Però ci ho riflettuto, e mi sono convinta che non tutti i mali vengano per nuocere. E forse è meglio cambiare sistemazione. Perché è vero che qui ho palestra, piscina, vista mozzafiato e posto di lavoro all’altro lato della strada, però è anche vero che qui io sono sola e, a lungo andare, questo fatto pesa. Me ne sono resa conto negli ultimi giorni quando, rientrata la sera a casa dopo intense giornate di lavoro, sento il bisogno di parlarne con qualcuno, di commentare gli episodi quotidiani. Ma non posso, perché Min se ne sta sempre in camera sua parlando al pc. Io non posso fare la stessa cosa, perché il mio mondo virtuale dorme a quell’ora, del resto è il pieno della notte in Italia. E così mi siedo sul davanzale ed inizio a parlare con i grattacieli, creando storie. Come quella degli amanti, che nel pieno della notte si danno appuntamento al 70esimo piano del Water Tower, e nella piscina a luci soffuse uniscono quei corpi che l’indomani si eviteranno con cura. O come quel padre, madre e figlio che, soffocati dall’ottusità di un piccolo paesino della Provenza, hanno deciso di ripartire da zero, costruendosi una nuova vita sul 56esimo piano del River Coast Mile. Chicago brulica di vita, è questa la verità. Lo dimostrano le lucine che di sera si riflettono sul lago, dando vita sull’acqua ghiacciata a proiezioni amorfe. Mi piacerebbe carpire l’essenza vitale di quelle lucine.ge, e finora non ho trovato nessuna bedroom, studio, loft, condo o chiamatelo come vi pare.

Al momento però mi concentro sulle persone che mi sono vicine, e devo ammettere che piano piano stiamo riuscendo a creare un gruppetto di tutto rispetto.I miei punti di riferimento qui a Chicago infatti al momento sono due: Annalisa e Silvia, stagiste come me. Ci siamo conosciute qui, nella
windy city, ma abbiamo legato tantissimo. Come tutti i rapporti che nascono lontano da casa del resto.Annalisa è di Avezzano, e definirla un personaggio è a dir poco! Parla tantissimo, parla sempre e comunque, in ogni situazione. Ma non solo, perché non riesce a stare ferma, gesticola in continuazione. A ogni parola fa corrispondere un gesto, insomma, è un fiero esempio di Italian people!Silvia invece è molto più pacata. E’ nata a Palermo ma ha studiato a Milano, e come me è una viaggiatrice. Lei ha già fatto vacanze studio in America, è stata in Erasmus a Parigi ed ora pensa a Londra come successiva meta del suo peregrinare. Sta facendo un tirocinio all’università De Paul, vive con altre studentesse e quindi ha molti più agganci rispetto a me! Sabato scorso siamo state alla festa dell’amico di una sua amica, e ci siamo divertite un sacco.Poi c’è Cris, originario del Kansas ma con uno spiccato accento lombardo, ha infatti lavorato 2 anni alla Pirelli.Nadia, classe ’81, originaria di Pescara, lavora qui già da due anni, ed è la più giovane dipendente del Consolato. Ancora devo capire bene come ha fatto ad arrivare qui, da subito – PAGATA -.E poi c’è Ettore, brasiliano con la faccia da cinese. E’ vero, giuro! L’ho conosciuto la prima volta a una conferenza su Michelangelo, che abbiamo tenuto in Istituto una decina di giorni fa. Lo osservavo chiedendomi perché un cinese fosse interessato ad una conferenza su Michelangelo. Poi ci siamo presentati, e lui mi ha detto di essere brasiliano. La trama si infittisce, mi son subito detta: un brasiliano, con la faccia da cinese, che vive a Chicago e parla italiano…Insomma, fare luce sulla vita di Ettore è duro quasi come indovinare il sei al superenalotto! Ma io non demordo, no no!Per non parlare del grande Luis Melero, nato e cresciuto a Chicago da genitori messicani. Parla indistintamente inglese e spagnolo, e quando c’è lui io tiro un sospiro di sollievo!
Ah! E’ stavo dimenticandomi di Elie! Anche lei lavora con me all’Istituto, è al centralino tutte le mattine. In realtà si chiama F., ma lei si fa chiamare Elie, (a quanto ho capito, qui si possono scegliere anche i nomi…) Sarà alta un metro e mezzo, non di più, e studia Fashion qui a Chicago. E’ convinta di sapere parlare italiano. In realtà sa solo tre parole: “Cazo” – rigorosamente con una sola zeta – “Vafanculo”, “Che schifo”. Già, questo è il suo vocabolario, e lo ripete incessantemente quando stiamo insieme!
Questa sera siamo uscite io, lei e Annalisa, e ci ha portato in un posto very American Style, e siamo state bene. L’unico inconveniente la strada! E’ da ieri notte infatti che qui non smette di nevicare. Io non so camminare sulla neve, ma lei mi aveva assicurato che aveva scelto un posto vicino alla metro, appunto per agevolarmi. Col cavolo! Avremmo camminato minimo 20 minuti per raggiungere il pub, e per me è stata una vera e propria impresa! Non riuscivo a tenermi in equilibrio, rimanevo sempre indietro, e Ely invece di aiutarmi se la rideva e si divertiva a farmi le foto. Io l’avrei ammazzata! Anche perché lei stava con i doposci, io qui ho solo le mie Nero Giardini, tutt’altro che adatte alla snow. Però rimedierò a breve. Ely infatti si è offerta di accompagnarmi a comprare gli stivali per la neve. Appuntamento domattina alle 11 a Belmont. Così “potrai sopravvivere anche a Chicago” mi ha detto, che simpatia!
Ultimo, ma non certo in ordine di importanza, un commento sul vero motivo per cui io mi trovo a Chicago in questo momento: vale a dire la mia mansione all’Istituto Italiano di Cultura.
Beh, anzitutto devo dire che l’impatto con il lavoro non è stato dei più idilliaci. Per il semplice motivo che io sono qui in veste di stagista, e gli stagisti si sa, negli States come in Italia non contano niente, zero spaccato. E così la prima mattina che mi son presentata in ufficio, alle 9 in punto, con tanto di giacca e camicia, ho riprovato quella spiacevole sensazione di non essere nessuno, di non venir presa in considerazione, invisibile, quasi. Fortuna è durata poco, mezza giornata, non di più. Nel primo pomeriggio infatti vengo convocata dalla direttrice, intenzionata ad affidarmi il mio primo compito: mi parla di una regista indipendente, originaria di Bologna ma residente a Toronto, che parteciperà a un festival del Cinema di Chicago. Così dicendo mi dà il suo contatto, io lo prendo e le dico: “Ok, la chiamo subito così le faccio un’intervista”. La direttrice rimane a bocca aperta, la segretaria sgrana gli occhi.
“Come???” – esclamano insieme, neanche si fossero messe d’accordo sui tempi.
“Beh sì, provo a ricostruire la sua carriera, così cerchiamo di darle un po’ di risalto”.
La direttrice mi risponde, quasi a voce sommessa: “Ma è troppa pubblicità, noi non ce la possiamo permettere, e poi questa è una perfetta sconosciuta. Devi solo presentare l’evento, dire che a tal giorno, a tal ora, in tal posto ci sarà la proiezione di questo film, stop”.
Io acconsento, seppur non convinta, e rimango in silenzio.
La vedo che mi osserva, dopo un po’ riprende la parola: “Ma perché vuoi fare l’intervista?”
“Sono una giornalista, sono abituata a fare interviste” .
Lei cerca lo sguardo della segretaria. Lo trova. “Penso che sia il mio primo caso di una stagista che al primo giorno di lavoro si mette in prima fila, proponendo idee…”
Io inizio a preoccuparmi, anche perché entrambe evitano con cura di incrociare i miei occhi. “Però c’è una cosa che possiamo fare, ho un’idea – continua – a marzo ci sarà l’inaugurazione di una mostra di architettura aerospaziale qui nell’Istituto, è l’evento di punta della stagione. Lui è un architetto molto conosciuto in Italia. Se ti senti in grado possiamo farla una bella intervista con lui, e cercheremo di pubblicarla in Italia, se è possibile, altrimenti nei giornali di qui scritti in italiano. Deve uscire una grande cosa, dobbiamo finire anche sul sito del Ministero degli Esteri “.
Io acconsento convinta, e inizio subito a fare domande sull’evento, per capire qualcosa di più. Lei mi dice qualcosa a voce, il resto lo affida al materiale che ha riposto nel cassetto e che mi affida. Sto per lasciare il suo ufficio colma di fogli, brochure, libri vari, quando sento di nuovo la sua voce: “Romina” – dice. Mi fermo, mi volto. “Brava, hai carattere, hai iniziato con il piede giusto”.
E così che è partita la mia avventura come stagista all’Istituto Italiano di Cultura di Chicago. Il mio compito è quello di promuovere/organizzare la mostra di Vittori & Vogler, in primis. L’architetto l’ho conosciuto la settimana scorsa, e mi ha fatto un’ottima impressione. Si è dimostrato molto disponibile, nonché entusiasta dell’intervista che la direttrice a testa alta gli ha preannunciato.
Ultimamente viene spesso all’istituto, e non passa giorno che non mi telefoni, in ufficio, per chiedermi a che punto stanno i lavori. Ieri ho ultimato il comunicato stampa, in Italiano, ed ho avuto l’ok da ambo le parti. Ora devo tradurlo, in english (e qui mi diverto!), e poi iniziare a diffonderlo e a Chicago e in Italia. Non è semplice, anche perché mi sono resa conto che l’Istituto ha ben pochi o nulla contatti, e quindi già so che dovrò muovermi in prima persona, far appello a tutte le mie risorse. Ma ho già pensato a qualche strategia, spero solo di riuscire a metterle in pratica….!
La direttrice mi ha dato carta bianca. Sono passate due settimane, è vero, eppure mi sembra che si fidi molto di me. Ogni giorno mi convoca almeno tre volte nel suo ufficio, e mi mette al corrente delle ultime novità. E poi mi inoltra tutte le mail che riceve, perché vuole il mio parere. E mi coinvolge anche nelle riunioni esterne, tipo ieri, quando è venuta la rappresentante di una famosa galleria d’arte americana. “Romina voglio che assisti con me al colloquio – mi ha detto – dobbiamo dirle questo, questo e quest’altro”. Io acconsento sempre, anche se poi in queste occasioni ufficiali riesco a stento a comprendere tutti gli interventi, figuriamoci se apro bocca per dire la mia!
La segretaria e la contabile mi hanno detto che è strano questo atteggiamento, e che la direttrice non è solita coinvolgere in questo modo il suo personale, figuriamoci poi gli stagisti. Non nego che a me non faccia piacere questa situazione, però ancor di più sono perfettamente in grado di riconoscere le spie dei falsi abbagli, e per questo rimango con i piedi per terra. E così quando esco dall’ufficio, stanca ma consapevole di aver arricchito un pochino il mio bagaglio personale, volgo lo sguardo al cielo e naso all’insù cerco di catturare la cima del grattacielo che mi è di fronte, e mentre gli occhi è come se gareggiassero a chi arriva più in alto, io sospiro ripetendomi, per l’ennesima volta: “Questa fase della mia vita si chiama stage”. E sorrido.

Romina