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Al mercato o in miniera: piccoli ma grandi (2° PARTE – POPOLI)

A Potosì, il Cerro Rico ruba ancora l’infanzia a molti ragazzini, impiegati nell’estrazione di minerali in turni di 8-12 ore nel ventre della terra.  Sono alcuni degli 800mila bambini lavoratori del Paese

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Luis ha 10 anni e passeggia per la piazza di Montero con la sua cassettina di legno. Si avvicina a un uomo seduto su una panchina a leggere il giornale, e gli chiede qualcosa; il signore acconsente, lui si siede a terra, estrae un panno dalla cassetta, poi una spazzola, un barattolino di lucido e inizia a lustrargli le scarpe. L’uomo continua indisturbato nella sua lettura, quasi che quel bambino fosse invisibile.

Luis è uno dei tanti bambini lavoratori (spesso indicati, in tutto il mondo latinoamericano, come Nats, ovvero Niños, niñas y adolescentes trabajadores) che vive a Montero, una cittadina che a  meno di un’ora da Santa Cruz, polmone industriale della Bolivia. Luis guadagna tra i 20 e i 30 bolivianos al giorno (2-3 euro), e non torna mai a casa prima delle sette. La maggior parte del suo guadagno lo dà alla mamma, che deve badare a lui e ai suoi cinque fratelli: trattiene per sé il 10- 20% della cifra raccolta, «perché sto mettendo da parte un po’ di soldi per il mio futuro», dice, mostrando una maturità che quasi stona con i suoi dieci anni.

Diverse migliaia di chilometri più a ovest, su un piccolo molo dell’Isla del Sol (una meraviglia nel Lago di Titicaca, tra il Perù e la Bolivia, a 4mila metri sul livello del mare) Pablito accoglie i turisti che arrivano in barca e per 3 bolivianos li accompagna nella pensioncina gestita da sua mamma. Anche José, 9 anni, si guadagna da vivere più o meno allo stesso modo. Ogni mattina, alle 7 e mezza, si fa trovare alla stazione di Uyuni, aspetta i bus che arrivano da La Paz e cerca di accaparrarsi la simpatia dei turisti parlando un po’ di inglese. Il suo compito è quello di vendere tour alla scoperta del meraviglioso  Salar de Uyuni, il deserto di sale più grande al mondo. Simón e Gabriela, invece, sono due fratellini di Sucre e passano le loro giornate nel cimitero della città. Tengono pulite le lapidi, cambiano l’acqua ai fiori, e ricevono piccole mance.

«Sono oltre 800mila i bambini e le bambine che lavorano in Bolivia, a fronte di una popolazione che supera di poco i 10 milioni di abitanti – riferisce Marcoluigi Corsi, responsabile Unicef -: le tipologie di impiego sono differenti, a seconda dei luoghi. Nelle regioni amazzoniche, ad esempio, i bambini vengono impiegati principalmente nelle piantagioni di canna da zucchero, di castagne o in quelle illegali di coca». Ma il lavoro più pericoloso in assoluto è quello nelle miniere, a Oruro e soprattutto a Potosì, dove il Cerro Rico, ruba ancora oggi l’infanzia di molti ragazzini, impiegandoli nell’estrazione dei minerali in turni di 8-12 ore nel ventre della terra. Come John, che si definisce un minatore esperto, dall’alto delle sue 12 candeline: lavora in miniera da tre anni, quando è subentrato al momento della morte del padre.

«Molti appartengono a famiglie povere e questo li obbliga già in tenera età a generare un proprio guadagno», spiega Tania Nava Burgoa, direttrice dell’ufficio Genero y Generacional del Municipio di La Paz. Nelle grandi città i piccoli lavoratori vendono caramelle, sigarette o giornali, lavano i vetri ai semafori, fanno i lustrascarpe oppure, sui minibus «gridano» la meta di destinazione, aiutando i passeggeri a salire e a scendere e riscuotendo il pedaggio.

Questi bambini che non vedono il lavoro come una negazione dei loro diritti, anzi,.  «Solo il 6% dei Nats ha lasciato la scuola a causa del lavoro – spiega Carlos Sotomayor, che, sempre a La Paz, dirige il settore Infanzia-; gli altri continuano a studiare e in classe si sentono leader, in quanto possono già vantare una piccola indipendenza economica». Come Janeth, che ha degli ottimi voti in matematica: «Faccio molta pratica. Ogni mattina vado con la mamma al mercato a vendere liquirizie e penne. Un lavoro che mi aiuta molto con le moltiplicazioni e le divisioni. I compiti? Li faccio alla sera».

Janeth e gli altri: piccoli grandi uomini e donne, cresciuti, forse, troppo in fretta.

Romina Vinci (testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2013 del mensile Popoli

Disponibile in pdf: Lucidare Stanca

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Lucidare stanca (1° PARTE – POPOLI)

Con il volto coperto da un passamontagna, indossato più per la vergogna che per il freddo, le mani sporche di grasso e lo sguardo sempre chino: viaggio nel mondo sommerso dei tremila lustrascarpe che lavorano a La Paz. I quali ora, però, provano ad alzare la testa, anche grazie a un giornale di strada

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Esce ogni mattina alle 6 in punto dalla sua casa diroccata nel cuore di El Alto, un tempo quartiere dormitorio di La Paz, oggi uno degli assembramenti più popolosi di tutta la Bolivia. Arriva in centro dopo più di un’ora, e lì resta tutto il giorno a lavorare, con le mani sporche di grasso e osservando le persone dal basso.

Babas è uno dei tremila lustrascarpe che lavorano nella capitale boliviana. Ha iniziato questo mestiere quando aveva 10 anni, oggi ne ha 35. «Non è semplice – dice – soprattutto per i bambini, perché ci vuole molta forza per far “uscire” el brillo», la lucentezza. El brillo richiede tanto olio di gomito. Gli occhi limpidi di Babas sono attraversati da un velo di tristezza per una vita di fatica e privazioni. Nelle mani ruvide i segni di quel freddo che sulle Ande, a oltre 4mila metri di quota, non fa sconti a nessuno.

Ma non è solo per ripararsi dal gelo che Babas indossa un passamontagna di lana blu, e neppure solo per proteggersi dall’odore acre del lucido: «La famiglia di mia moglie appartiene al ceto medio; loro pensano che lavori in fabbrica, non avrebbero mai accettato un lustrascarpe al fianco della figlia». Un passamontagna dunque, per nascondere la vergogna per un mestiere considerato indecoroso per la maggior parte dei boliviani, quasi fosse basato sulla disonestà.

I lustrascarpe sono uomini senza volto, senza età e spesso senza nome, costretti a condurre una vita parallela per non restare intrappolati nella rete della discriminazione. «La gente dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e pensare che siamo esseri umani, e che se lavoriamo così, pulendo le scarpe ai passanti, è perché non abbiamo avuto altra possibilità»: a parlare è Ruben, 19 anni, una mamma e tre fratelli da mantenere. La mattina va a scuola, il pomeriggio lavora per strada. Guadagna tra i 30 e i 40 bolivianos al giorno (circa 3-4 euro) e spera di diventare un meccanico.

OLTRE LE SCARPE

Lustrabotas (3)«Alcuni ragazzi lustrando le scarpe riescono a pagarsi gli studi e a costruirsi un futuro migliore. Sono grandi lavoratori, gente che lotta dignitosamente nella guerra contro la povertà. Meritano rispetto, non pena»: sono parole forti quelle di Jaime Villalobos, un ragazzo che otto anni fa, dopo un periodo di studio in Irlanda, è tornato in Bolivia e ha creato un giornale di strada per dare voce a queste persone. Si chiama Hormigón Armado (letteralmente «cemento armato»), è un bimestrale che viene venduto per strada dagli stessi lustrascarpe, ai quali spetta l’intero ricavato della vendita. Raccoglie storie di vita e di riscatto sociale per riconsegnare a questi lavoratori la dignità imprigionata dietro un passamontagna.

Non è stato facile, per Jaime e i suoi compagni di percorso. Il fondatore di Hormigón Armado racconta la difficoltà degli inizi, la discriminazione e l’ostilità della polizia, troppo spesso convinta che la parola lustrabotas fosse sinonimo di ladri o drogati. Anche Andrés, 52 anni, ricorda bene quel periodo: «I poliziotti arrivavano d’improvviso e ci riempivano di botte, noi stavamo lavorando e non avevamo il tempo neanche per scappare. E poi scappare perché? Cosa facevamo di male? Stavamo forse rubando?».

Sono più di trent’anni che Andrés fa questo mestiere, ma le sue domande rimangono sempre le stesse. Certo, i tempi sono migliorati, oggi i lustrabotas non sono più soli come prima. Hormigón Armado ha aperto una finestra sul loro mondo. Le forze dell’ordine hanno smesso di considerarli individui pericolosi da perseguire ad ogni costo, e la gente, pian piano, inizia a scoprire il lato umano che si nasconde dietro un volto coperto ed uno sguardo sempre chino. C’è più di un’associazione non profit che affianca i lustrascarpe in questo cammino di riscatto sociale, e loro stessi hanno iniziato ad auto-organizzarsi in piccoli gruppi, ognuno dei quali sceglie una zona della città in cui lavorare (se ne contano una cinquantina in tutta La Paz.

Dalla rivista di Jaime è nato, negli ultimi tempi, anche un progetto che in Europa chiameremmo di «turismo partecipativo»: un tour atipico, di quelli che escono fuori dai binari, una visita guidata che va al di là delle tappe tradizionali, non traccia la storia dei monumenti e neppure la biografia dei personaggi le cui statue troneggiano nelle piazze. Un giro turistico che mostra però il vero cuore di La Paz avvalendosi di Ciceroni particolari: i lustrascarpe appunto.

«Hormigón Armado Tours» è un progetto che fa «alzare» da terra questi lavoratori abituati a stare più in basso degli altri. Li fa camminare, ponendoli come guide di una città che conoscono meglio delle loro tasche.

Si sviluppa così un tour tra i quartieri popolari e i mercati, in un mix di odori, colori e sapori che consente di immergersi nella realtà cittadina, non rimanendo semplici spettatori. Sono sempre di più i turisti che si lasciano conquistare da questa visita sui generis. E se i tradizionali tour costano almeno 35-40 euro, scegliendo l’Hormigón Armado Tour si spendono 80 bolivianos (8 euro e mezzo). Di questi il 90% va direttamente alle guide, mentre il 10% viene reinvestito nella pubblicità per promuovere i tour.

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EL BRILLO DI UN FUTURO MIGLIORE

«Quello dei lustrascarpe non è un lavoro che condanna ad una vita di sottomissione, come molti pensano. Si può fare per un periodo, per mettere da parte un po’ di soldi, e riuscire a realizzare i propri progetti. Ci sono moltissimi ex-lustrascarpe che oggi sono ingegneri, architetti, psicologi anche affermati», racconta Jaime. È il caso di Francisco, 21 anni, che grazie a questo mestiere riesce a pagarsi l’università. Anche lui vuole far carriera: «Tra due anni diventerò avvocato», afferma convinto. Nessuno però, nel suo corso di studi, conosce la sua seconda vita: «Altrimenti faccio la fine di Juanito: quando la sua ragazza ha scoperto che lustrava lo ha lasciato immediatamente, e anche i suoi colleghi di corso lo hanno allontanato».

Francisco continuerà a lucidare scarpe di nascosto, sognando un futuro migliore. Lo farà coprendosi il volto e timoroso di incrociare lo sguardo di amici o conoscenti, perché in Bolivia, dove la forbice tra ricchi e poveri è molto accentuata, la scala sociale non permette ancora balzi in avanti, e a chi pulisce le scarpe non è concesso di avere un passo elegante.

 

Romina Vinci (testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2013 del mensile Popoli

Disponibile in pdf: Lucidare Stanca

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Italiani in Bolivia (2° PARTE)

Alcuni connazionali raccontano le loro esperienze in questa terra, tra case famiglia, centri medico-educativi  e attività commerciali

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Massimo Casari insieme ai bambini del suo Centro Educativo e Ricreativo a Cochabamba

“Sono venuto a dare un senso alla mia vita”: così Danillo Gotti, bergamasco, racconta il perché del suo arrivo in Bolivia. “Volevo fondare una casa famiglia nella quale i ragazzi normali convivessero con quelli con handicap”. A vederlo oggi, dopo oltre venticinque anni dal suo arrivo a Cochabamba, si può dire che quel senso lui lo abbia trovato. La casa di accoglienza Danilo Gotti è tutta colorata, emana calore ed allegria. Ospita quaranta ragazzi, di cui venticinque disabili.

El Alto - LA PAZ

El Alto – LA PAZ

“La sanità in Bolivia è privata, devi pagarti tutto, quando vai in ospedale, o porti con te i farmaci, oppure non troverai nessuno pronto ad aiutarti”.

Danilo è un uomo sui cinquanta, i capelli sono brizzolati, gli occhi azzurri e limpidi. Si definisce un missionario laico. Alla domanda se si è mai pentito di questa scelta di vita risponde deciso: “No, questi ragazzi sono la mia famiglia, ed anche se adesso sento di non avere più le forze di un tempo, voglio continuare a dare il massimo affinché la nostra casa continui a crescere”.

Anche Massimo Casari è venuto in Bolivia per cercare la sua dimensione, e l’ha trovata. In Italia lavorava come venditore di auto, ma ha lasciato l’attività ed è partito, investendo la sua liquidazione. Ha realizzato un centro educativo e ricreativo che, oggi, ospita più di 250 ragazzi nella zona nord di Cochabamba, in un quartiere di ex minatori. Lo porta avanti assieme a sua moglie Veronica, e a vederli, insieme, chiamare per nome uno ad uno i loro piccoli ospiti, si capisce come, spesso, felicità e semplicità vadano di pari passo.

El Fuerte - SAMAIPATA

El Fuerte – SAMAIPATA

E la bandiera italiana sventola alta, in Bolivia, per quanto riguarda il volontariato e la cooperazione internazionale. Dal 1988 a Montero, una cittadina che dista meno di un’ora da Santa Cruz, polmone industriale di tutta la nazione, operano otto missionarie dell’Immacolata Padre Kolbe, di cui cinque italiane (Giordana, Maria Luisa, Annalisa, Angela, Elena). Il centro medico che gestiscono è un fiore all’occhiello del territorio, sempre colmo di pazienti. Così come il centro pastorale, in cui trovano rifugio moltissimi credenti. Adesso stanno dando vita ad un centro sociale, si chiamerà “Arcobaleno della felicità”, servirà a dare appoggio scolastico e si preannuncia uno spazio a misura di bambino.

Marco Alba Ristorante FELLINI 2- La Paz

Marco Alba Ristorante Fellini- LA PAZ

Ma non solo volontariato. C’è anche chi, in Bolivia, ci è arrivato guidato dal cuore. “Mia moglie è boliviana ma ci siamo conosciuti in Italia, era venuta a Vicenza a studiare gioielleria. Siamo sposati da dodici anni”. A parlare è Marco Alba, che di anni ne ha 33 e, da qualche mese, ha aperto un ristorante nella zona sud di La Paz, in un quartiere molto residenziale. La sua pizzeria/gelateria Fellini, offre un piccolo spaccato di vita italiano, con le sue pareti rosse adornate dai poster dei più celebri capolavori cinematografici che hanno fatto grande il BelPaese. “Offriamo anche la formula dell’aperitivo, e riscuote molto successo”… sì, perché malgrado quel che se ne dica, l’Italian Style continua a far gola all’estero.

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Iglesia de San Francisco – LA PAZ

E se c’è una meta obbligata, per i connazionali che vengono colti da una saudade culinaria, è la pizzeria “O sole mio”, a Cochabamba. A gestirla Aniello Vaccaro, originario di Salerno, che l’ha aperta con sua moglie 15 anni fa. “Siamo venuti in Bolivia per adottare due bambini, mia moglie era malata – racconta – i medici ci consigliarono di trasferirci, perché il clima di Cochabamba era migliore. L’abbiamo fatto, ed ecco che è iniziata per noi una nuova vita”. In tutti questi anni i coniugi Vaccaro sono stati un sostegno per tantissime coppie italiane alle prese con le adozioni internazionali. Non è tutta rose e fiori la vita di Aniello, un anno fa la scomparsa dell’amata moglie, e tutte le ostilità di un Paese che non ti regala niente. Il ristoratore salernitano racconta di una convivenza non sempre piacevole: “Un dipendente una volta mi ha accusato di razzismo, ma come posso essere razzista io che ho due figli boliviani?”. Ma perché non tornare nella terra d’origine? “A volte ci penso al fatto di ricominciare una vita lì – confida Aniello – ma poi, dopo una settimana che sono in Italia, la nostalgia di questi posti prende il sopravvento. Perché la Bolivia ha un qualcosa di magico, ed io non riesco a farne a meno…”.

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Isla Incahuasi – SALAR DE UYUNI

LO SAPEVI CHE…

La comunità boliviana più numerosa in Italia è a Bergamo. Sono quasi 22 mila infatti i boliviani che vivono nel bergamasco, una comunità numerosa e molto legata alla sua terra d’origine, tanto che il Presidente Evo Morales, nella sua ultima visita in Italia, dopo aver incontrato Papa Francesco ed il Presidente Napolitano, ha ben pensato di venire a fare una visita ai suoi connazionali bergamaschi. Si è anche intrattenuto giocando una partita di calcio, segnando un gol.

Romina Vinci (testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2013 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf:BOLIVIA, UNA TERRA PER MADRE – Romina Vinci per 50ePiu’

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BOLIVIA, una terra per madre (1° PARTE)

«Situata nel cuore del Sud America e popolata da oltre dieci milioni di abitanti, la Bolivia vive un rapporto speciale con la propria terra, ritenuta sacra e inviolabile. Un viaggio attraverso un Paese che, malgrado povertà e forme di discriminazione, spera in un futuro più giusto»

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“Ho avuto la possibilità di vivere una seconda vita, e ho deciso di dedicarla agli altri”. Luly Gutierrez è una donna dall’aspetto possente, 61 anni compiuti da poco, si definisce un essere di un altro pianeta. Lei è una sciamana, come suo nonno. La scoperta del suo “mandato” una decina di anni fa. Le era stata riscontrata una brutta malattia, un tumore, meno di tre mesi di vita. Ma lei ha chiesto aiuto alla Pachamama, la Madre Terra, ed è guarita. I medici ancora si chiedono come sia stato possibile.

Luly Gutierrez

Luly Gutierrez

Adesso Luly vive a Samaipata, una graziosa cittadina collinare il cui nome significa “Riposo sulle alture”, ha aperto un centro culturale dove organizza corsi di cucito, ceramica, arte etc. , e son più di 200 le persone che si son formate grazie a lei, gratuitamente, in questi ultimi anni.

“Curo le malattie non soltanto del corpo, ma anche dello spirito”, dice sorridendo. E non è l’unica a servirsi di erbe ed amuleti per guarire i malati. Sono molti i curanderos in Bolivia, la nazione con più popolazione indigena dell’America Latina. “Medicina ufficiale e indigena vanno di pari passo qui”, racconta Maria Eugenia Quiroga, psicologa e sociologa che è tornata a vivere a La Paz dopo vent’anni spesi in Italia. “Alcuni sono ciarlatani e si approfittano della povera gente – spiega – altri invece sono erboristi che si tramandano le conoscenze ancestrali della farmacopea andina”.

La Bolivia ha un’estensione pari a due volte la Germania, ed al contempo una popolazione che supera di poco i 10 milioni di individui, per una densità molto bassa. Si trova nel cuore del Sud America, abbraccia le Ande e la Foresta Amazzonica, grande miniera di risorse naturali. “E’ una nazione che ha tutto per essere la Svizzera Latino Americana, e chissà che un giorno non lo diventi davvero”. A nutrire questa speranza è Luigi De Chiara, Ambasciatore Italiano a La Paz. “La Bolivia per l’Italia è una perfetta sconosciuta, e penso che sia uno dei segreti meglio conservati al mondo”. IMG_6466E quando parla di segreti, l’Ambasciatore, probabilmente si riferisce anche a quell’autentica alchimia che lega i boliviani alla loro terra. Un legame così forte riconosciuto anche dalla nuova Costituzione approvata per referendum il 25 gennaio 2009, che infatti recita: “La Madre Terra è sacra, fertile e la fonte della vita, che nutre e si prende cura di tutti gli esseri viventi nel suo grembo”.

Lo sa bene il presidente Evo Morales, che ha fatto della tutela per l’ambiente il suo cavallo di battaglia. A capo della Bolivia dal 2006, si appresta a candidarsi per il suo terzo mandato nelle elezioni del 2014.

La Pachamama (tradotto Madre Terra) è la massima divinità dei popoli andini, rappresenta fecondità e prosperità. E’ la sua protezione che si invoca alla nascita di un bebè, o alla vigilia di un affare importante. E non si fanno brindisi senza versarne il primo goccio a terra, in suo omaggio.

“Secondo la concezione boliviana non si può avere un vero sviluppo se non rispetta l’ambiente, perché questo implicherebbe dei risvolti negativi a livello ecologico, e sarà poi l’uomo a pagarne le conseguenze”, spiega Marco Luigi Corsi, Responsabile Unicef in Bolivia. Impera tra le Ande il desiderio di raggiungere un equilibrio tra gli uomini e la terra. Agosto è il mese per eccellenza dedicato alla Madre Terra, è “il tempo in cui la Pachamama ha la bocca aperta e vuole mangiare”. E così, nei piccoli paesi come nelle grandi città, prendono vita molti cerimoniali in suo onore. Si preparano banchetti con erbe, incenso, foglie di coca, dolci, figurine di zucchero, lana e – persino – feti rinsecchiti di lama. Il tutto viene bruciato in onore della terra, per nutrirla, affinché essa porti benessere ai suoi figli. A La Paz esiste un’intera strada, denominata Via delle Streghe, in cui si vendono gli ingredienti per la preparazione di questi offertori.IMG_0925

Ed è sempre nella fenomenologia della Pachamama che vanno ricercati i perché di una società di stampo matriarcale. “E’ la donna che prende le decisioni in casa, ha una totale autonomia nella conduzione domestica – spiega Luly Gutierrez – e allo stesso tempo è una grande lavoratrice, molto più che l’uomo”. IMG_9000

Lo è soprattutto quella andina, una donna forte, avvezza a sopportare il dolore, lo sforzo, la sofferenza. “Sono donne che, sovente, mostrano più dei loro anni”, aggiunge la sciamana di Samaipata. Ne è testimonianza il fisico robusto, la muscolatura grossa, i lineamenti duri e incavati, simboli inequivocabili della fatica.

Eppure si tratta di donne sempre più soggette a discriminazione. “Questa società sta diventando machista – continua Luly – non c’è uguaglianza in termini di diritti, agli uomini è concesso di avere più una compagna”. Un altro dato rilevante è la piaga della maternità precoce, le statistiche parlano di ragazze madri a partire già dai 13-14 anni. “E’ un grande problema sociale che affligge la Bolivia”, afferma Luly, che nel suo centro culturale a Samaipata lavora proprio affinché le donne prendano coscienza dei loro diritti, a partire dall’educazione sessuale. “Non sono vista bene dagli uomini, mi accusano di trasformare le loro mogli in rivoluzionarie”.

Anche Daria Tacachiri, a Cochabamba, una delle città più popolose della Bolivia, sette anni fa ha dato vita ad un progetto di formazione a sostegno femminile: l’associazione “Prosasere”. Opera nel quartiere popolare Primero de Mayo, una collinetta che si estende a sud di Cochabamba e che si sta popolando in questi ultimi anni, grazie all’emigrazione dalle province di Sucre, Oruro, Potosì. IMG_9116“Sono tutte famiglie povere che vengono dal campo per cercare fortuna – spiega Daria – sviluppando un’urbanizzazione poco controllata che provoca molte problematiche”. L’Associazione Prosasere ha formato i cosiddetti “Club de Madres”, sono gruppi di donne che si riuniscono due volte a settimana, ed imparano a cucire, a tessere, a confrontarsi tra loro. Donne che, in questo modo, hanno la possibilità di apprendere un mestiere e di avere una propria indipendenza economica. E lo fanno prendendo sempre più consapevolezza dei propri diritti, così come doña Obenias, presidente del Club de Madres Zona 1: “Dobbiamo farci rispettare dai nostri mariti!” , urla con grinta alle altre compañeras, che la ascoltano, in cerchio, in un piccolo campo di basket. Le fa eco anche doña Rosa, 28 anni e due figli che porta con sé agli incontri: “Nel nostro quotidiano siamo circondate dall’indifferenza, in questi gruppi invece sviluppiamo una bella rete di solidarietà”. Perché qui imparano a confrontarsi su problemi quali alcolismo, violenza domestica, droga, tutti temi che le toccano molto da vicino. “Ultimamente la figlia di una nostra vicina è stata violentata – continua Rosa – noi le siamo state vicino, aveva bisogno di un appoggio morale”.

Se dovesse stilare un bilancio di questi sette anni di attività, Daria Tacachiri si dice soddisfatta: “Da qualche tempo abbiamo iniziato anche corsi di alfabetizzazione, e si sono unite molte mamme che non sanno né leggere né scrivere”. Daria descrive i loro occhi, colmi di gioia, mentre apprendono a pronunciare le vocali, le sillabe, ed a scrivere il loro nome: “Stanno scoprendo un mondo nuovo, ne sono entusiaste”. Ed una Bolivia più giusta, forse, potrà nascere proprio da qui.

Romina Vinci (testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2013 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf:BOLIVIA, UNA TERRA PER MADRE – Romina Vinci per 50ePiu’

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Perché la Bolivia? – #nextstopbolivia LA STORIA

… segue dalla prima puntata Tutto inizia così  [...]

250px-CorcovadofotoRJIn un primo momento fu il Brasile. L’evento che avevo intenzione di “coprire” (perché così si dice nel gergo giornalistico) era la Giornata Mondiale della Gioventù, in programma a Rio de Janeiro l’ultima settimana di luglio. Un rapido giro di mail perlustrativo alle varie redazioni però era bastato per farmi rendere conto che, quel tipo di manifestazione, non era pane per i freelance. Papa Francesco infatti porterà una nutrita schiera di giornalisti vaticanisti al suo seguito, ed i giornali interessati ad una visione un po’ più laica beh…diciamo che volgeranno lo sguardo altrove. E poi caspita, il portoghese! Perché diamine dovevo scegliere l’unico paese dell’America Latina in cui avrei avuto difficoltà con la lingua, e mi sarei dovuta appellare ad un interprete? Che poi io i soldi per pagare l’interprete non ce l’ho, si sa, e così rischiavo di dover fare un “Haiti Bis”, affidando tutte le comunicazioni ai gesti, e dando vita ad una schiera senza fine di fraintendimenti.

No, è deciso: avevo bisogno di un paese ispanofono. Sì, ma quale? Se fosse dipeso da me avrei percorso a ritroso tutti i luoghi dei “Diari di motocicletta” di cheguevariana memoria, ma per farlo erano necessari anni, ed io invece a disposizione ho solo un mese, sei settimane al massimo. Un Paese, avrei dovuto scegliere solo una nazione. E così, nel mentre gli occhi vagavano sul planisfero posizionato di fianco al letto, ed io estasiata da quel moto non riuscivo a bloccare lo sguardo su una singola località, ho deciso di chiedere consiglio ad un grande esperto in materia. Angelo Maria D’Addesio è un caro amico, e il suo blog Grande Sud è stato, per anni, punto di riferimento per gli addetti ai lavori e per gli appassionati di America Latina. Con Angelo facciamo lunghe chiacchierate, pardon chattate, di sera, fino a notte inoltrata. Ci accomunano i sogni, la passione per un mestiere che da sola non basta a sopravvivere. Entrambi, stretti nel limbo tra dovere e piacere, lottando per far sì che essi coincidano.

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“Se sei alla ricerca di un Paese da raccontare ti direi, a occhi chiusi, la Bolivia. Giornalisticamente forse ti rende poco, ma umanamente, storicamente, etnicamente e culturalmente la Bolivia è qualcosa di straordinario”, mi dice.

“Mi sto lasciando alle spalle un periodo un po’ triste, ed è proprio un’esperienza di vita molto forte quella di cui ho bisogno”, rispondo io.

“Dai un’occhiata ai reportage di Diletta Varlese, capirai”, incalza lui.

Così ho fatto una ricerca sul web, e mi sono imbattuta nel documentario “Fiamme sulle Ande”, prodotto per Rainews24 nel 2008. Cinque minuti di video sono bastati per farmi capire che quella era la scelta giusta da fare.

Angelo mi ha raccontato la storia di Diletta, che definisce la più grande giornalista che abbia mai conosciuto. Lei è stata tanto tempo in Bolivia, da qualche anno è tornata a casa, vicino Brescia, ed ha dato un’altra piega alla sua vita. Ho provato a contattare Diletta un paio di volte in quest’ultimo mese, avrei avuto piacere di sentirla e conoscerla, ma non mi ha mai risposto. Rispetto il suo silenzio, anche se mi auguro, un giorno, che lei sappia quanto io abbia apprezzato i suoi articoli ed i suoi documentari.

Ecco dunque come nasce il mio viaggio in Bolivia: con il planisfero davanti agli occhi ed il consiglio di un buon amico. Chissà, forse qualcuno si sarebbe aspettato delle motivazioni eccelse, anni di studio alle spalle, ma chi mi conosce sa che c’è sempre una grande dose di imprevidenza a far da leva sulle mie decisioni.

“Tu hai l’incoscienza del coraggio e la curiosità dei bambini”, mi ha detto qualche tempo fa Sara, guardandomi dall’altro capo della scrivania, ed io ho sorriso a quelle parole. Del resto, se mi guardo dietro, mi accorgo che gran parte delle scelte le ho prese così, senza pensarci poi troppo, lasciandomi trasportare dagli eventi. Così successe anche alla fine del 2008 quando, nel compilare la domanda per un tirocinio negli Stati Uniti, scelsi come meta Chicago, perché avevo fatto mio lo YesWeCan di Obama (a quel tempo era un uomo di colore in piena campagna elettorale che aspirava alla Casabianca), e volevo avvicinarmi a lui. Ma avevo fatto male i conti e così, quando io arrivo nella windy city, Barack si è già trasferito a Washington, da dieci giorni.

Diciamolo pure, la tempestività spesso mi dà le spalle, ma chissà….

 continua…

IL MIO PROGETTO-http://www.kapipal.com/bc06e19c6e6c49108ad29de0b407b0d9

#nextstopbolivia LA STORIA – Tutte le puntate

1° PUNTATA -  …tutto inizia così http://rominavinci.wordpress.com/2013/06/10/nextstopbolivia-tutto-inizia-cosi/

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PRIMO PIANO/ Le tre mani di Haiti

Il colore della speranza e la volontà di riscatto dopo il terribile terremoto di due anni fa. La “cité” di padre Richard Frachette e gli aiuti dall’Italia

Le tre mani è un imponente monumento che si erige poco distante dall’aeroporto di Port au Prince.  E’ formato da tre gigantesche braccia che fuoriescono dal basso per sorreggere il Globo Terrestre. Secondo gli haitiani la maestosa statua cela un messaggio di fede, simboleggiato da quella terza mano che mai negherà il suo sostegno agli uomini.  Costruita qualche decina di anni fa dall’ex leader Jean-Bertrand Aristide, è una delle poche opere rimaste illese ad Haiti nel terremoto del 12 gennaio  2010.

A un centinaio di metri dal monumento sorge una tra le tendopoli più grandi di Port au Prince, al cui interno da oltre venticinque mesi centinaia di migliaia di persone vivono in condizioni precarie, prive di acqua, luce e servizi di prima necessità.  La gente qui è logorata dal tempo e dalla fatica, e tutt’oggi continua a chiedersi dove fosse la famosa “terza mano” in quel pomeriggio di gennaio quando un sisma di magnitudo 7.0 della Scala Ritcher ha devastato la capitale di Haiti, causando 230 mila vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati.

A due anni di distanza dal sisma la ricostruzione continua a rimanere soltanto un’utopia. Le strade sono dissestate, il paesaggio si divide tra macerie, case fatiscenti, baracche e tendopoli logorate dal tempo.

Cité Soleil è la più grande bidonville della capitale Port au Prince. Nascosta dietro un nome che evoca luce e gioia, si cela in realtà un’enorme discarica di immondizia a cielo aperto.  Vivono qui cinquecento mila persone senza elettricità, acqua corrente e potabile. A farla da padrone soltanto la devastazione e la miseria, sotto il cocente sole ed i violenti uragani che sovente imperversano nell’isola. In questo angolo di inferno un bambino su due non va scuola,  gioca nel fango e nell’immondizia, è esposto ai pericoli della strada.  L’occhio occidentale fatica ad immaginare un riscatto per gli haitiani. Rabbrividisce nel vedere questi piccoli denutriti, sporchi e senza vestiti, figli di una terra che li rigetta e che dà l’immondizia in pasto ai porci.

E’ in un contesto del genere che da più di vent’anni, Padre Richard Frachette porta avanti la sua battaglia, fatta di fede e umanità. Padre Rick è un sacerdote di origini statunitensi che opera con costanza e determinazione, per ridare una speranza ad un popolo che il resto del mondo considera abbandonato a se stesso. Ogni giorno combatte una guerra a favore dei più deboli.

Capita di vederlo esausto, a fine giornata, mentre si porta l’avanbraccio sulla fronte per asciugare il sudore sussurrando “Oh my God”. Capita di vederlo con gli occhi lucidi, quando la gente lo prende a sassate per una distribuzione di riso non andata a buon fine. La gente, la sua gente, quella stessa gente che per strada lo accoglie come una celebrità, facendogli spazio e urlando “Mon Père, Mon Père!” (Padre, Padre!). Quelle persone che lo fermano  per chiedere una sepoltura ai propri morti, per avere un secchio d’acqua, un pezzo di pane o una medicina, sono le stesse capaci di gettargli contro delle pietre, se la fame prende il sopravvento. Quando ciò accade lui allarga le mani al cielo ed esclama: “Non faccio mai abbastanza, loro son troppi e non ce ne è mai per tutti”.  E’ l’uomo a servizio degli altri che nulla può davanti all’immensità della povertà. Ma nonostante tutto trova la forza di rimboccarsi le maniche, quando voltandosi indietro vede tutto quel che è riuscito a costruire.

Padre Richard Frachette

La sua organizzazione N.P.H. – Nuestros Pequeños Hermanos (I nostri piccoli fratelli), in Italia rappresentata dalla Fondazione Francesca Rava, nel corso di questi anni ha costruito ospedali, orfanotrofi, scuole di strada, centri di riabilitazione, persino una città dei mestieri – Francisville – in cui i ragazzi haitiani producono pane, pasta, mattoni, divise e banchi per scuole.

In creolo, lingua parlata ad Haiti, Fors Lakay significa la forza della famiglia. Padre Rick ha scelto di dare questo nome ad un progetto di ricostruzione che prevede di cambiare il volto del quartiere Cité Soleil attraverso la costruzione di un nucleo di abitazioni e di servizi per la comunità.  Un progetto realizzato con il sostegno della Fondazione Francesca Rava grazie agli aiuti dall’Italia e che, in corrispondenza con il secondo anniversario dal terremoto, ha permesso a Padre Rick di consegnare alle prime famiglie quaranta coloratissime casette, donate dall’azienda Boccadamo.  Grazie alla forte sensibilità del Commendatore Tonino Boccadamo la maison di gioielli, nel Maggio2011 ha lanciato sul mercato la colorata linea TooBe e, attraverso l’iniziativa “Un Metro perla Vita”, ha avviato la raccolta di 200mila euro interamente destinati alla Onlus per finanziare le opere ad Haiti. Le graziose dimore, capostipiti delle duecento che verranno realizzate man mano grazie alle raccolte fondi, sono di circa cinquanta metri quadrati, hanno il bagno e la cucina, una piccola veranda, ricordano i colori del mare dei Caraibi e rappresentano un forte contrasto tra la povertà e il degrado delle baracche distanti soltanto pochi metri.

Le casette sorgono accanto all’ospedale St Mary, ottanta posti letto che consentirà di assistere trenta mila pazienti l’anno.  Sul tetto, ben visibile dall’alto, campeggia una scritta: Diferans, facciamo la differenza. E’ un monito, un’esortazione e allo stesso tempo un modus vivendi di Padre Rick, che per ridare dignità a queste persone si prodiga nel ricostruire una condizione umana di vita attraverso il loro stesso lavoro, perché è solo insegnando agli haitiani ad essere indipendenti dagli aiuti esterni, che è possibile  spezzare il circolo di povertà del paese.  “Dobbiamo dare l’esempio concreto – ha spiegato padre Rick con forza – per far capire loro che una vita migliore è possibile”.

Quando attraversa tutta la città per raggiungere Citè Soleil, Padre Rick passa sempre davanti alla statua de Le tre mani. A volte chiude gli occhi e, quasi senza accorgersene, si ritrova a solo con i suoi pensieri: “Se quelle tre mani prendessero vita e fossero protese a raccogliere doni dal mondo – immagina il sacerdote –  chiederebbero lavoro, acqua pulita e istruzione”. Perché è da queste prerogative che passa il riscatto di Haiti.

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 26 Febbraio 2012, su America Oggi.

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/polDocsDocClass.cfm?doctype_code=&doc_id=656

Versione pdf: Le tre mani di Haiti

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PRIMO PIANO/ Haiti, due anni dopo

Le contraddizioni di un paese ed il peso della modernizzazione. Colera, immondizia, fame con… “Cyber Café” e Blackberry ovunque

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due anni fa si abbatteva su Haiti la  più grande catastrofe naturale del terzo millennio: alle 16.43 del 12 Gennaio 2010 un violento sisma di magnitudo 7.0 della scala Richter devastava la capitale del paese caraibico, causando 230 mila vittime e oltre un milione e mezzo di sfollati.  La violenza della natura si schiantava su un lembo di terra grande quanto il Piemonte, che già vantava il triste primato di essere il paese più povero dell’emisfero occidentale. Dieci mesi dopo ci ha pensato il colera a far alzare esponenzialmente il numero delle vittime: se ne contano già settemila. E non c’è alcuna vena sentimentale nell’affermare che “i tempi del colera” non sono affatto passati, perché ad Haiti è tuttora in atto una forte epidemia che si propaga a macchia d’olio.

Ventiquattro mesi dopo la terribile scossa, abbiamo compiuto un viaggio all’interno del paese considerato il buco nero dei Caraibi. Strade dissestate, tendopoli logorate dal tempo e baracche di eternit che sorgono su un manto di spazzatura: questo è Port au Prince agli albori del Terzo Millennio. Quando le condizioni igienico sanitarie sono precarie, e quando mancano acqua e luce, l’estrema povertà sfocia sovente nella disperazione.  Negli slum di Port au Prince i bambini vivono allo stato brado, sporchi e senza vestiti, si lanciano sassi quale fosse il più innocente dei giochi. Sono bimbi bastardi generati da mamme avare di carezze, figli di una terra che li rigetta e che dà l’immondizia in pasto ai porci.

Daphney lo scorso 30 settembre ha compiuto ventisei anni, ed ha un figlio di cinque. Non ha un lavoro, vive con le quattro sorelle e la loro mamma all’interno di un blocco di cemento fatiscente che risulta troppo arbitrario chiamare casa. Il padre di suo figlio non vuole saperne nulla di loro, ma lei non se ne preoccupa più di tanto: ora è fidanzata con un poliziotto, ed è sicura che la renderà felice.

Haiti è un paese che cela forti contraddizioni. L’acqua potabile è un lusso appannaggio di pochi, così come l’elettricità. Si mangia una volta al giorno, riso con fagioli è il piatto che va più in voga, perché ha dei bassi  costi ed un alto valore energetico.  Si va in giro con ciabatte e scarpe bucate in punta, perché le scarpe chiuse si riservano solo per le grandi occasioni. Ma nonostante tutto la stragrande maggioranza delle persone possiede un telefonino. E si tratta di cellulari di ultima generazione,  quasi un ragazzo su due sfoggia con orgoglio un Blackberry. E gli interrogativi non cessano.

A due anni dal terremoto la ricostruzione è ancora uno degli obiettivi da portare a termine per il Paese: mezzo milione di persone vive tuttora nelle tendopoli e nelle zone in cui si vuole ricostruire,il primo lavoro da fare è togliere tutte le macerie ancora per strada.  Ma è boom di Cyber caffè. Sorgono dovunque, per strada, vengono adibiti nelle baracche, pullulano nelle bidonville e negli slums. Bastano anche due laptop, un router e un paio di fili per la connessione, ed il gioco è fatto. Inizia l’incessante via vai di adolescenti che fanno a gara per visionare il proprio profilo Facebook. Già, perché non si parla di internet, ma unicamente di social network. Ogni ragazzo haitiano ha una sua pagina, e ci tiene molto. A Port au Prince, chi è fortunato, riesce a lavorare per quaranta dollari haitiani al giorno, che corrispondono a dieci nella valuta statunitense. Un’ora di connessione non costa meno di cinque dollari locali, e sono tanti, tantissimi i ragazzi che non appena hanno in tasca quattro soldi, corrono a riversarli qui. Scrivono poco in creolo, più frequentemente in francese e c’è anche chi abbozza un inglese maccheronico. Perché la maggior parte degli “amici virtuali” è fuori il loro paese. Jhonny, ad esempio, lavora in un fastfood anche dieci ore al giorno, senza sosta. Predilige collegarsi la mattina presto, perché la maggior parte dei suoi amici è in Europa, e lui è convinto che presto andrà a trovarli.  E poi c’è Keatia che ha un fidanzato virtuale nell’Ohio, e sogna di raggiungerlo. Però non lo farà, perché  non è così che arriva la modernizzazione nel Quarto Mondo, e non è Facebook il mezzo giusto per portarla.

Comprendere la realtà di Haiti non è facile, difficile convincersi che esista una possibilità di riscatto per questa popolazione. C’è dolore, c’è sofferenza, c’è quella vita così difficile da affrontare. Occhi negli occhi, i nostri nei loro, occhi che pongono domande, occhi che non sanno dare risposte. E poi il ruolo cambia, ma gli interrogativi permangono. Le mani si toccano, bianco e nero si incrociano, si stringono nell’unione da cui dovrebbe arrivare ogni risposta, ma un’unione che probabilmente genera solo sottomissione. Perché bianco è sopra nero, e nero è sotto bianco.

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 15 Gennaio 2012, su America Oggi

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/attualita/polArticles.cfm?doctype_code=ATTUAL%20ARTICLE&doc_id=546

Versione pdf: Haiti due anni dopo

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HAITI/ Tendopoli, macerie e diritti dei lavoratori

Evel Fanfan, avvocato haitiano, trentasette anni il prossimo dieci febbraio, ha consacrato la sua vita a difendere i diritti civili dei lavoratori del suo paese. In questo uomo minuto, che parla velocemente, con una voce spezzata, si avverte una determinazione incrollabile.  Si è battuto per realizzare un codice del lavoro in un luogo dove lo stipendio medio di chi lavora (e non sono in molti) è di due dollari al giorno.  E quando parla dei suoi concittadini vittime di soprusi, violenze e vessazioni, si direbbe che sia impegnato in un’arringa. Ma nelle sue parole non c’è traccia di affettazione: solo, un desiderio profondo di convincere, di spiegare. Evel Fanfan non sopporta l’ingiustizia, e per questo che ha creato, ed è tuttora presidente, dell’associazione AUMOHD, un’associazione che si occupa di difendere i diritti civili degli haitiani . Scuote la testa e alza la voce quando gli viene fatto presente che Haiti è il paese più povero d’America.  “Non è Haiti ad essere povero – ribatte con fermezza il presidente di AUMOHD – sono loro che lo hanno fatto diventare tale, fino a qualche decennio fa Haiti era una perla dei Caraibi”. E quando parla al plurale Evel Fanfan punta il dito contro gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Ma si schiera anche contro la presenza militare dei caschi blu della Minustah (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti), sul posto dal 2004, che gli haitiani considerano responsabili non solo dell’epidemia del colera (esplosa nell’ottobre 2010 ha già fatto registrare oltre seimila decessi), ma anche di abusi perpetrati ai danni della popolazione.  Certo è che i numeri parlano chiaro: secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2011, redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), Haiti occupa la posizione numero 158 su 187 paesi classificati analizzando i livelli di scolarizzazione, sanità e reddito pro capite. La vita media delle persone è di 16 anni.  Sono passati due anni esatti dal sisma che il 12 Gennaio 2010 ha provocato la morte di 230 mila persone, raso al suolo 900 mila edifici e generato un milione e mezzo di sfollati. Secondo Evel Fanfan però il tempo a Port au Prince è come si si fosse fermato al giorno dopo la scossa: “La maggior parte delle macerie non son state rimosse, la gente vive ancora nelle tendopoli, in condizioni di estrema precarietà, come si fa a parlare di ricostruzione?”.

La realtà dell’associazione AUMOHD opera in un territorio minato, quale quello della difesa dei diritti dei lavoratori haitiani. Ogni giorno le porte dell’associazione si aprono a raccogliere decine e decine di haitiani, a cui viene servita assistenza legale gratuita.  Il team di avvocati di AUMOHD ha a che fare con più di tremila lavoratori, ed è l’unica organizzazione effettivamente operativa a Port au Prince.  In un paese in cui l’orientamento verso la violenza sembra essere la regola e la soluzione di tutto, quella dell’associazione di Evel Fanfan è l’unica entità ad impegnarsi rispetto alla vastità dei problemi del settore, ai conflitti che coinvolgono i datori di lavoro e i dipendenti, agli scontri che si verificano su base giornaliera e al vissuto dei lavoratori.

In questi ultimi mesi il giovane avvocato haitiano è impegnato in un progetto molto ambizioso: realizzare una radio che rappresenti la voce dei lavoratori ed operai di Haiti. “Siamo l’unico paese dei Caraibi e dell’America Latina a non avere una stazione radio per la nostra forza lavoro – sottolinea Fanfan – è fondamentale poter disporre di un organo di informazione e di sensibilizzazione, orientamento e formazione a livello nazionale”.

Crede molto in questo progetto il presidente dell’AUMOHD: “Il suo impatto sarà significativo, dal momento che, accanto ad una missione educativa, la radio permetterà di decongestionare e ridurre la pressione sul Tribunale Speciale del Lavoro”.  A detta di Fanfan infatti l’emittente consentirebbe di ridurre i casi minori e, soprattutto, i casi di detenzione preventiva attraverso le stazioni di polizia, “frequente causa – secondo l’avvocato haitiano – di atti di violenza derivanti da abusi sul posto di lavoro”. Inoltre, una stazione radio permetterebbe di sottrarre i diretti interessati all’improduttività e all’alto costo delle spese legali”.

L’associazione AUMOHD ha dato vita ad una maratona della solidarietà per raccogliere gli ottanta mila dollari necessari per realizzare la stazione radio.  Evel Fanfan è spesso impegnato in viaggi tra Italia e Stati Uniti per tenere accesi i riflettori su un lembo di terra, situato al centro dei Caraibi, che la maggior parte del mondo considera caduto nel dimenticatoio.  E’ possibile contattare Evel Fanfan all’indirizzo: presidenteaumohd@yahoo.fr .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Romina Vinci

Pubblicato il 15 Gennaio 2012, su America Oggi

Disponibile in versione pdf: Haiti, due anni dopo .

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