“Quella oncologica è una partita per la vita, una delle poche partite che non ammette pareggio: o si vince o si perde”, lo sentenziava Matteo Mastromauro, 42 anni, giornalista del Tg5. Matteo pensava di avercela fatta, dopo due anni, a sconfiggere il suo male.
La scoperta nella primavera del 2008, mentre in prima linea seguiva la campagna elettorale di Silvio Berlusconi. Una serie di controlli e poi il verdetto: cancro ai polmoni. 15-07-2008: lui non amava le cifre, eppure quei numeri li aveva ben scolpiti dentro, perché decretavano l’inizio di un incubo. Dapprima sentirsi un condannato a morte, paralizzato dinanzi ad un plotone di esecuzione pronto a far fuoco. E poi la forza di volontà che prende il sopravvento, e quel dono chiamato vita troppo importante per esser rispedito al mittente.
Matteo calza gli scarpini e fa il suo ingresso sul rettangolo verde. Il campo da gioco è l’Istituto per Tumori milanese, da lui affettuosamente ribattezzato “Grand Hotel Venezian”. Arriva il triplice fischio dell’arbitro a decretare l’inizio della gara. Si riversa nella metà campo avversaria, lui gioca d’attacco, il suo modulo è spregiudicato: radioterapia alla testa per quindici giorni consecutivi, e contemporaneamente cicli di chemioterapia ogni ventuno giorno. ”Una terapia con una forza d’urto tale da stendere un cavallo” gli verrà detto, ma Matteo non se ne preoccupa: è l’unico modo per salvarsi la vita.
“Goccia dopo goccia senti il veleno che entra nel tuo corpo – racconterà in un video che ripercorre le tappe del suo calvario – sarà proprio quel veleno a decretare il successo o meno della terapia”.
Pensava di aver avuto la meglio, e invece era solo una tregua. Stamani è arrivato il triplice fischio finale. Matteo non ce l’ha fatta, la partita oncologica non ammette pareggio.
Ciao Matteo.