Articoli con tag: Cipullo

Kosovo, costruttori di pace con la mimetica

La nebbia scende fitta su Villaggio Italia, a Pec, la base del contingente multinazionale Nato impegnato nella zona ovest del Kosovo. Folate di vento freddo proveniente dalle Alpi Albanesi abbassano vertiginosamente la temperatura. Sono le otto di mattina, è il pieno dell’estate, il sole non accenna a fare capolino quando su tutta la base risuona l’inno dell’alzabandiera. Petto in fuori, sull’attenti, i militari italiani accompagnano con le loro voci l’inno di Mameli, mentre la bandiera del tricolore si innalza al cielo. Una nuova giornata ha inizio per i nostri soldati impegnati nel cuore dei Balcani.  La Joint Enterprise è una missione di pace che mira a far camminare il Kosovo con le proprie gambe, provvedendo al mantenimento della sicurezza e delle libertà di movimento. A dodici anni dall’avvio della missione, i soldati italiani continuano ad esser visti come dei  benefattori. Per i bimbi del posto sono loro gli “eroi in mimetica”, e ancor oggi si riversano sulle strade al loro passaggio, sbracciandosi  con le manine in segno di saluto, quasi fosse il più dolce dei giochi. Dal mese di maggio a Pec  opera il 21° Reggimento artiglieria terrestre Trieste di Foggia sotto la guida del comandante il colonnello Vincenzo Cipullo. E capita di trovare persino origini ciociare all’interno del Multinational Battle Group West.

Capitano Fava

Tra sloveni, austriaci e svizzeri opera infatti anche il capitano Alessandro Fava, originario di Pontecorvo. Trentuno anni ancora da compiere, arruolato dal 1999, il capitano ciociaro,  dal mese di febbraio, ha assunto l’incarico di comandante della Joint Multimodal Operational Unit (JMOU) in Kosovo, unità interforze composta da militari dell’esercito, marina, aeronautica e guardia di finanza. Non si tratta della sua prima missione internazionale, il capitano Fava infatti aveva già calcato il territorio kosovaro nel 2005 e, nel gennaio 2009, è stato impiegato in Afghanistan: “Ho lavorato a stretto contatto con il comandante dell’Operational Mentoring Liason Team – racconta Fava – il mio incarico consisteva nell’ addestrare sul campo ufficiali afghani, nella zona sud del distretto di Herat”.  Lo incontriamo negli studi di quella che un tempo era Radio West, l’emittente radiofonica del contingente italiano in Kosovo che iniziò le trasmissioni nell’estate 1999, poco dopo l’inizio dell’intervento militare della Nato. Una radio creata per agevolare i contatti tra i militari italiani e la popolazione kosovara e che, nell’immediato dopoguerra, svolse un ruolo chiave nella ricerca dei familiari dispersi.  Sembra di percepirne ancora il brivido della messa in onda e l’energia degli speakers mentre, a microfoni spenti, Alessandro Fava ci parla di sé, della sua vita e di quel binomio indissolubile che lo lega all’arma: “La passione per la divisa è nata insieme a me” confida il capitano. Lo sanno bene mamma Rita e papà Franco, che lo hanno  sostenuto sin dagli inizi della sua carriera accademica. Certo non è facile vivere con il pensiero e l’apprensione per quel figlio “operatore di pace”, impiegato nelle zone più a rischio del mondo,  eppure loro hanno imparato a coesistere con questo senso di preoccupazione e ogni qual volta Alessandro torna a casa, per licenza o alla fine della missione,  è festa grande nei loro cuori.  Quando si ferma a guardare il verde che circonda Villaggio Italia, lo sguardo del capitano Fava si distende e nella sua mente riecheggia il paesaggio agreste ciociaro: “I monti del Kosovo emanano una grande energia – ci confida –  e mi fanno sentire meno la nostalgia di casa”.

Romina Vinci

Pubblicato il 19 Luglio 2011, su Il Tempo -Frosinone

Disponibile su: http://www.iltempo.it/frosinone/2011/07/19/1273052-romina_vinci_frosinone_nebbia_scende_fitta_villaggio_italia_base_contingente_multinazionale_nato_impegnato_nell_ovest_kosovo.shtml

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Kosovo, un “Abruzzo” tra Est e Ovest

Una superficie che rasenta quella dell’Abruzzo o delle Marche, una popolazione che non tocca i due milioni di persone, età media 27 anni: sono questi i numeri del Kosovo, l’ultimo “nato” in casa balcanica.  E’  il paese più giovane d’Europa, avendo proclamato la sua indipedenza solo il 17 Febbraio 2008. Dislocato nel cuore dei Balcani, è uno Stato/non Stato che  fatica a trovare la sua ragion d’essere, in quanto  non viene riconosciuto non soltanto dalla sua più “acerrima” vicina di casa, la Serbia, ma neppure dalla maggioranza della Comunità Internazionale.  Al suo interno convivono diverse etnie, albanesi e serbi in primis, ma anche rom, gorani, bosgnacchi. Una convivenza tutt’altro che pacifica e che ha generato, negli anni Novanta, una sanguinosa guerra civile.  La presenza della forza militare multinazionale è ancora massiccia nel “neostato”, lo testimonia il dispiegamento della missione Nato KFOR (al suo dodicesimo anno di attività) e quella internazionale EULEX, che ha preso avvio nel dicembre 2008, come conseguenza della proclamazione d’indipendenza del paese.  “Nel Kosovo vige oggi una situazione di sicurezza stabile ma allo stesso tempo fragile – spiega Lamberto Zannier, fino alla scorsa settimana a capo della missione Onu (Unmik) che dal 1 Luglio è stato nominato il nuovo segretario generale dell’Osce – Permangono infatti conflitti interetnici soprattutto nel Nord del paese, abitato prevalentemente dalla comunità serba che non riconosce l’indipendenza del Kosovo”.  Secondo il neosegretario generale dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, abbassare la guardia, in termini di riduzione del contingente multinazionale, potrebbe essere pericoloso per le sorti del paese balcanico: “Le tensioni sono costanti, un’eventuale strategia di contenimento  potrebbe comportare il rischio di essere impreparati a contenere un’eventuale emergenza”.

Dal 1 Maggio a Pec, nell’ovest del Kosovo, operano i militari del 21° reggimento artiglieria terrestre Trieste di Foggia, impegnati nella missione Joint Enterprise. “Siamo giunti ormai in una fase di stabilizzazione – commenta il comandante del reggimento, il colonnello Vincenzo Cipullo, a capo anche del Multinational Battle Group West  – operiamo soprattutto nella parte ovest del Kosovo, anche se, laddove ce ne fosse la necessità, potremmo essere chiamati ad estendere il nostro raggio d’azione in tutto il paese”. La Multinational Battle Group West è una forza multinazionale composta da italiani, sloveni, austriaci e svizzeri. Tra i compiti peculiari assegnati ai nostri militari figura la salvaguardia di siti di particolare rilevanza religiosa, in particolare il monastero di Decane e il patriarcato di Pec, simboli della religione serbo ortodossa dislocati nel cuore del Kosovo popolato da albanesi e, in passato, soggetto a numerosi attacchi. Negli ultimi mesi ha preso piede l’idea di una crescente islamizzazione del Kosovo, fattore che rischia di minarne ancor più l’ambizione europea. “Non c’è una rispondenza della società ai richiami religiosi, e mi sento di escludere anche l’esistenza di alcun picco di islamizzazione –  precisa Michael Giffoni, ambasciatore italiano a Pristina – ma al contrario assistiamo ad un forte ridimensionamento di un proselitismo di matrice integralista che si era sviluppato nell’immediato Dopoguerra, tra il 2000 e il 2004”.   Il ricordo della guerra civile del 1999 è ancora ben vivido nei cuori e nelle menti dei kosovari, di etnia serba e di etnia albanese, che hanno pagato un alto numero in termini di vite umane, soprattutto donne e bambini. Eppure la voglia di guardare avanti è più forte della rivalsa, e le macerie dell’odio, a poco a poco, stanno lasciando il passo alla ricostruzione. Lo testimoniano i cantieri che aumentano, in maniera esponenziale, soprattutto nella capitale kosovara. A confermarlo è Valentina Pancaldi,  che sta svolgendo un tirocinio presso l’Ambasciata Italiana a Pristina: “Sono qui da due mesi e ho visto costruire tantissimi edifici ed infrastrutture, Pristina è una città che si rinnova con un ritmo vertiginoso”. L’Italia, dal canto suo, non rimane a guardare ma anzi, è protagonista attiva della ricostruzione. Ponti, strade, asili, dighe: la presenza italiana in Kosovo è tangibile, grazie anche all’attività Cimic (Cooperazione Militare e Civile). “Quest’anno i nostri sforzi si stanno concentrando verso il settore agricolo e zootecnico – spiega il tenente colonnello Biagio Paluscio, responsabile Cimic – l’obiettivo è contribuire al miglioramento dello sviluppo economico della zona, del suo bisogno di autonomia alimentare e di lavoro agronomo, nonché  e all’incremento dei livelli occupazionali mediante un miglioramento quantitativo e qualitativo dei prodotti”. Tra i progetti in fase di attuazione ci sono la realizzazione di canali irrigui nelle municipalità di Decane e Dakovica, ed anche la realizzazione di una strada agricola nella municipalità di Klina.  “Coloro che arrivano in Kosovo con il pregiudizio di trovare il Terzo Mondo puntualmente vengono smentiti – confida il tenente colonnello Vincenzo Legrottaglie –  ci troviamo infatti nel cuore dell’Europa, una terra a metà tra Oriente e Occidente”.

Romina Vinci

pubblicato il 10 Luglio 2011, su America Oggi

Disponibile in versione pdf: Oggi7 pagina6 7.10.11

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