Interviste

IL RE DELL’AVVENTURA: Wilbur Smith

Trentaquattro libri e 125 milioni di copie vendute in tutto il mondo. Ma l’autore di bestseller non ha intenzione di fermarsi qui

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E’ un uomo distinto e composto, che parla con tono pacato ma deciso. L’espressione del volto appare distesa ed anche quando aggrotta le sopracciglia ed indugia prima di rispondere, in realtà c’è sempre un sorriso all’orizzonte pronto ad esplodere al termine della frase.

Wilbur Smith trasmette buon’umore ed una ventata di positività.  A vederlo non gli daresti la sua età, se non fosse per quel bastone e quel camminare adagio, a ricordare che ha da poco spento ottanta candeline.  E’ considerato l’incontrastato “maestro dell’avventura”, uno dei massimi autori di bestseller, quasi 125 milioni di copie vendute in tutto il mondo.Layout 1

Ti soffermi sui suoi occhi, lo osservi a lungo. Chissà, forse davvero vive in un mondo immaginario, quello delle sue saghe, nel miscuglio travolgente di personaggi, situazioni e luoghi così strani quanto meravigliosi. Ma ecco che qualcuno da dietro sussurra “Darling!” (“tesoro!” ndr), lui si volta di scatto e un luccichio pervade il suo sguardo. E’ la sua Mokhinisio che lo chiama. Lei, una donna tagika vispa ed affascinante, quarant’anni più giovane, è la sua quarta moglie, sovente musa ispiratrice dei suoi romanzi.

Ed allora capisci che Wilbur Smith in realtà ha i piedi ben saldi a terra, e forse è semplicemente un uomo felice, che si gode la sua vita  e non si stanca mai di dire che è molto fortunato.

Diamanti, oro, zulù, leoni, gazzelle, navi negriere, petroliere oceaniche, aerei, uomini poderosi, donne intrepide, spioni, traditori, amore, odio, sangue, vita e morte… è comprensibile, quasi, chiedersi se esista un argomento che ancora merita di essere sviluppato nei suoi romanzi. Ma neanche il tempo di finire l’elenco che Wilbur Smith ha già intuito la domanda, e risponde in modo deciso: “Ci sono tantissime storie che ho in testa e voglio scrivere, non ho alcuna intenzione di fermarmi, almeno per tanti anni ancora”.

Eccolo allora il re dell’avventura, l’autore più amato dagli italiani, giunto nel Belpaese per presentare  – in anteprima mondiale – il suo ultimo romanzo.

Wilbur_Smith_Vendetta_di_sangue-280x430Signor Smith, Vendetta di sangue è la sua ultima fatica letteraria, la numero trentaquattro per la precisione. Ma cos’è la vendetta secondo lei, e che sapore ha?

Credo che la vendetta sia un sentimento naturale e istintivo per il cuore umano, soprattutto se ha subito un’ingiustizia o se è stato ferito. Certo, ci sono diversi modi per gestire una vendetta e quello più comune consiste nel rispondere all’offesa, come fa un animale. Ma nelle sacre scritture e nel Corano troviamo anche un invito al perdono che non va mai dimenticato.

Hector Cross è il protagonista del suo romanzo, nonché di quello precedente, La legge del deserto. E’ un eroe solitario e coraggioso, ma  quanto c’è di autobiografico in questo personaggio?

Lui è un conglomerato di diverse persone che ho conosciuto nel corso degli anni e, rappresenta la mia visione della giustizia, dei comportamenti e di come bisognerebbe gestire la legge.  Del resto il libro racconta una storia, come faccio sempre, quindi non c’è molto di autobiografico e se mi sta chiedendo che cosa ho in comune con Hector Cross, beh.. devo confessarle che per quanto io abbia avuto una vita molto avventurosa non sono né coraggioso né pazzo come lo è lui!

Lei è nato a Broken Hill, in Zambia, nel 1933. “Chi beve l’acqua dello Zambesi assieme al latte materno non potrà più abbandonare l’Africa”, recita un proverbio a lei molto caro. Molti dei suoi romanzi sono ambientati in Africa, ed anche quest’ultimo si sviluppa tra le colline britanniche, i deserti dell’Africa nordorientale e la City di Londra. Che legame conserva con la sua madrepatria?

Io amo l’Africa, i suoi orizzonti, i suoi colori, l’incredibile varietà degli animali e soprattutto ne amo la gente, popoli meravigliosi. Ormai trascorro la maggior parte del mio tempo a Londra, ma ho ancora una casa a Capetown, in Sudafrica, e ci torno ogni volta che posso. Quando non sono in Africa la cosa che più mi manca sono proprio le persone, gli africani e la loro incredibile cortesia.00fotografia Smith

Ho sempre scritto di questo continente perché sono sicuro del fatto che si possa scrivere solo di quello che si conosce più che bene. E posso dire di conoscere l’Africa molto molto bene.

Trentaquattro libri scritti, ventitré milioni di copie vendute soltanto in Italia. Il romanzo d’avventura per lei non ha ormai più segreti né frontiere da varcare, come si fa a trovare sempre la voglia di scriverne altri?

Vede, scrivere fa parte di me, è la mia vita, è una cosa naturale come se fosse respirare. La mia è una famiglia dove le storie, i racconti e i resoconti di fatti e avventure hanno sempre avuto una grande importanza. Mio padre e mio nonno prima di lui erano grandi contastorie e allo stesso modo ricordo chiaramente i racconti di mia madre. Probabilmente il narrare è una cosa che ho nel sangue.

Come si sviluppa il processo creativo alla base dei suoi successi editoriali?

Quando inizio a scrivere un nuovo libro non mi do dei limiti, non costruisco degli schemi e non programmo tutto dall’inizio alla fine come fanno alcuni, il che è una scelta rispettabilissima, solo che io ho un modo di lavorare diverso, mi sembrerebbe di limitare i miei stessi personaggi decidendo tutto o quasi tutto fin dall’inizio. A me invece piace pensare al processo di scrittura come a una battuta di caccia in cui sguinzaglio i cani della mia immaginazione e mi lancio dietro di loro, certo che mi porteranno a qualcosa di buono.

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Ed ai suoi lettori non pensa quando scrive?

Se io mi preoccupassi di quello che pensano i lettori e di cosa vogliono, sarei veramente pieno di problemi. Ad esempio, in Italia ho ventitré milioni di lettori, come faccio a sapere cosa desiderano? Se ci pensassi non riuscirei a scrivere. E’ per questo che io scrivo ciò che voglio scrivere, quello che reputo interessante per me, e non penso mai a chi mi leggerà.

I suoi romanzi fanno da eco ai grandi valori della vita (si parla molto di amicizia, di lealtà, di amore), ma quale è la scala di valori di Wilbur Smith?

Layout 1Nei miei libri cerco di raffigurare la vita come credo che sia, o almeno come appare a me, e quindi non parlo solo di valori positivi perché credo che la vita sia continuamente in bilico tra il bene e il male, altalenante tra momenti di grande gioia e amore e momenti invece tragici e di profondo sconforto. Questo è anche quello che succede in quest’ultimo romanzo, Vendetta di sangue, in cui da un lato c’è la morte e la disperazione, il sadismo e la cattiveria di alcuni personaggi e dall’altro ci sono sentimenti positivi e universali come l’amore di Hector Cross per sua moglie prima e sua figlia poi.

Ma esistono davvero questi valori nella vita di tutti i giorni, oppure sono soltanto parole e artifizi narrativi?

Sentimenti quali l’amicizia o l’amore sono tutt’altro che artifizi narrativi, e non sono neanche semplicemente dei valori. Credo piuttosto che siano un aspetto fondamentale della vita dell’uomo: l’essere umano non è fatto per vivere in solitudine, siamo degli esseri gregari, fatti per vivre insieme ad altri, alle persone di cui ci fidiamo ed è necessario avere dei gruppi di persone con cui condividere questo tipo di rapporto, che sia in seno alla famiglia, al lavoro o agli amici, ma bisogna avere vicino qualcuno per essere veramente felici.

Romina Vinci (testo)

Pubblicato sul numero di Marzo del mensile 50&Più

Disponibile in versione online (parziale): http://www.50epiu.it/Mondo50Piu/Opportunita/Editoria/Intervista.aspx

Disponibile in versione pdf:Intervista Wilbur Smith

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ATTRAVERSO LA SCUOLA PASSA IL NOSTRO FUTURO – Intervista a Tullio De Mauro

«Sarà bene che la politica si renda conto che esiste una solida correlazione tra sviluppo dei livelli d’istruzione e sviluppo complessivo della società: Tullio De Mauro ha le idee molto chiare su ciò che potrebbe aiutare il nostro Paese ad uscire dalla crisi. L’istruzione e più alti livelli di sviluppo intellettuale»

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Linguista di fama internazionale, autore di studi tradotti in molte lingue, detentore di onorificenze e prestigiosi riconoscimenti (l’ultimo, come Accademico dei Lincei, risale a qualche settimana fa, ndr.). E’ stato anche Ministro dell’Istruzione sotto il governo di Giuliano Amato (2000-2001).

Layout 1Tullio De Mauro, classe 1932 è, ancor oggi, uno dei profili intellettuali più interessanti offerti dal panorama italiano.  Ed è proprio a lui che abbiamo deciso di rivolgerci per commentare i risultati della nostra indagine.  Chiamato ad analizzare i dati emersi dallo studio, l’ex Ministro tende la mano ai giovani e lancia un monito ai politici, richiamandoli sulla centralità di formazione, innovazione e sviluppo: una triade indispensabile se si vuole invertire la rotta per uscire dalla fase di stasi che vede l’Italia soccombere.

Professor De Mauro, tra crisi economica, partitica e di valori, come si vive in Italia oggi?

Per quanto concerne gli aspetti pubblici viviamo tutti abbastanza male, quale che sia l’orientamento politico. Lo si comprende guardando la disaffezione alle elezioni che invece sono un punto di forza della democrazia italiana. Per quanto riguarda la vita privata, chi appartiene alla classe alta di redditi se la passa non malissimo, in realtà, rispetto ad altri paesi europei. Chi non vi appartiene, al contrario, è vittima della crisi economica, della mancanza di prospettive e di sviluppo.Layout 1

“Alle prossime elezioni Lei si recherà a votare?”  Il 63% degli intervistati risponde di sì, ed il picco dei consensi si registra nel Centro, con il 69%. L’effetto Fiorito/Polverini è ancora forte, ma quest’alta percentuale implica un intervento diretto, e non rassegnazione. E’ così?
Layout 1Leggo questo dato come un tentativo di vincere la rassegnazione che però è molto diffusa. Rassegnazione anche di fronte ai partiti per cui si andrà a votare.

Al contrario, il culmine dell’astensionismo si registra nel Sud e nelle isole, con il 20%.  Il Mezzogiorno continua a rappresentare un problema, oggi, per l’Italia?

E’ l’Italia che rappresenta un problema per il Mezzogiorno.

Governo dei tecnici vs Governo dei politici. L’austerity di Monti non paga: il 44,2% degli italiani auspica un ritorno dei politici, come interpreta questo dato?Layout 1

Forse con la percezione che i cosiddetti tecnici sono stati scelti dai politici, e sono molto legati ad orientamenti precostituiti, persino più di quelli che vengono dai partiti. Quindi non c’è una grande fiducia. E’ per questo che buona parte della popolazione preferisce le elezioni e le iscrizioni a questo o a quel partito, visto che i rappresentanti politici,  bene o male, dovrebbero esprimere un orientamento diffuso nella società.

Nel corso della sua carriera Lei si è dedicato a portare in auge il concetto della cosiddetta “educazione linguistica”, ed è stato anche Ministro dell’Istruzione. Qual è la condizione in cui versa la scuola italiana oggi?

Layout 1La condizione è molto grave, abbiamo un personale invecchiato perché negli ultimi trenta anni ci son stati soltanto due concorsi per l’ammissione  all’insegnamento. Ciò ha provocato un invecchiamento progressivo e la creazione di una massa enorme di precari, appesi di anno in anno ad un filo di rinnovi e non rinnovi. Ci sono strutture edilizie datate e insoddisfacenti prima e tanto più dopo terremoti, alluvioni e calamità varie. Edifici scolastici in stato di dissesto e semiabbandono. Abbiamo una scuola elementare che ha funzionato bene, fino allo scorso anno in termini di bontà di risultati risultando, dalle indagini internazionali, ai primissimi posti nel mondo.  Non così le superiori, che non sono mai state le scuole di secondo grado, perché il sistema non ha mai subito una riorganizzazione, come abbiamo chiesto e si chiede dagli anni Sessanta del Novecento. E quindi con contenuti vecchi, approcci vecchi rispetto al lavoro che la secondaria superiore dovrebbe svolgere.

Capitolo università: è da qui che dovrebbe iniziare la risalita, ed invece i tagli sono avvenuti con l’accetta nel corso degli ultimi anni…Layout 1

Purtroppo è vero, l’università  si trova in una condizione anche più drammatica, dal punto di vista della sopravvivenza, rispetto alla scuola media, superiore ed elementare. E ancora peggio si trovano gli enti di ricerca.

Come si migliora il servizio per diventare competitivi anche sul piano internazionale?

Le forze politiche devono rendersi conto che esiste una correlazione tra sviluppo dei livelli di istruzione e sviluppo complessivo della società. Questa correlazione c’è, ed è forte. E’ in gioco l’intero bilancio dello Stato: bisogna investire seriamente in scuola, università e ricerca. Ricordiamolo: senza formazione, non c’è innovazione e senza innovazione non c’è sviluppo.  La nostra nazione è priva di una politica che incida positivamente su innovazione e sviluppo, cosa di cui godono, per loro fortuna, gli altri paesi europei e gli Stati Uniti. Ma anche i paesi latino-americani,  dal Venezuela al Brasile.

Qual è, dunque, la ricetta per uscire dalla crisi?

Anzitutto cominciare a capire l’importanza di settori quali scuola ericerca. E poi passare alla politica del fare, e quindi ad investire. In Italia, ad esempio, manca  un sistema nazionale di educazione agli adulti che fronteggi i rischi di regressione, una volta usciti da scuola.

Layout 1Sta parlando del cosiddetto “analfabetismo di ritorno”? 

Esatto. E’ stato dimostrato che in età adulta, se le competenze acquisite a scuola non si esercitano per ragioni professionali, si regredisce di almeno cinque anni rispetto ai livelli massimi raggiunti. In altri termini: abbiamo studiato matematica fino all’ultimo anno delle superiori? Se non siamo economisti, cassieri, o un qualsiasi mestiere che ci dia motivo di esercitare la matematica, in età adulta, dopo qualche anno, torniamo indietro di cinque anni, cioè ci ricordiamo non quello che abbiamo studiato all’ultimo anno delle superiori, ma sì e no quello che abbiamo imparato nella scuola media inferiore o addirittura alle elementari. Sono state condotte importanti indagini internazionali sui livelli di alfabetizzazione della popolazione adulta. Da esse è emerso che la situazione italiana è molto grave: c’è una massa enorme di veri e propri analfabeti o di popolazione  a rischio di analfabetismo.

Si spieghi meglio.

Layout 1Il 5% degli adulti in età di lavoro (tra i 16 e i 65 anni, ndr.) non è in grado di leggere e scrivere, né di decifrare una lettera o un numero. Si aggiunge a questo un 33% di persone che riconoscono e distinguono il valore di una lettera o di una cifra rispetto all’altra, ma poi non sono in grado di leggere neanche una breve frase. Siamo quindi quasi al 40% della popolazione in condizione di analfabetismo. Questo incide enormemente su tutta la nostra vita sociale, e pesa notevolmente sull’andamento scolastico dei ragazzini che vengono da famiglie con simili livelli culturali.Per ovviare a ciò è necessario un intervento specifico di cui, però, non v’è traccia.

“Verso i giovani e i lavoratori”: è a loro che dovrebbero essere attuate le misure più urgenti di questo Governo, da oggi ad Aprile, secondo gli intervistati. Eppure in Italia i malati di SLA hanno dato vita ad uno sciopero della fame contro i tagli al loro settore; gli imprenditori continuano a suicidarsi, i commercianti a chiudere le saracinesche delle loro attività, perché vessati dalle tasse… ma in che mondo viviamo, Professor De Mauro?Layout 1

Nel quartiere dove vivo vedo continuamente negozi che chiudono, perché nessuno va a comprare. Il risultato è perverso: viviamo in una società povera che non riesce a ridistribuire le sue ricchezze – ammesso che ce ne siano – in modo efficace.

Investire sui giovani: utopia o realtà?

Allo stato attuale è un’utopia, ma può diventare realtà: bisogna creare le condizioni di buona formazione e di buon sviluppo, attraverso un cambiamento delle politiche di bilancio.

Romina Vinci (testo)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2012 del mensile 50&Più, all’interno del Dossier “Il Paese che vorrei”.

Disponibile in pdf: Dossier – Il Paese che vorrei

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“Tagli a welfare e istruzione: per questo vince la rabbia”

Tullio De Mauro, linguista di fama internazionale e autorevole intellettuale italiano, analizza con Linkiesta le proteste globali convocate per oggi. “Grossa responsabilità delle banche internazionali e della Trilateral in cui siede anche Monti: perseguono un disegno di distruzione del welfare e della scuola pubblica”

 

Il mondo della scuola scende in piazza per gridare no ai tagli indiscriminati al settore e fare muso duro ad una politica dell’austerity rea di colpire soltanto i ceti deboli. Ne abbiamo parlato con Tullio De Mauro, linguista, autore di studi tradotti in molte lingue, è uno degli intellettuali più apprezzati dei nostri giorni.
Interrogato sull’attuale condizione in cui versa il BelPaese, e sulle proteste che in queste ore infiammano le piazze non solo d’Italia, ma anche di altri Paesi dell’Ue, l’insigne linguista offre una panoramica a trecentosessanta gradi su un malessere sociale che si propaga a macchia d’olio.

Professor De Mauro, oggi tutta l’Europa scende in piazza contro le politiche di austerity . Una giornata di scioperi che investe i principali paesi dell’Unione. A protestare anche studenti e insegnanti. Il malessere sociale è sempre più diffuso, e non solo nel nostro Paese. Dove si può rintracciare l’origine di tanto malcontento? E perché?
Da molti anni, perlomeno dagli anni Novanta, c’è un gruppo internazionale, il Trilateral, in cui ci sono un po’ di magnati delle grandi industrie e anche economisti iper liberisti, notabili di varie organizzazione e enti. Tra l’altro per l’Italia, di diritto c’è il rettore della Bocconi, Carlo Secchi, ed anche il Presidente attuale del Consiglio, Mario Monti, ne è parte. Questa organizzazione ha come bersaglio non tanto la generica austerity, quanto gli investimenti – che loro chiamano spese – per l’istruzione. E quindi in questi anni, a getto continuo, ha elaborato strategie per eliminare l’apparato dell’istruzione pubblica, che alcune di questi personaggi hanno definito un’invenzione degli illuministi francesi, dei comunisti, insomma: qualcosa di rovinoso e peccaminoso. Persone molto autorevoli come Noam Chomsky ritengono che ci sia un filo diretto tra le proposte della Trilateral e quello che sta succedendo in giro per il mondo. Io mi sento di definire eccessiva questa chiave di lettura. Perché credo che siano le banche e gli speculatori finanziari la causa di questa situazione. Sono loro, le molte stazioni del grande capitale finanziario, i responsabili principali dei dissesti e dei disastri che stiamo vivendo, nonché delle politiche che si sviluppano per contenere gli effetti negativi della speculazione finanziaria internazionale e del loro fallimento.

Qual è quindi la direzione che si sta percorrendo?
Le vie che si seguono sono quelle della riduzione dello stato sociale, colpendo scuola, università e ricerca. In Italia questo è particolarmente accentuato. Ecco perché a me pare molto preoccupante che nell’opinione pubblica non ci sia una sufficiente attenzione a ciò che scuola, università e ricerca possono dare allo sviluppo di un Paese, e non solo alla vita civile e democratica. E’ impressionante questa mancanza di attenzione collettiva, ed è un alibi per le politiche dei governi passati e del presente. E’ molto difficile risalire questa china, perché la protesta è affidata a larga misura a movimenti spontanei, e qua e là per fortuna a qualche sindacato, ma poco a forze politiche organizzate e a partiti. C’è però qualche eccezione…

Quale? 
La posizione del Partito Socialista in Francia, ad esempio. Ed è interessante seguire i discorsi che il governo socialista sta facendo.

E in Italia si può riuscire secondo Lei a fronteggiare questa situazione?
E’ una battaglia molto difficile. In Italia tutto questo piove, per così dire, su una situazione già molto precaria, da anni ed anni, per l’università e per la ricerca, e non brillante per la scuola. Nel confronto internazionale noi eravamo già messi male per tutti questi settori e per l’investimento pubblico, ora con le riduzioni, contrazioni, aggressioni vere e proprie all’apparato pubblico di scuola, università e ricerca, la prospettiva è oramai drammatica.

Oltretutto ieri il Senato ha approvato un emendamento a firma leghista: carcere fino a un anno per la diffamazione a mezzo stampa. Cosa rappresenta questo emendamento per la nostra società?
Si tratta di un provvedimento molto pericoloso, perché in un giornalismo che già soffre di autocensure, andrà a limitare ulteriormente l’informazione.

Lei è stato Ministro dell’Istruzione nel 2000-2001, sotto il Governo Amato. Sono passati più di dieci anni. Quale la situazione che ha lasciato, e quale la rotta intrapresa nell’ultimo decennio?
La rotta che è stata presa subito dopo le elezioni del 2001 è stata quella di cancellare, per il possibile, tutto quello che era stato fatto dai governi di centro sinistra, a partire dal riordinamento dell’architettura scolastica fino ad arrivare al rinnovamento dei contenuti della scuola di base. Tutto questo è stato spazzato via in ventiquattro ore, eliminato dai siti del Ministero, come se mai fosse esistito. Con un atto, devo dire, poco responsabile. Perché poteva essere conservato in archivio, e poi sostituito da altri provvedimenti…

Ed invece è stato fatto sparire tutto?
C’è stata quella che gli antichi romani facevano con le vestali peccaminose, vale a dire scalpellavano i nomi e le lapidi. C’è stata una damnatio memoriae, realizzata dai governi successivi. Un provvedimento grave che ha interessato me, e chi lavorava al mio fianco.

Dal Ministro Gelmini al Ministro Profumo: quali i provvedimenti più deprecabili, in materia di istruzione, presi nel corso di questi ultimi anni?
Tanti, mi pare inutile fare l’elenco, sarebbe troppo lungo…

Tagli alla Cultura: perché e che danno si provoca alla società?
Una diminuzione drammatica delle possibilità di vita civile, di tutto ciò che lo sviluppo della cultura dà alla vita sociale complessiva. In particolare, considerando riduttivamente gli aspetti economici, un danno grave allo sviluppo economico e produttivo di un Paese.

Qual è l’immagine che offre l’Italia all’estero?
Chi di noi fa un mestiere intellettuale può testimoniare quanto sia stato penoso, in particolare negli anni passati, – quindi onore a Monti da questo punto di vista – , incontrare colleghi di altri paesi che ci guardavano non tanto con disprezzo, quanto con un’aria di stupore radicale. “Ma come fate a tenervi queste persone al governo?”, era la domanda più diffusa che ci sentivamo rivolgere.

Il dibattito politico in questi giorni in Italia è tutto concentrato sulle primarie. Si tratta di un modello importato dagli Stati Uniti, crede che siano efficaci anche nel nostro Paese? 
Non sono un cattivo meccanismo, ma neanche un toccasana, perché i processi di selezione di quelli che si presentano alle primarie sono processi che si sono atrofizzati negli anni, con la perdita di quelle grandi consociazioni che erano i partiti di massa. Il risultato è che non si sa bene come si formino i gruppi dirigenti, anche a livello locale. Né a destra, né a sinistra, né al centro. C’è una certa casualità. Ed allora non è ben chiaro da quali esperienze venga, che qualità abbia chi viene scelto per candidarsi alle primarie. Insomma, rispetto ai partiti leggeri ma molto radicati localmente degli Stati Uniti, noi non abbiamo un qualche equivalente.

Negli Stati Uniti Barack Obama è stato rieletto Presidente per la seconda volta. Abbiamo qualcosa da imparare dagli Usa?
Abbiamo moltissime cose da imparare, ma la storia degli Stati Uniti è molto diversa dalla nostra, e quindi bisogna essere cauti nell’importare, come fosse Coca Cola, alcuni aspetti della vita americana. Che non è la sola a dover esser guardata. Ci sono altri paesi, dalla Corea al Giappone, alla Finlandia o ai paesi Scandinavi, in cui la solidarietà sociale è molto più forte rispetto agli Stati Uniti.
“Il meglio deve ancora venire” ha affermato il Presidente afroamericano nel suo discorso di ringraziamento.

E per l’Italia?
Lo ripeto, non siamo negli Stati Uniti e quindi, presupponendo che Obama abbia ragione – e l’augurio è che abbia ragione – noi non possiamo fare lo stesso discorso.

D’accordo, ma possiamo credere anche noi che “il meglio deve ancora venire”, oppure ci dobbiamo aspettare che “il peggio continuerà ad esserci”?
Credo che un po’ di peggio continuerà ad esserci.

 

Romina Vinci 

(testo)

Pubblicato il 14 Novembre 2012 su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/de-mauro-sciopero-studenti#ixzz2CH7twnxQ

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L’intervista – MARINA PIAZZA

La sociologa e scrittrice racconta l’età matura, inoltrandosi nella nonnità e nei cambiamenti del corpo

“Vecchia sì, adulta mai”: è questo il messaggio che lancia Marina Piazza, sociologa e scrittrice che ha dedicato la sua vita alla ricerca sulla condizione delle donne. Come attivista del movimento femminista ha lottato perché le donne potessero vivere liberamente la propria sessualità. Esperta per l’Italia della rete UE sulla conciliazione tra lavoro professionale e lavoro familiare, è stata anche Presidente della Commissione Nazionale “Pari Opportunità”. Oggi è una nonna che si dimena tra l’amore assoluto verso i suoi nipoti, e gli impegni verso una tematica, quella degli studi di genere, che troppo spesso cade nell’oblio. Come scrittrice ha pubblicato Le ragazze di cinquant’anni. Amori, lavori, famiglie e nuove libertà (Mondadori, 2009), poi il libro Le trentenni. Progetti di vita e di lavoro (Mondadori, 2003), successivamente Un po’ di tempo per me. Ritrovare se stessi, vivere meglio (Mondadori, 2005), Attacco alla maternità (Nuova Dimensione, 2009), ed ora L’età in più (Ghena, 2012), in cui racconta la vita delle settantenni.  Marina Piazza è una donna simpatica e grintosa, che si offende quando, appena salita in metro, qualcuno si è affrettato a cederle il posto… “Perché? Non ho i capelli bianchi (certo, li tingo), né la schiena curva e nemmeno il bastone, sono vestita da giovane signora, eppure mi hanno riconosciuta immediatamente come vecchia!”

Se dovesse definire se stessa quale parola userebbe: donna, anziana, vecchia, signora?  Utilizzerei donna. Invece tra anziana, vecchia e signora preferirei vecchia. O in alternativa una vecchia signora.

“L’età in più” è un libro che scrive per suo nipote, per far sì che lui, da grande, capisca quanto è stato importante nella vita di sua nonna. E’ stata per lei una liberazione dare alle stampe questo volume?  Non una liberazione, ma una sfida. Anzi, una vera fatica. Perché mentre i precedenti libri erano più dei saggi, questo volume è un ibrido. Non si tratta di un’autobiografia, perché tento di mettere a punto riflessioni sull’inoltrarsi della vecchiaia, sull’invecchiamento. E lo faccio partendo da me, perché ho voluto tentare di capire che cosa succeda, realmente, in questa età della vita. E’ per questo che lo definisco un libro della notte, è fatto di tante riflessioni in fogli sparsi.  Ho tentato di mettere insieme la questione della nonnità, della vecchiaia, un po’ di squarci di autobiografia. Mentre cercavo di strutturare il libro mi sono un po’ spaventata, perché si trattava di un passaggio forte: implicava una contaminazione tra privato e pubblico, una sorta di atto di svelamento. Era come se avessi paura di non reggere l’immagine privata affiancata a quella pubblica che mi contraddistingue da anni. Però poi mi son detta che avevo il dovere di farlo, tutte noi abbiamo passato o stiamo passando questa fase della vita, ed è giusto parlarne. Non dico dare consigli, mi guarderei bene dal farlo, però è bene cercare di far emergere quali sono non solo le criticità, ma soprattutto le vitalità di questa “età”.

Proviamo a farlo insieme. Anzitutto: quali sono i sintomi della vecchiaia? Di certo non ci si sveglia all’improvviso di buon mattino e si dice: “Oilà sono vecchia!”. Mentre per i cinquant’anni, ad esempio, un indicatore simbolico c’è,  ovvero la menopausa,  nell’invecchiamento invece è come se, pian pianino,  si inizino a percepire delle fragilità. Fragile dal punto di vista fisico, perché si recupera con meno velocità. Ci sono dei dolori, il corpo si inizia a far sentire, soprattutto dal punto di vista psicologico: potranno anche essere  anni lunghi, ma sono comunque anni che ti avvicinano…

Da qualche parte verso la fine” per riprendere il titolo dell’ultimo capitolo del suo libro…. Esatto, ed è in questo momento che si inizia a pensare: “Ma io questo bambino, il mio nipotino, chissà fino a quanti anni lo vedo”. Potrei arrivare al compimento dei suoi diciotto anni, potrei non vederlo più tra dodici mesi… insomma, è un problema che inizia a porsi.

Qual è il segreto per non subire la vecchiaia? Il primo è quello di non svenderla nel tentativo di rimanere giovani. E’ come se la vecchiaia fosse definita dalla negazione, ed invece  negazione non è, e bisogna accettarla. Il secondo segreto invece è, nonostante la minaccia di un possibile orizzonte che si chiude, tentare di tenere l’orizzonte aperto, riempiendolo con progetti e desideri: un nipote, un’amica, un sogno da coronare, insomma, un punto di forza di vitalità. E lo so che non è semplice, perché le criticità sono molte, però io ho sempre sostenuto che il segno distintivo della vita delle donne, delle donne di ogni età, è l’ambivalenza, perché esse si muovono su più piani. Passano attraverso il lavoro familiare, l’attenzione, il lavoro professionale, sono sempre da più parti. E’ questa la ricchezza delle donne, che non si stempera nella vecchiaia, anzi, tutt’altro. Certo, è vero che questa fase della vita pone dinanzi molte più domande di quante possano essere le risposte. Ma bisogna continuare a porsi questi interrogativi.

Nel suo libro tocca anche il tema spinoso della precarietà, una condizione che, a suo dire, non si limita soltanto al mondo giovanile ma può contaminare persino la sua generazione. Non le sembra un po’ inverosimile? E’ innegabile che spesso le donne a questa età sono in pensione. Tuttavia io faccio riferimento ad amiche che fanno il mio stesso lavoro di ricerca, di formazione sulla tematiche femminili, e posso dire che oggi sono in difficoltà. E’ per questo che affermo che una ricercatrice con partita Iva, seppur della mia età, in qualche modo si trova a vivere la stessa precarietà dei giovani. Detto questo so che c’è un abisso:  noi la nostra vita l’abbiamo vissuta in un momento in cui il futuro non era visto come una minaccia, c’era lavoro, c’era la speranza di andare avanti.  Oggi invece le giovani donne sono in una situazione molto più chiusa e drammatica.

Esiste un patto tra generazioni? Credo che le generazioni precedenti non abbiamo così tanto da insegnare, da trasmettere ai giovani, perché le condizioni di vita sono troppo diverse. A mio avviso ogni generazione deve trovare la propria strada. Come  noi donne del femminismo, a quel tempo ci siamo contrapposte alla questione dell’emancipazione, perché siamo partite dal sé per affermare un confronto, vale a dire il fatto che le donne erano un soggetto a tutti gli effetti; così probabilmente le ragazze di oggi, in una situazione molto diversa dalla nostra, devono dare altre risposte, e devono essere loro a trovarle.

Non è un paese per vecchi è il titolo di un libro reso celebre dal film dei fratelli Coen uscito nel 2007, è un’affermazione valida ancor oggi secondo lei? Direi che questo non è un paese per nessuno.  Non è un paese per giovani, e non è un paese per vecchi, perché fin quando si riesce a cavarsela da solo si possono anche avere delle possibilità e venire accettati.  Ma quando si inizia ad entrare in una situazione di non autosufficienza, psichica o fisica, diventa tutto molto più complicato. Non ci sono servizi, non c’è assistenza, se si ha una famiglia alle spalle bene, altrimenti è molto difficile.

Vecchio sì adulto mai. E’ una frase di Sting che ha riportato nel suo libro. E’ questo il messaggio che si cela dietro “L’età in più”? Ho citato questa frase perché mi è subito risuonata dentro quando l’ho letta. E’ come dire sono vecchio e l’accetto, ma sono aperto alle possibilità della vita. 

Romina Vinci (testo)

Pubblicato sul numero di Ottobre del mensile 50&Più.

Disponibile in versione pdf: Marina Piazza – Intervista 50&Più – Ottobre 2012

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Pregi e difetti dell’Italia: così ci vedono le ragazze straniere

Abbiamo chiesto a cinque giovani turiste incontrate per le vie di Roma di dare un voto al nostro Paese. Ma anche di parlarci del loro, per capire che costa sta succedendo fuori dai nostri confini

Sarà che  di fronte alla maestosità del Colosseo non c’è spread che regga. Sarà che al lancio nella Fontana di Trevi non si può rinunciare, anche se le monete in tasca sono poche.  Comunque sia, anche quest’estate l’Italia si conferma una tra le mete più gettonate dai viaggiatori di tutto il mondo. E, secondo i dati, Roma è la destinazione più ambita.  Spagnole, peruviane, ma anche americane, giapponesi e svedesi: ecco i volti delle turiste che, scarpe da ginnastica ai piedi e macchina fotografica al collo, sfidano la canicola e si perdono nei meandri della capitale. Abbiamo chiesto loro di dare un voto al nostro Paese. E abbiamo approfittato dell’occasione per parlare di crisi economica e cercare di capire cosa succede nel resto del mondo. Ecco le loro opinioni.

 

Meritate nove per carattere e bellezza                                                                         AGOSTINA, spagnola, nutrizionista

Perché sei venuta in Italia?  «Un anno fa, grazie a Facebook, ho ritrovato dei cugini di Salerno che non avevo mai conosciuto. Questa  è la seconda volta che vengo a trovarli. E ora mi hanno accompagnata a visitare Roma: erano anni che sognavo di visitare questa città».

A cosa pensi se ti dico Italia? «Al calore con il quale mi ha accolto la mia nuova famiglia conosciuta grazie al web».

Dai un voto al nostro Paese. «Un bel nove».

Qual è la cosa che ti ha colpito in positivo? «Roma mi ha lasciato senza fiato: il Colosseo, la Fontana di Trevi. Ma ho apprezzato anche l’incantevole paesaggio della Costiera Amalfitana».

E in negativo? «Fa troppo caldo».

Parliamo del  tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Circa 1.000 euro al mese. Non è un buon momento per il mercato del lavoro spagnolo: trovare un posto è una chimera».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «Nella mia città,  Barcellona, gli affitti sono alle stelle: si arriva a spendere anche 500 euro al mese ».

Anche il tuo Paese sta affrontando un momento di crisi? «In questo momento la crisi si tocca con mano. Per esempio, ci sono interi quartieri, costruiti per esser abitati da migliaia di persone, che oggi sono praticamente deserti. Perché nessuno può permettersi  di acquistare una casa. C’è una crisi di valori, la gente è triste, quasi senza speranza. E i giovani sono i più tristi di tutti».

 

Qui le persone sono simpatiche e gentili                                                          WENDY, PERUVIANA, CUOCA PROFESSIONISTA

Perché sei venuta in Italia?  «Avevo voglia di cultura e Roma  mi è sembrato il luogo giusto. È la mia prima volta che visito il vostro Paese».

A cosa pensi se ti dico Italia? «Al Papa che si affaccia dalla finestra e saluta la folla in Piazza San Pietro».

Dai un voto al nostro Paese. «Un otto pieno».

Qual è la cosa che ti ha colpito in positivo? «Le persone che ho incontrato: simpatiche e disponibili».

E in negativo? «Gli hotel: costano troppo rispetto a quel che effettivamente offrono».

Parliamo del tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Circa 700 euro mensili ».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «Dipende molto dalla zona: diciamo che in quartiere tranquillo  di Lima la spesa è di circa 300 euro al mese ».

Anche il tuo Paese sta affrontando un momento di crisi? Quali sono i problemi dei giovani, in particolare? «In Perù non c’è la crisi economica che attanaglia altri Paesi. I giovani però risentono di un sistema scolastico carente,  soprattutto le università. E’ per questo che ci sono state molte rivolte studentesche. Il movimento degli indignados cileni, per intenderci, quello capeggiato dalla giovane Camila Vallejo, si è ormai esteso in tutta l’America Latina».

 

Mi ha sorpreso trovare tracce di storia ovunque                                                              KELSEY, CALIFORNIANA, LAUREATA IN PUBBLICHE RELAZIONI

Perché sei venuta in Italia?  «Dopo la laurea, ho deciso di venire qui come ragazza alla pari. Sono ospite da una famiglia di Pisa. E ora mi sono concessa un piccolo viaggio per visitare Roma».
A cosa pensi se ti dico “Italia”? «Spaghetti, gelato e pizza».

Dai un voto al nostro Paese. «Un bel nove».

Qual è la cosa che ti ha colpito in positivo? «Trovare tracce di storia anche in piccolo angoli nascosti. Negli Stati Uniti è tutto così “nuovo”!».

E in negativo? «Il modo di guidare, troppo spericolato».

Parliamo del tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Quattromila euro al mese. Ma il sistema è diverso: a questa cifra bisogna sottrarre, per esempio, i soldi dell’assicurazione sanitaria obbligatoria».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «A San Diego, la mia città, circa 700 euro al mese».

Anche il tuo Paese sta affrontando un momento  di crisi? «Un momento di difficoltà, ma non di crisi profonda come quella europea. Ci sono poli industriali in pieno sviluppo, soprattutto nel settore tecnologico. E ancora tante le prospettive di crescita».

 

Adoro i vostri monumenti. E la pasta                                                                            TOMOE, GIAPPONESE, CONSULENTE COMMERCIALE

Perché sei venuta in Italia?
«Era molto tempo che sognavo di fare un viaggio in Europa. E non potevo non partire da Roma, una delle città più belle del mondo. Qui mi fermerò una settimana, poi proseguirò per la Germania e l’Inghilterra.».

A cosa pensi se ti dico Italia? «Alla pasta. Anzi, pasta alla carbonara: l’ho appena  assaggiata in una trattoria qui vicino. Ottima!».

Dai un voto al nostro Paese. «Oltre la sufficienza, direi sette».

Qual è la cosa che ti ha colpito in positivo? «I monumenti, ho consumato la macchina fotografica a forza di fare scatti».

E in negativo? «L’esibizionismo, l’ho notato soprattutto nelle donne».

Parliamo del  tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Circa 1.700 euro al mese ».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «Tokio è una delle città più care del mondo: oltre mille euro al mese. Io vivo a Yokohama, a circa mezz’ora di treno. Da noi un monolocale si trova a 400 euro al mese».

In questo momento, quali sono gli effetti della crisi nel tuo Paese? «La nostra economia ha risentito molto della crisi. E del disastro nucleare di Fukushima, accaduto poco più di un anno fa. Per esempio, dopo quel terribile fatto i settori del turismo e dell’agricoltura sono crollati. Senza contare che, per i giovani, studiare sta diventando quasi proibitivo: le università hanno delle rette molto alte».

 

E’ il posto più romantico del mondo                                                                    KARIN, SVEDESE, STUDENTESSA UNIVERSITARIA

Perché sei venuta in Italia?
«Studio Legge, e voglio imparare l’italiano, una lingua che adoro. Ma ora mi sto godendo qualche giorno di vacanza».

A cosa pensi se ti dico Italia? «A Roma, la città più romantica che abbia mai visto».

Dai un voto al nostro Paese. «Per me l’Italia è da otto».

Qual è la cosa che ti ha colpito
in positivo? «La gente: così socievole e disponibile. In Svezia siamo molto più freddi. Colpa della differenza di latitudine, credo».

E in negativo? «In questa città mi sembra tutto molto turistico, troppo. Così non traspare la vera cultura».

Parliamo del tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Tra i 1.800 e i 2.000 euro al mese».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «Stoccolma è molto cara: gli affitti di un piccolo appartamento partono da 500 euro mensili».

Anche il tuo Paese sta affrontando un momento di crisi? «L’abbiamo vissuta agli inizi del 2008, ma ora va molto meglio. Il peggio è passato, nell’aria si respira ottimismo anche perché, soprattutto ai giovani, la Svezia offre molte opportunità. Da noi l’università è gratuita, non solo per gli svedesi, ma per tutti i cittadini stranieri. Senza contare che è uno dei migliori posti al mondo dove essere madri».

 

Romina Vinci  (testo)

Stephanie Gengotti (foto)

Pubblicato sul numero  del 12 Settembre 2012 del settimanale  F.

Disponibile in versione pdf: F 12 Settembre 2012

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PARALIMPIADI, la sfida di Paola Protopapa

Nel 1987 Paola ha perso l’uso del braccio sinistro in un incidente d’auto. Ora partecipa alla sua terza Paralimpiade, sperando di regalare all’Italia una medaglia

 

Un sorriso puro e genuino, una bontà d’animo traspare dallo sguardo limpido e un fisico asciutto che trae in inganno, nascondendo i suoi 47 anni. Paola Protopapa è pronta per portare in alto il tricolore alle Paralimpiadi di Londra. Gareggerà nel team della vela, nel ruolo di prodiere, insieme aMassimo Dighe e Antonio Squizzato. Lei che nel 2008 a Pechino ha conquistato l’oro nel canottaggio, debutterà come velista.

Ma è solo l’ultima sfida di una vita in salita: un incidente d’auto a 22 anni l’ha privata dell’uso del braccio sinistro, ma non le ha tolto la grinta e la voglia di lottare. Nè quella di sorridere. E se la passione per lo sport può esser considerata il filo conduttore della sua vita, Paola lo devo a suo padre: «È stata la mia luce sportiva: campione italiano di nuoto, giocatore di calcio, tennista agonistico. È come se avesse sempre avuto in mano la fiaccola». Ma Paola Protopapa è anche una donna e una mamma che ha cresciuto da sola una figlia, Giulia, che oggi di anni ne ha 23. Ed è per lei e per tutti i giovani, che l’atleta romana serba i suoi sogni.
Era il 1987 quando un incidente d’auto cambiò la tua vita: avevi 22 anni e perdesti irrimediabilmente l’uso del braccio sinistro. Qual è il primo ricordo che affiora nella tua mente?

«Ho trascorso i primi due anni in ospedale, sottoponendomi a vari interventi. Ricordo che non piangevo mai. Non volevo accettare quel che mi era successo. Mi ripetevo che non era nulla, però non potevo più usare un braccio, e quindi sì, qualcosa era accaduto».

Dove hai trovato la forza per rimetterti in gioco?

«Mi son buttata su uno sport in cui non dovevo usare le braccia. Così ho iniziato a correre. Poi son stata coinvolta nello sport diversamente abile, ed è partita la mia nuova avventura».

Come vivi la tua disabilità?

«Bene, anche se ci sono delle cose “stupide” che mi pesano. Ad esempio, non sopporto l’idea di non riuscire a farmi la coda, di non poter spalmare la crema sul braccio destro, e di dover usare le pentole con un manico».

Quella di Londra sarà per te la terza partecipazione alle Paralimpiadi. Nella prima, Pechino 2008, hai conquistato l’oro nel canottaggio: quale immagine porti dentro?

«Sicuramente il dopo Olimpiadi, perché con una medaglia puoi essere portavoce di quello che sei. E se la tua missione è quella di fare sport, con la medaglia al collo riesci a portarla avanti. Sono stata nelle scuole, ho incontrato tanti ragazzi ed ho provato a trasmettere loro i miei valori».

Nel 2010 centri l’impresa: qualificarti all’edizione invernale dei Giochi di Vancouver in una disciplina, sci di fondo, che ti era nuova. È vero che la forza di volontà supera tutto?

«Quando mi hanno chiesto di provare ho pensato che erano matti: non avevo mai fatto in vita mia sci di fondo. Però è una disciplina fisiologicamente simile al canottaggio, io avevo una buona intelligenza motoria, dovevo soltanto imparare bene il gesto tecnico. Ho deciso di tentare. Gli allenamenti son stati duri, ma ce l’ho  fatta, superando persino le ventenni ucraine e russe».

Come si fa sci da fondo senza un braccio?

«Hai una sola racchetta, spingi tanto, e con una gamba fai il doppio del lavoro».

Londra 2012 ti vede alle prese ancora con un debutto, questa volta come velista. Qual è il messaggio che si cela dietro la tua ennesima sfida?

«La capacità di cambiare rispetto alla necessità di farlo. Partecipare alle Paralimpiadi con tre discipline diverse non vuol dire che io sia brava in tutte e tre, però la necessità fa virtù, e allora se bisogna cambiare bisogna farlo con tutte le proprie forze. È un discorso da estendere alla vita di tutti i giorni. È vitale trovare il lato positivo in ogni lavoro che uno andrà a svolgere, e non è utopia. Perché se non lo fai muori».

 

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 31 Agosto 2012, su Style.it

Disponibile su: http://www.style.it/f#news/dal-mondo/2012/08/31/londra-paralimpiadi-2012-intervista-a-paola-protopapa.aspx

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Il comune di Mirandola: tra interventi e sopralluoghi

Giulio Pinna: “Io volontario tra gli sfollati di Mirandola”

Secondo i dati diffusi dalla Provincia, nel modenese sono 8mila 739 i cittadini sfollati, ospitati nei 28 campi o nelle 21 strutture allestite dai comuni in palestre, scuole e biblioteche. Superata l’emergenza dei primi giorni, di dover garantire un posto letto e un pasto caldo, la questione più stringente resta il controllo delle case che, come per i siti industriali, devono superare i controlli post terremoto per avere l’agibilità, in modo che le famiglie possano tornare a viverci.

Giulio Pinna è un geometra libero professionista della provincia di Modena e da ormai un mese sta lavorando come volontario presso l’Ufficio Tecnico e Urbanistico di Mirandola,  24mila abitanti, fra i comuni della Bassa più colpiti dal sisma. Qui il sindaco ha dovuto cercare anche una nuova sede per il municipio, dopo i danni causati dalle scosse.

“Tutto è cominciato il 27 maggio con una riunione straordinaria della Protezione Civile – racconta Pinna – che doveva servire a pianificare i sopralluoghi, ma la scossa del 29 ha azzerato di nuovo l’organizzazione del lavoro. Al mio arrivo a Mirandola le richieste di sopralluogo erano state suddivise in base alle zone e alle strade del paese. Per ogni isolato si concordava l’intervento con i Vigili del Fuoco. Solo nella prima settimana sono arrivate 5mila e 500 richieste dei cittadini”.

Con quale criterio viene assegnata la precedenza negli interventi?

Prima che ci fosse il secondo episodio sismico, il 29 maggio, si era deciso di dare la precedenza alla zona produttiva, e dunque ai capannoni e alle strutture industriali, per consentire al settore economico di accelerare la ripresa. Dopo invece si è deciso di procedere con i sopralluoghi residenziali, perché tutti i certificati di agibilità che erano stati rilasciati la settimana prima per riprendere il lavoro erano stati superati dagli eventi.

In molti casi i cittadini si sono comunque sentiti abbandonati: c’è qualcosa che non ha funzionato?

E’ vero, a volte la gente si è arrabbiata, e lo è ancora. Ma di fatto su Mirandola operano 15 squadre di tecnici e giornalmente riescono a fare una decina di sopralluoghi, se si tratta di certificare case singole, mentre il processo è più veloce se si ispezionano condomini. Il problema non è se si possa o meno essere più veloci, ma il fatto che da ogni verifica si apre un dossier che poi deve essere compilato negli Uffici Tecnici per far partire gli interventi. E sarebbe inutile fare i controlli per poi accumulare le pratiche senza la possibilità di gestirle di pari passo. Comunque, per tranquillizzare la gente e permettergli di ripartire, bisognerebbe garantire davvero l’assistenza economica per rimettere in sesto le attività, in agevolazioni reali sul pagamento delle tasse o dei mutui su case che non ci sono più.

In tanti però non avevano la consapevolezza che la zona fosse sismica, e anche per questo il trauma è stato ancora più forte.

Questa è una pianura alluvionale con fondo sabbioso, fra l’Appennino e le Alpi, e la sua conformazione la rende sismica.  Basti pensare al fenomeno della liquefazione che si è verificato ad esempio a San Carlo, frazione di Sant’Agostino, nel ferrarese: il cedimento del terreno è visibile nei campi di mais ed ha una larghezza di quattro, cinque metri, con fenditure profonde fino a due metri. Quello che forse è mancato è stata l’educazione alla prevenzione, in “tempi non sospetti”.


Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo)

Stephanie Gengotti

(foto)

Pubblicato sul numero di Luglio-Agosto del mensile 50&Più

Disponibile in versione pdf:Terremoto_Emilia

PUNTATE PRECEDENTI

Per leggere la prima puntata: http://rominavinci.wordpress.com/2012/07/06/una-scossa-al-terremoto-lemilia-vuole-ripartire/

Per leggere la seconda puntata: http://rominavinci.wordpress.com/2012/07/07/migranti-difficolta-e-speranze-dopo-il-sisma/

 

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MAURO CORONA

Scrittore affermato ma, ancor prima, boscaiolo, cavatore, scultore ligneo, alpinista… un vero “figlio della terra”

Scrittore, scultore, alpinista, Mauro Corona – sessantadue anni, originario di Erto, un paesino della Valle del Vajont – è un personaggio poliedrico,di certo uno che non le manda a dire. Con il capolavoro La fine del mondo storto (Premio Bancarella 2011) ha auspicato un riavvicinamento alla terra e all’agricoltura; mentre lo scorso novembre ha dato alle stampe Come sasso nella corrente, un libro “per non morire frainteso”, una sorta di testamento che consegna ai suoi lettori, e nel quale ripercorre le angherie e le sofferenze di un’infanzia condotta ai margini. In questa intervista Mauro Corona si racconta a tutto tondo. Ne emerge il ritratto di una persona tormentata, arrivata al punto di provare ribrezzo per quella popolarità tanto agognata.

Hai scritto 18 libri, scalato vette italiane ed europee, le tue sculture apprezzate a livello internazionale. Qual è il bilancio della tua vita?

Fallimentare. «Io ho scritto libri e saggi, ma avrei potuto fallire meglio», sosteneva Beckett. Prendo in prestito le sue parole. È un bilancio fallimentare il mio, nei sentimenti sono stato un egoista, un traditore, una pessima figura. Però, in questo marasma, qualche fiorellino esce fuori: i miei libri, qualche scultura, dei figli sani con la testa a posto.

Sei diventato uno degli scrittori più apprezzati d’Italia, ma da poco hai annunciato che, stanco del successo, vuoi ritirarti. Perché?

Ho cercato la gloria per uscire dal pantano della vita, per non morire frainteso. Che questo mi abbia portato una certa fama non mi dispiace, ma come diceva Gabriel Garcia Marquez: «La notorietà è una cosa buona per uno scrittore, ma va tenuta a bada». Ed io sono stanco di tutto questo perché mi ha tolto gran parte della mia vita antica, a contatto con la terra. È lì che voglio tornare.

Nel tuo ultimo libro, Come sasso nella corrente, racconti di un’infanzia sofferta, di violenze fisiche e psicologiche da parte dei tuoi genitori. Li hai perdonati?

Ho fatto una vita infame, un’infanzia maledetta e disgregata con un padre violento, picchiatore e alcolizzato, e una madre che per sfuggire al suo uomo ha persino abbandonato i suoi figli piccoli. Oggi che sono morti posso affermare che sì, li ho perdonati, però allo stesso tempo io non dimentico. Sto per dire una cosa orribile: lui è morto cinque anni fa, lei da pochi mesi; ebbene, nonostante io li amassi e ho pianto per loro, devo ammettere che mi hanno fatto un piacere perché adesso, non vedendoli più, posso finalmente dire di aver chiuso una pagina, non sono più un figlio.

E Mauro, che tipo di genitore è?

Sono stato un genitore accorto e affettuosissimo. E anche un buon maestro, ho fatto scoprire ai miei figli la bellezza della natura, li ho fatti scalare, camminare, ho insegnato loro a scolpire, a fare il presepio. Ora che sono tutti laureati hanno ripreso questi insegnamenti che avevo inoculato loro da piccoli, e ne sono fiero. Sono stato un buon genitore ma, allo stesso tempo, un cattivo marito. Mia moglie ha dovuto subire molte umiliazioni.

Nello stesso libro c’è un passo in cui dici che alla sua morte tuo padre ti ha lasciato un furgone di armi, tua madre una stanza piena di libri, tuo nonno gli attrezzi da artigiano, ma non l’arte di tacere…

Oltre al Dna ereditato dai genitori, colore degli occhi, dei capelli, altezza, carattere, ce n’è uno ancor più importante, ed è quello che dormiamo durante il periodo dell’infanzia. Mia madre era una lettrice formidabile. Quando se ne andò abbandonando i suoi tre bambini, io avevo sei anni ed ero il più grande, mi lasciò una stanza piena di libri. Io prima di aver compiuto dieci anni avevo già letto mattoni come Guerra e Pace, I Miserabili, Delitto e Castigo. Lei non ha mai smesso di leggere, fino agli ultimi giorni della sua vita: era impazzita, iniziava a vedere fantasmi ovunque, però continuava ad avere tra le mani i suoi libri. Mio padre, al contrario, credo che in vita sua non abbia mai letto neanche un cartello stradale, però mi ha trasmesso la passione per le montagne, le scalate, la caccia, la vita all’aria aperta. È una persona che ha dormito più fuori che dentro casa, ed è a lui che devo il mio amore per gli spazi aperti. Mio nonno, invece, era un artigiano, uno scultore abilissimo e mi ha lasciato il Dna della scultura, del lavoro del legno, della manualità. Però, come dico nel libro, lui per uscire dal suo inferno lavorava il legno e taceva, era una persona che diceva quindici parole l’anno. Io, invece, ho voluto chiacchierare.

Cos’è la vanità?

La vanità mi ha sempre circondato. Forse è correlata alla solitudine e al malessere, ma è un desiderio irrefrenabile di esser visti. Io sono stato molto vanitoso. Odio guardami allo specchio, perché quei due occhi sono lì che mi rimproverano: sei un vanitoso, un arrogante. È per questo che voglio ritirarmi. Quando sento alcuni colleghi affermare: «Io scrivo per me stesso» provo pietà per la loro falsità, perché tutti vogliono pubblicare, vendere milioni di copie e vincere premi, perché negarlo? L’uomo è così, non è mai compiuto. L’umiltà è soltanto recitata, non esiste in natura.

Qual è la differenza tra rimpianto e rimorso?

I rimpianti sono una dolcezza lontana, una tenera nostalgia. I rimorsi sono come le disgrazie, diventano tali solo quando sono accaduti e non hai più la possibilità di rimediare. Io sono perseguitato dai rimorsi, ed è per questo che reputo la morte una liberazione, perché solo allora riuscirò a liberarmene.

Sei stato definito l’uomo che parla agli alberi, ma se potessi scegliere quale pianta saresti?

Come ho scritto nel libro Le voci del bosco (Mondadori 2008, ndr) io sono un carpino, un albero dal carattere testardo che cresce storto, ossuto, inquieto a ramingo. Forte e inavvicinabile, duro e insopportabile, arrogante, ma anche buono.

Le tue sculture rappresentano più dei “No” o dei “Sì”?

Entrambi gli aspetti. Io non ho mai utilizzato l’eternità della pietra, ma il legno, perché è più vulnerabile. Ho scolpito il lavoro, la fatica, i boscaioli, i contadini, ho cercato di rappresentare l’impossibilità di essere felici. Ho scolpito gli amanti, che sono costretti a nascondersi per vivere la cosa più bella che possa capitare ad un essere umano, vale a dire l’amore. Cerco di scolpire sul legno le cose che non ho mai avuto, dando così loro la dignità di esistere alla luce del sole. Non è un caso che il tema più ricorrente delle mie opere sia la maternità. Voglio tenere unita la famiglia almeno nelle sculture e, invece, vedo che tutto si sfaglia intorno a me.

Quanto è forte il nichilismo al giorno d’oggi?

È terribilmente imperante. La gente brucia i boschi, incendia, deturpa la natura, la inquina, perché non si preoccupa di chi verrà dopo, ma è proiettata soltanto sulla brevità della propria esistenza. Una volta faceva da freno la fede, il Credo nel Dio, ma ormai non c’è più neanche questo, il mondo si è sgretolato.

In un’intervista del 2009 hai dichiarato: «Ben venga la crisi, che Dio la benedica», citando anche un proverbio della tua Erto: “Quando l’acqua tocca il culo si impara a nuotare”. A due anni di distanza la penuria di denaro ancora persiste, confermi quelle parole?

Certo, perché l’uomo di sua scelta non è capace di tornare indietro, ha bisogno di un’imposizione oppure di una disgrazia. Noi siamo un popolo intelligente, ma anche pigro, e quindi se non c’è qualcuno che ci impone di mettere il casco noi ci possiamo spaccare la testa beatamente. Con questa crisi oggi è subentrata una legge della necessità, che farà in modo che l’uomo sia più avveduto nelle scelte, negli acquisti, nel muovere la macchina. E allora lo ripeto: ben venga la crisi che riumanizza l’uomo.

Qual è il modo per uscirne?

Bisogna tornare alla terra, all’agricoltura, coltivare i campi, imparare a farci da soli il cibo… Dobbiamo smetterla di investire sulle industrie e tornare a fare i contadini. Perché se ti fai il mangiare diventi invincibile in quanto hai tutto: animali, riso, frumento, insalata, verdure, frutta. Ma io dico, cosa faceva Steve Jobs per vivere? Mangiava computer?

Romina Vinci

(testo)

Pubblicato sul numero di Giugno del mensile 50&Più.

Disponibile in versione pdf: Mauro Corona – Intervista – Giugno 2012

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