Un viaggio al contrario

«Riprendere il rapporto con i ritmi della natura, è emozionante», dice Letizia. «Ora mi sento parte di un ecosistema. Questo è importante per me… il primo investimento è stato di 5.000 euro».

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Voglio andare a vivere in campagna»: Toto Cutugno la cantava con un tono cadenzato. Era il 1995 e la sua canzone rappresentò un vero flop al Festival di Sanremo. Eppure quel ritornello è rimasto impresso nella memoria degli italiani fino ai nostri giorni.

Sarà la crisi, sarà l’incertezza di un futuro unita ad una precarietà sempre più dirompente, fatto sta che, negli ultimi tempi, quell’ode alla “vita bucolica” è tornata in auge. E c’è anche chi è riuscito a trasformare quella generica aspirazione in realtà. È il caso di Ennio Di Tommaso e della sua compagna Letizia.  È Ennio ad iniziare il racconto: «Ho passato l’infanzia in un piccolo paese della Sabina, mio padre lavorava come bracciante agricolo. Poi ci siamo spostati a Roma ed ho perso completamente la dimensione rurale». Layout 1Anche la sua compagna, Letizia, ammette di sentirsi più cittadina che altro: «I miei genitori sono di origini umbre, ma si sono trasferiti subito nella Capitale, è lì che sono cresciuta. Sei anni fa Ennio ed io abbiamo deciso di comprare questa casa in campagna, a Lugnano in Teverina. Doveva essere la dimora della nostra vecchiaia, e invece il posto ci ha conquistato, e ci siamo trasferiti subito». Entrambi lavorano come liberi professionisti, offrono servizi di consulenza e formazione alle aziende e, nonostante siano costretti a fare i pendolari per lavoro, non rimpiangono affatto la frenesia metropolitana. Perché in questo piccolo paradiso umbro hanno un ettaro di terra, un orto e capre, galline, cani e gatti.

«Ho riscoperto il piacere delle attività legate ai campi, alla potatura degli alberi di ulivo», dice Ennio sorridendo. A Letizia brillano gli occhi quando racconta della sua nuova vita: «Riprendere il rapporto con la terra, con i ritmi della natura, è emozionante. L’attenzione al tempo meteorologico non si riduce più alla scocciatura della pioggia, o al piacere delle alte temperature per ritagliarsi una giornata al mare. Ora mi sento parte di un ecosistema, ed è una cosa importantissima per me». Layout 1

Quella della coppia di liberi professionisti potrebbe esser definita la voglia di un ritorno alle origini: «Abbiamo un vecchio forno – dicono -, facciamo anche il pane. Stiamo scoprendo delle modalità culinarie che, sebbene siano desuete, in realtà ci divertono molto, e ci permettono di riscoprire tanti sapori».  Certo gli impegni di lavoro li costringono ancora a dei ritmi di vita frenetici, continui spostamenti su e giù per la Penisola, ma loro non demordono: «Quando non ci siamo i nostri vicini ci danno una mano, dando da mangiare agli animali. Spesso per i lavori più duri ci affidiamo a qualche giovane della zona, che accetta di buon grado di aiutarci».

Ma quali sono i costi da sostenere per avviare un progetto simile? A rispondere è Letizia: «Il nostro primo investimento è stato di cinquemila euro, per l’acquisto di un piccolo trattore. Nel corso di questi anni abbiamo cambiato tre volte trattore, ricorrendo al mercato dell’usato che, a differenza del mondo delle automobili, non viene svalutato. Abbiamo poi vari attrezzi, dall’aratro al trincia. C’è da dire che la Partita Iva non ha molti oneri anzi, all’inizio, se non si supera una determinata soglia di guadagno, non c’è bisogno di una contabilità particolare, e questo consente di avere dei ricavi». Layout 1Ora però Ennio e Letizia vogliono provare a guardare oltre: «Stiamo ragionando su come coniugare il piacere e la passione di stare in campagna con un’attività che sia redditizia». Al vaglio ci sono la possibilità di sviluppare servizi per il turismo, come un agriturismo, oppure concentrarsi su coltivazioni di nicchia: «La coltivazione delle lumache, ad esempio, oppure quella di erbe aromatiche che può generare la produzione di oli essenziali. Sentiamo la necessità di avviare qualche attività legata alla campagna, senza la velleità di farla diventare un business, ma soltanto per trasformarla nella nostra dimensione prevalente». «In fondo – ricordano – siamo dei liberi professionisti».

Romina Vinci (testo)

Pubblicato sul numero di Gennaio 2013 del mensile 50&Più, all’interno del Dossier “Ricomincio da me”.

Disponibile in pdf: Il futuro nelle mani della TERRA

In versione online: http://www.50epiu.it/Home/Notizie/tabid/63/ID/907/Un-viaggio-al-CONTRARIO.aspx

La prima puntata del dossier è disponibile su: http://rominavinci.wordpress.com/2013/02/10/il-futuro-nelle-mani-della-terra/

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Il futuro nelle mani della TERRA

«L’incertezza nel domani e il diffuso senso di precarietà sono figli di questi tempi. Molti hanno deciso di “reagire” e si sono rimessi in gioco: alcuni reinventandosi, altri rivalutando ciò che possedevano, tutti riscoprendo e investendo nel lavoro agricolo».

 

 

Layout 1San Gavino Monreale è un piccolo Comune della provincia del Medio Campidano in Sardegna. Conta meno di diecimila abitanti, ma detiene un importante primato: produce circa il 60% dello zafferano italiano. Valentina Saba è una ragazza nata e cresciuta in queste zone che ha deciso di riprendere in mano questa tradizione, per farla tornare alla ribalta.

«Era il 2006, in quel momento si parlava de riconoscimento dello zafferano come Dop (Denominazione di Origine Protetta, ndr) e così ho deciso di aprire una piccola azienda, a me intestata, per continuare ed incrementare questa produzione. Mio nonno aveva una piccola coltivazione, come del resto la maggior parte degli abitanti di San Gavino. Io mi sono occupata di ingrandirla. La mia famiglia mi è stata vicino, siamo entrati all’interno del sistema di controllo e, quest’anno, abbiamo ottenuto la tanto agognata certificazione».  Valentina ha un terreno di circa duemila metri quadri ed il quantitativo di prodotto è in costante aumento, toccando anche la soglia di un chilo di zafferano. «Il bulbo fiorisce in autunno. Il lavoro è costante, perché tutto l’anno bisogna controllare il terreno.

Il periodo più intenso è tra ottobre e novembre, quando avviene la raccolta e la pulitura». Nei momenti in cui il lavoro è più concitato, la sua azienda arriva a far lavorare anche venti persone. Valentina con il suo zafferano partecipa a molte sagre, ben oltre i confini della Sardegna (ad esempio, al salone del gusto di Torino, nonché in importanti eventi fieristici a Milano).  Layout 1Valentina ha 31 anni, laureata in Architettura, sta frequentando una scuola di specializzazione a Torino. Ammette che le piacerebbe trovare un lavoro consono al suo percorso accademico, però, allo stesso tempo, è ben decisa a portare avanti la sua azienda. E lancia un monito ai suoi coetanei: «In questo periodo riscoprire l’agricoltura è molto importante, perché è un settore che, se gestito bene, può dare davvero molto».

Ed i numeri recentemente diffusi dalla Confederazione Italiana Agricoltori le danno ragione: quello agricolo oggi è l’unico settore del nostro Paese che cresce e crea nuovi posti di lavoro. Il valore aggiunto (l’aumento di valore che si verifica grazie all’intervento nei fattori produttivi) nel 2011 è salito dell’1,1%, mentre il numero dei posti di lavoro nel secondo trimestre del 2012 è aumentato addirittura del 6,2%. Un comparto che, sebbene sia sovente poco considerato e maltrattato, sarebbe però in grado di dare lavoro in poco tempo a più di 200mila disoccupati. Layout 1

Secondo i dati diffusi dall’associazione, infatti, le imprese agricole in Italia sono 1,6 milioni e impiegano 1.094.365 lavoratori dipendenti. In crescita, poi, le imprese individuali guidate dagli under trenta: sono quei giovani che, una volta completato il proprio percorso di studi, decidono di tornare alla terra. E non sono soltanto figli che rilevano o continuano l’attività dei genitori, ma anche neolaureati preparati e determinati i quali, a causa di una crisi che chiude le porte dei loro settori di competenza, scelgono di scommettere sulla vita dei campi.

Così pure Enrico Badolino, che nella sua casa in campagna, a Fiano Romano, coltiva ortaggi di stagione. «Niente serre o espedienti artificiali», ci tiene a sottolineare. I ritmi del lavoro sono scanditi dalle stagioni: Layout 1«Ci si sveglia molto presto la mattina e si lavora tanto, soprattutto d’estate». Ma cosa significa coltivare la terra? «Viviamo fra la terra, ne siamo legati completamente, indissolubilmente. Maneggiarla, odorarla, annaffiarla.. Capirne i ritmi e i doni è un mezzo efficacissimo per trovare armonia ed equilibrio». A sentirlo parlare sembra di trovarsi di fronte un uomo navigato, ma in realtà la barba incolta, le unghie sporche e una voce pacata non riescono a celare la purezza di uno sguardo, che è più efficace di una carta d’identità.

Enrico Badolino non ha ancora compiuto trent’anni, eppure le idee le ha ben chiare: «Corpo e spirito si fondono, tutti dovrebbero ricercare il rapporto con la terra». Ma qual è il percorso che lo ha portato a proferire tali parole? «Ho una casa in campagna e una lunga tradizione di famiglia: mai equazione è stata più semplice».

 

Romina Vinci (testo)

 

Pubblicato sul numero di Gennaio 2013 del mensile 50&Più, all’interno del Dossier “Ricomincio da me”.

Disponibile in pdf: Il futuro nelle mani della TERRA

In versione online: http://www.50epiu.it/Home/Notizie/tabid/63/ID/906/Il-futuro-nelle-mani-della-TERRA.aspx

 

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Lettera all’Ambasciata d’Italia in Messico

Accolgo quest’oggi l’appello  degli amici della Comunità  italo-messicana che vivono a Città del Messico i quali, ormai ai limiti di una situazione che si trascina da troppo tempo, hanno deciso di rendere pubblica questa lettera.

(Romina Vinci)

Critica degli utenti alla gestione dell’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico

L’Istituto Italiano di Cultura di Città del Messico (IIC Messico) è l’Ufficio Culturale dell’Ambasciata d’Italia, un’istituzione pubblica dipendente dal MAE (Ministero degli Affari Esteri). La sua missione è la diffusione della lingua e della cultura italiana nel paese attraverso, per esempio, corsi di lingua, cultura, gastronomia, di formazione docente e altri; eventi e varie attività di promozione culturale; coedizione di libri; promozione dei legami Italia-Messico; offerta di servizi e prodotti al pubblico; eccetera.

Vi lavorano con contratto locale circa 20-25 professori italiani e una dozzina di impiegati con funzioni amministrative messicani e italiani che possiedono contratti locali o, in alcuni casi, contratti italiani stipulati dal MAE. La direzione cambia ogni due o quattro anni a secondo delle nomine che effettua da Roma il Ministero all’interno del personale di carriera diplomatica. Quindi di solito ci sono un addetto culturale e un direttore inviati dall’Italia in ciascuno dei 90 Istituti presenti nel mondo.

Nel 2008 moltissime istituzioni italiane e messicane operative nel paese e dedicate alla diffusione culturale della lingua e della cultura italiana firmarono a Tlaxcala il cosiddetto “Contratto etico per i professori”, un grande risultato per i lavoratori e, senza dubbio, un quadro d’orientamento per migliorare le pratiche di gestione, didattiche e lavorative all’interno delle istituzioni. Il documento venne elaborato durante due giornate di lavori collegiali con i parlamentari Gino Bucchino e Franco Narducci e con l’ex Ambasciatore Felice Scauso come garanti. L’accordo resta oggi lettera morta, specialmente presso l’istituzione che maggiormente s’era impegnata per promuoverlo.

Da molti anni la comunità italo-messicana della capitale, così come quella di buona parte del paese, vede l’Istituto come una punto di riferimento e d’incontro importante e anche come un elemento di trasmissione di buone pratiche lavorative e culturali legate alla docenza, alla mediazione linguistica e culturale e, in generale, al sistema Italia. Dopo circa un decennio di crescita delle attività culturali e di miglioramenti nelle condizioni lavorative all’interno dell’istituzione, negli ultimi periodi di gestione, rispettivamente del Dott. Gianni Vinciguerra, attuale addetto culturale, e della Dott.ssa Melita Palestini (2011-2012), la comunità degli utenti e degli interessati ha riscontrato alcuni cambiamenti, per cui esprime la propria opinione tramite questa lettera che è stata mandata all’Ambasciata e resa pubblica di recente. La riproduco in questo spazio in quanto è di sicuro interesse in Messico e in Italia.

ECCO LA LETTERA

Città del Messico, 27 dicembre 2012

Eccellentissimo Ambasciatore d’Italia in Messico Roberto Spinelli.

Comunità italiana in Messico e all’estero.

Oggetto: situazione dell’Istituto Italiano di Cultura a Città del Messico.

In quanto soggetti direttamente interessati alla cultura italiana, con la presente desideriamo esprimere la nostra preoccupazione riguardo la gestione dell’Istituto Italiano di Cultura e la presenza culturale italiana in Messico.

In linea con l’interrogazione parlamentare al Ministro degli Affari Esteri Giulio Terzi, inoltrata lo scorso 18 dicembre dall’On. Gino Bucchino, deputato eletto nella circoscrizione Nord e Centro America, segnaliamo alcuni punti specifici che meritano particolare attenzione.

Come utenti dell’Istituto Italiano di Cultura, ci rattrista osservare l’inesorabile declino di questo importante punto di riferimento per la diffusione della lingua e della cultura italiane. Fino alla prima metà del 2010 l’Istituto offriva moltissimo sia per la comunità italiana residente in Messico che per i messicani interessati alla cultura italiana. Oltre al ristorante, alla caffetteria, al negozio di prodotti alimentari e alla libreria, offriva molti eventi culturali, come mostre nel chiostro, presentazioni di libri in biblioteca (“I mercoledì in biblioteca” con frequenza quindicinale), proiezioni di film (cineforum e cinedibattito con frequenza settimanale), conferenze, ecc. Ora il ristorante e la libreria sono stati chiusi e constatiamo l’attuale mancanza quasi assoluta di eventi e la misera diffusione delle scarse attività ed eventi culturali.

Inoltre, la direzione riserva al pubblico in generale un trattamento spesso scortese e freddo: è difficilissimo essere ricevuti e, quelle rare volte in cui viene concesso un colloquio, la chiusura di fronte a qualunque proposta di collaborazione (anche gratuita) è assoluta. Non parliamo solo di proposte di eventi a titolo personale (mostre, presentazioni di libri, documentari, ecc.), ma anche di quelle a titolo collettivo: la comunità italiana ha fatto regolare richiesta, attraverso la sua rappresentanza, dell’uso dello spazio per festeggiare la Festa della Liberazione del 25 aprile e la Festa della Repubblica del 2 giugno, ma la direzione si è rifiutata categoricamente di concederlo, costringendola a festeggiarla in altro luogo. La stessa Ambasciata, che ogni anno vi organizza la festa del 2 giugno, nel 2012 ha deciso di affittare uno spazio presso il Museo Franz Meyer e spostarla lì, peraltro restringendo l’accesso a un numero limitato di invitati.

Allo stesso tempo, ci risulta che il giardino dell’Istituto è stato concesso per eventi privati, quali un matrimonio, nel novembre 2011. E, “per ragioni di sicurezza”, è stato precluso al pubblico l’accesso alle strutture dell’IIC (comprese la libreria, la caffetteria e la biblioteca) per un’intera giornata e senza alcun preavviso.

Fiduciosi del fatto che le nostre indicazioni possano costituire uno spunto interessante per il bene comune e il miglioramento dell’attività istituzionale, porgiamo distinti saluti.

Firmano

Santa Elena Tellez Flores, Juan Manuel Eugenio Ramírez de Arellano Niño Rincon, Adolfo Gilly, Maria Eugenia Niño Rincon, Luciano Valentinotti, Sabina Longhitano, Francesca Gargallo Celentani, Eugenia Militello, Flor Romero  e altre 64 persone.

Link d’interesse:

  1. Carta en español completa PDF.   (http://depositfiles.com/files/wr2agh37x)
  2. Interrogación parlamentaria sobre el IIC México.  (http://www.agenziaaise.it/italiani-nel-mondo/eletti-allestero/132409-rilanciare-la-cultura-italiana-in-messico-bucchino-pd-interroga-terzi.html)
  3. Carta en italiano completa PDF.    (http://depositfiles.com/files/c00j714th)
  4. Página Web IIC México.   (http://www.iicmessico.esteri.it/IIC_Messico)
  5. Contratto Etico per i docenti / Contrato ético para profesores(http://www.puntodincontro.com.mx/articoli/italianimessico06022008.htm)
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AFGHANISTAN, LA VOCE DELLE DONNE ITALIANE IN DIVISA

Sono tante le donne italiane arruolate nell’esercito. Noi ne abbiamo incontrate alcune in Afghanistan per farci raccontare cosa si prova a essere donne e militari allo stesso tempo

Sara Crivellari - Local worker's children (7)

Sono militari, ma ancor prima donne. Fanno parte della Brigata alpina Taurinense e  le incontriamo ad Herat, in Afghanistan, dove sono impegnate, dal 14 settembre scorso, nell’ambito della missione ISAF.

Sono donne preparate, molto preparate, non hanno avuto sconti in virtù di quel 7% di quote rosa che rappresentano all’interno delle forze armate. Per alcune si tratta della prima missione all’estero, ma la maggior parte già si definisce veterana per l’esperienza maturata. Vogliono essere chiamate soldati ed un po’ si indispettiscono quando vengono interrogate su cosa significhi, per una donna, vestire la divisa ed essere in Afghanistan: «Ha lo stesso significato per gli uomini, siamo preparate e veniamo trattate allo stesso modo».

A parlare è il caporale Laura Romeo, appartenente all’unità che garantisce la sicurezza di Camp Arena, sede del comando della regione ovest dell’Afghanistan a guida italiana. Ogni giorno, insieme ai suoi colleghi, monta di servizio ai punti di accesso e svolge pattuglie sul perimetro della base, a piedi e sui blindati Lince. «L’unica immagine che molti afghani hanno dell’Italia siamo noi, abbiamo una bella responsabilità, e ne siamo consapevoli» afferma. Poi puntualizza: «Il ruolo delle donne in divisa è valorizzato in un Paese in cui la cultura locale non vede di buon occhio i contatti tra persone di sesso differente. Coinvolgere le donne nelle attività a favore della popolazione come visite mediche, sopralluoghi negli orfanotrofi e all’ospedale pediatrico sarebbe stato impossibile senza una componente femminile in divisa».

A farle da eco anche il caporal maggiore scelto Venusia Fusco, che fa parte del FET (Female Engagement Team) e passa molto del suo tempo a contatto con la gente del posto. Spesso, quando è in giro per la città o entra nei luoghi pubblici, si copre il capo con un velo: «Come ogni donna occidentale sono contraria a questa usanza» – dice – «ma devo ammettere che serve, e non perché lo vogliono gli uomini, ma perché consente di abbattere i muri con le donne. Quando ho il velo le ragazze si avvicinano, mi salutano, mi parlano, sono come loro».

Qual è il ricordo più bello di questi mesi trascorsi ad Herat? Prende la parola il primo caporal maggiore Sara Crivellari, addetta alla cellula Pubblica Informazione.  Dapprima ci pensa un po’, poi  sorride e racconta: «L’incontro con i bambini. Sono bambini diversi rispetto ai nostri canoni, perché non hanno niente e ridono tutto il giorno, giocano con niente, si stupiscono di fronte ad un pallone sgonfio. Si tolgono le scarpe per giocare a calcio perché non sono abituati».

E il più brutto? A rispondere questa volta è il primo caporal maggiore Teresa Russo, alla sua terza missione in Afghanistan. Teresa, che nel suo plotone svolge gli incarichi di radiofonista e soccorritore militare, torna con la mente al maggio 2010, quando il mezzo blindato su cui viaggiava è saltato su un ordigno esplosivo improvvisato: «In un primo momento ho provato ungrande senso di impotenza. Poi però è venuto fuori l’addestramento svolto in precedenza e per fortuna ora sono qui a raccontarlo».

Ma vale ancora la pena sacrificare la propria vita all’idea di nazione? «Sì, assolutamente sì», risponde Sara con forza. La stessa fermezza traspare nelle parole di Laura, che aggiunge: «Nazione sono i colleghi che escono con te in pattuglia, il tenente che non ha dormito la notte per pianificare il percorso, la famiglia che hai salutato e rivedrai dopo sei mesi. Sembra retorica, ma una volta qui la prospettiva cambia».

Dietro la corazza si nascondono le fragilità e inquietudini tipiche delle donne della loro giovane età. Molte hanno un partner che le aspetta in Italia. «Anche il mio fidanzato è militare e questo ci aiuta» – confida Teresa – «sa cosa vuol dire questa professione e quali sacrifici comporti». Anche Sara è dello stesso avviso. Sognano di diventare madri, e non le spaventa il riuscire a coniugare la vita militare con il desiderio di maternità. «L’esercito viene incontro a queste necessità» – assicura Laura – «con permessi e licenze ad hoc non solo per le mamme ma anche per i papà».

Ma da dove nasce la passione per la divisa? «Ho una sorella dieci anni più grande di me» – racconta Venusia -  «lei voleva fare il militare ma non ha potuto. Sono cresciuta con lei, a lei devo questa voglia di partire». Anche Sara è sempre stata affascinata dalla divisa, ma confessa: «Non lo dovrei dire, ma da piccolina sarei voluta diventare un carabiniere». Segue una lunga risata collettiva, tutte  ridono a crepapelle, la goliardia tra le forze armate non passa mai di moda. Sguardo all’orologio, la pausa break è terminata, è ora di tornare ai propri ruoli e mansioni, decise  più che mai ad onorare e portare in alto quel qualcosa chiamato tricolore.

Romina Vinci (testo)

Regional Command West (foto)

Pubblicato il 25 Gennaio 2013 su Style.it

Disponibile su: http://www.style.it/news/dal-mondo/2013/01/25/afghanistan–la-voce-delle-donne-soldato-italiane.aspx

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ATTRAVERSO LA SCUOLA PASSA IL NOSTRO FUTURO – Intervista a Tullio De Mauro

«Sarà bene che la politica si renda conto che esiste una solida correlazione tra sviluppo dei livelli d’istruzione e sviluppo complessivo della società: Tullio De Mauro ha le idee molto chiare su ciò che potrebbe aiutare il nostro Paese ad uscire dalla crisi. L’istruzione e più alti livelli di sviluppo intellettuale»

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Linguista di fama internazionale, autore di studi tradotti in molte lingue, detentore di onorificenze e prestigiosi riconoscimenti (l’ultimo, come Accademico dei Lincei, risale a qualche settimana fa, ndr.). E’ stato anche Ministro dell’Istruzione sotto il governo di Giuliano Amato (2000-2001).

Layout 1Tullio De Mauro, classe 1932 è, ancor oggi, uno dei profili intellettuali più interessanti offerti dal panorama italiano.  Ed è proprio a lui che abbiamo deciso di rivolgerci per commentare i risultati della nostra indagine.  Chiamato ad analizzare i dati emersi dallo studio, l’ex Ministro tende la mano ai giovani e lancia un monito ai politici, richiamandoli sulla centralità di formazione, innovazione e sviluppo: una triade indispensabile se si vuole invertire la rotta per uscire dalla fase di stasi che vede l’Italia soccombere.

Professor De Mauro, tra crisi economica, partitica e di valori, come si vive in Italia oggi?

Per quanto concerne gli aspetti pubblici viviamo tutti abbastanza male, quale che sia l’orientamento politico. Lo si comprende guardando la disaffezione alle elezioni che invece sono un punto di forza della democrazia italiana. Per quanto riguarda la vita privata, chi appartiene alla classe alta di redditi se la passa non malissimo, in realtà, rispetto ad altri paesi europei. Chi non vi appartiene, al contrario, è vittima della crisi economica, della mancanza di prospettive e di sviluppo.Layout 1

“Alle prossime elezioni Lei si recherà a votare?”  Il 63% degli intervistati risponde di sì, ed il picco dei consensi si registra nel Centro, con il 69%. L’effetto Fiorito/Polverini è ancora forte, ma quest’alta percentuale implica un intervento diretto, e non rassegnazione. E’ così?
Layout 1Leggo questo dato come un tentativo di vincere la rassegnazione che però è molto diffusa. Rassegnazione anche di fronte ai partiti per cui si andrà a votare.

Al contrario, il culmine dell’astensionismo si registra nel Sud e nelle isole, con il 20%.  Il Mezzogiorno continua a rappresentare un problema, oggi, per l’Italia?

E’ l’Italia che rappresenta un problema per il Mezzogiorno.

Governo dei tecnici vs Governo dei politici. L’austerity di Monti non paga: il 44,2% degli italiani auspica un ritorno dei politici, come interpreta questo dato?Layout 1

Forse con la percezione che i cosiddetti tecnici sono stati scelti dai politici, e sono molto legati ad orientamenti precostituiti, persino più di quelli che vengono dai partiti. Quindi non c’è una grande fiducia. E’ per questo che buona parte della popolazione preferisce le elezioni e le iscrizioni a questo o a quel partito, visto che i rappresentanti politici,  bene o male, dovrebbero esprimere un orientamento diffuso nella società.

Nel corso della sua carriera Lei si è dedicato a portare in auge il concetto della cosiddetta “educazione linguistica”, ed è stato anche Ministro dell’Istruzione. Qual è la condizione in cui versa la scuola italiana oggi?

Layout 1La condizione è molto grave, abbiamo un personale invecchiato perché negli ultimi trenta anni ci son stati soltanto due concorsi per l’ammissione  all’insegnamento. Ciò ha provocato un invecchiamento progressivo e la creazione di una massa enorme di precari, appesi di anno in anno ad un filo di rinnovi e non rinnovi. Ci sono strutture edilizie datate e insoddisfacenti prima e tanto più dopo terremoti, alluvioni e calamità varie. Edifici scolastici in stato di dissesto e semiabbandono. Abbiamo una scuola elementare che ha funzionato bene, fino allo scorso anno in termini di bontà di risultati risultando, dalle indagini internazionali, ai primissimi posti nel mondo.  Non così le superiori, che non sono mai state le scuole di secondo grado, perché il sistema non ha mai subito una riorganizzazione, come abbiamo chiesto e si chiede dagli anni Sessanta del Novecento. E quindi con contenuti vecchi, approcci vecchi rispetto al lavoro che la secondaria superiore dovrebbe svolgere.

Capitolo università: è da qui che dovrebbe iniziare la risalita, ed invece i tagli sono avvenuti con l’accetta nel corso degli ultimi anni…Layout 1

Purtroppo è vero, l’università  si trova in una condizione anche più drammatica, dal punto di vista della sopravvivenza, rispetto alla scuola media, superiore ed elementare. E ancora peggio si trovano gli enti di ricerca.

Come si migliora il servizio per diventare competitivi anche sul piano internazionale?

Le forze politiche devono rendersi conto che esiste una correlazione tra sviluppo dei livelli di istruzione e sviluppo complessivo della società. Questa correlazione c’è, ed è forte. E’ in gioco l’intero bilancio dello Stato: bisogna investire seriamente in scuola, università e ricerca. Ricordiamolo: senza formazione, non c’è innovazione e senza innovazione non c’è sviluppo.  La nostra nazione è priva di una politica che incida positivamente su innovazione e sviluppo, cosa di cui godono, per loro fortuna, gli altri paesi europei e gli Stati Uniti. Ma anche i paesi latino-americani,  dal Venezuela al Brasile.

Qual è, dunque, la ricetta per uscire dalla crisi?

Anzitutto cominciare a capire l’importanza di settori quali scuola ericerca. E poi passare alla politica del fare, e quindi ad investire. In Italia, ad esempio, manca  un sistema nazionale di educazione agli adulti che fronteggi i rischi di regressione, una volta usciti da scuola.

Layout 1Sta parlando del cosiddetto “analfabetismo di ritorno”? 

Esatto. E’ stato dimostrato che in età adulta, se le competenze acquisite a scuola non si esercitano per ragioni professionali, si regredisce di almeno cinque anni rispetto ai livelli massimi raggiunti. In altri termini: abbiamo studiato matematica fino all’ultimo anno delle superiori? Se non siamo economisti, cassieri, o un qualsiasi mestiere che ci dia motivo di esercitare la matematica, in età adulta, dopo qualche anno, torniamo indietro di cinque anni, cioè ci ricordiamo non quello che abbiamo studiato all’ultimo anno delle superiori, ma sì e no quello che abbiamo imparato nella scuola media inferiore o addirittura alle elementari. Sono state condotte importanti indagini internazionali sui livelli di alfabetizzazione della popolazione adulta. Da esse è emerso che la situazione italiana è molto grave: c’è una massa enorme di veri e propri analfabeti o di popolazione  a rischio di analfabetismo.

Si spieghi meglio.

Layout 1Il 5% degli adulti in età di lavoro (tra i 16 e i 65 anni, ndr.) non è in grado di leggere e scrivere, né di decifrare una lettera o un numero. Si aggiunge a questo un 33% di persone che riconoscono e distinguono il valore di una lettera o di una cifra rispetto all’altra, ma poi non sono in grado di leggere neanche una breve frase. Siamo quindi quasi al 40% della popolazione in condizione di analfabetismo. Questo incide enormemente su tutta la nostra vita sociale, e pesa notevolmente sull’andamento scolastico dei ragazzini che vengono da famiglie con simili livelli culturali.Per ovviare a ciò è necessario un intervento specifico di cui, però, non v’è traccia.

“Verso i giovani e i lavoratori”: è a loro che dovrebbero essere attuate le misure più urgenti di questo Governo, da oggi ad Aprile, secondo gli intervistati. Eppure in Italia i malati di SLA hanno dato vita ad uno sciopero della fame contro i tagli al loro settore; gli imprenditori continuano a suicidarsi, i commercianti a chiudere le saracinesche delle loro attività, perché vessati dalle tasse… ma in che mondo viviamo, Professor De Mauro?Layout 1

Nel quartiere dove vivo vedo continuamente negozi che chiudono, perché nessuno va a comprare. Il risultato è perverso: viviamo in una società povera che non riesce a ridistribuire le sue ricchezze – ammesso che ce ne siano – in modo efficace.

Investire sui giovani: utopia o realtà?

Allo stato attuale è un’utopia, ma può diventare realtà: bisogna creare le condizioni di buona formazione e di buon sviluppo, attraverso un cambiamento delle politiche di bilancio.

Romina Vinci (testo)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2012 del mensile 50&Più, all’interno del Dossier “Il Paese che vorrei”.

Disponibile in pdf: Dossier – Il Paese che vorrei

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GIOVANI TRADIZIONALISTI

603487_111708375639475_1432041030_nChi l’ha detto che le tradizioni sono noiose o, peggio, che i ragazzi di oggi non si interessino. “Giovani tradizioni” è un progetto di soli giovani che amano il patrimonio folkloristico del nostro Paese e vogliono salvaguardarlo.

Più che mai convinti che senza ieri non c’è domani 

 

396043_118648234945489_1464219939_nC’è Giulia, 22 anni, studentessa di Economia, che si fa portavoce della sua città e racconta la “Festa del Sole”, una manifestazione antica omaggio degli abitanti di Rieti al loro fiume, il Velino. Giulia racconta il Palio della Tinozza, una gara tra i rappresentanti dei rioni che percorrono ottocento metri del fiume all’interno di grandi tinozze, sfidando la corrente; il duello della Pertica e tutti gli altri giochi che rendono unico un evento must per tutti i reatini. E poi c’è Federico, che di anni ne ha 31 ed abbandona il caos di Roma per vestire la maglia del Comitato “Tradizioni di Campagna”. Federico apre le porte della sua Cave, mostrando un patrimonio agricolo che, lungi dall’essere dimenticato, rappresenta un motivo di vanto per tutto il paese. E ce ne sono tanti, tanti altri, perché “Giovani Tradizioni” è un progetto dinamico, fresco ed innovativo.

Finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri –Dipartimento della Gioventù-, è curato dall’associazione Magic Animation ed ha l’obiettivo di raccontare, attraverso l’occhio dei giovani, l’immenso patrimonio culturale e folkloristico del BelPaese. Perché le tradizioni uniscono, non dividono, rappresentano un ponte tra passato, presente e futuro e nulla, neanche il tempo può scalfire il patto di generazioni.
3651_115139568629689_1967910062_nLa troupe televisiva di “Giovani Tradizioni” viaggia per l’Italia, grazie alle partnership e alla collaborazione di Comuni, Enti e Associazioni locali, per dare risalto alla ricchezza culturale italiana.  Il progetto, partito già da qualche mese, ha una durata di un anno. A conclusione è prevista una manifestazione di tre giorni, in una storica villa di Roma, durante la quale i ragazzi coinvolti nell’iniziativa avranno la possibilità di incontrarsi per confrontarsi sulle proprie esperienze dando alcune dimostrazioni di cultura popolare. Perché senza ieri non esiste domani, ed i giovani lo sanno bene.

Per saperne di più: www.giovanitradizioni.it 

Romina Vinci (testo)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2012 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf: GIOVANI TRADIZIONALISTI – 50ePiù, mese di Dicembre

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AFGHANISTAN, un centro agricolo d’avanguardia a mezz’ora da Herat (5° PARTE)

“Un progetto per lo sviluppo dell’agricoltura locale”

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E’ notoriamente il Paese maggior produttore mondiale di papavero da oppio, ma si tratta di un primato di cui, in Afghanistan, una buona fetta della popolazione non ne va affatto tanto fiera, anzi. Da anni è iniziata infatti la marcia a favore delle colture diverse dall’oppio.  Dapprima è stata la volta dello zafferano, che è stato lo scudo attraverso cui il contingente italiano ha condotto un’avanzata nell’ovest del paese, distribuendo bulbi, fertilizzanti e arnesi da lavoro.  Ma la coltivazione della pregiata spezia non è riuscita ad intaccare quella della cosiddetta “mezzaluna d’oro”,  nello Helmand, ritenuta la più grande coltivazione d’oppio della terra.

Ha preso così avvio il PerennialHorticulture Development Project (PHDP), un progetto internazionale per lo sviluppo dell’agricoltura locale che mira a preservare e selezionare le migliori colture autoctone e sperimentare vari tipi di concimi, fertilizzanti e tecniche di coltivazione.  Ad oggi si contano sei aziende agricole modello in Afghanistan, e coltivano complessivamente 33 ettari di terreno.

herat04Ad appena mezz’ora di macchina da Herat  sorge uno di questi centri d’avanguardia.  Si tratta della “Urdu Khan Farm”, un centro agricolo sperimentale in cui vengono selezionate diverse centinaia di colture da frutta, in particolare pesche ed una varietà d’uva di eccellente qualità (la provincia di Herat è uno tra più grandi fornitori di uva del Pakistan e dei paesi limitrofi). Nell’azienda vengono inoltre sviluppate tecniche di crescita e piantumazione moderne  al fine di promuovere un’agricoltura intensiva.  Il centro sperimentale è considerato il fiore all’occhiello del dipartimento dell’agricoltura e garantisce una trentina di posti di lavoro tra tecnici, agronomi e operai. Un numero che sale fino a toccare quota 150 operatori nei periodi di raccolta. Il progetto vanta il sostegno del Ministero dell’Agricoltura afghano e il finanziamento dell’Unione Europea, oltre al coinvolgimento di alcune aziende italiane, nonché delle Università di Firenze e Bologna.

Anche il contingente italiano, con il ProvincialReconstruction Team (PRT) – CIMIC Detachment di Herat, ha contribuito allo sviluppo del centro. Solo una decina di giorni fa è stata inaugurata un’area espositiva che permetterà l’esposizione e la vendita di tutti i prodotti ortofrutticoli coltivati presso la ‘Urdu Khan Farm’.

Ma su cosa punta l’Afghanistan del post-2014?  A rispondere è il governatore di Herat, DaudShah Saba: “Incrementare lo sviluppo dell’agricoltura, dell’allevamento ed il valore delle industrie; promuovere il lavoro artigianale ed incentivare quello turistico”. La rinascita dell’Afghanistan parte da qui.

Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2012 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf: Afghanistan, transizione in corso

La quarta puntata del reportage è disponibile su:

http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/27/afghanistan-il-peso-del-passato-afgano-nei-ricordi-dellarchitetto-andrea-bruno-4-parte/

La terza puntata del reportage è disponibile su:

http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/26/afghanistan-la-conquista-di-un-futuro-in-una-societa-tradizionale-3-parte/

La seconda puntata del reportage è disponibile su: http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/20/afghanistan-alla-scoperta-dei-villaggi-il-radicalismo-delle-tribu/

La prima puntata del reportage è disponibile su: http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/19/afghanistan-transizione-in-corso/

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AFGHANISTAN, il peso del passato afgano nei ricordi dell’architetto Andrea Bruno (4° PARTE)

Cinquant’anni della sua vita dedicati a questa terra in cui ha studiato, progettato, preservato. Più che mai convinto che “solo conservando si salvi il passato e si prepari il futuro”

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Correva il mese di marzo dell’anno 2001. Sei mesi dopo l’attacco alle Torri Gemelle avrebbe inaugurato nel più triste dei modi il terzo millennio, e aperto una pagina nuova e cruenta della storia recente.  Il mondo intero si sarebbe trovato di fronte alla figura di Osama Bin Laden, per rendersi  improvvisamente conto fino a che punto il fanatismo religioso fosse capace di spingersi. A inizio marzo però l’integralismo dei talebani aveva già espresso la sua ferocia: i Buddha di Bamiyan, il monumento più maestoso dell’Afghanistan, vennero bombardati per due giorni di fila fino a venir ridotti in macerie.  Erano due enormi statue scolpite nelle pareti di roccia, abbattute  dal fervore religioso dei talebani  poiché considerate lontane dai precetti del Corano.

“Non è distruggendo un simbolo religioso che si distrugge il suo pensiero”, ribadisce con forza  l’architetto torinese Andrea Bruno, consulente dell’UNESCO per l’Afghanistan. Chissà quante volte, nel corso della sua carriera, avrà ripetuto questa frase. Ottantadue anni ben tenuti, cinquanta dei quali passati a  far da ponte con l’Afghanistan per studiare, progettare, restaurare e conservare. In mezzo secolo ha promosso l’inventario dei monumenti del Paese.Erano gli albori degli anni ‘60, il giovane Bruno era fresco di laurea  quando ha iniziato a dedicarsi al consolidamento della parete dei Buddha di Bamyan. Ancora oggi, a distanza di dieci anni dalla distruzione, l’architetto soffre nel rivedere le immagini di quelle statue in balia delle fiamme, come chi ha perso una cosa cara e preziosa, a cui ha dedicato parte della propria vita.

Andrea Bruno architettoMa lui ha anche restaurato il bazaar coperto di Kabul, dove ha progettato anche l’Ambasciata Italiana.  Nel 1978 ha avviato il consolidamento del minareto di Jam (terminato nel 2006), opera eccezionale che si trova nella regione di Herat. Ha riportato al suo splendore la Qala-I-Ikhtiyaruddin, la Cittadella di Herat che risale al XIV secolo, oggi interamente recuperata come museo.

E’ tornato a parlare del suo Afghanistan, e lo ha fatto proprio nel cuore di Herat, la sua Herat, all’interno dell’università che oggi ospita più di diecimila iscritti, molti dei quali donne. Ed è a loro, agli studenti afgani, che l’architetto Bruno ha indirizzato la lectio magistralis Perché e per chi conservare. “La conoscenza delle vostre ricchezze archeologiche e culturali è indispensabile per poterle proteggere – ha ribadito a gran voce alla sua platea – ed è soltanto conservando che si salva il passato e si prepara il futuro”.  Un processo di presa di conoscenza e di rafforzamento dell’identità nazionale che ha visto anche l’impegno delle forze militari italiane, protagoniste di alcuni progetti specifici nel settore della comunicazione culturale come, da ultimo, la realizzazione e distribuzione  in tutte le scuole della città del libro “Made in Herat” in doppia lingua (dari ed inglese) che ben illustra i monumenti dell’Afghanistan occidentale.  “Perché rafforzare la memoria storica  porta ad avere rispetto del patrimonio artistico culturale – ha dichiarato il capitano Elena Croci, ufficiale della Riserva selezionata dell’Esercito -  ed è soltanto conoscendo la storia che le giovani generazioni  possono trovare  l’entusiasmo per preservare e rafforzare il proprio futuro”.

Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2012 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf: Afghanistan, transizione in corso

La terza puntata del reportage è disponibile su:

http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/26/afghanistan-la-conquista-di-un-futuro-in-una-societa-tradizionale-3-parte/

La seconda puntata del reportage è disponibile su: http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/20/afghanistan-alla-scoperta-dei-villaggi-il-radicalismo-delle-tribu/

La prima puntata del reportage è disponibile su: http://rominavinci.wordpress.com/2012/12/19/afghanistan-transizione-in-corso/

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