Reportage

L’Aquila, la nuova piazza è un centro commerciale

L’INSOSTENIBILE BEFFA DELLA RICOSTRUZIONE –  Quattro anni dopo il terremoto non è cambiato nulla, i giovani scappano (REPORTAGE E FOTOGALLERY)

Via Cavour è transennata oggi, lo è dal 6 aprile 2009. E’ lì che Stefano passava molto del suo tempo, nell’appartamentino della sua ex, una studentessa dell’Aquila. Stefano è fermo, dinanzi a quelle transenne, chiede di passare, vuole vedere quel luogo che ha fatto parte della sua quotidianità. Ma quel luogo non c’è più, quel quarto piano è stato scoperchiato una fredda notte di quattro anni fa, e la ferita é ancora aperta.

“E’ difficile spiegare a parole quel che è successo quella notte, immaginiamo la frattura di un foglio di carta proiettata alla terra. Uno strappo della terra lungo chilometri e a profondità di chilometri, un rumore indescrivibile”. Dalla voce di Stefano prendono vita scenari apocalittici: “C’è stata una fortissima ondata d’aria – racconta – noi correvamo, vedevo i lampioni ballare, alle nostre spalle crollavano pezzi di muro e venivano già palazzi”. Se c’e una cosa che non può dimenticare sono le grida: “Era ciò che non vedevo, urla di persone che non erano solo spavento, ma dolore. Mi hanno lasciato un senso di impotenza grandissimo”.

Dopo aver raggiunto il punto più largo della strada, la prima cosa che Stefano ha fatto è stato telefonare all’ospedale: “Sento delle urla, ci sono dei feriti, dicevo ma mi hanno risposto che non potevano fare nulla, perché anche lì era crollato tutto. Allora ho chiamato la Protezione Civile, chiedendo quale fosse il piano di evacuazione, e quali i punti di ritrovo previsti, ma neanche loro sapevano niente” . Così Stefano ha preso per mano la sua lei, e via, in una folle corsa per raggiungere un luogo aperto. “Ci abbiamo messo mezzora, forse qualcosa in più, per arrivare a Piazza Duomo. Abbiamo dovuto scavalcare le macerie dei palazzi. Con noi c’erano persone svestite, chi senza pantaloni, chi senza maglietta, chi scalzo”. Lì ci son volute quattro ore, trascorse al freddo e in balia delle continue scosse, prima che arrivassero i soccorsi. “Ricordo il rumore delle pale meccaniche per liberare la strada prima di farli arrivare “, sussurra.

A pochi metri dall’appartamento che Stefano ricorda come un luogo ameno, percorrendo Via Sallustio, c’è il palazzo in cui viveva un aquilano doc, Enzo Ragone, con i suoi anziani genitori ed i suoi due figli. Quella notte sono fuggiti in macchina, era parcheggiata di proposito davanti al portone. Anche la famiglia Ragone ha trascorso le interminabili ore a Piazza Duomo, e la loro auto era diventata una delle poche fonti di calore per gli anziani che lì erano confluiti. Oggi Enzo passa la maggior parte delle sue giornate a Coppito, ma continua a dire che non si sente a casa. E’ per questo che, ogni mattina, viene nella sua vecchia dimora: “La speranza che torni tutto come prima c’è sempre”, dice in tono sommesso, mentre apre il lucchetto permettendoci di accompagnarlo in questo giro della memoria.

Calcinacci, cassetti ed oggetti riversi sui letti, crepe sui muri, coltre di polvere sui mobili. La finestra della camera matrimoniale si affaccia su un palazzo distrutto, che rende irriconoscibile anche il perimetro delle stanze. E la triste conferma di un brutto pensiero che subito balza in mente: “Qui accanto ci son state vittime”, racconta. Nell’appartamento di Enzo tutto è fermo, in una solenne severità, quasi glaciale. Sembra che nessuno entri qui da tempo immemorabile, eppure lui con i suoi passi solca questi pavimenti ogni giorno. “Molti mi dicono che dovrei sistemare e portare via almeno gli oggetti cari – dice – ma dove li metto? E’ questo il loro posto, ed è giusto che qui rimangano”.

L’Aquila viene definita ormai una città fantasma. Il centro storico è fermo, ed il silenzio é interrotto soltanto dalle folate di vento o dai movimenti delle ruspe e delle gru, che fanno rimbombare una nenia di agghiacciante quiete. Al pranzo son aperti un paio di locali a ridosso di Piazza Duomo bastano e avanzano per fornire un pasto caldo alla schiera di manovali, uniche presenze nella zona rossa. Accanto al Duomo una gelateria temerariamente resiste, è GF Florida, dei fratelli Giuliani. Un’attività di tre generazioni, pietra miliare dell’Aquila che fu. “Le giornate sono lunghe – dice Rossella – é tutto fermo qui”. Ma tanti, troppi negozi, non ce l’hanno fatta a ripartire: “Ciò che fa rabbia è che non è stata calcolata l’emergenza lavoro, non c’è stata una presa di coscienza del danno alle aziende ed ai piccoli esercizi commerciali”: a tuonare tutto il suo disappunto è Emanuela, che nel 2007 insieme a suo marito aveva aperto un piccolo bar nel centro storico, ed oggi ancora si chiede quale sarà il suo futuro.

“C’erano 1.200 attività nella zona rossa e la maggior parte oggi son svanite”, racconta Patrizio Parisse, titolare del punto vendita Trussardi. Il suo negozio era un colosso che troneggiava a Palazzo Ciolina. “Son riuscito a recuperare la merce, ma il palazzo si è letteralmente aperto, sventrato, ci vorrà un ventennio, forse, per rivederlo com’era”. Così la decisione di spostarsi in periferia. “Abbiamo riaperto, nell’ottobre 2009, al centro commerciale L’Aquilone. La mia famiglia è tra quelle che erano state mandate sulla costa all’indomani del terremoto, ed io facevo 240 km al giorno, stavo sempre all’Aquila, la mia attività doveva ripartire subito”. Oggi ha riassorbito tutta la forza lavoro, otto dipendenti, e non solo. “Abbiamo aperto un secondo punto vendita, di un’altra griffe, e dopo due mesi ci è arrivato il controllo dell’ispettorato del lavoro. Ovviamente era tutto in regola,ma è questa la mano che ci ha teso lo Stato”.

Oggi il centro commerciale L’Aquilone è diventato il punto di riferimento della vita cittadina. Vi vengono i giovani, ed anche gli anziani, che qui passeggiano nel ricordo di quel che era e ormai non è più. Perché quel che manca davvero, all’Aquila e dintorni, è un centro di aggregazione. Lo spiegano bene le proprietarie del negozio Del Vecchio, anch’esso storica presenza nel cuore di Piazza Duomo ed oggi trapiantato nella nuova realtà artificiale dell’Aquilone. “Non ci siamo mai fermati, la voglia di rialzarci era troppo forte, adesso però ne risentiamo” . E non si parla solo di affari e di clientela ma di un qualcosa di ben più radicato: “I casi di depressione, in città, aumentano a menadito. La gente rivuole indietro quella quotidianità che ci é stata inesorabilmente tolta. Qui si vive una realtà apparente, ma la verità è che il nostro tessuto sociale è stato distrutto”.

I dati, del resto, parlando chiaro: cento giovani al mese lasciano L’Aquila secondo i rilievi dell’ufficio di statistica del Comune. “I miei studenti, molti di loro, vivono altrove – dice Sandro Cordeschi, professore di filosofia al liceo – ma voglio credere che non stiano dimenticando e che conservino in loro l’energia della memoria e della speranza”. Ma dimenticare è difficile, troppo, perché il ricordo è un boccone troppo amaro da mandare giù. Ed anche l’oblio si rivela una corazza tutt’altro che efficace. “Non ricordo niente di quella notte – racconta una studentessa che è ancora iscritta nell’ateneo del capoluogo abruzzese – a volte di notte mi assalgono crisi di panico, non riesco a dormire”. E le crisi aumentano, anno dopo anno, ogni volta che si avvicina la data del 6 Aprile. Son passati quattro anni ma il tempo, mai come in questo caso, non guarisce le ferite.

 Romina Vinci (testo e foto)

Pubblicato il 6 Aprile 2013, su Linkiesta.it 

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/aquila-terremoto-scandalo#ixzz2Pm1expTz

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Haiti, la scuola per ripartire “Senza scarpe, ma con i libri”

A tre anni dal sisma, la speranza delle madri: “La volontà più forte di qualsiasi scossa”

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PORT AU PRINCE – E’ diventata donna e madre molto in fretta, come la maggior parte delle sue connazionali. Daphney, venticinque anni ed un figlio di sei a cui badare, è nata e vive a Port au Prince, la capitale di Haiti. Ricorda ancora con estrema lucidità quel pomeriggio del 12 gennaio di tre anni fa quando la potenza devastante del terremoto ha distrutto tutto intorno a lei. Una scossa di magnitudo 7 della scala Ricther.  Anche il piccolo Darween non dimentica.  Lui non conosce ancora il significato della parola  tranblemantè, che in creolo vuol dire terremoto. Lo chiama goudagoudou, un’onomatopea di cui si serve, per riecheggiare il rumore delle scosse, quasi fosse un gioco. Darween veste di stracci e va in giro con le ciabatte bucate, ma sua madre è orgogliosa, perché è riuscita ad iscriverlo a scuola, e gli ha comprato il grembiulino. “Perché è l’ ecole, l’ ecole, la cosa più importante”, dice Daphney.

Haiti è il paese più povero dell’emisfero occidentale, ed anche il più densamente abitato. Il terremoto del 12 gennaio 2010 ha provocato 250 mila vittime ed un milione e mezzo di sfollati. A tre anni di distanza la situazione continua a rimanere critica in quella che è stata la prima isola scoperta da Colombo. Sono 360 mila le persone che ancora vivono nelle tendopoli, il 70% della popolazione non ha lavoro ed  un bambino su due non va a scuola.

Il presidente Michel Martelly, eletto nella primavera del 2011 e molto amato dalla fascia povera della popolazione – forse più per il suo passato da cantante che per il suo appeal politico – ha fatto dell’istruzione un cavallo di battaglia, tempestando la città con grandi cartelloni pubblicitari che riportavano il numero dei bambini del quartiere i quali avevano beneficiato della scuola gratuita. px“Sono stati scolarizzati 903 mila studenti e più di 300 scuole sono in corso di costruzione o di riabilitazione”, fanno sapere fonti ufficiali del governo.  Ma non basta.  Perché ad Haiti, oggi, parlare di ricostruzione è ancora un’utopia. Eccezion fatta per piccole iniziative affidate ai privati, ciò che manca, a Port au Prince e dintorni, è un segnale chiaro di ripresa delle grandi strutture. Il ventre della città resta ferito, irrimediabilmente. Il palazzo presidenziale rimane lì, crollato su stesso, è da poco iniziata la rimozione delle macerie. Alcuni ministeri si trovano ancora sotto  dei capannoni di fortuna, e solo di recente è stato approvato un progetto per la ricostruzione della cattedrale, un piano affidato a tre architetti portoricani. Ma nessuno, da quelle parti, si sente di scommettere sulla tempistica d’intervento.

“Ad Haiti – racconta suor Marcella, una missionaria francescana che opera sul territorio da sette anni – non ci sono tubature dell’acqua, né prima né dopo il terremoto, ed è stato speso un budget enorme per inviare camion di acqua per due anni”. Ma perché non costruire un acquedotto in tutto questo tempo? “Sono le condizioni del Paese ad impedire una certa tipologia di aiuto”, spiega.  L’emergenza sanitaria è perenne, il recente passaggio degli uragani Isaac e Sandy ha portato ad un nuovo picco di colera (sono 7800 i morti dallo scoppio dell’epidemia) “ma anche l’Aids continua a mietere vittime a macchia d’olio”, racconta la francescana.

pxNell’agosto 2011 è stato ucciso Lucien, il braccio destro di Suor Marcella, morto ammazzato dinanzi alla clinica che insieme avevano aperto a Wharf Jeremie, un quartiere discarica in cui vivono 70 mila persone.

E’ passato più di un anno da allora, ma la situazione non è affatto migliorata. “Viviamo sotto costante minaccia, entrano con le pistole, sparano, spargono terrore. Sono i signorotti locali, vogliono che io paghi il pizzo per avere la loro protezione. Nello scorso aprile ci hanno messo i lucchetti, impedendoci di lavorare per tre settimane. Quattro neonati sono morti perché non son stati assistiti”, racconta. Suor Marcella non si è mai piegata, fino a tre giorni fa: “Hanno minacciato un altro dei miei ragazzi, lo avrebbero ucciso se non gli consegnavo subito 500 dollari, cosa potevo fare?”. E’ un messaggio drammatico quello che lancia la missionaria. In questi giorni ha chiuso la clinica, in segno di protesta, e si chiede se tornerà mai ad aprirla: “Perché non è cedendo al ricatto che si costruisce qualcosa di buono”.

 

 

Romina Vinci (testo)

Pubblicato il 12 Gennaio 2013  su La Stampa

Disponibile in versione pdf: Haiti, la scuola per ripartire

 

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AFGHANISTAN, LA VOCE DELLE DONNE ITALIANE IN DIVISA

Sono tante le donne italiane arruolate nell’esercito. Noi ne abbiamo incontrate alcune in Afghanistan per farci raccontare cosa si prova a essere donne e militari allo stesso tempo

Sara Crivellari - Local worker's children (7)

Sono militari, ma ancor prima donne. Fanno parte della Brigata alpina Taurinense e  le incontriamo ad Herat, in Afghanistan, dove sono impegnate, dal 14 settembre scorso, nell’ambito della missione ISAF.

Sono donne preparate, molto preparate, non hanno avuto sconti in virtù di quel 7% di quote rosa che rappresentano all’interno delle forze armate. Per alcune si tratta della prima missione all’estero, ma la maggior parte già si definisce veterana per l’esperienza maturata. Vogliono essere chiamate soldati ed un po’ si indispettiscono quando vengono interrogate su cosa significhi, per una donna, vestire la divisa ed essere in Afghanistan: «Ha lo stesso significato per gli uomini, siamo preparate e veniamo trattate allo stesso modo».

A parlare è il caporale Laura Romeo, appartenente all’unità che garantisce la sicurezza di Camp Arena, sede del comando della regione ovest dell’Afghanistan a guida italiana. Ogni giorno, insieme ai suoi colleghi, monta di servizio ai punti di accesso e svolge pattuglie sul perimetro della base, a piedi e sui blindati Lince. «L’unica immagine che molti afghani hanno dell’Italia siamo noi, abbiamo una bella responsabilità, e ne siamo consapevoli» afferma. Poi puntualizza: «Il ruolo delle donne in divisa è valorizzato in un Paese in cui la cultura locale non vede di buon occhio i contatti tra persone di sesso differente. Coinvolgere le donne nelle attività a favore della popolazione come visite mediche, sopralluoghi negli orfanotrofi e all’ospedale pediatrico sarebbe stato impossibile senza una componente femminile in divisa».

A farle da eco anche il caporal maggiore scelto Venusia Fusco, che fa parte del FET (Female Engagement Team) e passa molto del suo tempo a contatto con la gente del posto. Spesso, quando è in giro per la città o entra nei luoghi pubblici, si copre il capo con un velo: «Come ogni donna occidentale sono contraria a questa usanza» – dice – «ma devo ammettere che serve, e non perché lo vogliono gli uomini, ma perché consente di abbattere i muri con le donne. Quando ho il velo le ragazze si avvicinano, mi salutano, mi parlano, sono come loro».

Qual è il ricordo più bello di questi mesi trascorsi ad Herat? Prende la parola il primo caporal maggiore Sara Crivellari, addetta alla cellula Pubblica Informazione.  Dapprima ci pensa un po’, poi  sorride e racconta: «L’incontro con i bambini. Sono bambini diversi rispetto ai nostri canoni, perché non hanno niente e ridono tutto il giorno, giocano con niente, si stupiscono di fronte ad un pallone sgonfio. Si tolgono le scarpe per giocare a calcio perché non sono abituati».

E il più brutto? A rispondere questa volta è il primo caporal maggiore Teresa Russo, alla sua terza missione in Afghanistan. Teresa, che nel suo plotone svolge gli incarichi di radiofonista e soccorritore militare, torna con la mente al maggio 2010, quando il mezzo blindato su cui viaggiava è saltato su un ordigno esplosivo improvvisato: «In un primo momento ho provato ungrande senso di impotenza. Poi però è venuto fuori l’addestramento svolto in precedenza e per fortuna ora sono qui a raccontarlo».

Ma vale ancora la pena sacrificare la propria vita all’idea di nazione? «Sì, assolutamente sì», risponde Sara con forza. La stessa fermezza traspare nelle parole di Laura, che aggiunge: «Nazione sono i colleghi che escono con te in pattuglia, il tenente che non ha dormito la notte per pianificare il percorso, la famiglia che hai salutato e rivedrai dopo sei mesi. Sembra retorica, ma una volta qui la prospettiva cambia».

Dietro la corazza si nascondono le fragilità e inquietudini tipiche delle donne della loro giovane età. Molte hanno un partner che le aspetta in Italia. «Anche il mio fidanzato è militare e questo ci aiuta» – confida Teresa – «sa cosa vuol dire questa professione e quali sacrifici comporti». Anche Sara è dello stesso avviso. Sognano di diventare madri, e non le spaventa il riuscire a coniugare la vita militare con il desiderio di maternità. «L’esercito viene incontro a queste necessità» – assicura Laura – «con permessi e licenze ad hoc non solo per le mamme ma anche per i papà».

Ma da dove nasce la passione per la divisa? «Ho una sorella dieci anni più grande di me» – racconta Venusia -  «lei voleva fare il militare ma non ha potuto. Sono cresciuta con lei, a lei devo questa voglia di partire». Anche Sara è sempre stata affascinata dalla divisa, ma confessa: «Non lo dovrei dire, ma da piccolina sarei voluta diventare un carabiniere». Segue una lunga risata collettiva, tutte  ridono a crepapelle, la goliardia tra le forze armate non passa mai di moda. Sguardo all’orologio, la pausa break è terminata, è ora di tornare ai propri ruoli e mansioni, decise  più che mai ad onorare e portare in alto quel qualcosa chiamato tricolore.

Romina Vinci (testo)

Regional Command West (foto)

Pubblicato il 25 Gennaio 2013 su Style.it

Disponibile su: http://www.style.it/news/dal-mondo/2013/01/25/afghanistan–la-voce-delle-donne-soldato-italiane.aspx

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AFGHANISTAN, un centro agricolo d’avanguardia a mezz’ora da Herat (5° PARTE)

“Un progetto per lo sviluppo dell’agricoltura locale”

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E’ notoriamente il Paese maggior produttore mondiale di papavero da oppio, ma si tratta di un primato di cui, in Afghanistan, una buona fetta della popolazione non ne va affatto tanto fiera, anzi. Da anni è iniziata infatti la marcia a favore delle colture diverse dall’oppio.  Dapprima è stata la volta dello zafferano, che è stato lo scudo attraverso cui il contingente italiano ha condotto un’avanzata nell’ovest del paese, distribuendo bulbi, fertilizzanti e arnesi da lavoro.  Ma la coltivazione della pregiata spezia non è riuscita ad intaccare quella della cosiddetta “mezzaluna d’oro”,  nello Helmand, ritenuta la più grande coltivazione d’oppio della terra.

Ha preso così avvio il PerennialHorticulture Development Project (PHDP), un progetto internazionale per lo sviluppo dell’agricoltura locale che mira a preservare e selezionare le migliori colture autoctone e sperimentare vari tipi di concimi, fertilizzanti e tecniche di coltivazione.  Ad oggi si contano sei aziende agricole modello in Afghanistan, e coltivano complessivamente 33 ettari di terreno.

herat04Ad appena mezz’ora di macchina da Herat  sorge uno di questi centri d’avanguardia.  Si tratta della “Urdu Khan Farm”, un centro agricolo sperimentale in cui vengono selezionate diverse centinaia di colture da frutta, in particolare pesche ed una varietà d’uva di eccellente qualità (la provincia di Herat è uno tra più grandi fornitori di uva del Pakistan e dei paesi limitrofi). Nell’azienda vengono inoltre sviluppate tecniche di crescita e piantumazione moderne  al fine di promuovere un’agricoltura intensiva.  Il centro sperimentale è considerato il fiore all’occhiello del dipartimento dell’agricoltura e garantisce una trentina di posti di lavoro tra tecnici, agronomi e operai. Un numero che sale fino a toccare quota 150 operatori nei periodi di raccolta. Il progetto vanta il sostegno del Ministero dell’Agricoltura afghano e il finanziamento dell’Unione Europea, oltre al coinvolgimento di alcune aziende italiane, nonché delle Università di Firenze e Bologna.

Anche il contingente italiano, con il ProvincialReconstruction Team (PRT) – CIMIC Detachment di Herat, ha contribuito allo sviluppo del centro. Solo una decina di giorni fa è stata inaugurata un’area espositiva che permetterà l’esposizione e la vendita di tutti i prodotti ortofrutticoli coltivati presso la ‘Urdu Khan Farm’.

Ma su cosa punta l’Afghanistan del post-2014?  A rispondere è il governatore di Herat, DaudShah Saba: “Incrementare lo sviluppo dell’agricoltura, dell’allevamento ed il valore delle industrie; promuovere il lavoro artigianale ed incentivare quello turistico”. La rinascita dell’Afghanistan parte da qui.

Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2012 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf: Afghanistan, transizione in corso

La quarta puntata del reportage è disponibile su:

http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/27/afghanistan-il-peso-del-passato-afgano-nei-ricordi-dellarchitetto-andrea-bruno-4-parte/

La terza puntata del reportage è disponibile su:

http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/26/afghanistan-la-conquista-di-un-futuro-in-una-societa-tradizionale-3-parte/

La seconda puntata del reportage è disponibile su: http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/20/afghanistan-alla-scoperta-dei-villaggi-il-radicalismo-delle-tribu/

La prima puntata del reportage è disponibile su: http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/19/afghanistan-transizione-in-corso/

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AFGHANISTAN, il peso del passato afgano nei ricordi dell’architetto Andrea Bruno (4° PARTE)

Cinquant’anni della sua vita dedicati a questa terra in cui ha studiato, progettato, preservato. Più che mai convinto che “solo conservando si salvi il passato e si prepari il futuro”

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Correva il mese di marzo dell’anno 2001. Sei mesi dopo l’attacco alle Torri Gemelle avrebbe inaugurato nel più triste dei modi il terzo millennio, e aperto una pagina nuova e cruenta della storia recente.  Il mondo intero si sarebbe trovato di fronte alla figura di Osama Bin Laden, per rendersi  improvvisamente conto fino a che punto il fanatismo religioso fosse capace di spingersi. A inizio marzo però l’integralismo dei talebani aveva già espresso la sua ferocia: i Buddha di Bamiyan, il monumento più maestoso dell’Afghanistan, vennero bombardati per due giorni di fila fino a venir ridotti in macerie.  Erano due enormi statue scolpite nelle pareti di roccia, abbattute  dal fervore religioso dei talebani  poiché considerate lontane dai precetti del Corano.

“Non è distruggendo un simbolo religioso che si distrugge il suo pensiero”, ribadisce con forza  l’architetto torinese Andrea Bruno, consulente dell’UNESCO per l’Afghanistan. Chissà quante volte, nel corso della sua carriera, avrà ripetuto questa frase. Ottantadue anni ben tenuti, cinquanta dei quali passati a  far da ponte con l’Afghanistan per studiare, progettare, restaurare e conservare. In mezzo secolo ha promosso l’inventario dei monumenti del Paese.Erano gli albori degli anni ‘60, il giovane Bruno era fresco di laurea  quando ha iniziato a dedicarsi al consolidamento della parete dei Buddha di Bamyan. Ancora oggi, a distanza di dieci anni dalla distruzione, l’architetto soffre nel rivedere le immagini di quelle statue in balia delle fiamme, come chi ha perso una cosa cara e preziosa, a cui ha dedicato parte della propria vita.

Andrea Bruno architettoMa lui ha anche restaurato il bazaar coperto di Kabul, dove ha progettato anche l’Ambasciata Italiana.  Nel 1978 ha avviato il consolidamento del minareto di Jam (terminato nel 2006), opera eccezionale che si trova nella regione di Herat. Ha riportato al suo splendore la Qala-I-Ikhtiyaruddin, la Cittadella di Herat che risale al XIV secolo, oggi interamente recuperata come museo.

E’ tornato a parlare del suo Afghanistan, e lo ha fatto proprio nel cuore di Herat, la sua Herat, all’interno dell’università che oggi ospita più di diecimila iscritti, molti dei quali donne. Ed è a loro, agli studenti afgani, che l’architetto Bruno ha indirizzato la lectio magistralis Perché e per chi conservare. “La conoscenza delle vostre ricchezze archeologiche e culturali è indispensabile per poterle proteggere – ha ribadito a gran voce alla sua platea – ed è soltanto conservando che si salva il passato e si prepara il futuro”.  Un processo di presa di conoscenza e di rafforzamento dell’identità nazionale che ha visto anche l’impegno delle forze militari italiane, protagoniste di alcuni progetti specifici nel settore della comunicazione culturale come, da ultimo, la realizzazione e distribuzione  in tutte le scuole della città del libro “Made in Herat” in doppia lingua (dari ed inglese) che ben illustra i monumenti dell’Afghanistan occidentale.  “Perché rafforzare la memoria storica  porta ad avere rispetto del patrimonio artistico culturale – ha dichiarato il capitano Elena Croci, ufficiale della Riserva selezionata dell’Esercito -  ed è soltanto conoscendo la storia che le giovani generazioni  possono trovare  l’entusiasmo per preservare e rafforzare il proprio futuro”.

Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2012 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf: Afghanistan, transizione in corso

La terza puntata del reportage è disponibile su:

http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/26/afghanistan-la-conquista-di-un-futuro-in-una-societa-tradizionale-3-parte/

La seconda puntata del reportage è disponibile su: http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/20/afghanistan-alla-scoperta-dei-villaggi-il-radicalismo-delle-tribu/

La prima puntata del reportage è disponibile su: http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/19/afghanistan-transizione-in-corso/

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AFGHANISTAN, la conquista di un futuro in una società tradizionale (3° PARTE)

afghanistan negozianteMah Gul aveva venti anni, è stata decapitata un pomeriggio della prima decade di ottobre dai familiari del marito, perché si era rifiutata di prostituirsi.LarisaWazivi invece di anni ne ha ventidue, studia legge all’università di Herat e vuole diventare giornalista.  YasaminiJahed, ventitreenne, insegna matematica,  ha un figlio di tre anni e sogna per lui un “green country” in cui crescere e studiare.

La condizione femminile in Afghanistan è in continua evoluzione. Oggi le donne siedono in Parlamento, sono a capo di Dipartimenti Provinciali, possono lavorare al di fuori delle mura domestiche e frequentare scuole e università. Purtroppo però i diritti acquisiti sulla carta non sono ancora appannaggio di tutte, anche se le eccellenze non mancano.

capoaffarisocialiUna di queste è Maria Bashir, procuratore capo di Herat, una donna coraggiosa e orgogliosa del suo ruolo, nonostante le minacce che spesso riceve. “Per me è importante fare da esempio per tutte le donne di questo paese – racconta – e sono fiera di essere un giudice imparziale per tutti, uomini e donne”.

Per incrementare l’occupazione si sta lavorando molto ad Herat, nei dipartimenti provinciali. “La possibilità di cercare lavoro – racconta MahboobaJamshidi, a capo del Dipartimento Affari Femminili – non si traduce automaticamente con l’aumento delle donne occupate, perché a monte c’è una mentalità difficile da combattere. Il nostro obiettivo è portare dal 15% al 30% la percentuale di donne che producano un reddito, cercando le soluzioni più adatte a loro”.

Grazie al lavoro del dipartimento, con il supporto degli italiani, è nato il Woman Social Center, una sorta di centro commerciale che mette insieme in un unico edificio negozi gestiti da donne, una palestra femminile e  una sala convegni. Perché creare uno spazio condiviso dove vendere e fare acquisti in modo riservato, familiare e in una struttura dove si possono portare anche i propri figli, è una delle chiavi vincenti per incentivare il lavoro, e convincere le famiglie che anche l’occupazione della donna è un’attività meritevole. Oltre alle attività legate all’artigianato, al commercio e alla sartoria, una delle professioni oggi sempre più ambita è il giornalismo. afghanistan somia

Nell’ottobre scorso, grazie ai fondi di un imprenditore locale, quindici ragazze, già professioniste dell’informazione, hanno dato vita alla prima emittente afghana interamente gestita da donne, Radio Sharzat. “Il nome prende spunto da Sherazade delle Mille e una Notte, che con le sue storie salvò la sua vita e quella di altre donne – racconta la direttrice SomiaRamish, sui trent’anni, il capo coperto da un velo colorato che lascia intravedere i capelli e un sorriso coinvolgente – oggi noi raccontiamo esperienze, facciamo informazione e cerchiamo di condividere emozioni, pensieri, ragionamenti politici; e la più grande soddisfazione sono le donne che ci chiamano da casa per parlare delle loro vite con noi”.

In radio arrivano ogni giorno almeno una decina di richieste di lavoro, da altre donne che vorrebbero seguire quell’ esempio, e che chiedono consigli su come affrontare una professione prima impensabile al femminile.

“Prima ci si laureava in giornalismo e forse, al massimo, si riusciva ad insegnare – ricorda Somia – ora anche i colleghi uomini non ci guardano più come un fenomeno, ma semplicemente come professioniste”.

Una consapevolezza di sé e dei propri diritti che purtroppo non può ancora essere data per scontata. In Afghanistan accade ancora che nei villaggi le donne possano essere “cedute” ad altre famiglie per riparare ad un’offesa o pagare un debito. E accade anche che possano essere condannate al carcere per essere scappate da casa, magari per sfuggire a violenze o a un matrimonio combinato.

Nei mercati, per strada, i burqa si vedono ancora, insieme ai khimar, lunghi veli neri o con stampe floreali dai toni scuri che ricoprono comunque da capo a piedi, lasciando scoperto solo il volto. Si usano anche nelle università, dove le ragazze studiano insieme ai ragazzi, ma siedono rigorosamente separati gli uni dagli altri. Qui studentesse e insegnanti raccontano volentieri il loro sogno: un paese finalmente pacificato, dove poter realizzare i propri desideri, senza matrimoni o divieti imposti da una tradizione difficile da cambiare.

Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2012 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf: Afghanistan, transizione in corso

 

La seconda puntata del reportage è disponibile su: http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/20/afghanistan-alla-scoperta-dei-villaggi-il-radicalismo-delle-tribu/

La prima puntata del reportage è disponibile su: http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/19/afghanistan-transizione-in-corso/

 

 

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AFGHANISTAN – Alla scoperta dei villaggi, il radicalismo delle tribù (2° PARTE)

«Visitare questi luoghi significa tornare indietro nel tempo: niente acqua, niente elettricità e un’agricoltura che utilizza ancora mezzi e metodi arcaici»

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Secondo il calendario persiano siamo entrati nell’anno 1391. Penetrando questa terra (dall’alto prima, a bordo di un elicottero, e passando poi su terraferma)  ci si accorge che il gap temporale è evidente, ed ha un suo perché. Il tessuto dell’Afghanistan infatti si dirama in una serie di piccoli villaggi tribali, ognuno con il proprio capotribù. Avventurarsi in questi posti significa fare un balzo indietro nel tempo. Non c’è luce, non c’è acqua, non c’è elettricità. L’agricoltura è ferma ai primordi ed utilizza ancora mezzi e metodi arcaici, è l’allevamento a far la voce grossa. Ogni villaggio ha un capotribù. Ed è lui che decide il bello e il cattivo tempo dei suoi “sudditi”, spartendo viveri e labili ricchezze. La legge che vige è lui stesso a dettarla, perché niente è più lontano, in questi luoghi, di concetti quali lo Stato, le Istituzioni, Diritti e  Doveri. I capi tribù dei vari villaggi sono abituati a relazionarsi con i militari stranieri e a ricevere la visita delle truppe, perché non si fanno scrupoli nel chiedere benzina, vestiti, alimenti.

Se si prova a capire quanti abitanti risiedano in un determinato villaggio, si ottiene per risposta il numero di case che si erigono al suo interno. E quando a fatica si riesce a tirar fuori un dato sul numero di persone , si comprende, solo successivamente, che da questa cifra rimangono fuori le donne. Obbligate a rimanere a casa, difficile vederle in giro, neanche in burqua. Il pashtunwali, codice comportamentale di una legge non scritta dell’etnia pashtun, viene ancora osservato rigidamente da queste parti. Ed i suoi dettami non consegnano diritti alle donne,  neanche quello di esser contate in un censimento sui generis.

Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2012 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf: Afghanistan, transizione in corso

La prima puntata del reportage è disponibile su: http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/19/afghanistan-transizione-in-corso/

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AFGHANISTAN, transizione in corso (1° PARTE)

Viaggio nel Paese che cerca la stabilità, anche grazie al contributo italiano.  «In undici anni, con l’aiuto della missione Isaf questo Paese ha ottenuto molto: una struttura
istituzionale, un esercito, forze di polizia, forme di assistenza per i bisognosi… Entro la fine del 2014 la missione volgerà al termine, ma non gli aiuti»

Afghanistan  Carcere di Herat

Il vertice NATO che si è svolto a Chicago lo scorso maggio è stato chiaro: la missione International Security Assistance Force in Afghanistan terminerà completamente nel 2014.

Fra due anni dunque il passaggio di consegne dalle forze internazionali a quelle afghane dovrà essere completato: la missione Isaf, che vede impegnata in prima linea anche l’Italia, va avanti ormai da undici anni ed è entrata nella fase di transizione che si concluderà alla fine del 2014 con il ritiro di gran parte dei soldati. In Afghanistan però ritiro non vorrà dire abbandono, ma aiuto sotto altre forme: consulenza, rilancio dell’economia, supporto alla formazione del personale locale.

Dalla fine del regime dei talebani questo paese ha compiuto molti passi importanti, con la collaborazione della comunità internazionale, nel processo di costruzione dello stato. Oggi dispone di una struttura istituzionale, un esercito e proprie forze di polizia, oltre che di forme di assistenza, a livello provinciale, per i bisognosi, come gli orfani e i parenti delle vittime della guerra.

Tanti però sono i problemi che ancora lo affliggono: la corruzione, l’opposizione armata dei cosiddetti insurgents, una galassia di soggetti che comprende dai trafficanti di oppio ai combattenti talebani, la mancanza di collegamenti e infrastrutture, come strade, ponti, centrali elettriche.herat13

Il contingente italiano ha il controllo del Comando regionale Est, al confine con l’Iran, che comprende quattro province: Herat, Badghis, Farah e Ghor. Dal 14 settembre 2012, quello di stanza a Herat è al commando del Generale di Brigata Dario Ranieri, comandante in patria della Brigata alpina “Taurinense”.  I militari italiani sono impegnati nel controllo del territorio, nel sostegno alla popolazione, e nella lotta agli ordigni esplosivi improvvisati.

In ogni provincia è attivo un ProvincialRecontruction Team (Prt), una struttura militare che lavora al fianco dei civili afghani per realizzare progetti di cooperazione. Quello di Herat è a guida italiana, e vanta fra le opere realizzate il carcere femminile della città. La struttura, realizzata nel 2009 con i fondi del Ministero della Difesa e dell’Unione Europea, ospita oggi 137 donne di ogni età ed è un modello di accoglienza a riabilitazione.

“Oggi stiamo lavorando per ristrutturare la sala biblioteca – racconta il Colonnello Aldo Costigliolo, comandante del Prt di Herat, mentre mostra una stanza piana di calcinacci e impalcature, dove sulle pareti si vedono ancora i disegni e i collage realizzati dalle detenute – è una soddisfazione pensare che questo sia davvero un luogo che riabilita, che accoglie, a volte quasi più di una famiglia”. Al piano terra gli spazi sono condivisi e ogni stanza è un laboratorio di sartoria, tessitura, informatica, lingua inglese; al primo piano ci sono le stanze, ordinatissime e pulite, da quattro o sei posti letto.

herat afghanistanLe mamme possono tenere con sé i propri figli fino agli otto anni, e anche per loro c’è un’aula stanza dedicata, con un’educatrice. La maggior parte delle donne che sconta una pena detentiva ha commesso reati minori, e molte hanno paura di tornare in “libertà”. La parte maschile della prigione di Herat si trova in condizioni molto più difficili, perché a fronte di una capienza di 600 posti, ci sono oltre 2mila persone, con stanze da dieci letti in cui ne vengono stipati fino a cinquanta. Anche per questo il direttore del carcere ha chiesto aiuto all’Italia. Con i fondi messi a disposizione dal nostro paese nel 2012 sono stati realizzati principalmente progetti per l’educazione e la sanità, ma anche strade, ad Herat e nel suo distretto “allargato” di Injil.

Nonostante i progressi fatti, l’Afghanistan è ancora oggi un paese che presenta sacche di povertà al limite della sopravvivenza: agricoltura praticata con mezzi rudimentali e pastorizia sono spesso le uniche risorse nelle aree più impervie, dove la mancanza di corrente elettrica e collegamenti stradali provoca un isolamento di fatto per molte piccole comunità, che restano lontane anche solo dal concetto di stato e di istituzioni nazionali. Dalle cosiddette basi avanzate, ogni giorno partono delle pattuglie che si dirigono verso queste aree per stabilire un contatto con la popolazione. Ed è in una di queste missioni che ha perso la vita il caporale degli Alpini Tiziano Chierotti, lo scorso 25 ottobre. Se il rapporto con la popolazione si è stretto, nel corso degli anni, anche grazie alle operazioni condotte con personale afghano, la sicurezza non può ancora essere data per scontata, e resta la sfida quotidiana più grande. Come scrive sul “diario di Herat” pubblicato on line su La Stampa il Maggiore Mario Renna, a capo dell’Ufficio Pubblica Informazione del Comando Brigata Alpina Taurinense, quello degli ordigni “sembra un gioco ma non lo è, è una partita serissima per disinnescare esplosivi spesso fatti in casa con legno, fil di ferro, pezzi di metallo, di cui si parla quando ne esplode una, e non quando ne vengono disinnescate 27 in un mese”.

Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2012 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf: Afghanistan, transizione in corso

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