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PRIMO PIANO/ Le tre mani di Haiti

Il colore della speranza e la volontà di riscatto dopo il terribile terremoto di due anni fa. La “cité” di padre Richard Frachette e gli aiuti dall’Italia

Le tre mani è un imponente monumento che si erige poco distante dall’aeroporto di Port au Prince.  E’ formato da tre gigantesche braccia che fuoriescono dal basso per sorreggere il Globo Terrestre. Secondo gli haitiani la maestosa statua cela un messaggio di fede, simboleggiato da quella terza mano che mai negherà il suo sostegno agli uomini.  Costruita qualche decina di anni fa dall’ex leader Jean-Bertrand Aristide, è una delle poche opere rimaste illese ad Haiti nel terremoto del 12 gennaio  2010.

A un centinaio di metri dal monumento sorge una tra le tendopoli più grandi di Port au Prince, al cui interno da oltre venticinque mesi centinaia di migliaia di persone vivono in condizioni precarie, prive di acqua, luce e servizi di prima necessità.  La gente qui è logorata dal tempo e dalla fatica, e tutt’oggi continua a chiedersi dove fosse la famosa “terza mano” in quel pomeriggio di gennaio quando un sisma di magnitudo 7.0 della Scala Ritcher ha devastato la capitale di Haiti, causando 230 mila vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati.

A due anni di distanza dal sisma la ricostruzione continua a rimanere soltanto un’utopia. Le strade sono dissestate, il paesaggio si divide tra macerie, case fatiscenti, baracche e tendopoli logorate dal tempo.

Cité Soleil è la più grande bidonville della capitale Port au Prince. Nascosta dietro un nome che evoca luce e gioia, si cela in realtà un’enorme discarica di immondizia a cielo aperto.  Vivono qui cinquecento mila persone senza elettricità, acqua corrente e potabile. A farla da padrone soltanto la devastazione e la miseria, sotto il cocente sole ed i violenti uragani che sovente imperversano nell’isola. In questo angolo di inferno un bambino su due non va scuola,  gioca nel fango e nell’immondizia, è esposto ai pericoli della strada.  L’occhio occidentale fatica ad immaginare un riscatto per gli haitiani. Rabbrividisce nel vedere questi piccoli denutriti, sporchi e senza vestiti, figli di una terra che li rigetta e che dà l’immondizia in pasto ai porci.

E’ in un contesto del genere che da più di vent’anni, Padre Richard Frachette porta avanti la sua battaglia, fatta di fede e umanità. Padre Rick è un sacerdote di origini statunitensi che opera con costanza e determinazione, per ridare una speranza ad un popolo che il resto del mondo considera abbandonato a se stesso. Ogni giorno combatte una guerra a favore dei più deboli.

Capita di vederlo esausto, a fine giornata, mentre si porta l’avanbraccio sulla fronte per asciugare il sudore sussurrando “Oh my God”. Capita di vederlo con gli occhi lucidi, quando la gente lo prende a sassate per una distribuzione di riso non andata a buon fine. La gente, la sua gente, quella stessa gente che per strada lo accoglie come una celebrità, facendogli spazio e urlando “Mon Père, Mon Père!” (Padre, Padre!). Quelle persone che lo fermano  per chiedere una sepoltura ai propri morti, per avere un secchio d’acqua, un pezzo di pane o una medicina, sono le stesse capaci di gettargli contro delle pietre, se la fame prende il sopravvento. Quando ciò accade lui allarga le mani al cielo ed esclama: “Non faccio mai abbastanza, loro son troppi e non ce ne è mai per tutti”.  E’ l’uomo a servizio degli altri che nulla può davanti all’immensità della povertà. Ma nonostante tutto trova la forza di rimboccarsi le maniche, quando voltandosi indietro vede tutto quel che è riuscito a costruire.

Padre Richard Frachette

La sua organizzazione N.P.H. – Nuestros Pequeños Hermanos (I nostri piccoli fratelli), in Italia rappresentata dalla Fondazione Francesca Rava, nel corso di questi anni ha costruito ospedali, orfanotrofi, scuole di strada, centri di riabilitazione, persino una città dei mestieri – Francisville – in cui i ragazzi haitiani producono pane, pasta, mattoni, divise e banchi per scuole.

In creolo, lingua parlata ad Haiti, Fors Lakay significa la forza della famiglia. Padre Rick ha scelto di dare questo nome ad un progetto di ricostruzione che prevede di cambiare il volto del quartiere Cité Soleil attraverso la costruzione di un nucleo di abitazioni e di servizi per la comunità.  Un progetto realizzato con il sostegno della Fondazione Francesca Rava grazie agli aiuti dall’Italia e che, in corrispondenza con il secondo anniversario dal terremoto, ha permesso a Padre Rick di consegnare alle prime famiglie quaranta coloratissime casette, donate dall’azienda Boccadamo.  Grazie alla forte sensibilità del Commendatore Tonino Boccadamo la maison di gioielli, nel Maggio2011 ha lanciato sul mercato la colorata linea TooBe e, attraverso l’iniziativa “Un Metro perla Vita”, ha avviato la raccolta di 200mila euro interamente destinati alla Onlus per finanziare le opere ad Haiti. Le graziose dimore, capostipiti delle duecento che verranno realizzate man mano grazie alle raccolte fondi, sono di circa cinquanta metri quadrati, hanno il bagno e la cucina, una piccola veranda, ricordano i colori del mare dei Caraibi e rappresentano un forte contrasto tra la povertà e il degrado delle baracche distanti soltanto pochi metri.

Le casette sorgono accanto all’ospedale St Mary, ottanta posti letto che consentirà di assistere trenta mila pazienti l’anno.  Sul tetto, ben visibile dall’alto, campeggia una scritta: Diferans, facciamo la differenza. E’ un monito, un’esortazione e allo stesso tempo un modus vivendi di Padre Rick, che per ridare dignità a queste persone si prodiga nel ricostruire una condizione umana di vita attraverso il loro stesso lavoro, perché è solo insegnando agli haitiani ad essere indipendenti dagli aiuti esterni, che è possibile  spezzare il circolo di povertà del paese.  “Dobbiamo dare l’esempio concreto – ha spiegato padre Rick con forza – per far capire loro che una vita migliore è possibile”.

Quando attraversa tutta la città per raggiungere Citè Soleil, Padre Rick passa sempre davanti alla statua de Le tre mani. A volte chiude gli occhi e, quasi senza accorgersene, si ritrova a solo con i suoi pensieri: “Se quelle tre mani prendessero vita e fossero protese a raccogliere doni dal mondo – immagina il sacerdote –  chiederebbero lavoro, acqua pulita e istruzione”. Perché è da queste prerogative che passa il riscatto di Haiti.

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 26 Febbraio 2012, su America Oggi.

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/polDocsDocClass.cfm?doctype_code=&doc_id=656

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PRIMO PIANO/ Haiti, due anni dopo

Le contraddizioni di un paese ed il peso della modernizzazione. Colera, immondizia, fame con… “Cyber Café” e Blackberry ovunque

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due anni fa si abbatteva su Haiti la  più grande catastrofe naturale del terzo millennio: alle 16.43 del 12 Gennaio 2010 un violento sisma di magnitudo 7.0 della scala Richter devastava la capitale del paese caraibico, causando 230 mila vittime e oltre un milione e mezzo di sfollati.  La violenza della natura si schiantava su un lembo di terra grande quanto il Piemonte, che già vantava il triste primato di essere il paese più povero dell’emisfero occidentale. Dieci mesi dopo ci ha pensato il colera a far alzare esponenzialmente il numero delle vittime: se ne contano già settemila. E non c’è alcuna vena sentimentale nell’affermare che “i tempi del colera” non sono affatto passati, perché ad Haiti è tuttora in atto una forte epidemia che si propaga a macchia d’olio.

Ventiquattro mesi dopo la terribile scossa, abbiamo compiuto un viaggio all’interno del paese considerato il buco nero dei Caraibi. Strade dissestate, tendopoli logorate dal tempo e baracche di eternit che sorgono su un manto di spazzatura: questo è Port au Prince agli albori del Terzo Millennio. Quando le condizioni igienico sanitarie sono precarie, e quando mancano acqua e luce, l’estrema povertà sfocia sovente nella disperazione.  Negli slum di Port au Prince i bambini vivono allo stato brado, sporchi e senza vestiti, si lanciano sassi quale fosse il più innocente dei giochi. Sono bimbi bastardi generati da mamme avare di carezze, figli di una terra che li rigetta e che dà l’immondizia in pasto ai porci.

Daphney lo scorso 30 settembre ha compiuto ventisei anni, ed ha un figlio di cinque. Non ha un lavoro, vive con le quattro sorelle e la loro mamma all’interno di un blocco di cemento fatiscente che risulta troppo arbitrario chiamare casa. Il padre di suo figlio non vuole saperne nulla di loro, ma lei non se ne preoccupa più di tanto: ora è fidanzata con un poliziotto, ed è sicura che la renderà felice.

Haiti è un paese che cela forti contraddizioni. L’acqua potabile è un lusso appannaggio di pochi, così come l’elettricità. Si mangia una volta al giorno, riso con fagioli è il piatto che va più in voga, perché ha dei bassi  costi ed un alto valore energetico.  Si va in giro con ciabatte e scarpe bucate in punta, perché le scarpe chiuse si riservano solo per le grandi occasioni. Ma nonostante tutto la stragrande maggioranza delle persone possiede un telefonino. E si tratta di cellulari di ultima generazione,  quasi un ragazzo su due sfoggia con orgoglio un Blackberry. E gli interrogativi non cessano.

A due anni dal terremoto la ricostruzione è ancora uno degli obiettivi da portare a termine per il Paese: mezzo milione di persone vive tuttora nelle tendopoli e nelle zone in cui si vuole ricostruire,il primo lavoro da fare è togliere tutte le macerie ancora per strada.  Ma è boom di Cyber caffè. Sorgono dovunque, per strada, vengono adibiti nelle baracche, pullulano nelle bidonville e negli slums. Bastano anche due laptop, un router e un paio di fili per la connessione, ed il gioco è fatto. Inizia l’incessante via vai di adolescenti che fanno a gara per visionare il proprio profilo Facebook. Già, perché non si parla di internet, ma unicamente di social network. Ogni ragazzo haitiano ha una sua pagina, e ci tiene molto. A Port au Prince, chi è fortunato, riesce a lavorare per quaranta dollari haitiani al giorno, che corrispondono a dieci nella valuta statunitense. Un’ora di connessione non costa meno di cinque dollari locali, e sono tanti, tantissimi i ragazzi che non appena hanno in tasca quattro soldi, corrono a riversarli qui. Scrivono poco in creolo, più frequentemente in francese e c’è anche chi abbozza un inglese maccheronico. Perché la maggior parte degli “amici virtuali” è fuori il loro paese. Jhonny, ad esempio, lavora in un fastfood anche dieci ore al giorno, senza sosta. Predilige collegarsi la mattina presto, perché la maggior parte dei suoi amici è in Europa, e lui è convinto che presto andrà a trovarli.  E poi c’è Keatia che ha un fidanzato virtuale nell’Ohio, e sogna di raggiungerlo. Però non lo farà, perché  non è così che arriva la modernizzazione nel Quarto Mondo, e non è Facebook il mezzo giusto per portarla.

Comprendere la realtà di Haiti non è facile, difficile convincersi che esista una possibilità di riscatto per questa popolazione. C’è dolore, c’è sofferenza, c’è quella vita così difficile da affrontare. Occhi negli occhi, i nostri nei loro, occhi che pongono domande, occhi che non sanno dare risposte. E poi il ruolo cambia, ma gli interrogativi permangono. Le mani si toccano, bianco e nero si incrociano, si stringono nell’unione da cui dovrebbe arrivare ogni risposta, ma un’unione che probabilmente genera solo sottomissione. Perché bianco è sopra nero, e nero è sotto bianco.

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 15 Gennaio 2012, su America Oggi

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/attualita/polArticles.cfm?doctype_code=ATTUAL%20ARTICLE&doc_id=546

Versione pdf: Haiti due anni dopo

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HAITI/ Tendopoli, macerie e diritti dei lavoratori

Evel Fanfan, avvocato haitiano, trentasette anni il prossimo dieci febbraio, ha consacrato la sua vita a difendere i diritti civili dei lavoratori del suo paese. In questo uomo minuto, che parla velocemente, con una voce spezzata, si avverte una determinazione incrollabile.  Si è battuto per realizzare un codice del lavoro in un luogo dove lo stipendio medio di chi lavora (e non sono in molti) è di due dollari al giorno.  E quando parla dei suoi concittadini vittime di soprusi, violenze e vessazioni, si direbbe che sia impegnato in un’arringa. Ma nelle sue parole non c’è traccia di affettazione: solo, un desiderio profondo di convincere, di spiegare. Evel Fanfan non sopporta l’ingiustizia, e per questo che ha creato, ed è tuttora presidente, dell’associazione AUMOHD, un’associazione che si occupa di difendere i diritti civili degli haitiani . Scuote la testa e alza la voce quando gli viene fatto presente che Haiti è il paese più povero d’America.  “Non è Haiti ad essere povero – ribatte con fermezza il presidente di AUMOHD – sono loro che lo hanno fatto diventare tale, fino a qualche decennio fa Haiti era una perla dei Caraibi”. E quando parla al plurale Evel Fanfan punta il dito contro gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Ma si schiera anche contro la presenza militare dei caschi blu della Minustah (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti), sul posto dal 2004, che gli haitiani considerano responsabili non solo dell’epidemia del colera (esplosa nell’ottobre 2010 ha già fatto registrare oltre seimila decessi), ma anche di abusi perpetrati ai danni della popolazione.  Certo è che i numeri parlano chiaro: secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2011, redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), Haiti occupa la posizione numero 158 su 187 paesi classificati analizzando i livelli di scolarizzazione, sanità e reddito pro capite. La vita media delle persone è di 16 anni.  Sono passati due anni esatti dal sisma che il 12 Gennaio 2010 ha provocato la morte di 230 mila persone, raso al suolo 900 mila edifici e generato un milione e mezzo di sfollati. Secondo Evel Fanfan però il tempo a Port au Prince è come si si fosse fermato al giorno dopo la scossa: “La maggior parte delle macerie non son state rimosse, la gente vive ancora nelle tendopoli, in condizioni di estrema precarietà, come si fa a parlare di ricostruzione?”.

La realtà dell’associazione AUMOHD opera in un territorio minato, quale quello della difesa dei diritti dei lavoratori haitiani. Ogni giorno le porte dell’associazione si aprono a raccogliere decine e decine di haitiani, a cui viene servita assistenza legale gratuita.  Il team di avvocati di AUMOHD ha a che fare con più di tremila lavoratori, ed è l’unica organizzazione effettivamente operativa a Port au Prince.  In un paese in cui l’orientamento verso la violenza sembra essere la regola e la soluzione di tutto, quella dell’associazione di Evel Fanfan è l’unica entità ad impegnarsi rispetto alla vastità dei problemi del settore, ai conflitti che coinvolgono i datori di lavoro e i dipendenti, agli scontri che si verificano su base giornaliera e al vissuto dei lavoratori.

In questi ultimi mesi il giovane avvocato haitiano è impegnato in un progetto molto ambizioso: realizzare una radio che rappresenti la voce dei lavoratori ed operai di Haiti. “Siamo l’unico paese dei Caraibi e dell’America Latina a non avere una stazione radio per la nostra forza lavoro – sottolinea Fanfan – è fondamentale poter disporre di un organo di informazione e di sensibilizzazione, orientamento e formazione a livello nazionale”.

Crede molto in questo progetto il presidente dell’AUMOHD: “Il suo impatto sarà significativo, dal momento che, accanto ad una missione educativa, la radio permetterà di decongestionare e ridurre la pressione sul Tribunale Speciale del Lavoro”.  A detta di Fanfan infatti l’emittente consentirebbe di ridurre i casi minori e, soprattutto, i casi di detenzione preventiva attraverso le stazioni di polizia, “frequente causa – secondo l’avvocato haitiano – di atti di violenza derivanti da abusi sul posto di lavoro”. Inoltre, una stazione radio permetterebbe di sottrarre i diretti interessati all’improduttività e all’alto costo delle spese legali”.

L’associazione AUMOHD ha dato vita ad una maratona della solidarietà per raccogliere gli ottanta mila dollari necessari per realizzare la stazione radio.  Evel Fanfan è spesso impegnato in viaggi tra Italia e Stati Uniti per tenere accesi i riflettori su un lembo di terra, situato al centro dei Caraibi, che la maggior parte del mondo considera caduto nel dimenticatoio.  E’ possibile contattare Evel Fanfan all’indirizzo: presidenteaumohd@yahoo.fr .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Romina Vinci

Pubblicato il 15 Gennaio 2012, su America Oggi

Disponibile in versione pdf: Haiti, due anni dopo .

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Haiti, il peso dell’infanzia

A due anni dal terremoto del 12 Gennaio 2010, si continua a morire di fame ad Haiti. Viaggio negli slums e nelle bidonville di Port au Prince.

Servizio fotografico: Romina Vinci

Montaggio video: Maria Laura Cianfrocca

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Ad Haiti batte un cuore ciociaro

FROSINONE.  La nota maison di gioielli Boccadamo ha realizzato a proprie spese una piccola città.

Duecentomila gli euro raccolti grazie all’iniziativa “Un metro per la vita”

Nell’Haiti che verrà batte un cuore ciociaro.  Viene inaugurata oggi “Rue Boccadamo”, strada costruita grazie alla donazioni di 200 mila euro da parte della maison Boccadamo, in uno dei quartieri più degradati di Port au Prince. L’azienda ciociara leader nella produzione di gioielli in argento, ha dato vita a maggio 2011 ad un’importante iniziativa solidale volta ad offrire un futuro migliore per gli sfortunati bambini che vivono in questo buco nero ubicato al centro dei Caraibi. Haiti infatti è il paese più povero delle Americhe, ma anche il più densamente popolato.  Alle 16.43 del 12 Gennaio 2010 un terremoto di magnitudo 7.0 della Scala Richter devasta Port au Prince, la capitale, causando 230 vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati. E’ stata la catastrofe naturale più grande del terzo millennio. A due anni di distanza il paese versa ancora in uno stato di estrema precarietà.  Port au Prince è una metropoli che accoglie quasi tre milioni di abitanti, la maggior parte dei quali, agli albori del terzo millennio, vive senza acqua e senza luce. Le strade sono dissestate, il paesaggio si divide tra macerie, case fatiscenti, baracche e tendopoli logorate dal tempo. I bambini sopravvivono allo stato brado, seminudi, scalzi, passano le giornate per strada, in mezzo all’immondizia.

A Citè Soleil, una delle zone più pericolose di Haiti, sono ammassate più di trecento mila persone ai limiti di ogni dignità umana.  Ed è proprio qui che la Boccadamo, grazie alla collaborazione con la Fondazione Francesca Rava – N.P.H. Italia,  ha voluto riversare il suo contributo. La maison di gioielli nello scorso mese di Maggio ha lanciato sul mercato la colorata linea TooBe, brand che attraverso l’iniziativa “Un Metro per la Vita”, ha consentito la raccolta di 200mila euro che hanno permesso la costruzione di quaranta casette  (costruite a tempi record) a favore dei bambini di Haiti. Dove oggi sorgono le abitazioni donate dall’azienda italiana, fino a ieri c’era una distesa sterminata di immondizia che giungeva  al mare, anch’esso ridotto a discarica.

Pratiche e colorate, con due stanze ed un bagno, le piccole dimore Boccadamo verranno inaugurate oggi, nell’ambito di “Fors Lakay” (che in creolo significa “La forza della famiglia”) un progetto promosso dalla Fondazione Francesca Rava e che prevede anche l’apertura di un nuovo ospedale, di tre cyber caffè e di una panetteria mobile che porterà 4.500 panini al giorno, lavoro e formazione direttamente nel cuore della baraccopoli.

RUE BOCCADAMO - La strada dove sorgono le "casette" realizzate dalla maison di gioielli ciociara

Quando nasci nel Paese più povero delle Americhe, sei vestito di stracci ed ogni giorno combatti la guerra contro la fame e la disperazione, fatichi ad immaginare un mondo diverso. Ma se vedi trasformare la tua “città del sole” in un villaggio fatto di casette colorate e servizi di prima necessità, ecco che nei tuoi occhi si accende la luce della speranza, ed allora è lecito immaginare che esista un riscatto per questo lembo dannato di terra.

TRE MESI DI DURO LAVORO - I lavori per la realizzazione delle nuove abitazioni destinate agli haitiani che hanno perso tutto con il tremendo terremoto del 12 Gennaio 2010 sono iniziati alla fine della scorsa estate.

LE CASE COSTRUITE IN TEMPI RECORD - Colorate, pratiche, con due stanze ed un bagno, realizzate in cemento. In tutto cinquanta metri quadrati. Le abitazioni sono state costruite in tempi record dove fino a poco tempo fa c'era un'immensa discarica a cielo aperto.

OGGI LA CONSEGNA DELLE ABITAZIONI - Verranno consegnate nella giornata di oggi le quaranta casette realizzate dalla Boccadamo. Le abitazioni, costate 200.000 euro, sorgono in una delle zone più degradate della capitale di Haiti Port au Prince

Romina Vinci

(testo e foto)

pubblicato il 12 Gennaio 2012, su Il Tempo

Disponibile su: http://www.iltempo.it/frosinone/2012/01/12/1315511-haiti_batte_cuore_ciociaro.shtml

 

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Haiti: il prezzo della vita

«Magnitudo 7.0 della Scala Richter: questa la potenza devastante del terremoto che, giusto due anni fa, ha distrutto la capitale di Haiti, Port au Prince, causando 230mila vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati. E, come se non bastasse, dieci mesi dopo una terribile epidemia di colera ha finito di mettere in ginocchio il Paese»

Lucien aveva 37 anni e viveva a Wharf Jeremie, uno dei tanti quartieri discarica di Port au Prince. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola.  Lucien era il braccio destro di Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera ad Haiti, il paese più sottosviluppato del continente americano. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia,  una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera. Quando suor Marcella è arrivata sul posto quella sera, un paio di ore dopo il fatto, il corpo di Lucien giaceva a terra. Gli erano già state rubate le scarpe, il portafogli, il cellulare. Era stato spogliato persino della camicia. L’indomani, di buon mattino, cinque donne sono andate a  bussare alla clinica: sostenevano di essere mogli di Lucien, e chiedevano alla missionaria soldi per farsi mantenere. Nel primo pomeriggio ne sono arrivate altre tre, con un bel pancione in vista: tutte – a loro dire – erano state messe incinta da Lucien, ed ora reclamavano cassa.

E’ labile il confine tra vita e morte, ad Haiti, il paese più povero dell’emisfero occidentale, ma anche il più densamente popolato. Si viene alla luce per sbaglio, da ragazze troppo impegnate a sopravvivere per fare le mamme, e basta un secchio d’acqua conteso per mettere fine ad un’esistenza.

Il 12 gennaio 2010 un terremoto di magnitudo 7.0 della Scala Ritcher ha devastato la capitale di Haiti, Port au Prince, causando 230 mila vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati. Collassato su se stesso il palazzo presidenziale, semidistrutta la cattedrale, crollati ministeri e corti di giustizia, rasi al suolo complessivamente novecento mila edifici. C’è chi l’ha definito la più grande catastrofe naturale del terzo millennio. Le immagini di tale inferno hanno fatto il giro del mondo, i riflettori improvvisamente si sono accesi su questo lembo di terra al centro dei Caraibi. Dieci mesi dopo ci ha pensato il colera a dare il colpo del ko al paese, causando più di 6 mila vittime e dando il via ad un’epidemia che le precarie condizioni igienico-sanitarie continuano a facilitare.

Son passati quasi due anni dal sisma, ma a sentir parlare gli haitiani il tempo si è fermato: “La maggior parte delle macerie non son state rimosse, la gente vive ancora nelle tendopoli, in condizioni di estrema precarietà, come si fa a parlare di ricostruzione?” si chiede Evel Fanfan, un avvocato che con la sua associazione, AUMOHD, difende i diritti civili degli haitiani.

Secondo l’Onu ammonterebbero a 600 mila le persone che abitano ancora nelle tende allestite all’indomani del sisma, e che versano oggi in uno stato di forte degrado. A detta di Richard, uno studente universitario all’ultimo anno di medicina, la cifra  però è superiore: “Per sapere il numero esatto bisognerebbe contarle di notte, ma nessuno – puntualizza –  si azzarda ad entrare nelle tendopoli con il buio”.

Port au Prince è una metropoli di tre milioni di abitanti, in cui l’elettricità rimane un lusso concesso a pochi. Il ritmo della vita qui è scandito dalla luce del sole: alle sei di mattina le strade brulicano di gente, ed alle sei di pomeriggio, quando scende l’oscurità, il flusso del rientro è già terminato, perché  il territorio passa nelle mani delle varie gang del posto. La criminalità è un’altra grande piaga che attanaglia la popolazione: non è un caso che la Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti (Minustah), un mandato militare sotto l’egida Onu che ha avuto inizio nel 2004, abbia fatto dell’indebolimento delle bande armate uno dei suoi cavalli di battaglia.

E’ la legge del più forte che vige ad Haiti. Nick ha 21 anni, e vive in uno degli slum più pericolosi della capitale, Citè Soleil, una discarica a cielo aperto, dove lamiere incastonate danno vita a baracche fatiscenti, che si arroventano nelle calde giornate di sole (tipiche del clima tropicale), e mal resistono alle intemperie (la stagione delle piogge dura sei mesi).  “L’80% dei ragazzi possiede una pistola e la usa con estrema facilità – dice Nick – basta una banale lite per venire ammazzati”. Non c’è luce, non c’è acqua , non c’è cibo. La gente sopravvive di elemosina e va avanti con le donazioni delle ONG, mantenendo il regime di sussistenza che è uno dei grandi mali di questa terra. Nick ha una bimba di tre anni e mezzo, spesso è costretto a frugare nella spazzatura per darle qualcosa da mangiare. “Gli aiuti umanitari stanno  finendo – spiega il giovane papà –  io non chiedo cibo ma un lavoro, voglio esser messo nelle condizioni di poter mantenere la mia famiglia”.

Ricardo, classe ’81, segno Pesci, è nato a Port au Prince ma si è trasferito negli States all’età di tre anni. New York prima, Miami dopo e poi, cinque anni fa, la decisione di tornare nel suo paese d’origine. Ricardo crede in una possibilità di riscatto, e c’è una cosa che ama di Haiti: “La libertà di poter fare tutto, non ci sono regole qui”.  Jhonny invece è un ragazzo di 25 anni che sogna di emigrare negli Usa per diventare un business man. Ma non può: il suo passaporto è rimasto sotto le macerie,  non ha soldi per chiederne uno nuovo. Lavora giorno e notte in un fast food, ha cinque sorelle e tre fratelli da mantenere: “Mia madre è malata – dice – sto mettendo da parte il denaro per portarla all’ospedale e farla visitare da un bravo dottore, non voglio che muoia”.

Dallo scorso mese di  maggio alla guida di Haiti c’è Michel Martelly, un cantante divenuto Presidente grazie al forte appeal che esercita sui giovani (in un Paese in cui l’età media è di 16 anni).  Sarà il tempo a stabilire se Sweet Micky – questo il suo nome d’arte – è davvero in grado di risollevare le sorti di questo popolo. Ad oggi  ha mostrato non poche difficoltà nel creare la squadra di governo (solo il 5 ottobre è stata annunciata  l’elezione di Gary Conille alla carica di primo ministro). C’è di certo però che gli haitiani lo adorano: il suo volto è tinto sui muri, nelle strade impazzano i cartelloni che lo raffigurano vittorioso,  e persino all’interno delle case/baracche ogni famiglia tiene in bella vista una fotografia di Martelly: “E’ il nostro Presidente!” urlano gli haitiani con enfasi. Una nuova era per Haiti è cominciata?

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato nel mese di Gennaio 2012, su 50&Più.

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Da sette anni al fianco degli ultimi / INTERVISTA A SUOR MARCELLA

Quando sono arrivata ad Haiti, 48 ore dopo il terremoto del 12 Gennaio 2010, una signora mi è venuta incontro piangendo, mi ha abbracciato e mi ha detto: “Ora so che il Signore non ci ha abbandonati” : così inizia il racconto di Suor Marcella, una missionaria italiana che ha scelto di passare la sua vita al fianco degli ultimi. Da sette anni si trova a Wharf Jeremie, un pericoloso quartiere di Port au Prince, dove sta costruendo un piccolo Villaggio Italiano, per dare una speranza a queste persone.

Cosa significa vivere a Wharf Jeremie?

Significa vivere in un posto che per il Governo non esiste, perché sulla carta non risulta abitato.  E quindi non ci sono scuole, non c’è sanità, non c’è luce, non ci sono servizi. Eppure è popolato da 70 mila persone.

Haiti è una discarica a cielo aperto: mancano inceneritori, siti di stoccaggio, non c’è alcun piano di raccolta rifiuti, la gente brucia l’immondizia per strada. Perché?

La colpa è dell’Occidente, del nostro modo di aiutare. Li abbiamo coperti di materiale di plastica e usa e getta, senza istruirli su come raccogliere e smaltire i rifiuti. Così loro si comportano come han sempre fatto con la buccia di banana, vale a dire gettandola a terra. Solo che la buccia di banana si decompone, il bicchiere di plastica rimane lì per migliaia di anni. Noi gli abbiamo fatto bruciare le tappe, ed ora loro ne pagano le conseguenze.

La criminalità ad Haiti è una piaga sociale, da dove nasce il mercato delle armi?

Si sviluppa da un mondo che sfrutta i poveri, guai a pensare che gli haitiani comprino le armi.  Abbiamo nazioni intere che vogliono smaltire i propri armamenti, non dimentichiamo che ci troviamo davanti a Cuba, il Venezuela è a poca distanza, e Miami dista cinquanta minuti in aeroplano. Esiste una volontà mondiale a cui fa comodo che Haiti versi in queste condizioni.  

Ci può essere un riscatto per questa popolazione?

Assolutamente sì, anche loro sono nati per essere felici.

Il tuo braccio destro Lucien è stato ucciso, non ci son colpevoli né assassini, cos’è adesso il Vilaj Italyen?

Ho chiuso la clinica per un mese in segno di protesta. Ad Haiti la morte fa parte della vita, ma bisogna cambiare: non si sostituisce una persona così. 

Romina Vinci

Pubblicato nel mese di Gennaio 2012, su 50&Più.

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Viaggio ad Haiti, dopo la truffa del Madoff delle Onlus

Ieri è stato arrestato Dino Pasta, titolare di Retemanager che, secondo l’accusa, avrebbe truffato alcune onlus fra cui Agire e il Vis dei Salesiani attive ad Haiti. Ma com’è la realtà delle baraccopoli dell’isola? Sono in trecentomila ad abitare nello slum più grande di Port Au Prince, la Città del Sole. Ad un anno dal terremoto che ha devastato Haiti, causando 230 mila vittime e un milione e mezzo di sfollati, l’interesse generale è scomparso e la ricostruzione stenta. A Citè Soleil è allarme: gli aiuti delle Ong stanno finendo e spesso le distribuzioni di cibo finiscono in guerriglia. Leggi la prima parte del reportage “Haiti piegata dal colera, il sospetto che l’abbia portato l’Onu”.

Baracche a Port Au Prince (foto R.V.)

PORT AU PRINCE (HAITI) – L’8 ottobre scorso il corpo di una donna originaria di Santo Domingo, che viveva ad Haiti da venticinque anni, è stato ritrovato a Port au Prince. Dopo il rapimento quattro giorni prima, era stato richiesto un riscatto per la sua liberazione ma i familiari, nel poco tempo a disposizione, erano riusciti a recuperare solo metà della cifra e non è bastato. La donna è stata torturata e poi uccisa, il suo corpo abbandonato a Citè Soleil, nel mezzo di una delle tante discariche a cielo aperto della capitale haitiana. Qualche settimana prima, il 21 settembre, era andato in scena un altro omicidio efferato. La cornice sempre la stessa, quella Città del Sole che non evoca alcun paesaggio idilliaco, a dispetto del nome. Vittima questa volta Felix Genelus, un candidato parlamentare, molto noto nel quartiere e amato dalla popolazione per le sue attività a sostegno dei più poveri. Anche lui ucciso da una gang del posto.

Ad Haiti il confine tra vita e morte è labile, anche perché che è il paese più povero dell’emisfero occidentale, ma anche il più densamente popolato: otto milioni di abitanti in un lembo di terra poco più grande del Piemonte. Non ci sono buoni né cattivi, ma solo disperazione. Si viene alla luce per sbaglio, da ragazze troppo impegnate a sopravvivere per fare le mamme e basta un secchio d’acqua conteso per mettere fine ad un’esistenza.

Eppure questa volta sembrava che qualcosa stesse cambiando. All’indomani della morte del benvoluto Felix Genelus, la gente si è riversata per strada gridando il proprio sdegno e ne son nati degli scontri violenti con cinque i morti. È la legge del più forte che vige ad Haiti, non è un caso che la Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti (Minustah), un mandato militare sotto l’egida Onu che ha avuto inizio nel 2004, abbia fatto dell’indebolimento delle bande armate uno dei suoi obiettivi principali.

Rick ha 21 anni e ha sempre vissuto a Citè Soleil. È nato e cresciuto qui, dove lamiere incastonate danno vita a baracche fatiscenti, che si arroventano nelle calde giornate di sole (tipiche del clima tropicale), e resistono alle intemperie (la stagione delle piogge dura sei mesi). «L’80% dei ragazzi possiede una pistola e la usa con estrema facilità, basta una banale lite per venire ammazzati».

Troppo spesso ci si dimentica che Haiti, dal punto di vista dello scacchiere geopolitico, è in una posizione cruciale: ci troviamo davanti a Cuba, il Venezuela è a poca distanza, e Miami dista cinquanta minuti di aereo. Ci si muove su due direttrici speculari: da Nord a Sud per il traffico di armi che dagli Stati Uniti attraverso Haiti giungono in tutta l’America Latina e da Sud a Nord invece per il traffico di sostanze stupefacenti, che dalla Colombia fanno tappa sull’isola e raggiungono la Repubblica Domenicana (che rappresenta un ponte per l’Europa) oppure approdano verso gli Stati Uniti.

A seguito del terremoto del 12 Gennaio 2010, che ha provocato 230 mila vittime e un milione e mezzo di sfollati, i riflettori di tutto il mondo si sono accesi su Haiti, e in breve sono confluite sull’isola diecimila Ong, pronte a risollevare le sorti di un paese che sembrava caduto nel baratro. A quasi due anni di distanza dal sisma Haiti è un argomento dimenticato, la ricostruzione stenta a partire, ancora si cerca di far chiarezza sul perché molti dei soldi promessi non siano mai stati elargiti.

A Cité Soleil vivono ammassate più di trecento mila persone. Manca la corrente elettrica, l’acqua e il cibo. Rick ha una bimba di tre anni e mezzo e spesso è costretto a frugare nella spazzatura per darle qualcosa da mangiare. «Gli aiuti umanitari stanno finendo – spiega il giovane papà – io non chiedo cibo ma un lavoro. Voglio esser messo nelle condizioni di poter mantenere la mia famiglia».

Addentrarsi per il quartiere significa farsi spazio in stretti cunicoli tra lamiere, rischiando di trovare la propria strada sbarrata da porci affamati che girano nell’immondizia. La spazzatura è un’altra grave piaga che attanaglia la popolazione: non esiste alcuna raccolta rifiuti, non ci sono fogne, la gente riversa per strada quel che consuma. La cultura dell’usa e getta è arrivata ad Haiti: un enorme quantità di bicchieri, piatti, contenitori spesso vengono bruciati generando disastri ambientali.

I bambini girano seminudi e scalzi, passano le giornate per strada, lanciandosi sassi come se fosse il più innocente dei giochi.Molti sono affetti da malnutrizione, con l’addome rigonfio in maniera sproporzionata, scarsa massa muscolare (soprattutto nelle esili braccia che al tatto risultano molle).Sono gli effetti di un’alimentazione squilibrata, ricca di carboidrati e povera di proteine.

Analise, ha venticinque anni, e tre figli a cui badare. Un fisico da modella, sulle sue spalle scendono disordinatamente ciocche di capelli nere. Indossa un vestitino viola dai motivi floreali, ai suoi piedi un paio di ciabatte blu bucate in punta. Analise stringe al grembo il più piccolo tra i suoi bimbi. Nessun uomo al suo fianco, vive con sua madre ed altre tre sorelle, come nella maggior parte dei casi: è la famiglia monoparentale il modello più in voga negli slum. Accenna un timido sorriso, e poi scuote il capo quando le viene chiesto se garantisce almeno un pasto al giorno alla sua prole. «Purtroppo anche il riso è diventato troppo caro – risponde Analise – e le distribuzioni fatte dalle Ong ultimamente sfociano in guerriglia». Risultato? Chi è più forte prende anche tre-quattro sacchi di riso, mentre i più deboli rimangono senza.

Wilner invece è un uomo sui trentacinque anni, calvo, veste jeans e camicia alla moda. Non una parola sul suo passato, su come abbia perso due incisivi nella mascella superiore o sul perché mentre cammina la gamba destra fatichi a mantenere il passo della sinistra. È uno dei boss del quartiere e conosce ogni angolo di Citè Soleil. Sua moglie Bresilia siede a terra, sul ciglio destro della strada principale, su un lenzuolo pieno di ciabatte che cerca di mercanteggiare: «È il suo lavoro», dice Wilner. Hanno due figli, Gandhy e Walner, cinque e sette anni, ed il papà si dice incapace di garantire loro un futuro: «Non c’è possibilità di riscatto qui, viviamo in mezzo all’immondizia, che prospettiva è mai questa?».

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 3 Dicembre 2011, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/Citè-Soleil-Haiti#ixzz1fnfYY64v

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