegnendo i sogni e la passione sotto la spinta di un mercato del lavoro congestionato perché elitario.

946600_122760251259743_1410388981_nIo ho detto,  dico e dirò  NO a voce ferma, non ci sto a gettare la spugna, perché amo troppo questo mestiere, e stringo i denti e vado avanti.
Ma non ci sto neanche ad assistere passivamente al consolidamento del declino. Sento infatti che  stiamo davanti ad una grande opportunità.

E’ vero, non mi sono candidata né mi son fatta candidare a queste elezioni, passo però con fierezza il testimone ad una collega che stimo molto, e che conosco da tanti tanti anni.

Lei, Giovanna Sfragasso, ha visto dieci anni di carriera chiudersi di colpo, per aver rivendicato dei diritti.  Ha trovato il coraggio di alzare la testa e non piegarsi, e questo le è costato il posto di lavoro.
Lei sa cosa significa essere vittime, cosa significa urlare senza riuscire a sentire la propria voce, ed è per questo che ha preso  in mano un megafono.

A Giovanna do  tutto il mio sostegno, mi fido di lei, e sento che farà tesoro del mio voto.

Tre anni fa sono rimasta a casa, domenica prossima invece andrò al Centro Acqua Acetosa, perché è in atto  una partita troppo importante.

QUANDO SI VOTA
domenica 19 maggio (ore 10,30-13) e lunedì 20 maggio (16-21,30) per il primo turno.
Secondo turno domenica 26 maggio e lunedì 27 maggio (stessi orari).

DOVE SI VOTA
CONI – Centro Acqua Acetosa, Largo Giulio Onesti 1, Roma.

COME SI VOTA
Sulla scheda elettorale, al primo turno occorre scrivere per esteso nome e cognome di tutti i candidati proposti, a seconda della categoria (professionisti o pubblicisti) e dell’organo (Consiglio regionale, Collegio dei revisori, Consiglio nazionale).

PUBBLICISTI
Lista “Pubblicisti per la riforma”

Candidati al Consiglio regionale del Lazio

Giovanna Sfragasso
Antonio Baldi (detto Toni)
Alessio Vallerga

Categorie: Diario | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Caro Grillo, IMPARA.

441866_beppe grilloCaro Grillo,
Pare che ieri tu abbia esordito così: “E’ chiaro che un ragazzo che prende dieci euro ad articolo non va a controllare le fonti dei suoi articoli: fa un articolo, lo sbaglia, fa un altrocontro-articolo, poi fa una smentita, fa tre articoli e porta acasa uno stipendio. E’ questa l’informazione”. [...]

Quoto e straquoto la risposta del collega Emilio Fabio Torsello su http://www.dirittodicritica.com/2013/02/21/caro-grillo-lascia-che-ti-spieghi-il-giornalismo-precario/

Ed aggiungo una piccola nota.

Caro Grillo,

sciacquati la bocca prima di parlare dei giornalisti cosiddetti “Precari”, gli unici, forse, ad uscire puliti da questa tornata elettorale.

Loro non si “gonfiano” i cv con lauree, corsi e master fasulli. Loro quei titoli li hanno davvero, ma spesso sono costretti a nasconderli, perché altrimenti “costerebbero” troppo ai grandi che tu tanto decanti. E quel tesserino così sudato diventa un ostacolo, non un varco.

Loro non urlano. Parlano.
Non condannano. Indagano.
Non vanno avanti con slogan. Spiegano.

Impara caro Grillo, IMPARA.

Giornalismo precario

FIRMATO: Una Giornalista Pubblicista Dottoressa Libera Professionista PRECARIA

Categorie: Diario | Tag: , , , , , , | Lascia un commento

LE MACERIE DI HAITI – Buona la prima

Le macerie di Haiti - BUONA LA PRIMAEra la mia prima presentazione di un libro al quale tengo in maniera viscerale. Era un evento pubblico, quelli nei quali tu ti devi mettere in cattedra, e scoprirti, raccontarti, sottoporti al giudizio altrui.  La tensione era lampante, a farne le spese  nei giorni precedenti – al solito – chi mi sta intorno.

Disdette dell’ultimo minuto, quel video di Fabrizio che ho visto soltanto stamani, alle 6, quando è suonata la sveglia. Il treno in ritardo, e corri cambia binario per prendere quello che sta per arrivare, sperando di guadagnare quel quarto d’ora di vitale importanza. Arriva al terzo piano. No torna giù, la sala è al primo piano. Eccola, bella, grande. Ok, ma dov’è il proiettore? Non lo vedo. Sì sì è in alto, tranquilla, mi dice Samantha. Però non funziona il collegamento con il pc. Chiama il tecnico al terzo piano. Lui scende. Il cavo è rotto. Vado a prendere il cacciavite. Ok risolto, si vede. Non c’è la connessione a internet. C’è wifi, digita la password di trentadue cifre. Mi chiede ancora la chiave di sicurezza, qualcosa è andato storto. Ok fa nulla, andiamo avanti senza l’ausilio del web, si parte.

Qualcuno di importante ieri sera, mi ha detto di stare tranquilla, e mi ha dato un solo consiglio: “Prova a parlare con il cuore”.  Ci ho provato. Non so se ci sono riuscita, ma gli occhi lucidi che ho intravisto nel mentre e al termine del tutto mi fanno pensare che – forse – sono sulla buona strada.

Non c’erano tante persone stamani. Molte meno di quelle che mi immaginavo a dire il vero. “Però ci sono le persone importanti, stai qui per loro, pensa soltanto a loro”, mi hai detto tu per tranquillizzarmi, a cinque minuti dall’inizio della presentazione. Ancora una volta hai saputo far leva sulle corde giuste. Avevi ragione.

La presentazione è corsa via con naturalezza. E lo dico ora, quando ancora non ho visto né video né foto. Perché so che i fatti racconteranno il contrario. Una voce spezzata dall’emozione, uno sguardo che non riesce a sostenere la platea, un vorticoso toccarsi il volto, come per dare un po’ di frescura ad un viso in ebollizione. Non importa.

Colgo l’attimo, mi godo questo presente e voglio farlo insieme a voi, che mi siete stati vicino quest’oggi, e che mi avete mostrato, per l’ennesima volta, la vostra stima e il vostro affetto.

E lo farò citandovi per nome e cognome, bando alla privacy.

Grazie allora a Nadia Angelucci una presentatrice semplicemente eccezionale. Difficile per me immaginare una persona più in gamba, al mio fianco, in quel momento. Ha fornito una visione limpida, esaustiva e dettagliata del libro, mostrandolo nelle sue varie sfaccettature. Erano molte, e lei è riuscita a coglierle. Ho ammirato la sua eloquenza. Non ho mai dubitato sulla sua competenza, ma l’umanità che ha mostrato nei miei confronti beh…quella sì che è stata un’ulteriore grande scoperta. Perché Nadia mi ha messo a mio agio, dal primo all’ultimo minuto. E lo ha fatto con la calma e pacatezza che contraddistingue i grandi professionisti, e non solo di questo mestiere.

Grazie a Carmen Maffione, per sedere alla mia sinistra. Averla al mio fianco e sentirla lì vicino era per me un grande sostegno. Carmen non si è tirata indietro, ed ha accolto la mia richiesta di dare voce alle pagine del libro senza far una piega.  Ha interpretato il mio brano magnificamente, sono stata onorata del fatto che abbia vestito i panni dell’ “attrice”, quest’oggi, e che lo abbia fatto per me.

Grazie ad Enrico Pittari, che – lo ribadisco  – ha creduto in questo libro già prima che vedesse luce. Enrico con la sua voce è in grado di scatenare magie, ammaliare, di trasportare l’uditore verso mete sconosciute. Ed oggi lo ha fatto.  Mi fido ciecamente di lui, e so che riusciremo a portare a termine quel progetto che è nato dal nulla, o dal di dentro forse, partorito passeggiando senza meta e senza un perché, mentre assaporavamo gli accenni della primavera romana.

Grazie a Ilaria Romano, con cui da più di due anni ormai è nata un’amicizia, una collaborazione  professionale che va oltre tutto e tutti. Perché è condivisione, pura e semplice.  Ilaria c’è sempre, e c’era anche oggi.

Grazie a Pierluigi Grimaldi, che è riuscito ad esserci, e si è prodigato anche nel fare le foto,  Ha preso a cuore questo progetto, e continuerà a farlo. Pierluigi è un ponte tra passato e presente, tra un percorso di vita che sento lontano, e che in realtà è vicino. Pierluigi è il tempo che si azzera.

Grazie al direttore di Stampa Romana, Beatrice Curci, per aver messo a disposizione la sede della sua struttura. Oggi era una giornata molto concitata per il nostro mestiere, perché la saga sull’Equo Compenso stava finalmente trovando la sua degna conclusione. E nonostante tutto lei è riuscita ad intervenire, ed a spendere belle parole sul libro.

Grazie a Roberto Di Palma, il mio cugino “acquisito”. Nonostante  i percorsi di vita abbiano diversificato le nostre strade lui c’è. Ha preso a cuore il libro e tutto l’entourage che lo circonda, ed io gliene sono grata. E’ stato bello rivederlo oggi.

Grazie a Giorgia Tarquini, mia cugina “di carne”, che ha sfidato la frenesia dell’orologio pur di esser presente. Quando lei ha fatto il suo ingresso in sala io ho detto: “Ok, ora possiamo iniziare!”.

Grazie ad Alessandro Giuseppe D’Aiola, che nelle occasioni importanti mi dimostra sempre il suo sostegno. Lo fece due anni fa, quando presentavo un libro al quale non avevo dato neanche il nome. Lo ha fatto anche oggi, e gliene sono grata.

Grazie a Sabrina Agasucci che è arrivata correndo, è andata via correndo. Ha sfidato il tempo e il traffico capitolino pur di prendere una copia del libro, ritagliandosi una pausa dal lavoro che non le era concessa.

Grazie a Emanuela Pendola: aveva detto che sarebbe venuta ed ha mantenuto la promessa. In passato ci ha  accomunato il medesimo percorso universitario, ed ora ci ritroviamo catapultate entrambe in un mondo, quello del giornalismo, al quale siamo approdate con due percorsi diversi. Vederla quest’oggi prendere la parola, mi ha inorgoglito. Per me, per lei, e per quel gruppo di colleghi della fatidica annata di Scienze Umanistiche. Nessuno di noi ha intenzione di gettare la spugna, e non lo faremo mai.

Grazie a Francesca Straccamore, che io definisco lo zoccolo duro. Un’amicizia quasi ventennale ci lega: unica, solida, salda. Perché ci si perde di vista, si scivola su tappe salienti, però nei momenti che contano quell’ “esserci” diventa di vitale importanza, in grado di appannare il tempo perso.

Grazie ad Antonella D’Angelo e ad Eleonora Pochi:ci siamo conosciute in una circostanza a dir poco paradossale, in un contesto lavorativo che di lavorativo aveva ben poco. Ma tornerei indietro, e riaccetterei quell’incarico, per il solo piacere di ritrovare di nuovo loro. E’ stato bello vederle oggi, arrivare in ritardo, prima l’una e poi l’altra, e mostrare entusiasmo per la mia piccola opera.

Grazie alle ragazze dell’Erudita Editrice che hanno creduto in questo libro e in ogni occasione mi mostrano la loro vicinanza. Pure oggi ho compiuto l’ennesima gaffe e non ho ricordato l’appuntamento con l’imminente fiera Più libri più liberi, e non me ne hanno fatta una colpa. Cercherò di rimediare domani, promesso.

Grazie a Noemi Vinci, che si era autoeletta cameraman d’occasione, ed invece si è trovata a sua insaputa nel tavolo dei relatori.

Grazie a mamma, a zia Pina e zio Luigi, seduti lì, in seconda fila. Di tanto in tanto li guardavo, e provavo ad immaginare quali potessero essere i loro pensieri, in quel preciso frangente. Non lo saprò mai forse, ed è bene così.

E grazie anche a lui, Camillo Vinci, alias papà, seppur – aggiungo – non se lo meriterebbe. Perché è riuscito a mettermi in difficoltà prendendo la parola per fare la fatidica domanda: “Ma il Vaticano in tutto ciò cosa fa?”. Caro il mio papà, la prossima volta te ne resti a casa. Parola di tua figlia!

Categorie: Diario | Tag: , , , , , , , , , , | 6 commenti

AMARCORD – Oriana vs Morte

Era il 15 Settembre 2006. Avevo appena iniziato ad affacciarmi a questa professione. Di lì a qualche giorno sarebbe uscito il mio primo articolo, pubblicato sulle pagine de Il Corriere Laziale. La notizia della morte di Oriana Fallaci mi è giunta così, improvvisa. Un tonfo al cuore. Lei è uscita dalla porta principale mentre io bussavo a quella di servizio  per entrare. Non mi ha aspettato, non ci siamo incrociate.  Qualche giorno fa ho ritrovato queste righe, non è un articolo, non un’analisi, non saprei definirne la natura. Le ripropongo così, senza ambizione alcuna. In omaggio ad un ricordo. Ad una fine. Ad un inizio. 

Ci è riuscita.
Alla fine ha vinto lei.
Quella Morte che tanto l’ha perseguitata,
quella Morte che mai è riuscita a possederla,
quella Morte che lei conosceva molto bene perché ha accompagnato la sua esistenza ecco,
ora è riuscita a mettere la parola fine alla sua vita.

L’ha vista in faccia, Oriana, la Morte, quando appena adolescente combatteva tra le fila della Resistenza fiorentina.
L’ha vista in faccia, Oriana, quando ha trascorso un anno sul fronte vietnamita, allarmata dai vietcong.
L’ha annusata, Oriana, quando nel 68 si trovava a Città del Messico, sul luogo del massacro di Plaza Tlatelolco, dove è rimasta gravemente ferita.
Le ha levato una parte della sua anima, la Morte, quando nel 78 le ha portato via il suo uomo, il grande amore Alekos Panagulis, impegnato nella lotta contro la dittatura dei Colonnelli in Grecia.
Ha avuto la meglio anche sulla sua maternità, la Morte,
negandole la gioia più grande che può avere una donna,
come si legge in quel capolavoro di Lettera a un bambino mai nato.

Ma Lei, Oriana, è sempre riuscita a tenerle testa, cicatrizzando le ferite e andando avanti, sempre e comunque, nella sua lotta.
Una lotta contro la sua grande nemica,
quella Morte che ora vedeva incarnata nel Terrorismo islamico.
Una lotta contro quella religione che semina odio al posto di amore e schiavitù al posto di libertà.
Una lotta contro i politici occidentali, colpevoli a suo parere di assistere inermi alla nascita di Eurabia.
Lei che non ha voluto niente a che fare con la politica italiana,
Lei che ha scelto di vivere lontano da tutte quelle chiacchiere,
quei volta faccia, quei cambi di fronte,
rifugiandosi nel suo appartamento di Manatthan,
si è trovata per l’ennesima volta, e senza volerlo, sul fronte.

Quell’11 Settembre si trovava lì, a lanciare il suo grido di rabbia e di orgoglio vedendo l’aereo bianco infilarsi nella seconda Torre come un coltello che si infila dentro un panetto di burro.
Stava lì ed è da lì che ha condotto la sua ennesima battaglia,
contro le ideologie, contro il terrorismo, il fanatismo, l’estremismo islamico, contro questa ennesima guerra santa che ha inaugurato nel peggiore dei modi l’inizio del nuovo millennio.

Se ne è andata da sola,
senza far scalpore,
senza dir niente a nessuno.
Eppure non ha mai negato la sua malattia,
ha sempre parlato di quell’Alieno che la logorava piano piano.
L’hanno ammirata, invidiata, criticata, perseguitata, insultata,
hanno deriso Lei usando la sua malattia,
e Lei sempre lì, impeccabile, nel suo esilio, dal quale ha lanciato poche risposte,
invettive che però hanno fatto terra bruciata intorno.

E ora?

Cosa resta ora?

Una promozione a senatore a vita che mai avverrà.

Un fiorino che Zeffirelli porrà sulla sua tomba.

Uno, due, dieci, cento riconoscimenti alla sua carriera di scrittrice e giornalista.

… in ogni caso poco, troppo poco.

Ciao ORIANA

 

 

Romina

Categorie: Diario | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 2 commenti

…sotto il cielo d’Irlanda: una partita chiamata GALWAY MAYO

E’ passato un mese. Trenta giorni fa il cielo d’Irlanda ci dava il benvenuto mostrandoci, a sprazzi, le sue bellezze. E’ proprio ora che la quotidianità sembra aver ripreso il sopravvento, malgrado gli scherzi di un’estate che continua a stupire, ora, proprio ora, decido di mettere nero su bianco quei giorni. Perché il tempo non sbiadisce i ricordi anzi, li rende più vividi. Se chiudo gli occhi vedo dinanzi i miei orange guys, che tento invano di contare. Rivedo le serate/nottate in staffroom, che sapevi quando iniziavano, ma guai a chiedersi quando si sarebbero concluse. Rivedo all’opera i miei ragazzi del Galway News, che sono riusciti nell’impresa di realizzare un giornale in appena 2 incontri. Rivedo le mie compagne pugliesi del 167, i materassi che danzavano da una stanza all’altra, l’acqua calda che faceva i capricci e quelle chiavi che, puntualmente, venivano smarrite. E rivedo tutti i 146 elementi che hanno reso questo soggiorno indimenticabile.
A voi, a tutti voi, dedico queste righe, estrapolate dal diario che ho tenuto durante quei giorni, uniti nei ricordi e alle considerazioni che, nelle ultime due settimane, hanno preso sempre più consistenza.

Succede che navigando sul web ti imbatti in un annuncio che promette “Vacanze in Irlanda o in Inghilterra”.

Succede che quando c’è una meta da raggiungere tu non ci pensi poi tanto. E così quest’inverno ti ritrovi a seguire un corso di animatori, tra la neve e il sole, e lo fai senza  neanche troppa convinzione. Arriva l’estate, nessuno ti chiama, tu pensi di esser stata scartata,  e fai tabula rasa di quella possibilità.

E poi ecco che il telefono squilla e, in men che non si dica, tutto cambia.

Succede che ti ritrovi in Irlanda, a Galway, con il ruolo di animatrice.  E succede che ti senti a disagio, quasi a provarne vergogna, perché non c’è niente di più lontano dal tuo io.

Perché se tu nella vita hai deciso di voler scrivere, è anche per la convinzione che hai di non saper parlare. E invece ti ritrovi catapultata in un mondo che non solo ti obbliga a parlare, ma ad urlare, a farti sentire, magari anche ascoltare.

Lo straniamento dei primi giorni è completo. Il timore di non esser all’altezza, la vista degli altri, così avvezzi, intraprendenti, brillanti.  E tu al contrario piccola piccola. Timida. Catapultata in un contesto estraneo.  Maledici quella tua indole nel buttarti a capofitto in esperienze che non ti competono, trovandoti a fronteggiare situazioni che ti mettono in difficoltà. Valuti anche la possibilità di gettare la spugna, e tornartene in Italia. E poi trovi la forza di aprirti, di svelare quella fragilità. E’ difficile all’inizio spiegare il tuo malessere, perché le parole non escono, bloccate come sono da un nodo alla gola che non ti dà scampo. Ma davanti trovi chi ha già capito tutto, e ben conosce quelle sensazioni che tu reputi esclusive: “Stai tranquilla, è normale all’inizio, datti un altro po’ di tempo, vedrai che già domani andrà meglio”, ti sussurra lei,  la tua prima confidente, che prova a sollevarti il morale raccontandoti aneddoti del suo primo soggiorno.  Aveva ragione.

Perché il segreto è uno solo: farsi trasportare. Trasportare da loro, dai ragazzi.

E’ come se ti sollevassero, con dolcezza ti adagiassero su di un tappeto e il tuo compito si azzera perché devi solo lasciarti fluttuare dal movimento del vento.  E così tutto cambia, suddenly, proprio come quel cielo d’Irlanda che ci ha dato acqua, vento, ma anche di improvvisi sprazzi di sole che nutrono l’anima. Ti ritrovi mascherata da Winxs, una bandiera come vestito, dei codini con cartapesta, leggins floreali e volto metà arancio e metà blu. Tu? Tu? Sei proprio tu? E già.

“Il segreto è mettersi in gioco, affidati a noi, e vedrai che a fine soggiorno ti ritroverai trasformata”: queste erano state le parole di Valerio e di Antonio, in risposta al mio intervento nel corso della prima riunione.

E’ come se, un passo alla volta, le barriere cadessero, mano a mano, o quantomeno cessassero di essere da intralcio.

Ricordo il momento dell’organizzazione del primo pomeriggio di sport, il mio timore che diventava vero terrore al pensiero di non esser all’altezza di fare nulla, essendo un’antisportiva per eccellenza. E invece tutto  fila liscio, due passaggi a pallavolo, qualche exploit nel badminton e tra risate ed acrobazie, il tempo vola, e alle 16 in punto ci ritroviamo tutti nella recreation room, puzzolenti e assetati, a vedere un video sul football gaelico più o meno apprezzato.

E ricordo il secondo giorno di sport. “Di cosa ti vuoi occupare questo pomeriggio?” mi chiede di nuovo Antonio.  Scorro con gli occhi i nomi di quelle stesse discipline: “ Considerando che non so fare niente  – dico – proviamo con il rugby, così magari è la volta buona che imparo le regole e finalmente capisco come funziona”, rispondo sorridendo.  Mi metto subito in azione,  trovo Giacomo e Andrea, li nomino miei coach ufficiali e mi faccio spiegare, per filo e per segno, regolamento e finalità.  Quel pomeriggio l’azzurro del cielo riesce ad avere la meglio sulle nuvole, e ben si sposa con il verde acceso del prato  dietro il college, che diventa campo di un triangolare di calcio A8  e campo di una partita di rugby 6 contro 6.  C’è Michelle con me e prende in mano la situazione, organizza le squadre e fa da arbitro, all’occorrenza anche da giocatrice. Io sono lì, la aiuto a delimitare il campo,  sorveglio, incito i ragazzi, scatto qualche foto, e di tanto in tanto vado da Angelo, nell’ala calcio, radiolina al collo, assicurandomi che tutto vada liscio. Insomma, non faccio nessuna performance, eppure mi sento perfettamente integrata nel contesto. E’ questo che intendeva Valerio col dire mettersi in gioco? Ed io, sono stata capace di farlo questa volta?

Passano i giorni ed ecco i passi da gigante. I ragazzi  iniziano a conoscersi tutti, vuoi per le squadre, vuoi per il gruppo della scuola, vuoi per il centro d’interesse o il gruppo sport. Non appena c’è un momento ne approfittano per buttarsi sul prato. Sventolano le bandiere colorate, ed è una delizia lo scenario che prende vita. Regna serenità, benessere, spontaneità, semplicità. Iniziano a formarsi le prime coppiette. Noi animatori cerchiamo di aver sempre tutto sotto controllo, ma qualcosa poi, sfugge sempre, e la notte, in staffroom, non manca mai uno scoop da raccontare.

I ragazzi riempiono le mie giornate, li osservo, gli parlo, mi parlano, li cerco, li rimprovero, mi ascoltano e mi seguono. E mi danno tante, tante, soddisfazioni.

Non dimenticherò mai lo straordinario gruppo del centro d’interesse “Galway News”.  Alcuni l’avevano scelto perché sognano di diventare giornalisti da grandi. Altri semplicemente come scarto, perché erano rimasti fuori dal gruppo sport o musica. E’ la prima volta che mi trovo a “gestire” una classe, a definire ruoli, compiti, e tempo a disposizione.   L’idea di partenza è ambiziosa: realizzare da zero un giornalino di sedici pagine, decidendo gli argomenti e realizzando gli articoli, corredati da immagini e interviste. Mi limito a dire questo ai ragazzi, pardon, ai miei redattori, e loro fanno tutto il resto, esprimendo delle potenzialità che mai, e dico mai, mi sarei aspettata. Hanno tirato fuori tante idee, subito si mettono all’opera per concretizzarle. In men che non si dica, gli articoli sono pronti.  Approfondimenti di cultura, di sport, culinari, creativi. Un’inchiesta sul fumo, un cruciverba e l’oroscopo. Persino un’intervista video, e persino una parte del giornalino in inglese. L’avrei mai detto? No. E loro, si son resi conto che hanno interamente realizzato un giornalino di sedici pagine? Forse no.  Simone, Luca, Chiara, Mario, Marcello, Giacomo, Dario, Ettore, Michele, Simona, Maria, Marianna,  Elena, Ilaria, Lorenzo, Riccardo, Enzo: eccoli i fantastici 17 (inseriamo anche Martin così arriviamo a 18,  e tanta pace per la sfiga)!

I giorni corrono via troppo in fretta, i ritmi son frenetici e, spesso, manca il tempo materiale per far tutto, compresa una sosta più prolungata in bagno. Arrivo a sera, a volte, e mi rendo conto di non esser riuscita, in tutto l’arco della giornata, a scambiare una parola con Valerio. Ma come è possibile? Mi chiedo.

Già Valerio, sarebbe stato possibile per me trovare un coordinatore migliore di lui? Non credo.

Non dimenticherò mai la sua versione Papa Ratzinger , mentre dava istruzioni sulla cooking competition. Ha ricevuto tutti dalla finestra della staffroom, contornato da bandiera bianca e gialla, adagiato su di una poltrona d’oro, vestito da Pontefice. Ha dato vita ad una scenetta così spontanea e divertente da rimanere indelebile, ne son sicura, nella mente di tutti noi. I ragazzi da sotto lo guardano estasiati, anche io con loro.

Aveva un compito grande sulle spalle, Valerio, eppure non l’ha mai dato a vedere. Anche quando la stanchezza aveva il sopravvento venivamo prima tutti noi, e poi c’erano le sue esigenze, in ultimo però, e soltanto alla fine, solo se rimaneva tempo. Ed il tempo, di solito, non rimaneva mai. Per me non è stato soltanto un punto di riferimento, ma qualcosa di molto più importante.  Poteva succedere di tutto, potevano sorgere i più svariati contrattempi, ma sapevo che lui c’era, e con la sua calma avrebbe risolto tutto. Non mi ha mai fatto mancare una parola di sostegno, una pacca sulla spalla, un abbraccio. Ho sempre percepito la fiducia che nutriva nei miei confronti, ed ho cercato di ripagarla al massimo, non potevo, e non volevo, deluderlo. I ragazzi poi lo adoravano, forse all’inizio deridevano un po’ il suo accento romano ma, giorno dopo giorno, lui li ha saputi conquistare con l’autorevolezza, con il suo prodigarsi al 1000% per la buona riuscita del soggiorno.

Le gite ai castelli di dubbiosa bellezza, le attività serali, il talk show, la caccia al tesoro, il travel game, la sensazione che in ogni momento potesse accadere qualcosa di speciale, e capace di sconvolgere tutto.

La mattina spesso il risveglio era condito da una sensazione di smarrimento.  Che ore sono? Dove sono? A che ora è l’appuntamento?  Quali sono le cose da fare oggi? Poi una colazione tutti insieme, arriva la prima dose giornaliera di Kulana e, pian piano, si inizia a carburare.

E ecco poi tutto lo staff. Mi piace definirci una sorta di cordone, l’uno nella mano dell’altro, sostenendoci a vicenda e alleggerendo così un compito che, spesso, avrebbe potuto nascondere insidie. Bastava uno sguardo a volte per capirsi: “Ce l’hai tutti?”, significava il più delle volte. Il sostegno era totale, la compartecipazione anche, eravamo un team a tutti gli effetti, sin dall’incontro all’aeroporto di Fiumicino. Quante volte ho trovato aiuto dai veterani, che dispensavano consigli e prendevano sempre in mano le situazioni.

Antonella con il suo sorriso, la sua sensibilità  e  pacatezza, capace di sciogliere ogni velo di preoccupazione e di trovare la via giusta per varcare timidezze e inquietudini. Francesca un vulcano di energia, pallone ai piedi o microfono in mano poco importa, era sempre al top. I ragazzi la adoravano, e non è difficile capire il perché.

E quanto sostegno dai nuovi. Quando mi sentivo persa, li cercavo, ci confrontavamo e il più delle volte condividevamo gli stessi dubbi. La dolcezza e lo sprint di Mariarosa, capace di sacrificarsi accettando un centro d’interesse di dubbia consistenza, pur di aiutarmi. E’ stata preziosa Mariarosa. Bastava un po’ di musica e subito diventava la regina della disco, e la spontaneità e innocenza del suo “A fine soggiorno sarete tutti napoletani” è diventata ben più di un semplice must. E poi c’era Zap (o Linda che dir si voglia), anche lui si é lasciato trasportare al 100 per cento dagli eventi, e la standing ovation che ha consacrato l’ultimo giorno l’esibizione del suo coro è stato un riconoscimento meritato. Le nostre squadre erano gemellate,  è stata una passeggiata organizzarmi con lui ogni volta anche se, e l’appunto c’è tutto, ancora mi chiedo che fine abbia fatto fare ai miei cuscini!

C’era anche Angelo, capace di mettersi ai fornelli e vestire i panni di Nonna Papera, aveva creato un feeling bellissimo con i suoi “rossi”, accompagnandoli nella risalita di posizioni durante gli ultimi giochi . E poi c’era Pisa, come mi sono affezionata anche a Pisa! Ne abbiamo passate tante insieme, a partire dall’entrata trionfale di Antonio e Cleopatra, passando per i tornei di badminton fino ad arrivare alla cena a base di Viennetta e marmellata (…!) con lo staff irlandese. E’ stato lui, durante una delle nostre prime chiacchierate, a farmi riflettere sul fatto che non fosse per niente scontato, per una che non aveva mai fatto esperienze di questo tipo, decidere di intraprendere quest’avventura, da sola, “Ti invidio, sei coraggiosa”, mi disse e solo in seguito avrei capito l’importanza delle sue parole.

Ma non c’erano solo gli animatori a Galway al mio fianco, oh no. Quante volte mi hanno aiutato Eleonora e Marianna? Una dottoressa e un’infermiera che abbandonano il loro ruolo pur di venirci in soccorso. Anche loro si son messe in gioco, ponendosi al nostro stesso livello mantenendo, al contempo, quella serietà che la loro professione gli imponeva di mostrare.

E poi la roccia di Cristofero, che era sempre lî, pronto a prodigarsi per tutto e per tutti. Si definiva il jolly del campo, per me era una pietra miliare. Così come Antonio: sempre concentrato affinché tutto filasse liscio, vestiva e svestiva ruoli con una facilità impressionante, passando da predicatore a disk jockeyin un  batter d’occhio. Per non parlare di Giuliana, credo che avesse il compito più scocciante, dalla mattina alla sera a raccogliere le lamentele sui disservizi degli alloggi , trasformandosi all’occorrenza in idraulico, elettricista e chi più ne ha più ne metta, ovviamente ireland style. Eppure l’ha  svolto con serietà e serenità , non risparmiando mai sorrisi.

E su tutti c’era lui, Alberto. Un sostegno, una colonna, una certezza. Non saprei pensare al soggiorno senza Alberto, quantomeno non al mio. Perché mi è stato vicino. Abbiamo condiviso tanto. Ci siamo conosciuti e raccontati l’un l’altro, mi ha aperto una finestra sul suo mondo: l’amore sterminato per il suo nipotino, le foto dei paesaggi incantati della sua Sardegna, i racconti delle mete a cui é approdato nei tanti anni del suo girovagare. Alberto c’era sempre, quando la tristezza prendeva il sopravvento, quando la stanchezza rendeva tutto difficile, o semplicemente quando sarebbe servito soltanto staccare la spina, ma non era permesso. E’ stata la mia terza mano, fino all’ultimo. Lo ricordo all’aeroporto, nel momento del rientro, che chiamava e contava i suoi ed anche i miei, perché sapeva che ero in difficoltà. Il fatto è che ci sono persone che vivono le emozioni in maniera viscerale e esponenziale, ed io son stata una di quelle, dal primo all’ultimo giorno. Lui lo sapeva bene e non ha esitato  a darmi tutto il suo sostegno.  E lo ha fatto cosi, col cuore in mano, senza chiedere nulla in cambio. E mi chiedo come fare a ringraziarlo, perché un semplice “grazie” rende tutto banale.

Eccoli poi loro,  i ragazzi della squadra arancione. I miei ragazzi. Li ho lasciati per ultimi non certo per ordine di importanza ma soltanto perché è troppo, troppo grande quel che nutro per loro, e temo che le parole non saranno in grado di restituirlo. Quante ne abbiamo passate insieme. I loro volti sono scolpiti in me, in maniera indelebile.

Porto dentro i loro sorrisi, la spensieratezza e allo stesso l’inquietudine di un’età un po’ birichina.  Le risate, gli occhioni pentiti all’ennesimo rimprovero per un ritardo. A volte li ho trattati male, anzi troppo, e loro non lo meritavano. Non dimenticherò mai la punizione che gli ho inflitto, all’indomani di un ritardo, facendoli presentare all’appuntamento alle 7.30 di mattina, mezzora prima rispetto a tutte le altre squadre. L’acqua scendeva a catenelle quel giorno, e faceva freddo.  Io ero arrivata con un quarto d’ora d’anticipo, quasi volessi infliggermi una punizione peggiore della loro, se solo fosse stato possibile.  Li aspettavo sotto la pioggia convincendomi che, anche la pioggia, in Irlanda, ha un suo perché.   Ero li che li aspettavo, avevo paura che non arrivassero. “Che senso ha arrivare prima e stare mezzora sotto la pioggia aspettando gli altri, visto che ci spostiamo solo in gruppo?” mi chiedevo. L’aveva un senso.

Alle 7.25 vedo delinearsi due figure in lontananza, nel prato. Erano  Ilaria ed Elisa, loro ree la mattina prima di aver tardato più di un quarto d’ora, eccole presentarsi con cinque minuti d’anticipo sugli altri. “Dovete essere qui prima domani, cosi date il buon esempio “, mi ero raccomandata. L’hanno fatto.  Scocca l’ora x ed iniziano ad arrivare tutti, alcuni adagio, altri correndo, altre in tre sotto lo stesso ombrello, altri danzando sotto la pioggia e mostrando un’energia invidiabile. Temevo rancore nei miei confronti, e invece nessuna polemica, un po’ insonnoliti sì, normale in fondo. E così alle 7.45, quando al gazebo è iniziato il flusso di tutti gli altri ragazzi, la squadra arancione c’è, tutta unita e compatta. “Noi siamo tutti, noi siamo tutti!”, ripetevo a chiunque incontravo sul mio cammino, e la pioggia non poteva scalfire quel che si era appena creato.

I giorni hanno iniziato a scorrere veloci, ed io ho cercato di nutrirmi di loro. A mensa silenziosa ascoltavo i loro discorsi, e mi sorprendevo di quanto, a volte, toccassero temi anche spinosi, mostrando una maturità che ben poco aveva a che vedere con i loro 15-16 anni. Vedevo legami consolidarsi, piccoli gruppetti formarsi, anche coppiette, nonostante cercassero di nasconderlo mostrando un’apparente distanza. Ad alcuni mi appoggiavo completamente, a lui ad esempio, che  era sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via, e subito si prodigava nell’aiutarmi nella famosa conta. E poi loro, sempre in prima fila e pronte a prendere in mano la squadra durante i giochi. E poi c’era il creativo, lo sportivo, la mascotte, la vanitosa, l’esigente, l’intraprendente, un piccolo mondo colmo di qualità. Hanno dato il massimo i miei ragazzi, nelle sfide come nei giochi, prede di un sano agonismo. Pierfrancesco , Gianluca, Giulia e Martina, Elisa e Ilaria, Francesca, Angela, Ilaria, Ludovica, Matteo, Giacomo, Antonio, Emanuele, Federica, Alessandro: li porterò sempre con me. Sempre.

Se c’è una cosa che non mi perdono, è quella di aver ricambiato la loro dolcezza con un’eccessiva severità. Rimproverarli sempre e comunque, anche per tre minuti di ritardo, anche perché quei tre minuti erano stati impiegati per fare la fila in bagno.  E ricordo quanto sia stato difficile per me vivere gli ultimi due giorni nella consapevolezza che no, non sarei stata in grado di salutarli a dovere. Ed infatti così è stato.

La penultima serata è stata dedicata ai giochi di squadra, i miei ce l’hanno messa tutta, ed eravamo una vera forza tutti insieme, tutti vestiti di arancione.  Alla fine dei giochi Valerio ha dato la possibilità ad ogni squadra di recarsi nell’appartamento del proprio animatore per creare un ultimo momento da vivere insieme. E io per l’ennesima volta non ho colto l’occasione ma me ne sono stata in silenzio, lasciando che parlassero tra loro. Avrei avuto tante cose da dirgli, ma non ce l’ho fatta. Loro non si son smentiti, e mi hanno lasciato, su di una t-shirt orange, le loro parole, scritte con un pennarello blu.  Frasi e pensieri bellissimi che però, davvero, non credo di meritarmi. Alle 23.27 uno di loro mi ha chiesto se poteva andare via (tre minuti prima del permesso “accordato” da Valerio) , perché era stanco, e per me è stata la dimostrazione che no, purtroppo, la mia figura non è emersa.

L’indomani non sono riuscita a salutarli,  neppure ad avvicinarli. Volavano lacrime e abbracci, io me ne stavo in disparte. Solo Matteo l’ha fatto, è venuto prima della colazione, mi ha abbracciato e mi ha detto: “Grazie di tutto”. E’ stato dolcissimo, proprio lui che avevo rimproverato bruscamente alle scogliere di Moher perché non era con gli altri e  non sapevo come rintracciarlo. Non aveva neanche la voce per replicare quel giorno, e a testa bassa ha subìto le mie grida, mortificato. Credevo che ero stata io a dargli una lezione, invece è stata lui a darla  a me.

Cosa ho imparato da questa esperienza? Beh, tante cose.

Anzitutto che ho serie difficoltà a contare fino a 16.  Poi che le dipendenze sono sempre in agguato, e si può diventare schiavi persino di un succo d’arancia dal retrogusto amaro di nome Kulana.  Ma soprattutto,  come ha detto uno di voi parlando della timidezza durante uno dei momenti più toccanti del soggiorno, ho imparato che,  se si decide di giocare una partita, c’è il rischio di perderla. Però,  se neanche si entra in campo per provarci beh… si perde già in partenza.  Io non so se ho vinto o perso la mia gara, se c’era un arbitro , non conosco neanche i colori delle casacche vestite dai giocatori. Quel che so – e lo dico davvero –  è che sono contenta di esser scesa in campo.

A GRANDE RICHIESTA: Il video con l’intervista doppia Valerio vs Martin

E’ possibile scaricare la versione pdf del  GalwayNews  da questo link:GALWAY NEWS 2012

Grazie Ragazzi.

Romina

Categorie: Diario | Tag: , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

I soliti idioti

Stamani ho avuto l’ “onore” di incontrare uno dei tanti guru del mio mestiere.  Uno di quelli che può ancora riconoscersi nella figura mitologica del “corrispondente”   e che,  ben saldo nella sua poltrona, da  oltreoceano osserva con fare saccente l’evolversi scialbo della situazione italiana.  Tralascio il contesto nel quale è partorito l’incontro, ma non posso tralasciare le parole che lui, salito in cattedra, si è sentito di spendere nei miei riguardi.

“Se posso permettermi di  darti un consiglio – mi dice –  ti invito a cambiare mestiere”.

“Sono sei anni che mi danno questo consiglio, e puntualmente lo rispedisco al mittente”, rispondo io.

“Ma il discorso è più semplice di quel che sembra:  se tu pensi di avere una vocazione, forte come potrebbe esser quella di farsi suora, io ti dico di continuare. Ma se sei nel dubbio, se ti trovi dinanzi a un bivio beh… tieniti lontano dall’imboccare questa strada”.

“E’ come se portassi il velo da sempre”, rispondo io con voce fioca.

“Pensa però, e rifletti bene: questo presente sarà anche il tuo futuro. Non c’è rivalsa, non c’è possibilità di miglioramento. Io sono fortunato, faccio parte dell’ultima casta di privilegiati. Siamo tutelati e ce la passiamo bene. Dopo di noi però non c’è più nulla, i soldi ormai son finiti, non girano più”, conclude sentenziando.

E avrei tanto voluto sentenziare anch’io: “E certo, ve li siete mangiati tutti e continuate a farlo con disinvoltura”. Ma non l’ho fatto, e il mio silenzio forse è stato più tremendo delle sue parole.

Quell’incontro  fugace e quanto mai indesiderato, però, non è stato scevro di conseguenze. Per tutto il pomeriggio, e buona parte della serata, nella mia mente continuava a risuonare, come un ritornello martellante,  quella unica, medesima, maledetta frase: “Questo presente sarà il tuo futuro”.

Ho provato a svagarmi, ma non è servito, e neanche la magia della città eterna  ha potuto niente questa volta. Ed allora provo a rispondere  a quel guru con l’unica arma che ho a disposizione, la scrittura.

Caro guru,

ti auguro di vivere tutte le sopraffazioni, le umiliazioni, i bocconi amari che ho vissuto io, e quelli della mia “generazione di sfigati”. Ti auguro di sentirti sfinito, stremato. Ti auguro di patire e di soffrire, come un pesce intrappolato a riva,  che vede il mare ma non ha la forza per raggiungerlo,  e a cui di tanto in tanto danno una goccia, solo per aumentarne l’agonia. Ti auguro di vivere nell’attesa di quella goccia, sapendo che non sarà in grado di strapparti dalla fine che ti attende.
  

Ti auguro di toglierti un paio di zeri dal tuo reddito, ed anche la cravatta.

Ti auguro di iniziare un percorso e poi doverti fermare, e con la coda tra le gambe tornare a bussare a casa dei tuoi, perché  tu l’affitto non riesci più a pagartelo.

Ti auguro di lavorare anche diciotto ore al giorno, ma senza vedere un euro, e prenderti una pacca sulla spalla qual fosse l’unica ricompensa a te concessa. E ti auguro di andare a lavorare nei weekend, come aiuto cuoco/lavapiatti in una pizzeria. E tagliuzzarti le dita perché  tu in cucina sei sempre stato una schiappa.  Ti auguro di attaccare alle 6 di pomeriggio del sabato, e staccare alle 4 del mattino seguente, per prendere 33 euro senza mance, perché quelle spettano solo ai camerieri. Ti auguro di sopportare tutto per mettere soldi da parte per andare in America, e giungere negli States per scoprire che non sono più l’Eldorado. Ti auguro di volere al tuo fianco qualcuno che ti comprenda e riesca a starti vicino, e trovarne invece soltanto di disposti a sfruttarti approfittando della tua buona fede.

E ti auguro di fare una settimana di prova ad un call center, ovviamente non pagata, perché tu ti devi “formare”. Sentirti mandare al diavolo più e più volte per la tua invadenza, e nonostante tutto continuare a chiamare. Ti auguro di superare quel periodo di prova e firmare il tuo primo contratto a progetto, cento euro per cinque giornate di lavoro.  Ma son soldi che vedi soltanto a raggiungimento dell’obiettivo , e quando l’obiettivo equivale a realizzare cento interviste in quel lasso di tempo tu ci provi, ma di euro ne vedrai ben pochi, i colpi invece sì, quelli li riceverai a bizzeffe, e con tanto di interessi.   

E poi ti auguro di doverti aprire una Partita Iva come Libero Professionista, che ti spacciano quale l’unica soluzione possibile al tuo essere, e tu sai bene che ti danneggerà solamente, e che la  libertà è un lusso che non ti puoi concedere.

E ti auguro di doverti sempre piegare, e dire grazie. Chiudendo ogni mail con un grazie, anche se è rivolta a chi ti ha spremuto fino all’osso, per poi buttarti nel cestino.

Ma soprattutto ti auguro di  trovare la forza di andare avanti, proporre sempre nuovi progetti, la voglia di metterti in gioco per inseguire qualcosa che forse sì, dovresti iniziare a chiamare vocazione.

A quel punto, solo a quel punto, ti voglio incontrare. E lo farò in uno dei tanti momenti di fragilità che condiscono le tue giornate.

Fermarti, offrirti un caffè,  parlarti, soprattutto ascoltarti, e infine dirti: “Vai, non mollare, continua a lottare, perché il presente è una merda, ma il futuro è tutto da scrivere”.  

Distinti saluti, e a risentirci, guru.

Ciao, solito idiota.

Categorie: Diario | Tag: , , , , | 5 commenti

Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (3/3) / La corsa infinita sul Mac Arthur Causeway

26 Settembre 2011, Miami

Miami oggi mi ha accolto piangendo, e questo non mi è piaciuto affatto. Dopo un’abbondante colazione a base di corn flakes, american coffee e orange juice a volontà, di buon mattino sono uscita, ho raggiunto la fermata dell’autobus più vicina ed ho preso l’S (questa volta GoogleMaps ci ha indovinato): direzione South Beach.  Ho trascorso la mattinata alla scoperta degli angoli più nascosti dell’Art Deco District, il quartiere residenziale che dà direttamente sull’oceano. I palazzi/grattacieli che lo pullulano sembrano scolpiti come opere d’arte, tanto son belli, particolari, curati nei minimi dettagli. E poi son colorati, quanti colori ho visto! Viola, giallo, azzurro, arancione… le tonalità mi hanno ricordato le casette dell’isolotto di Murano a Venezia, solo che queste sono venti volte più alte. Anzi, se non fosse per l’età “anagrafica” difficile da nascondere, potrei definire Murano la miniatura di South Beach.

Finalmente ho visto l’oceano, e le spiagge di Miami. A dire il vero mi aspettavo onde vertiginose e surfisti a volontà, ed invece il mare, ops l’oceano, era calmo come una tavola. Le spiagge abbastanza deserte, lunghe ma deserte, qualcuno camminava sul bagnasciuga,  qualche bagnino manteneva la sua posizione nella torretta (ricordate il telefilm Baywatch? Uguale!) alcuni si divertivano a fare su e giù con le macchinette elettriche, quelle che si usano nei campi da golf.  A costeggiare l’oceano poi c’è questa lunghissima passeggiata incorniciata da tante e tante palme, dove cittadini e turisti si divertono a fare jogging, ad andare in bici, a portare a spasso il cane.  I lidi in sé sono davvero lunghissimi, e nonostante la pioggia non ho resistito: dovevo pur tastare l’acqua! Così ho tolto le scarpe ed ho raggiunto la riva. L’acqua era calda e cristallina, la voglia di fare il bagno era totale, e indossavo anche il costume, ma come la mettevo con le borse?  Il passaporto l’avevo lasciato in albergo, ma a seguito avevo blackberry, reflex e un po’ di dollari, e va bene che la spiaggia era tutto fuorché affollata, ma si trattava lo stesso di un bell’azzardo. Per una volta la ragione ha avuto il sopravvento sull’istinto, e mi ha desistito a rischiare.  Il mio bagno nella East Coast degli States è stato rinviato dunque, a data da destinarsi…!

Nel proseguo della passeggiata mi son imbattuta, in modo del tutto fortuito, in due set cinematografici. Per il primo (la trama aveva a che fare con la musica) avevano bloccato un isolato intero. Ho deciso che dovevo appropriarmi di quei ciack. Così ho montato il teleobiettivo e mi son avvicinata a mo’ di paparazzo, facendo anche dei bei primi piani allo pseudo-protagonista. Peccato però che non abbia la minima idea di chi fosse (non era né Di Caprio, né Brad Pitt e neanche Clooney, fin qui ci arrivo) ma del resto l’ho sempre detto che non valgo nulla come paparazza. Per non saper né leggere né scrivere però “posto” qui la foto, chissà se qualcuno riuscirà a dare un nome famoso a questo volto.

Who is this guy?

Ho mangiato una caribbean salad all’incrocio con la Washington Street, bevendo esclusivamente tap water.   Poi ho deciso di riavviarmi in albergo: stava infatti per scattare l’ora x per la profilassi antimalarica, dovevo prendere la pasticca che, furbamente, avevo lasciato sul comò della stanza.  Così mi son incamminata per alcuni isolati, direzione ovest, ho imboccato a destra la prima grande arteria perpendicolare che ho incrociato, ho attraversato la strada raggiungendo una fermata dei bus che avevo visto in lontananza. Mi son assicurata che fosse la direzione esatta, ho aspettato neanche dieci minuti ed ecco arrivare il C, mi avrebbe riportato in downtown.  Salgo e convalido il biglietto ponendo così il sigillo ad una corsa che difficilmente riuscirò a dimenticare.

C’è abbastanza movimento sull’autobus, ma io riesco lo stesso a sedermi, trovando posto nella parte anteriore del mezzo, poco distante dal conducente.  Subito mi accorgo che, i sedili davanti a me, sono occupati da una coppia di italiani, che parlano animosamente. Anche alle mie spalle sono seduti due connazionali, ragazzo e ragazza con la cartina aperta sulle ginocchia, tentando di orientarsi.   Al mio fianco invece c’è un ragazzo di colore, calza un cappello alla pescatora verde acceso cinto da una banda nera. Sembra molto insofferente.  Ascolta musica a tutto volume, e gli auricolari non impediscono al  suo rock di propagandarsi fino alle mie orecchie. Di tanto in tanto prende un block notes e annota qualche parola rispettando un’improbabile  linea obliqua.  Poi rimette la penna in tasca, ed inizia ad afferrarsi le mani l’un l’altra. E’ agitato, e con la gamba mi trasmette il suo tremore.  Con la coda dell’occhio non mi stanco di osservarlo, e mi ritrovo a fantasticare sul perché di tanto fremito, chissà, forse è in ansia per un appuntamento importante, la ragazza dei suoi sogni finalmente ha accettato di incontrarlo. O magari sente che la sua lei si sta allontanando, e lui pensa a come poter ricucire il rapporto. D’improvviso un gran frastuono mi allontana dai miei pensieri, riportandomi con i piedi sulla terra. Sento delle urla provenire da dietro, mi giro un paio di volte, c’è tanta gente in piedi,  qualcuno sta litigando.  Si gira anche il mio compagno di sedile, dà una rapida occhiata e poi torna al suo turbamento. Tutto d’un tratto però la situazione degenera. E’ evidente che sia successo qualcosa di grave, perché le urla sono diventate delle grida, la gente si inizia a muovere e ad accalcare.  C’è in atto una rissa molto accesa, si è arrivati alle mani. Ci sono dei neri che litigano con dei bianchi, all’altezza dell’uscita posteriore del mezzo.  Una signora di colore si fa largo a suon di spintoni e si precipita in avanti verso di noi, per non rimanere coinvolta. 

Viene avanti anche un ragazzo bianco,  alza in mano una bottiglia per farsi spazio, e urla a squarciagola.  Vedendolo avvicinarsi ho avuto paura, avrebbe potuto fare di tutto con quell’arnese.  Ecco spuntare poi un nero grosso grosso, era lui il fautore dell’aggressione.  Alcuni strattonandolo provavano a spingerlo davanti, ma lui cercava di indietreggiare.  Mi giro e vedo un secondo bianco, identico al primo, ma con il volto insanguinato.  Si stava aprendo un varco tra la folla per raggiungere l’amico e  far vedere all’autista in che condizioni era  ridotto, la gente però cercava di sbarrargli il piccolo corridoio che si era venuto a creare, per evitare che si scontrasse con l’energumeno.  Continuava ad urlare “Stop  stop”, ma il bus non dava cenni di rallentare.

Il punto è che stavamo percorrendo il MacArthur Causeway,  il famoso ponte che congiunge downtown e Miami Beach.  Il tassista che ieri mi ha portato dall’aeroporto all’hotel  sta ancora ridendo alla mia domanda di poterlo percorrere a piedi. E’ lungo svariati chilometri, e mi sembrava di contare metro per metro, in un tragitto che pareva  infinito.

Intanto, in quel rapido susseguirsi di eventi, per istinto mi ero avvicinata ancor più al ragazzo al mio fianco, quasi a cercare protezione.  Lui si girava dietro ed urlava a quelli, immagino incitasse alla calma, ma non posso esserne sicura. Allo stesso tempo però io non perdevo di vista le due coppie italiane, e ne scrutavo attentamente i movimenti. Quando ho visto che i due dietro di me stavano per alzarsi dai sedili li ho subito anticipati, mettendomi dinanzi a loro.

Ad esser sincera ero infastidita, all’inizio, quando ho visto altre presenze italiane sull’autobus.  Non sono di quelle persone che, quando sono all’estero, scalpitano dalla voglia di incontrare connazionali, anzi. Di solito cerco di prenderne le distanze tanto da celare la mia nazionalità.  Anche sulla South Bayshore Drive del resto, questa mattina, non mi sono smentita, e ho risposto in spagnolo a due ragazzi che mi hanno chiesto indicazioni in un italiano svogliato impreziosito in ogni parola da una “s” finale.  Ed anche sull’autobus  appena salita mi dava fastidio sentir parlare la mia stessa lingua, e volevo mantenere riserbo sulla mia nazionalità.  Quando la situazione è degenerata invece…che gran conforto il pensiero che non ero sola su quel maledetto mezzo!

Sono stata io a rivolgergli la parola per prima, ponendo fine ad un gioco di sguardi che creava molta complicità.  Iniziamo a conversare cercando di mantenere un’apparente tranquillità, anche se la tensione è palpabile.  Proviamo a ricostruire le dinamiche dell’accaduto.  Secondo la ragazza sarebbe volato un pugno, per il ragazzo si trattava di una testata, per me del colpo di una bottiglia.  Il percorso  era interminabile, ma stando insieme sembrava meno traumatico.  

Quando l’autobus  finalmente si  è fermato non sapevamo se era il caso di scendere o meno. Sono stati gli eventi a scegliere per noi. All’apertura delle porte infatti il gruppo di neri è corso via, imboccando una strada sulla destra. Il ferito e l’altro bianco li hanno rincorsi, ma dopo poco son tornati indietro. Nel frattempo l’autista (una donna), aveva invitato tutti i passeggeri a scendere. Ci siamo quindi riuniti tutti lì fuori, dinanzi allo skyline di downtown e lasciandoci alle spalle il  MacArthur Causeway. Il cielo intanto era tornato greve ed offuscato, e grandi batuffoli di ovatta sbiadita davano alla situazione una pesantezza ancor maggiore. Il ragazzo bianco aveva ancora la bottiglia in mano, parlava al telefono e ha passato il cellulare all’autista, forse stava chiamando la polizia. L’altro intanto continuava a sanguinare.

Erano due gemelli. Quello sano si è tolta la t-shirt  nera e l’ha data all’altro per tamponare tutto quel sangue che non cessava di uscire  e che gli aveva ormai sfigurato il volto.

Ho pensato più volte, successivamente, a come la paura, il timore e la vista del sangue a volte ti paralizzino completamente. Io avevo dei fazzoletti di carta,  ed anche un disinfettante nella borsa, perché non mi sono fatta avanti aiutando quel ragazzo? Era ferito, scosso e in difficoltà, cosa avrebbe potuto farmi di male? Nulla, assolutamente nulla.

Nel mentre lui continuava a sanguinare noi, a pochi metri, avevamo  creato un bel gruppetto. Si era avvicinata infatti anche l’altra coppia di italiani, e tutti insieme ci interrogavamo sul da farsi. Eravamo un quintetto abbastanza assortito. La prima coppia, quella con cui ero stata io a rompere gli indugi, erano degli sposini, lui bellissimo, lei bellissima, accento simile al mio, erano stati in viaggio di nozze in Messico, ed ora si godevano tre giorni a Miami, prima di rientrare in patria. Gli altri due invece, lui ciccione, lei cicciottella, venivano da Milano e non hanno voluto esplicitare il perché si trovassero lì, forse si trattava semplicemente  di una vacanza. Erano comunque due belle coppie, ben assortite. 

In quei minuti ho capito due cose, in primis che casa è sempre casa, e puoi avere lo spirito avventuriero che vuoi, puoi rigettare le tue origini quanto ti pare, puoi sentirti cittadina del mondo a pieno regime, però nei momenti difficili quanto è bello avere dei compatrioti accanto.  La seconda è che avrei tanto voluto non essere sola in quella circostanza. Forse  - in due –  avrei avuto meno paura, e non mi sarei avvicinata ad uno sconosciuto che mi sedeva accanto nell’autobus dapprima,  e non avrei cercato la vicinanza di due giovani sposini dopo.
Anche perché situazioni di emergenza sono sempre in agguato, dovunque. Mai come questa volta, del resto, posso dire di non essermela andata a cercare. E’ successo in pieno giorno all’interno di un bus che compie uno dei tragitti più turistici di Miami.

Questo affatto piacevole siparietto, in ogni caso, ci ha fatto perdere più di una mezzoretta. La driver continuava a parlare al telefono, il ragazzo ferito si era accovacciato a terra e si tamponava il volto con la maglietta del fratello, la gang di energumeni aveva fatto perdere le sue tracce. Fino a quando è arrivato un nuovo autobus e siamo saliti in massa. Noi cinque siamo rimasti tutti vicino, i due sposini hanno riaperto la cartina, e li ho aiutati ad orientarsi. Poi, uno alla volta, prima la coppia bella, poi quella cicciottella e poi io siamo scesi, a distanza di un blocco gli uni dagli altri. Loro continueranno a coronare il loro viaggio di nozze, esibendo con orgoglio quella fede al dito e riversandosi nel loro amore, in una vacanza che mai dimenticheranno nella loro vita. Magari chissà, qualche volta ripenseranno anche a quella ragazza, sola e solitaria, che se ne andava in giro disinvolta per Miami con una reflex al collo, e diceva di fare la giornalista.

Io, da parte mia, chiudo una parentesi, che è stata breve ma intensa, ed ora salgo sull’aereo per giungere finalmente alla vera destinazione del mio viaggio: Haiti.    

Romina

PUNTATE PRECEDENTI:

Per leggere la prima puntata: Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (1/3) / In volo sull’oceano

Per leggere la seconda puntata:   Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (2/3) / Metti trentasei ore a Miami 

Categorie: Diario, Viaggi | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (2/3) / Metti trentasei ore a Miami

25 Settembre 2011, Miami

 

Estoy en Miami y… que encanto!

L’arrivo negli States è filato tutto liscio: volo in orario, nessun problema alla dogana, nessun problema con la valigia (nonostante il siparietto a Barajas!). Il primo intoppo si è presentato all’uscita dell’aeroporto. Sono andata alla fermata dei bus, alla ricerca di un fantomatico autobus numero 7 che, secondo GoogleMaps, avrebbe dovuto lasciarmi a cento metri dall’albergo.  Peccato però che, da quelle parti, il number seven non lo conosceva nessuno, né gli autisti delle altre corse, né il personale che però non si è fatto scrupoli prima di rifilarmi il biglietto. Sono stata boicottata in quanto turista? Può darsi. Fatto sta che mi è toccato prendere il taxi,  un “extra” di venticinque dollari affatto gradito per una viaggiatrice squattrinata come me.

Il tassista era un ometto messicano, una quarantina d’anni, sul cruscotto aveva le foto dei suoi due figli. Il mio approccio in inglese non è andato a buon fine; neanche il tempo di finire la frase infatti e lui mi ha invitato a parlare spagnolo: “Perché è lo spagnolo la lingua ufficiale, anche se il Governo non lo vuole accettare”. “Spagnolo? Bene, tanto meglio”, ho pensato tra me e me.

 Mi ha chiesto cosa ci faceva una ragazza da sola a Miami, e perché avevo scelto proprio il mese più brutto dell’anno per visitare la Florida. Gli ho spiegato che la mia non era una vera e propria visita,  avevo infatti soltanto prolungato di un giorno e mezzo lo scalo perché, la mia destinazione, finale era Haiti. “Haiti? Allora tu sei una persona ricca!” mi fa lui.  “Ricca io? Bella battuta!”, mi son detta.  “ Solo quien tiene plata (soltanto chi ha denaro ndr) – continua –  va ad Haiti per fare affari, altrimenti non c’è motivo di andare fin là”. Gli ho risposto che in realtà c’è più di qualche motivo, e che io sono una giornalista , armata soltanto di sacco a pelo, che vado lì  per testimoniare  la realtà di quel paese e, al massimo, riuscirò a dormire in una tenda. Mi risponde con uno sguardo un po’ sornione, mostra di non prendermi affatto sul serio.


Il viaggio dall’aeroporto a downtown dura più di una mezzoretta, e lui ne approfitta per darmi qualche consiglio pratico: quali sono le spiagge più belle, dove andare a mangiare, i quartieri più carini, quelli da evitare assolutamente, soprattutto da sola. Intanto in cielo incombono nuvole grevi ma, anche in questo caso, “nessun problema – mi dice lui – a Miami il sole è sempre in agguato”.

Prendiamo il discorso di Miami Beach, sicuramente uno dei simboli incontrastati della città. Io mi mostro preparata: avevo “studiato” e sapevo che, per raggiungere l’isolotto, dovevo attraversare il lunghissimo ponte MacArthur Causeway . Ingenuamente chiedo al mio autista se disti molto dal mio albergo e, in caso, se potevo percorrerlo a piedi. Lui scoppia in una grossa risata, che dura abbondantemente per due semafori.  “Stiamo in America qui, mica in Italia”, risponde sghignazzando. Io rimango indispettita dal suo fare. Ed è vero che, sempre su GoogleMaps, ho dovuto fare più di uno scroll con il mouse per colmare la distanza del bridge, ma c’è da dire che soltanto il giorno dopo capirò che, quel famoso ponte, è lungo più di cinque chilometri. E ripenserò a lungo a quell’autista, quando quei cinque chilometri si riveleranno il tragitto più lungo della mia vita…

 Finalmente giungiamo a destinazione, mi appresto a pagare la corsa ma – di proposito – evito di dargli la mancia, “perché i giornalisti in Italia non sono ricchi”, mi giustifico salutando il taxista che rimane contrariato.

Faccio così ingresso al  River Park Hotel di Miami. L’albergo è bello, a scapito delle sue due stelle, si tratta di un grattacielo di sedici piani, la mia stanza è al terzo. E’ bello pure il ragazzo alla reception e, anche lui, parla spagnolo. Aveva ragione il mio Cicerone sui generis: Miami è, per una come me, semplicemente un paradiso. L’America Latina negli States, il ritmo caraibico che pervade i grattacieli…mi piace, mi piace! Tra le sue caratteristiche la scheda dell’hotel riportava anche la piscina, che in realtà si è rivelata una piccola pozza d’acqua, per nulla  curata. Anche l’angolo fitness era abbastanza limitato: due tapis roulant e un paio di attrezzi. In compenso però la camera da letto era dotata di ogni confort, con tanto di tv lcd, ed anche internet era accessibile, sebbene soltanto dalla hall.   

Il tempo di ispezionare l’hotel, di verificare la connessione e chiamare papà via Skype, ed eccomi, macchinetta fotografica al collo, come la più tipica delle turiste.  Il ragazzo alla reception mi consiglia di andare al Bayside Market Place, dove avrei potuto mangiare qualcosa, sentire musica, e respirare un po’ dell’aria di Miami. Arrivarci non era affatto difficile, e lui non poteva essere più preciso: quattro quadra in avanti, quattro quadra a destra, meglio di così! Si erano fatte quasi le 17.30, così gli ho chiesto se c’era un orario soglia, oltre il quale era meglio non stare in giro. Lui mi ha detto che Miami non si differenzia poi tanto da tutte le grandi città, è sicura, ma c’’è anche povertà, e tanti homeless per le strade. Per questi motivi, e considerando che ero una ragazza sola  - un ritornello che mi avrebbe accompagnato per tutto il viaggio – mi consigliava di non rientrare dopo le 20.30 e , soprattutto, si raccomandava affinché prendessi un taxi al rientro, cinque dollari la corsa. L’albergo infatti si trovava nell’angolo  sud-est del perimetro del loop, una posizione praticamente invidiabile, in piena downtown. 

Eccomi finalmente in strada, pronta a farmi catturare da questa nuova realtà. C’è da dire che il melting pot contraddistingue Miami anche nell’urbanistica.  Palazzine basse di due-tre piani si alternano a improvvisi grattacieli, basta attraversare la strada per passare da un quartiere stile china-town ad un altro che richiama l’atmosfera del cuore finanziario della City londinese.    Con gioia ho rispolverato uno dei passatempi preferiti che avevo quando vivevo a Chicago: fermarmi davanti a un grattacielo, gambe tese e leggermente divaricate, partire con lo sguardo da terra fino ad arrivare, pian piano,  a cogliere la vetta, senza muovere il bacino.

Nel tragitto geometrico che ho percorso ho attraversato ristoranti, chiese, alberghi, catene di moda, negozi di souvenir, sedi secondarie delle università, angoli di verde. Mancava però l’azzurro del mare, ops dell’oceano. Eccolo finalmente, il Bayside Market Place, una sorta di piccolo porto con tante attrazioni. Barche, navi per turisti, negozi di vestiti, e una marea di bar e ristoranti che si affacciano sull’acqua. C’è spazio per tutto, dall’Hard Rock Caffè alle giostre per bambini, ed anche un piccolo rodeo. Al di qua di Bayside lo skyline dei grattacieli di Miami, aldilà l’Oceano.  Più che i posti però, a colpirmi davvero sono state le persone. E’ la gente infatti a fare la differenza: ritmi caldi, un miscuglio di razze, tante nazionalità, tanti colori di pelle che si mischiano con la più spontanea naturalezza. Quando la differenza non fa estraniare, ma crea armonia, porta anche te, arrivata lì quasi per caso, a sentirti parte del tutto. 

Mi sono seduta in un piccolo atrio che si affacciava sull’acqua, e così ho assistito ad un concerto. Il gruppo era assortito: una donna alle tastiere, un ragazzo alla batteria. Chitarra, basso e voce erano tre signori avanti con l’età, di cui uno sembrava il chitarrista dei Coblin, che quest’estate avevo visto con Sabrina a Nettuno. Hanno iniziato a suonare e la gente si è riversata da subito a ballare, nello spazio rimasto libero davanti al palco, e lo  ha fatto con assoluta naturalezza.  

Signori di una certa età si toglievano le scarpe, prendevano per mano le loro donne e le portavano in pista, accompagnandole nei movimenti. A seguirli ci pensavano coppie di giovani, giovanissimi, e mezza età.  La maggior parte di loro aveva una stazza imponente, ma nessuno sembrava  preoccuparsene.

Sono rimasta a godermi quello spettacolo fino alle venti, poi ho deciso di andare via, del resto le dodici ore di viaggio – e fuso orario annesso – iniziavano a farsi sentire.  Il clima era mite,  il cielo era tinto di viola, io non volevo smettere di assaporare la serenità che emanavano quei posti, e così mi sono incamminata verso l’albergo a piedi, lasciando perdere i taxi.

Miami ha un fascino e un’adrenalina da capogiro, domani voglio approfittare di ogni  minuto per carpirne tutta l’energia.

Romina

Categorie: Diario, Viaggi | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Blog su WordPress.com. Tema: Adventure Journal di Contexture International.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d bloggers like this: