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Il caso Morosini riapre la polemica sull’assenza di defibrillatori

Oggi è una domenica senza calcio, dopo la morte, ieri, sul campo di Pescara, di Piermario Morosini per un attacco cardiaco. Come in casi analoghi si è aperta la polemica sulla velocità dei soccorsi e sulla necessità di avere un defibrillatore (e persone che sappiano usarlo) in ogni impianto sportivo. Ma cos’è un defibrillatore? Quanto costa? E davvero può salvare la vita? Lo abbiamo chiesto al dottor Vincenzo Castelli che nel 2006 perse suo figlio su un campo di calcio

Heart Graffiti (da Flickr; Damork)

Una bandiera nera avvolge il calcio. Campionato fermo a seguito della tragedia consumata sul campo del Pescara durante la gara contro il Livorno. Era da poco passata la prima mezzora di gioco quando Piermario Morosini, centrocampista di venticinque anni, è vittima di un malore. Si accascia a terra apparentemente in preda a convulsioni, per due volte tenta di rialzarsi, ma non ce la fa. Arresto cardiaco, Piermario Morosini si spegne un’ora dopo al Pronto Soccorso dell’ospedale di Pescara. Ma si può morire inseguendo un pallone che rotola? Lo abbiamo chiesto al dottor Vincenzo Castelli, che ha dato vita ad una fondazione che si occupa di prevenzione e cura delle malattie cardio-vascolari, nata all’indomani della morte di suo figlio Giorgio, avvenuta a Roma il 24 Febbraio 2006 su un campo di gioco per arresto cardiaco.

Dottor Castelli, il mondo del calcio e non solo è sgomento di fronte alla precoce morte del giocatore Piermario Morosini, colpito da arresto cardiaco durante la partita Pescara – Livorno. Perché si continua a morire sui campi di calcio? 
Continua ad essere sbagliata l’informazione che ne viene fuori. Si innescano polemiche inutili, si dà la colpa ai soccorsi, che sono arrivati tardi, quando invece il problema è più a monte: chi è vittima di un arresto cardiaco ha a disposizione tre, quattro, cinque minuti al massimo per essere salvato, per questo solo un repentino intervento e solo con attrezzature adeguate può essere vitale.

Quindi è vana secondo lei la polemica sull’auto dei vigili urbani che avrebbe ostacolato e quindi ritardato l’arrivo dell’ambulanza nell’impianto?
I soccorsi non sarebbero mai arrivati in tempo. In questi casi o si è fortunati e ci si sente male davanti l’ambulanza, ed ecco che è possibile un pronto intervento, altrimenti non ha senso puntare sulla rapidità dei soccorsi perché ripeto, non c’è tempo. È proprio da ciò che si è sviluppato un movimento nel mondo calcistico del volontariato che sostiene che debba essere il testimone che vede un arresto cardiaco il primo a dover intervenire, ovviamente avendone cognizione di causa. Quindi si fanno questi corsi di rianimazione cardio-respiratoria e uso del defibrillatore BLS-D per istruire il non sanitario, il laico ad eseguire queste manovre, poche manovre che però possono salvare una vita.

Quanto costa un defibrillatore?
Un defibrillatore costa 1.300 – 1.400 euro. Per una società calcistica partecipare ad un campionato dilettantistico di Eccellenza significa sborsare oltre seicento mila euro. Per rifare un campo in sintetico la cifra si alza molto di più, fino a sfiorare i sei zeri. Ci son società che hanno bilanci annuali di migliaia di euro, ci son quelle che chiedono un mutuo per realizzare un campo sintetico, o per migliorare l’illuminazione.

Senza contare il giro di cifre che gravita attorno alle quotazioni sul mercato dei singoli calciatori, partendo dal calcio dilettantistico fino ad arrivare nella massima serie. Non è proprio un problema di soldi insomma.
No, non sono i soldi, quel che manca davvero è una coscienza sociale del problema. E non dimentichiamo che non si tratta di una piaga del mondo del professionismo. Oggi è capitato su un campo di serie B, e fa male se consideriamo che l’ultimo caso del genere riguardante un calciatore risale all’89, durante una Bologna-Roma, quando a farne le spese fu il giocatore Lionello Manfredonia, che riuscì a sopravvivere all’arresto cardiaco. Il vero dramma però si sfiora ogni giorno sui campi di calcetto, di volley, di basket, e di molti altri sport. L’ultimo nella pallavolo, tre settimane fa, e ha visto come vittima l’atleta Vigor Bovolenta.

Eppure non si muore sempre. Emblematico il caso del calciatore Fabroce Muamba, colto da arresto cardiaco durante una gara ufficiale della Coppa d’Inghilterra. Subito soccorso è sopravvissuto.
È sopravvissuto perché la defibrillazione è stata fatta direttamente sul campo. I soccorritori per tantissimi minuti hanno insistito con il massaggio cardiaco e le scariche di defibrillazione. I minuti a disposizione sono pochissimi, e vitali. Per questo è fondamentale istruire quante più persone possibili sul corretto utilizzo del defibrillatore.

Dottor Castelli, chi era Giorgio?
Giorgio era mio figlio gemello con Alessio. Tutti e due hanno iniziato a giocare a calcio all’età di otto anni cambiando varie società calcistiche romane. Militavano nel Real Tor Sapienza quando è successo il tragico evento. Giocavano insieme, Alessio è un difensore, Giorgio era un centrocampista, molto grintoso, in campo lo chiamavano “Il Gladiatore”.

Cos’era per Giorgio il calcio, solo una passione o anche qualcosa in più?
Per Giorgio il calcio era anzitutto una grande passione, in famiglia siamo tutti tifosissimi della Roma. Come genitore io volevo che facessero nuoto, ma Giorgio e Alessio non hanno voluto sentire ragioni, loro volevano giocare a calcio e così è stato.

Cosa successe il 26 Febbraio 2006?
Durante una seduta di allenamento serale Giorgio stoppò il pallone che arrivava violentemente con il petto, fece alcuni passi e cadde al suolo. L’ipotesi è che ci sia stato un trauma esterno, banale ma letale.

Chi c’era con Giorgio in quel momento? Lei stava assistendo agli allenamenti?
C’era Alessio che è stato il primo a soccorrerlo. Io ero impegnato in un convegno fuori Roma però ho vissuto tutta la tragedia in diretta perché il fratello mi ha chiamato immediatamente.

E i soccorsi?
I soccorsi ci sono stati ma sono stati vani perchè non avevano il defibrillatore, c’erano altri macchinari, ma non c’era il defibrillatore, perché uno non pensa mai a queste cose.
Da allora ha dato vita ad una Fondazione che porta il nome di suo figlio e che tra le altre cose si occupa di addestrare all’uso del defibrillatore semiautomatico (BLS-D) degli operatori che assistono i giovani nella pratica dell’attività sportiva (allenatori, massaggiatori, dirigenti accompagnatori) .

Un bilancio di questi sei anni di attività?
Il bilancio è positivo, se andiamo con la memoria alla tragedia di Giorgio a quel tempo la cultura dell’emergenza applicata allo sport il 2006 non esisteva affatto. Possiamo quasi definirlo l’anno zero. Oggi il tema è più sentito ma deve essere affrontato in maniera capillare e lungimirante. Non basta una Fondazione, non bastano dieci associazioni, servono prese di posizione dirette. Noi stiamo portando avanti una grande battaglia, abbiamo formato 5.500 persone che adesso sono in grado di utilizzare il defibrillatore, ed abbiamo consegnato più di trecento macchinari nei campi di calcio di Roma e Provincia.

La tragedia di Piermario Morosini potrà dare il là ad un’ampia divulgazione mediatica di questa problematica a suo avviso?
Me lo auguro. L’arresto cardiaco non è prevedibile, ma la presenza di un defibrillatore nei luoghi pubblici è di vitale importanza. Un macchinario che va saputo usare però: poche manovre, basta conoscere poche manovre, accessibili anche ai non addetti ai lavori. La mission che porta avanti la mia Fondazione è sensibilizzare l’opinione pubblica, far capire ad allenatori, massaggiatori, dirigenti accompagnatori di quanto possa essere importante esser capaci di utilizzare il defibrillatore. Un appello che estendo anche a genitori, fratelli, semplici cittadini, perché tutti, e dico tutti, possono ritrovarsi ad essere testimoni di un arresto cardiaco.

Vincenzo Castelli, lei è un medico, svolge una professione che le permette di salvare tante vite umane, ma che non è servita a salvare quella di suo figlio, cosa si prova in questi casi, quando neanche la medicina può far niente?
Il mio più grande cruccio è il fatto di non esserci quel giorno, in quel momento. Però poi razionalmente mi dico che neanche io forse avrei potuto fare niente in quell’occasione, senza defibrillatore, e allora magari è stato meglio che non c’ero, il dolore e la rabbia sarebbero stati ancora maggiori. Ho ripreso a lavorare venti giorni dopo la tragedia, e subito è capitato che in corsia ho dovuto salvare una persona, beh quella persona l’ho salvata, mio figlio no. È dura da accettare, è tremendamente dura.
Romina Vinci

Pubblicato il 15 Marzo 2012, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/defibrillatore

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Una partita per la vita

“Quella oncologica è una partita per la vita, una delle poche partite che non ammette pareggio: o si vince o si perde”, lo sentenziava Matteo Mastromauro, 42 anni, giornalista del Tg5. Matteo pensava di avercela fatta, dopo due anni, a sconfiggere il suo male.

La scoperta nella primavera del 2008, mentre in prima linea seguiva la campagna elettorale di Silvio Berlusconi. Una serie di controlli e poi il verdetto: cancro ai polmoni. 15-07-2008: lui non amava le cifre, eppure quei numeri li aveva ben scolpiti dentro, perché decretavano l’inizio di un incubo.  Dapprima sentirsi un condannato a morte, paralizzato dinanzi ad un plotone di esecuzione pronto a far fuoco. E poi la forza di volontà che prende il sopravvento, e quel dono chiamato vita troppo importante per esser rispedito al mittente.

Matteo calza gli scarpini e fa il suo ingresso sul rettangolo verde.  Il campo da gioco è l’Istituto per Tumori milanese, da lui affettuosamente ribattezzato “Grand Hotel Venezian”.  Arriva il triplice fischio dell’arbitro a decretare l’inizio della gara. Si riversa nella metà campo avversaria, lui gioca d’attacco, il suo modulo è spregiudicato: radioterapia alla testa per quindici giorni consecutivi, e contemporaneamente cicli di chemioterapia ogni ventuno giorno.  “Una terapia con una forza d’urto tale da stendere un cavallo” gli verrà detto, ma Matteo non se ne preoccupa: è l’unico modo per salvarsi la vita.

“Goccia dopo goccia senti il veleno che entra nel tuo corpo – racconterà in un video che ripercorre le tappe del suo calvario –  sarà proprio quel veleno a decretare il successo o meno della terapia”.

Pensava di aver avuto la meglio, e invece era solo una tregua.  Stamani è arrivato  il triplice fischio finale. Matteo non ce l’ha fatta, la partita oncologica  non ammette pareggio.

Ciao Matteo.

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