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Pregi e difetti dell’Italia: così ci vedono le ragazze straniere

Abbiamo chiesto a cinque giovani turiste incontrate per le vie di Roma di dare un voto al nostro Paese. Ma anche di parlarci del loro, per capire che costa sta succedendo fuori dai nostri confini

Sarà che  di fronte alla maestosità del Colosseo non c’è spread che regga. Sarà che al lancio nella Fontana di Trevi non si può rinunciare, anche se le monete in tasca sono poche.  Comunque sia, anche quest’estate l’Italia si conferma una tra le mete più gettonate dai viaggiatori di tutto il mondo. E, secondo i dati, Roma è la destinazione più ambita.  Spagnole, peruviane, ma anche americane, giapponesi e svedesi: ecco i volti delle turiste che, scarpe da ginnastica ai piedi e macchina fotografica al collo, sfidano la canicola e si perdono nei meandri della capitale. Abbiamo chiesto loro di dare un voto al nostro Paese. E abbiamo approfittato dell’occasione per parlare di crisi economica e cercare di capire cosa succede nel resto del mondo. Ecco le loro opinioni.

 

Meritate nove per carattere e bellezza                                                                         AGOSTINA, spagnola, nutrizionista

Perché sei venuta in Italia?  «Un anno fa, grazie a Facebook, ho ritrovato dei cugini di Salerno che non avevo mai conosciuto. Questa  è la seconda volta che vengo a trovarli. E ora mi hanno accompagnata a visitare Roma: erano anni che sognavo di visitare questa città».

A cosa pensi se ti dico Italia? «Al calore con il quale mi ha accolto la mia nuova famiglia conosciuta grazie al web».

Dai un voto al nostro Paese. «Un bel nove».

Qual è la cosa che ti ha colpito in positivo? «Roma mi ha lasciato senza fiato: il Colosseo, la Fontana di Trevi. Ma ho apprezzato anche l’incantevole paesaggio della Costiera Amalfitana».

E in negativo? «Fa troppo caldo».

Parliamo del  tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Circa 1.000 euro al mese. Non è un buon momento per il mercato del lavoro spagnolo: trovare un posto è una chimera».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «Nella mia città,  Barcellona, gli affitti sono alle stelle: si arriva a spendere anche 500 euro al mese ».

Anche il tuo Paese sta affrontando un momento di crisi? «In questo momento la crisi si tocca con mano. Per esempio, ci sono interi quartieri, costruiti per esser abitati da migliaia di persone, che oggi sono praticamente deserti. Perché nessuno può permettersi  di acquistare una casa. C’è una crisi di valori, la gente è triste, quasi senza speranza. E i giovani sono i più tristi di tutti».

 

Qui le persone sono simpatiche e gentili                                                          WENDY, PERUVIANA, CUOCA PROFESSIONISTA

Perché sei venuta in Italia?  «Avevo voglia di cultura e Roma  mi è sembrato il luogo giusto. È la mia prima volta che visito il vostro Paese».

A cosa pensi se ti dico Italia? «Al Papa che si affaccia dalla finestra e saluta la folla in Piazza San Pietro».

Dai un voto al nostro Paese. «Un otto pieno».

Qual è la cosa che ti ha colpito in positivo? «Le persone che ho incontrato: simpatiche e disponibili».

E in negativo? «Gli hotel: costano troppo rispetto a quel che effettivamente offrono».

Parliamo del tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Circa 700 euro mensili ».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «Dipende molto dalla zona: diciamo che in quartiere tranquillo  di Lima la spesa è di circa 300 euro al mese ».

Anche il tuo Paese sta affrontando un momento di crisi? Quali sono i problemi dei giovani, in particolare? «In Perù non c’è la crisi economica che attanaglia altri Paesi. I giovani però risentono di un sistema scolastico carente,  soprattutto le università. E’ per questo che ci sono state molte rivolte studentesche. Il movimento degli indignados cileni, per intenderci, quello capeggiato dalla giovane Camila Vallejo, si è ormai esteso in tutta l’America Latina».

 

Mi ha sorpreso trovare tracce di storia ovunque                                                              KELSEY, CALIFORNIANA, LAUREATA IN PUBBLICHE RELAZIONI

Perché sei venuta in Italia?  «Dopo la laurea, ho deciso di venire qui come ragazza alla pari. Sono ospite da una famiglia di Pisa. E ora mi sono concessa un piccolo viaggio per visitare Roma».
A cosa pensi se ti dico “Italia”? «Spaghetti, gelato e pizza».

Dai un voto al nostro Paese. «Un bel nove».

Qual è la cosa che ti ha colpito in positivo? «Trovare tracce di storia anche in piccolo angoli nascosti. Negli Stati Uniti è tutto così “nuovo”!».

E in negativo? «Il modo di guidare, troppo spericolato».

Parliamo del tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Quattromila euro al mese. Ma il sistema è diverso: a questa cifra bisogna sottrarre, per esempio, i soldi dell’assicurazione sanitaria obbligatoria».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «A San Diego, la mia città, circa 700 euro al mese».

Anche il tuo Paese sta affrontando un momento  di crisi? «Un momento di difficoltà, ma non di crisi profonda come quella europea. Ci sono poli industriali in pieno sviluppo, soprattutto nel settore tecnologico. E ancora tante le prospettive di crescita».

 

Adoro i vostri monumenti. E la pasta                                                                            TOMOE, GIAPPONESE, CONSULENTE COMMERCIALE

Perché sei venuta in Italia?
«Era molto tempo che sognavo di fare un viaggio in Europa. E non potevo non partire da Roma, una delle città più belle del mondo. Qui mi fermerò una settimana, poi proseguirò per la Germania e l’Inghilterra.».

A cosa pensi se ti dico Italia? «Alla pasta. Anzi, pasta alla carbonara: l’ho appena  assaggiata in una trattoria qui vicino. Ottima!».

Dai un voto al nostro Paese. «Oltre la sufficienza, direi sette».

Qual è la cosa che ti ha colpito in positivo? «I monumenti, ho consumato la macchina fotografica a forza di fare scatti».

E in negativo? «L’esibizionismo, l’ho notato soprattutto nelle donne».

Parliamo del  tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Circa 1.700 euro al mese ».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «Tokio è una delle città più care del mondo: oltre mille euro al mese. Io vivo a Yokohama, a circa mezz’ora di treno. Da noi un monolocale si trova a 400 euro al mese».

In questo momento, quali sono gli effetti della crisi nel tuo Paese? «La nostra economia ha risentito molto della crisi. E del disastro nucleare di Fukushima, accaduto poco più di un anno fa. Per esempio, dopo quel terribile fatto i settori del turismo e dell’agricoltura sono crollati. Senza contare che, per i giovani, studiare sta diventando quasi proibitivo: le università hanno delle rette molto alte».

 

E’ il posto più romantico del mondo                                                                    KARIN, SVEDESE, STUDENTESSA UNIVERSITARIA

Perché sei venuta in Italia?
«Studio Legge, e voglio imparare l’italiano, una lingua che adoro. Ma ora mi sto godendo qualche giorno di vacanza».

A cosa pensi se ti dico Italia? «A Roma, la città più romantica che abbia mai visto».

Dai un voto al nostro Paese. «Per me l’Italia è da otto».

Qual è la cosa che ti ha colpito
in positivo? «La gente: così socievole e disponibile. In Svezia siamo molto più freddi. Colpa della differenza di latitudine, credo».

E in negativo? «In questa città mi sembra tutto molto turistico, troppo. Così non traspare la vera cultura».

Parliamo del tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Tra i 1.800 e i 2.000 euro al mese».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «Stoccolma è molto cara: gli affitti di un piccolo appartamento partono da 500 euro mensili».

Anche il tuo Paese sta affrontando un momento di crisi? «L’abbiamo vissuta agli inizi del 2008, ma ora va molto meglio. Il peggio è passato, nell’aria si respira ottimismo anche perché, soprattutto ai giovani, la Svezia offre molte opportunità. Da noi l’università è gratuita, non solo per gli svedesi, ma per tutti i cittadini stranieri. Senza contare che è uno dei migliori posti al mondo dove essere madri».

 

Romina Vinci  (testo)

Stephanie Gengotti (foto)

Pubblicato sul numero  del 12 Settembre 2012 del settimanale  F.

Disponibile in versione pdf: F 12 Settembre 2012

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QUAL FINE E CHE PRINCIPIO. Capodanno all’ombra del Colosseo

AVVERTENZA

 

Da stampare e conservare. Scherzo! Riformulo la frase: da stampare e leggere con calma, e poi magari buttare. Se ne consiglia la lettura di notte, a letto, prima di abbandonarsi tra le braccia di Morfeo.

 

 

C’era un fuoco, grande, che illuminava i nostri volti e riscaldava i nostri cuori in quella fredda notte.

Ero lì ma non ci credevo. Difficile del resto pensare che la sera di Capodanno ti trovi in quel posto, tra i rom, in un campo nomadi.

Lo scenario appariva alquanto spettrale. Con le macchine giungiamo di fronte all’ospedale Pertini, voltiamo a sinistra ed entriamo in un sentiero dissestato e privo di illuminazione. “Ora si inizia a ballare” – fa la battuta Massimo. Io e Lorenzo siamo seduti dietro, Massimo è alla guida della sua Opel Astra annata ‘93, Anna al suo fianco. Dietro di noi altre quattro autovetture avanzano lentamente, alla nostra stessa velocità.  Ad un certo punto ci fermiamo, Massimo ci guarda attraverso lo specchietto e dice: “Voi due scendete, andate in macchina con Luigi”. Io resto un po’ interdetta, perché sentivo abbaiare, non si vedeva nulla intorno ma quei cani si sentivano, eppure tanto. E infatti lui incalza: “Sbrigatevi che è pieno di cani qui, altrimenti vi azzannano. Non possiamo scendere tutti insieme, andiamo avanti noi, poi se è il caso ci raggiungete, altrimenti aspettate qui”. Io e Lorenzo eseguiamo gli ordini senza commentare.

Facciamo questo scambio veloce, entriamo nella macchina di Luigi e l’uomo che sedeva alla sua destra, Enzo, si  mette a parlare del più e del meno, dei pastori maremmani, di lui che va a pesca vicino Ostia. Non capivo tanto i suoi discorsi, più che altro non mi interessava ascoltarlo, assorta com’ero  nell’invano tentativo di razionalizzare quanto stava accadendo intorno a me. Squilla il cellulare di Luigi, una chiamata di Massimo. E’ il segnale, significa via libera. Così ci immettiamo in un sentiero tortuoso, ancor più stretto e più dissestato del precedente. Una discesa piena di buche, strada colma di sassi. E’ buio, tutto scuro, non si vede niente, non si distingue nulla al di là del finestrino. Avremo percorso trecento metri, forse poco meno. Ad un certo punto la strada  si appiana e, d’improvviso, vediamo questa grande luce. Siamo appena usciti da un gruppo di arbusti, ecco perché il sentiero era totalmente buio.

Ci apprestiamo a scendere dalle macchine e Lorenzo mi chiede: “Cosa facciamo, le lasciamo qui dentro le borse?”. Ci guardiamo e contemporaneamente annuiamo: “Si forse è meglio”. Stiamo entrando in un campo rom del resto, c’è poco da dire. Così scendiamo e Luigi chiude la macchina.

Ed ecco questo grande fuoco in primo piano. Sullo sfondo si intravedono tre schiere di baracche, che lasciano presagire l’ingresso ad un vero e proprio mini-sobborgo. E’ pieno di persone. Tutti questi rom ci vengono incontro e ci abbracciano. Mi sono rimasti in mente i bambini, quei bambini che giungono correndo, mi si aggrappano ad una gamba, o comunque cercano un contatto. E proprio con me poi, con me che sono restia a ogni tipo di contatto, figuriamoci! Però rispondo ai loro abbracci, con quelli più grandicelli tento di scambiare due battute, ai più piccoli do dei buffetti sulle guance…insomma, qualcosa faccio.

Si sono radunati tutti attorno al fuoco aspettando la mezzanotte, anche se i festeggiamenti potevano considerarsi già iniziati, almeno a giudicare da tutte quelle bottiglie vuote che riempivano il tavolino che si intravedeva dietro le fiamme. Noi portiamo delle porzioni di lasagne, e delle bustine di plastica al cui interno c’è una fetta di pandoro e ben due pezzetti di torroni, bustine che Massimo ha serbato proprio per questi bimbi. E come sono contenti loro!

Noi gli diciamo: “Chiamate Babbo Natale”.

E loro tutti in coro, si erano disposti a cerchio senza neanche accorgersene, iniziano ad urlare a squarciagola:  “BAB-BO-NA-TA-LE-BAB-BO-NA-TA-LE-BAB-BO-NA-TA-LE” ed ecco che sbuca Massimo con un sacco pieno di quaderni, penne, astucci, matite colorate, libri. Danno vita a simpatiche lotte per accaparrarsi il dono più desiderato, e sorridono,  i loro occhi brillano.

Io mi discosto da questa marmaglia e mi metto dinanzi al fuoco per riscaldarmi, fa troppo freddo. A fianco a me c’è un ragazzo, i nostri sguardi si incrociano ed iniziamo a parlare. Mi dice che si chiama Andrei e subito mi cede il suo posto più in prossimità del rogo: “Mettiti qui che ti riscaldi meglio, stai tremando”. Inizia a parlarmi dei loro costumi, delle loro tradizioni: mi dice che aspetteranno la mezzanotte, brinderanno tutti assieme e poi si metteranno in cerchio, tutti attorno al grande fuoco, ed ognuno di loro canterà una canzone. Io esclamo in maniera scherzosa: “ma come funziona qui, tutte le sere una festa? Bella la vita eh!”

E lui a me: “ No, solo oggi perché è Capodanno. Io lavoro tutti i giorni, ho lavorato oggi e lavorerò anche domani. Faccio il muratore, da tanto tempo”. Mi soffermo sul suo volto. Ha dei lineamenti delicati e degli occhi bellissimi, espressivi, e dolci molto dolci. Un ragazzo bellissimo, un ragazzo rom. Dice che è da tre anni che fa questo lavoro, lo guardo e penso che al massimo avrà vent’anni, non di più. Ma forse vent’anni sono troppi, sì è così, diciotto sono più che sufficienti.

Un po’ mi fa paura questa gente, mi fanno paura i loro movimenti, vedo due signori ballare attorno al fuoco, e temo sempre la tragedia, temo sempre il peggio.

Mi si avvicina una bimba e mi dice che si chiama Florina. “Piacere Romina”- faccio io. E lei a me: “Guarda che c’ho guarda cos’ho”.

E da lì mi caccia una miccetta. Io rabbrividisco le dico:

“Fermati ti puoi far male”

“No no io sono capace, mi serve solo l’accendino. Tu ce l’hai l’accendino?”

“Io non fumo, ma non lo fare perché è pericoloso, buttala via”.

Ma è inutile non mi ascolta, è troppo euforica. A breve mi rendo conto che ognuno di loro aveva dei botti, ne avevano tantissimi, ogni genere di esplosivo. D’un tratto tutti si spostano e, a cinque metri da me, scoppia una fontanella. E vai con lo spettacolo pirotecnico, gli scoppi i colori, i bambini sono estasiati. Il guaio però è che le scintille arrivano fino a noi e d’istinto io, Lorenzo, Giulia e Damiano indietreggiamo, e zacchete finiamo dentro una pozzanghera colma di fango. I piedi sono tutti annacquati,  non so per quale strana associazione ma il mio primo istinto è quello di guardare l’orologio: sono solo le 10 di sera, una notte ancora tutta da vivere. E così, come si dice, contenta e bagnata mi ritrovo nel bel mezzo di un discorso tra un ragazzetto ed una ragazza che sorreggeva una bambina. Capisco che si tratta di sua figlia, lei si chiama Chiara e, oltre a parlare un discreto italiano, è anche molto divertente. Ha il viso tutto nero, tutto sporco. “Mi ero messa la tinta”- si giustifica – “non mi aspettavo la vostra visita, così quando vi ho sentito sono uscita così come stavo”.

“Non ti preoccupare però attenta perché questo liquido è velenoso e ti fa male se ti entra negli occhi” – e in effetti poco ci mancava.  Si intromette Gabriel nel discorso, iniziando a prenderla in giro. Lui ha 14 anni e non è sposato, ma l’amico dietro di lui sì, e ne ha 15 di anni. Io sono stupita. Loro mi dicono che è normale lì, e che anzi lui a breve si deve sposare, ma non vorrebbe trovare la sua donna tra i rom, ma una che viva lontano da qui, vuole una sposa “normale”, questo è l’aggettivo che usa. Ha una mano immobilizzata da una fasciatura rigida che gli impedisce ogni movimento. Il 25 dicembre era andato al pranzo di Natale organizzato dalla Comunità nella sede di Santa Maria in Trastevere,  uscito da lì si era recato a lavorare, e si era fatto male. Non gli chiedo la dinamica dell’incidente, anche se sono curiosa. Mi enumera i regali ricevuti da Babbo Natale:

“Una lametta che ho regalato a mio padre, una camicia che guarda quanto è grossa sta bene a mia madre, – ed indica una signora  che porterà la settima solo di seno – e poi un paio di calzini e sì, quelli li ho presi io”. Deve portare la  fasciatura fino all’8 Gennaio, “ma ora sto bene, non mi fa più male, domani me la levo”.

Si è fatto tardi, Massimo mi fa segno, dobbiamo andare via. Così brindiamo tutti insieme, per l’ultima volta, e loro non smettono di ringraziarci. Questo non potrò mai dimenticare, il modo in cui ci ringraziano. Penso che queste persone sono quelle che ogni mattina rifuggo sulla metro e che guardo con disprezzo, e tengo ben stretta la borsa, quando le vedo avvicinarsi a me. Beh, in questa notte  mi sono fatta mettere le mani addosso da loro, e li ho visti talmente tranquilli, carini e così contenti di vederci che fatico ad immaginarli in un altro contesto. Ma qual è veramente la verità, e soprattutto, mi chiedo,  esiste una verità? Non lo so.

 

Via Monte Ruggero numero 3. E’ qui che era iniziata l’avventura mia e di Lorenzo tre ore prima. Massimo ci aveva accolto in uno spoglio sotterraneo. Che bella persona che è Massimo. Avrà poco più di quarant’anni, ed è il responsabile della sede della Comunità di Sant’Egidio del IV municipio. Una faccia pulita, castani gli occhi ed i capelli (per quel poco che ne restano), fisico esile. Ci spiega che la comunità vuole aiutare le persone bisognose, si basa sui principi del Vangelo. Queste persone a cui viene tesa una mano sono dei loro amici,  così li chiama ed è una cosa che mi sorprende molto: amici, amici, amici, questo l’unico appellativo che Massimo usa per definirli. “Adesso andiamo alla stazione di Pietralata, lì ci sono dei nostri amici, rumeni e ucraini per lo più. Ma non sono sicuro che li troveremo, perché questa è una notte particolare. Quando siamo andati, la sera del 24, non c’era nessuno, e normalmente loro sono una ventina minimo”. Ci dice questo mentre stiamo in macchina compiendo un viaggio di iniziazione, percorrendo strade di una città che amo ma che mi rendo conto di non conoscere, soprattutto nelle sue ombre. Passiamo sulla sopraelevata nei pressi di Colle Aniene. “Vedete lì? Ora è tutto buio, ma lì sotto, a venti metri inizia il fiume. C’erano delle baracche, le hanno fatte tutte sgombrare dopo il decreto sulla tolleranza emanato all’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani.  E poi lì più su, ora non possiamo passarci, ma attraverso quella strada si raggiunge la stazione del Nuovo Salario. C’è una rimessa  dove si trovano i vagoni merci che  oramai non sono più adibiti a trasporto. I nostri amici si erano insediati lì. All’inizio erano pochi, una dozzina di famiglie, non di più. Alcune, le più fortunate, avevano trovato anche dei vagoni passeggeri, ridotti al limite della decenza, ma ne avevano approfittato e dormivano lì, in cinque, sei massimo per ogni vagone. Poi pian piano si sono allargati, sono diventati seicento, e non si trattava di seicento santi, questo è poco ma sicuro. La situazione si è fatta sempre più disperata, così, alla fine,  tutti sono stati fatti sgombrare. Perchè poi c’è una cosa su cui ben pochi si soffermano a riflettere, è che le leggi sono fatte a metà: non tutti i nostri amici danno problemi, ma  tutti questi nostri amici vengono discriminati alla stessa maniera. Chi ci rimette davvero infatti è la povera gente, quelli che si fanno il mazzo tanto per guadagnare una miseria da mandare alle loro famiglie. Non sono certo i piccoli boss, quelli che hanno i giri loschi, che fanno parte della malavita, a loro puoi anche distruggere una baracca, ma tanto avranno un palazzo pronti ad accoglierli. A questo non pensa la giustizia, al danno che implicitamente fa a chi è onesto”.

Arriviamo davanti la fermata della metro di Pietralata e c’è solo un uomo dritto sul marciapiede. “Ecco Niculae!” dicono contemporaneamente Massimo e Anna. Parcheggiamo e scendiamo dalla macchina. Io sono curiosa di vedere il modo di approcciare, non so minimamente quale sia il mio compito. Devo consegnare lasagne e dolci, questo lo so, ma come? Cosa devo fare?  Seguo Massimo e subito mi stupisco. Lui si avvicina a quest’uomo e lo abbraccia, fraternamente, “tanti auguri tanti auguri” due baci. “Ti presento due amici che tu non conosci, lei è Romina, lui si chiama Lorenzo”.

“Ciao ciao grazie di essere venuti” – ci dice Niculae.

“ Di niente figurati, tanti auguri!” – rispondo io, e ci stringiamo la mano.

E’ un uomo di mezza età, alto, fisico possente, gli occhi, chiari, sono un po’ incavati ed il suo sguardo è triste. Niculae è un gran chiacchierone, Dio mio quanto chiacchiera, e fortuna che arranca ancora nell’italiano, altrimenti sarebbe la nostra fine! Ha iniziato parlandoci dell’Italia, nel Nord è stato solo a Milano e a Bergamo, del Lazio conosce molto poco ed anche delle regioni limitrofe, però non hanno più  segreti per lui Latina e Campo di Carne, ed il Chupa Chupa, un locale che sta a Latina, io non lo conoscevo, me stando a quello che lui dice deve essere molto carino. Il discorso poi si incentra sulla sua vita, lui è molto disponibile al dialogo, non è di quelle persone schive di cui avrò modo di parlare in seguito. E scopro che ha studiato tantissimo, è difficile fare il confronto, visto che l’ordinamento didattico rumeno è diverso dal nostro, ma ha fatto l’elementari, poi cinque anni di istituto tecnico, poi altri cinque anni, poi altri tre anni e dopo ancor altri due.

“Ma perché sei venuto in Italia?” –  gli chiede Anna.

Lui non risponde. Ci provo io allora: “Ma sei sposato, hai dei figli?”

“Sì ho una moglie e un figlio di 27 anni che ha una bambina di due”.

“Quindi sei nonno?” – incalzo io.

“Sì sono nonno, ma non ho mai visto mia nipote. Loro vivono in Romania, a Costanza, è la seconda città più grande della nazione dopo Bucarest, come Roma e Milano”.

Il figlio lavora, ha un posto fisso, deve essere un commerciante o giù di lì.

“E tua moglie, perché è rimasta in Romania e non è venuta qui?”

Abbiamo toccato l’ennesimo tasto dolente, e non ci vuol molto a capirlo, basta vedere come si oscura il suo volto:

“Abbiamo litigato e lei mi ha detto Vai Vai, io sono capoccione, e così sono andato via”.

“E  ma anche lei è capocciona se ti ha mandato via dopo solo un litigio…”

“Beh forse sì”.

Intanto si sono avvicinati altri due uomini, molto più giovani di Niculae, avranno trent’anni, al massimo trentacinque, non di più. Uno, Calin, non si regge in piedi, fatica anche a darmi la mano, non c’è stretta nel momento in cui avvengono le presentazioni. L’altro, Petru, è dolcissimo, tremendamente dolce. Gli porgiamo la vaschetta con la lasagna, e lui “Grazie, grazie, grazie” – ed in meno di dieci secondi ha già fatto tre bocconi. C’è un muretto, ma non ci si siede sopra. Ci sale in piedi e poi si piega sulle ginocchia. Massimo lo osserva perplesso:

“Ma non stai scomodo così?” – gli chiede.

“No perché mi fanno male tutte e due le gambe, così sento meno il dolore”.

“Ma avevi quel problema all’orecchio, sei andato dal dottore a farti visitare?”

Petru abbassa gli occhi, finge di concentrare il suo sguardo sulla vaschetta e scuote il capo stringendo le spalle. E’ biondo, ha i capelli lisci, poco folti, la riga da una parte, un finto caschetto. Una faccia tonda, e delle guanciotte rosse che ti verrebbe da prenderle e riempirle di pizzicotti Mangia, mangia, mangia e non smette di fare i complimenti:

“Buono, buono, è tutto buono,grazie grazie, grazie ”.

Raccoglie fino all’ultimo pezzetto di macinato rimasto nell’alluminio, gli chiediamo se vuole un’altra porzione, ce ne sono tante in macchina, ma lui rifiuta sorridendo: “No grazie, sto bene così”, e si lecca le labbra per assaporare fino all’ultimo quel pasto. Poi si fa forza e solleva il suo corpo, scende dal muretto, prende la sua vaschetta e quella di Calin (che parla di rado, ma non smette di osservarci) e le va a buttare al secchio che distava da noi una ventina di metri. Io e Lorenzo ci guardiamo, e lui sottovoce mi dice: “Vedi come è educato e rispettoso questo ragazzo?” Io annuisco, e traccio con gli occhi quel tragitto che Petru a fatica sta compiendo con le sue gambe.

Gli chiediamo quali fossero i loro programmi per la serata, Massimo li mette in guardia:

“Non rimanete qui che è pericoloso, tornate nelle baracche perché tra poco iniziano i botti, già si vede qualche pazzo che dai terrazzi lancia in strada oggetti, mettetevi al riparo”.

“Sì sì ora torniamo nelle baracche dagli altri”.

Ci spiegano che per loro questa è la festa più importante dell’anno, perché il Calendario Giuliano va sei giorni avanti, e quindi quello che per noi è Capodanno in Romania  è anche Natale, una festività doppia. Loro sono ortodossi, e faticano a comprendere l’importanza che noi attribuiamo al 25 Dicembre. Si apre il discorso sulla religione ed ecco che Niculae torna ad essere l’indiscusso protagonista. E’ uno che legge molto, legge di tutto a detta di Massimo, ed ha molte cose da obiettare, soprattutto in merito alla religione, al Vangelo. Ci chiede perché Maria è stata fatta santa, e poi ci dà una sua spiegazione al Paradiso, all’Inferno.

“Chi durante la vita terrena si comporta bene va lassù, chi si comporta male scende giù. Io mi sono comportato sempre bene, sicuramente vado in Paradiso” – afferma come per compiacersi.

Massimo allora (che ben conosce i suoi polli) interviene porgendogli lui una domanda:  “Ma se tu dici che i buoni vanno in Paradiso ed i cattivi all’Inferno, mi spieghi perché uno dei due ladroni che sono stati crocifissi  alla destra e alla sinistra di Gesù  sale nell’alto dei cieli insieme a Cristo?”

Niculae però non risponde, dice che non la sapeva questa cosa. A dimostrazione di come molto spesso è l’ignoranza a far da man forte a tutto.

Nel frattempo ci raggiungono anche gli altri ragazzi della comunità: Giulia, Damiano, Luigi, Maria e Enzo che erano andati alla stazione Nomentana. Hanno fatto il loro giro ma c’erano  pochi amici ad aspettarli, hanno finito prima e così ci hanno raggiunto. Stiamo per andarcene ma mi dicono che prima dobbiamo fare un ultimo giro, a piedi, e allora ci dirigiamo verso il centro commerciale Panorama, ed è ancora una volta Massimo a far da Cicerone:

“Dobbiamo passare sotto i portici dei negozi che costeggiano il centro, perché vedi Romina – mi dice – ci sono alcuni che non si riescono neanche ad alzare e venire qui, nel punto del raduno”.

Così saliamo le scale. C’è uno spiazzo e poi questa schiera di negozi che va da sinistra a destra.  “Vedi laggiù? – e indica voltandosi a sinistra – Lì  si mettevano sempre i nostri amici, perché dai soffiatoi fuoriusciva aria calda e così loro potevano riscaldarsi, ma poi li hanno fatti andare via”. Osservo e noto che ci sono delle piante, dei vasi in marmo sopra a quelle barre di ferro.

“Ma è un po’ ridicola questa cosa, a cosa servono delle piante lì?” – gli chiedo.

Lui mi risponde con un profondo sospiro.

“C’è qualcuno laggiù, andiamo, andiamo”, e così ci indirizziamo verso il lato opposto. Ci avviciniamo e, sotto al porticato dell’ultimo negozio distinguiamo tre persone. Una è in piedi e ci saluta con la mano, quasi ci stesse aspettando. Le altre due giacciono a terra, seduti sopra i soffiatoi coperti da un manto di lana avana. Si  tratta di un uomo e una donna. Massimo e Maria si recano dai due uomini, li salutano per nome e li abbracciano. Loro stanno silenziosamente consumando un piatto di pasta, un’abbondante porzione di paccheri con pomodori e basilico.

“Ce li hanno portati i proprietari della macelleria che sta qui dietro, sono molto gentili” – dice l’uomo dritto in piedi, non interrompendo neanche per un secondo l’atto di afferrare due paccheri a volta con la forchettina di carta.  La donna assiste impassibile a tale scenario. E’ avvolta nella sua coperta, non mangia, non parla, ci scruta in maniera molto diffidente, e trema a volte, questo sì. E’ nuova della zona, neanche Massimo e Maria l’hanno mai vista, così cercano di stabilire un contatto con lei, ma si rivela un’impresa alquanto ardua.

“Si chiama Alia, è mia moglie” – esordisce finalmente l’uomo al suo fianco così da permettere il primo contatto.

“Ma non ti ho mai vista qui, cosa fai nella vita?” – gli chiede Massimo piegandosi sulle ginocchia, in modo da porsi alla sua stessa altezza.

“Cosa faccio? E cosa fanno le donne rumene venute in Italia? O le donne delle pulizie o le badanti. Io faccio la badante, e lavoro lontano da qui, sulla Tuscolana. Oggi per la prima volta ho avuto il giorno di riposo, così sono venuta qui, per trascorrere questo momento con mio marito”.

E’ scostante Alia, risponde a mezza bocca alle domande che gli vengono poste, appare indispettita da quella che giudica solo invadenza.

“Voi state già cenando, ma anche noi vi avevamo portato un pasto caldo. Ci sono delle lasagne in macchina, le andiamo a prendere?”  - chiede Maria.

I due uomini si guardano come per consultarsi telepaticamente, ma non c’è tempo: “No no, loro stanno bene così” – irrompe Alia ponendo fine alla questione.

“Ma tu non mangi niente?”

“No io non ho fame”.

Lei non mangia perché la pasta di sera le rimane pesante ci dice, e poi non le piace cenare all’aperto, al freddo, mentre tutti la guardano.  Maria prova a cambiare discorso e le chiede se abbiano dei figli. Lei annuisce e  di nuovo suo marito interviene esortandola a farci vedere le foto. Così Alia, scocciata, prende questo mucchietto di foto che custodisce gelosamente sul petto, sotto la coperta. Saranno state una dozzina, foto da cerimonia quasi sicuramente, un evento importante in famiglia, un matrimonio o qualcosa di simile. Ed ecco che ci indica due ragazze bellissime, una di quindici e una di diciassette anni, il fior fiore della giovinezza. Ma dove sono loro adesso? “Loro sono rimaste in Romania, studiano, e se noi siamo qui ora a fare questa vita è solo per poter pagare i loro studi”.

Colpisce la disposizione al sacrificio, l’eticità di queste persone. E mi interrogo ancora una volta sull’immensità dell’amore paterno,  se è vero che questi due signori hanno deciso di sacrificare la loro vita, ed ora stanno qui al freddo, al gelo, elemosinando un pasto caldo,  soltanto per garantire un futuro alle loro creature.

E vengo attratta dal comportamento di questa donna, la sua fierezza, il suo non esser disposta ad accettare, come invece fa il marito, la nostra carità. Perché alla fine si tratta di carità, che dir si voglia. E’ orgogliosa lei, e non vuole scendere a compromessi.

“Lasciatelo mangiare in pace, dà fastidio esser osservati mentre si cena” – e così noi non insistiamo, gli lasciamo il dolce, ma lei rifiuta anche quello.

“Non mi piace mangiare all’aperto” – dice.

Ma non mangerà, e questo non lo dice. Lo sappiamo tutti, ma nessuno di  noi lo dice.

 

E’ questa  più o meno la storia.

Alle 22.30 è tutto finito. Giulia e Damiano ci accompagnano alla fermata della metro di Piazza Bologna. Stiamo sulle scale mobili per prendere la metro e Lorenzo mi chiede:

“Ma in tutto ciò io e te, stasera, come mangiamo?”

“Ma dai che non mangiamo, tu hai la cioccolata giusto? Io ho l’acqua, stiamo apposto così”.

Scendiamo a via Cavour e troviamo una pizzeria aperta. Entriamo, prendiamo un trancio a testa e ci appoggiamo sulle mensole di fronte al bancone, per consumare quel pasto in tranquillità, ma soprattutto per riscaldarci e riposarci un po’, ne abbiamo fatta di strada del resto. Anche stasera noi, e dico noi, siamo riusciti a mangiare, al di là di tutto.

E’ abbastanza affollato quel locale, credo che sia l’unico aperto della zona, e così diventa la tappa quasi obbligata di quel mare di gente che sta per raggiungere e si approprierà di via dei Fori Imperiali di lì a un’ora. C’è un uomo che sta facendo la fila aspettando il suo turno, ed è proprio davanti a me. Non riesco a vedere il suo volto, è di spalle e così rimane per tutto il tempo. Il suo cappotto però è tutto sporco,  oltre a macchie ben evidenti ci sono dei fili di erba secca rimasti impigliati alla lana. E’ un barbone. Ma la mia prima reazione non è quella di allontanarmi,  non è più spontaneo il gesto di indietreggiare per mantenere le distanze, gesto che è stato sempre la conseguenza del mio atteggiamento. No, ora resto ferma nella mia posizione e guardo a quest’uomo con occhi diversi. E lo so il perché.

Perché mi sono resa conto che dietro queste persone senza nome e senza volto ci sono delle storie, degli esempi di vita, dei modelli da far riflettere. Ed io vorrei riuscire a raccontare le loro storie

Perché non credo al fatebenefratelli predicato dal presidente Napoletano in quella stessa notte, ed elogiato l’indomani da Prodi, direttamente dalle montagne venete. Non me ne frega niente delle vicende sentimentali di Sarkozy e Carla Bruni, tantomeno  ho voglia di sapere se il 2008 segnerà le nozze del principino William.

Vado alla ricerca della verità, una verità che non sta scritta sui libri però, ma negli occhi della gente,

occhi di una bambina che non ha i vestiti per andare a giocare al parco con gli altri bambini normali il giorno successivo, ma che mi abbraccia e mi dice: “tu sei tanto bella”.

Occhi di un ragazzo che arranca nel camminare, le sue gambe non sorreggono il suo peso, “ma io domani vado a lavorare perché devo mandare i soldi a Costanza”.

Occhi di una donna che disprezza il nostro atto di carità nei suoi confronti, perché non ne ha bisogno, è seduta sotto il porticato di una macelleria, la sua unica fonte di riscaldamento nella notte ghiacciata sono i soffiatoi, ma ugualmente rifiuta un pasto caldo ed un dolce, “perché non c’è nulla da festeggiare andate via” – dice.

Occhi degli invisibili, degli ultimi, di quelli che non fanno parte della schiera dei cattivi e per questo non finiranno mai sui giornali. E se ci finiranno saranno soltanto numeri, statistiche, esseri umani senza nome e senza volto vittime di un inverno che semina morte tra i senzatetto.

Dare voce a queste persone, questo mi piacerebbe fare nella vita, oh quanto mi piacerebbe farlo. Ho già pensato al nome, Gli ultimi davanti: un reportage, una serie di interviste per raccontare le loro storie, per far sì che almeno una volta essi emergano dal dimenticatoio in cui sono stati confinati, in cui li abbiamo confinati.

E brindo al nuovo anno nella suggestione dei Fori Imperiali, ed estasiata ammiro lo spettacolo pirotecnico innalzarsi sulle rovine della città eterna. E mi ritrovo a passeggiare con gente che non conosco. I discorsi sono frivoli, dettati in primo luogo dal livello dell’alcool che superava di gran lunga la soglia consentita. Vaghiamo senza meta, o con troppi itinerari forse, ed arriviamo nella piazza allestita a festa perla Befana.Siamotutti stanchi, decidiamo di tornare indietro. Alcuni però non se la sentono, così si fermano e dicono: “Noi prendiamo il taxi, ci vediamo a casa”.

Ecco, sono passata da un campo rom in cui degli amici erano raccolti attorno a un fuoco per riscaldarsi, ad una situazione in cui altri amici prendono un taxi per fare il tratto Largo Argentina -Largo Pannonia.  Ma io non giudico nessuno, tantomeno disprezzo. Perché so che faccio parte di un mondo, che per dominare devo conoscere. Un mondo il cui bilanciere oscilla tra povertà e ricchezza, ed a me sono state servite, insieme, nello stesso piatto, in questa notte di fine e di inizio. Un pasto duro da digerire, un pasto che non sazia la fame, ma la alimenta.

Forse in questa notte di freddo quel fuoco mi ha illuminato un percorso, che ho deciso di intraprendere, anche se non so dove mi porterà.

 

 

 

POSTFAZIONE

 

 

Se l’avessi riletto, ancora una volta, probabilmente non avrei mai pubblicato questo post. Ho detto bene post. Doveva essere un semplice intervento sul mio blog,  ne è scaturito un racconto di  quasi 30 mila battute, decisamente troppo lungo per la mia pagina web. Ma non ho potuto farne a meno. E’ stata troppo forte questa esperienza, un’esperienza che avevo imprigionata dentro, e  faticavo a far uscire. Non riuscivo a parlarne. Mi chiedeva le prime impressioni un neo-amico, quella sera stessa; tornavano a chiedermele a casa, il giorno successivo. Volevate saperne qualcosa di più tutti amici miei, tra le risa attorno a un tavolo di un pub, o semplicemente attraverso una tastiera. Non ci sono riuscita. Per l’ennesima volta ho clamorosamente fallito nei dialoghi faccia a faccia. Vi chiedo scusa. Ma i giorni passavano ed io continuavo a sentir il peso di questo macigno sulla stomaco, e non riuscivo a proseguire la mia normale vita,  perché avevo un’esperienza da raccontare, un’avventura di cui dovevo parlare. Finalmente son riuscita a liberarmi, seppur di nuovo attraverso la cosa che più mi riesce meglio nella vita, ovvero la scrittura. E non ho badato a lunghezza, pateticità, forma. E’ stato un lungo lavoro quello di scavarmi dentro, sono abituata a farlo ma stavolta l’ho trovato più difficile. Perché ogni passo, ogni immagine che a fatica riuscivo a focalizzare nel momento stesso del suo manifestarsi mi apriva degli interrogativi, a cui ho tentato di dare delle risposte, ma invano. L’ambizione di questo scritto? Quella di esser letto, nulla più. E se qualcuno, basta solo uno, al termine del racconto, si troverà a fissare il vuoto, anche solo un attimo, senza accorgersene, beh allora sì che questo post che post non è sarà servito a qualcosa. Grazie allora, e buon anno!

Romina

Categorie: Storie & Racconti | Tag: , , , , , , , , , , | Lascia un commento

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