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PRIMO PIANO/ Haiti, due anni dopo

Le contraddizioni di un paese ed il peso della modernizzazione. Colera, immondizia, fame con… “Cyber Café” e Blackberry ovunque

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due anni fa si abbatteva su Haiti la  più grande catastrofe naturale del terzo millennio: alle 16.43 del 12 Gennaio 2010 un violento sisma di magnitudo 7.0 della scala Richter devastava la capitale del paese caraibico, causando 230 mila vittime e oltre un milione e mezzo di sfollati.  La violenza della natura si schiantava su un lembo di terra grande quanto il Piemonte, che già vantava il triste primato di essere il paese più povero dell’emisfero occidentale. Dieci mesi dopo ci ha pensato il colera a far alzare esponenzialmente il numero delle vittime: se ne contano già settemila. E non c’è alcuna vena sentimentale nell’affermare che “i tempi del colera” non sono affatto passati, perché ad Haiti è tuttora in atto una forte epidemia che si propaga a macchia d’olio.

Ventiquattro mesi dopo la terribile scossa, abbiamo compiuto un viaggio all’interno del paese considerato il buco nero dei Caraibi. Strade dissestate, tendopoli logorate dal tempo e baracche di eternit che sorgono su un manto di spazzatura: questo è Port au Prince agli albori del Terzo Millennio. Quando le condizioni igienico sanitarie sono precarie, e quando mancano acqua e luce, l’estrema povertà sfocia sovente nella disperazione.  Negli slum di Port au Prince i bambini vivono allo stato brado, sporchi e senza vestiti, si lanciano sassi quale fosse il più innocente dei giochi. Sono bimbi bastardi generati da mamme avare di carezze, figli di una terra che li rigetta e che dà l’immondizia in pasto ai porci.

Daphney lo scorso 30 settembre ha compiuto ventisei anni, ed ha un figlio di cinque. Non ha un lavoro, vive con le quattro sorelle e la loro mamma all’interno di un blocco di cemento fatiscente che risulta troppo arbitrario chiamare casa. Il padre di suo figlio non vuole saperne nulla di loro, ma lei non se ne preoccupa più di tanto: ora è fidanzata con un poliziotto, ed è sicura che la renderà felice.

Haiti è un paese che cela forti contraddizioni. L’acqua potabile è un lusso appannaggio di pochi, così come l’elettricità. Si mangia una volta al giorno, riso con fagioli è il piatto che va più in voga, perché ha dei bassi  costi ed un alto valore energetico.  Si va in giro con ciabatte e scarpe bucate in punta, perché le scarpe chiuse si riservano solo per le grandi occasioni. Ma nonostante tutto la stragrande maggioranza delle persone possiede un telefonino. E si tratta di cellulari di ultima generazione,  quasi un ragazzo su due sfoggia con orgoglio un Blackberry. E gli interrogativi non cessano.

A due anni dal terremoto la ricostruzione è ancora uno degli obiettivi da portare a termine per il Paese: mezzo milione di persone vive tuttora nelle tendopoli e nelle zone in cui si vuole ricostruire,il primo lavoro da fare è togliere tutte le macerie ancora per strada.  Ma è boom di Cyber caffè. Sorgono dovunque, per strada, vengono adibiti nelle baracche, pullulano nelle bidonville e negli slums. Bastano anche due laptop, un router e un paio di fili per la connessione, ed il gioco è fatto. Inizia l’incessante via vai di adolescenti che fanno a gara per visionare il proprio profilo Facebook. Già, perché non si parla di internet, ma unicamente di social network. Ogni ragazzo haitiano ha una sua pagina, e ci tiene molto. A Port au Prince, chi è fortunato, riesce a lavorare per quaranta dollari haitiani al giorno, che corrispondono a dieci nella valuta statunitense. Un’ora di connessione non costa meno di cinque dollari locali, e sono tanti, tantissimi i ragazzi che non appena hanno in tasca quattro soldi, corrono a riversarli qui. Scrivono poco in creolo, più frequentemente in francese e c’è anche chi abbozza un inglese maccheronico. Perché la maggior parte degli “amici virtuali” è fuori il loro paese. Jhonny, ad esempio, lavora in un fastfood anche dieci ore al giorno, senza sosta. Predilige collegarsi la mattina presto, perché la maggior parte dei suoi amici è in Europa, e lui è convinto che presto andrà a trovarli.  E poi c’è Keatia che ha un fidanzato virtuale nell’Ohio, e sogna di raggiungerlo. Però non lo farà, perché  non è così che arriva la modernizzazione nel Quarto Mondo, e non è Facebook il mezzo giusto per portarla.

Comprendere la realtà di Haiti non è facile, difficile convincersi che esista una possibilità di riscatto per questa popolazione. C’è dolore, c’è sofferenza, c’è quella vita così difficile da affrontare. Occhi negli occhi, i nostri nei loro, occhi che pongono domande, occhi che non sanno dare risposte. E poi il ruolo cambia, ma gli interrogativi permangono. Le mani si toccano, bianco e nero si incrociano, si stringono nell’unione da cui dovrebbe arrivare ogni risposta, ma un’unione che probabilmente genera solo sottomissione. Perché bianco è sopra nero, e nero è sotto bianco.

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 15 Gennaio 2012, su America Oggi

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/attualita/polArticles.cfm?doctype_code=ATTUAL%20ARTICLE&doc_id=546

Versione pdf: Haiti due anni dopo

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