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LE MACERIE DI HAITI – Buona la prima

Le macerie di Haiti - BUONA LA PRIMAEra la mia prima presentazione di un libro al quale tengo in maniera viscerale. Era un evento pubblico, quelli nei quali tu ti devi mettere in cattedra, e scoprirti, raccontarti, sottoporti al giudizio altrui.  La tensione era lampante, a farne le spese  nei giorni precedenti – al solito – chi mi sta intorno.

Disdette dell’ultimo minuto, quel video di Fabrizio che ho visto soltanto stamani, alle 6, quando è suonata la sveglia. Il treno in ritardo, e corri cambia binario per prendere quello che sta per arrivare, sperando di guadagnare quel quarto d’ora di vitale importanza. Arriva al terzo piano. No torna giù, la sala è al primo piano. Eccola, bella, grande. Ok, ma dov’è il proiettore? Non lo vedo. Sì sì è in alto, tranquilla, mi dice Samantha. Però non funziona il collegamento con il pc. Chiama il tecnico al terzo piano. Lui scende. Il cavo è rotto. Vado a prendere il cacciavite. Ok risolto, si vede. Non c’è la connessione a internet. C’è wifi, digita la password di trentadue cifre. Mi chiede ancora la chiave di sicurezza, qualcosa è andato storto. Ok fa nulla, andiamo avanti senza l’ausilio del web, si parte.

Qualcuno di importante ieri sera, mi ha detto di stare tranquilla, e mi ha dato un solo consiglio: “Prova a parlare con il cuore”.  Ci ho provato. Non so se ci sono riuscita, ma gli occhi lucidi che ho intravisto nel mentre e al termine del tutto mi fanno pensare che – forse – sono sulla buona strada.

Non c’erano tante persone stamani. Molte meno di quelle che mi immaginavo a dire il vero. “Però ci sono le persone importanti, stai qui per loro, pensa soltanto a loro”, mi hai detto tu per tranquillizzarmi, a cinque minuti dall’inizio della presentazione. Ancora una volta hai saputo far leva sulle corde giuste. Avevi ragione.

La presentazione è corsa via con naturalezza. E lo dico ora, quando ancora non ho visto né video né foto. Perché so che i fatti racconteranno il contrario. Una voce spezzata dall’emozione, uno sguardo che non riesce a sostenere la platea, un vorticoso toccarsi il volto, come per dare un po’ di frescura ad un viso in ebollizione. Non importa.

Colgo l’attimo, mi godo questo presente e voglio farlo insieme a voi, che mi siete stati vicino quest’oggi, e che mi avete mostrato, per l’ennesima volta, la vostra stima e il vostro affetto.

E lo farò citandovi per nome e cognome, bando alla privacy.

Grazie allora a Nadia Angelucci una presentatrice semplicemente eccezionale. Difficile per me immaginare una persona più in gamba, al mio fianco, in quel momento. Ha fornito una visione limpida, esaustiva e dettagliata del libro, mostrandolo nelle sue varie sfaccettature. Erano molte, e lei è riuscita a coglierle. Ho ammirato la sua eloquenza. Non ho mai dubitato sulla sua competenza, ma l’umanità che ha mostrato nei miei confronti beh…quella sì che è stata un’ulteriore grande scoperta. Perché Nadia mi ha messo a mio agio, dal primo all’ultimo minuto. E lo ha fatto con la calma e pacatezza che contraddistingue i grandi professionisti, e non solo di questo mestiere.

Grazie a Carmen Maffione, per sedere alla mia sinistra. Averla al mio fianco e sentirla lì vicino era per me un grande sostegno. Carmen non si è tirata indietro, ed ha accolto la mia richiesta di dare voce alle pagine del libro senza far una piega.  Ha interpretato il mio brano magnificamente, sono stata onorata del fatto che abbia vestito i panni dell’ “attrice”, quest’oggi, e che lo abbia fatto per me.

Grazie ad Enrico Pittari, che – lo ribadisco  – ha creduto in questo libro già prima che vedesse luce. Enrico con la sua voce è in grado di scatenare magie, ammaliare, di trasportare l’uditore verso mete sconosciute. Ed oggi lo ha fatto.  Mi fido ciecamente di lui, e so che riusciremo a portare a termine quel progetto che è nato dal nulla, o dal di dentro forse, partorito passeggiando senza meta e senza un perché, mentre assaporavamo gli accenni della primavera romana.

Grazie a Ilaria Romano, con cui da più di due anni ormai è nata un’amicizia, una collaborazione  professionale che va oltre tutto e tutti. Perché è condivisione, pura e semplice.  Ilaria c’è sempre, e c’era anche oggi.

Grazie a Pierluigi Grimaldi, che è riuscito ad esserci, e si è prodigato anche nel fare le foto,  Ha preso a cuore questo progetto, e continuerà a farlo. Pierluigi è un ponte tra passato e presente, tra un percorso di vita che sento lontano, e che in realtà è vicino. Pierluigi è il tempo che si azzera.

Grazie al direttore di Stampa Romana, Beatrice Curci, per aver messo a disposizione la sede della sua struttura. Oggi era una giornata molto concitata per il nostro mestiere, perché la saga sull’Equo Compenso stava finalmente trovando la sua degna conclusione. E nonostante tutto lei è riuscita ad intervenire, ed a spendere belle parole sul libro.

Grazie a Roberto Di Palma, il mio cugino “acquisito”. Nonostante  i percorsi di vita abbiano diversificato le nostre strade lui c’è. Ha preso a cuore il libro e tutto l’entourage che lo circonda, ed io gliene sono grata. E’ stato bello rivederlo oggi.

Grazie a Giorgia Tarquini, mia cugina “di carne”, che ha sfidato la frenesia dell’orologio pur di esser presente. Quando lei ha fatto il suo ingresso in sala io ho detto: “Ok, ora possiamo iniziare!”.

Grazie ad Alessandro Giuseppe D’Aiola, che nelle occasioni importanti mi dimostra sempre il suo sostegno. Lo fece due anni fa, quando presentavo un libro al quale non avevo dato neanche il nome. Lo ha fatto anche oggi, e gliene sono grata.

Grazie a Sabrina Agasucci che è arrivata correndo, è andata via correndo. Ha sfidato il tempo e il traffico capitolino pur di prendere una copia del libro, ritagliandosi una pausa dal lavoro che non le era concessa.

Grazie a Emanuela Pendola: aveva detto che sarebbe venuta ed ha mantenuto la promessa. In passato ci ha  accomunato il medesimo percorso universitario, ed ora ci ritroviamo catapultate entrambe in un mondo, quello del giornalismo, al quale siamo approdate con due percorsi diversi. Vederla quest’oggi prendere la parola, mi ha inorgoglito. Per me, per lei, e per quel gruppo di colleghi della fatidica annata di Scienze Umanistiche. Nessuno di noi ha intenzione di gettare la spugna, e non lo faremo mai.

Grazie a Francesca Straccamore, che io definisco lo zoccolo duro. Un’amicizia quasi ventennale ci lega: unica, solida, salda. Perché ci si perde di vista, si scivola su tappe salienti, però nei momenti che contano quell’ “esserci” diventa di vitale importanza, in grado di appannare il tempo perso.

Grazie ad Antonella D’Angelo e ad Eleonora Pochi:ci siamo conosciute in una circostanza a dir poco paradossale, in un contesto lavorativo che di lavorativo aveva ben poco. Ma tornerei indietro, e riaccetterei quell’incarico, per il solo piacere di ritrovare di nuovo loro. E’ stato bello vederle oggi, arrivare in ritardo, prima l’una e poi l’altra, e mostrare entusiasmo per la mia piccola opera.

Grazie alle ragazze dell’Erudita Editrice che hanno creduto in questo libro e in ogni occasione mi mostrano la loro vicinanza. Pure oggi ho compiuto l’ennesima gaffe e non ho ricordato l’appuntamento con l’imminente fiera Più libri più liberi, e non me ne hanno fatta una colpa. Cercherò di rimediare domani, promesso.

Grazie a Noemi Vinci, che si era autoeletta cameraman d’occasione, ed invece si è trovata a sua insaputa nel tavolo dei relatori.

Grazie a mamma, a zia Pina e zio Luigi, seduti lì, in seconda fila. Di tanto in tanto li guardavo, e provavo ad immaginare quali potessero essere i loro pensieri, in quel preciso frangente. Non lo saprò mai forse, ed è bene così.

E grazie anche a lui, Camillo Vinci, alias papà, seppur – aggiungo – non se lo meriterebbe. Perché è riuscito a mettermi in difficoltà prendendo la parola per fare la fatidica domanda: “Ma il Vaticano in tutto ciò cosa fa?”. Caro il mio papà, la prossima volta te ne resti a casa. Parola di tua figlia!

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PRIMO PIANO\ Vivere in tendopoli

TERREMOTO IN EMILIA – Una “centrifuga di cuori” a Mirandola (Modena):  a quattro mesi dal sisma sono ancora migliaia gli sfollati in condizioni precarie La giornata al “Campo A.N.P.A.S. Raffaele & Matilde” di Mirandola (Modena) inizia molto presto. Alle 6 la sveglia suona già per i primi volontari a cui spetta il compito di preparare la colazione per tutti. Mezz’ora dopo anche gli altri iniziano, mano a mano, ad alzarsi. Uscendo dalla tenda per recarsi al container del bagno (per una doccia o anche solo una lavata di viso) si può ammirare l’albeggiare: il sole è un fuoco rosso che inizia la sua corsa alla conquista del cielo. E’ questo il modo con cui la natura, nuda e pura, dà il buongiorno ai volontari, ed è difficile immaginare un risveglio più romantico.

Dopo la colazione si inizia subito il lavoro in cucina: bisogna preparare tra i 250 e i 300 pasti. Il Campo Raffaele & Matilde infatti sorge accanto al palazzetto sportivo di Mirandola, oggi inagibile, ed offre soltanto il servizio mensa ai volontari e alla popolazione locale che, non riuscendo ancora a far rientro nelle proprie case, si arrangia come può, piantando magari una tenda in giardino.

La mattinata per i volontari vola così, si prepara il condimento per la pasta (in genere un sugo bianco, uno con il ragù, ed una terza opzione per i musulmani che non mangiano carne di maiale), si decidono almeno due tipi di secondo, si seleziona e si lava la frutta e infine, dulcis in fundo, si preparano i contorni: si spiazza dai pomodorini, da tagliare in due o quattro pezzi e in quantità abnormi, zucchine, melanzane o peperoni da grigliare, fagioli e piselli precotti da riscaldare. E ovviamente c’è da pulire l’insalata.

Il momento più “divertente” della mattinata è sicuramente la “centrifuga”. Funziona così: prima si tagliano un bel po’ di piedi di insalata, verde o radicchio, quello che sia. E per un bel po’ di piedi intendo dieci, anche quindici cassette. Poi si versa tutto nel lavabo, che nel frattempo è stato riempito con acqua e un bicchierino di Amuchina, per disinfettare. Si procede quindi al primo risciacquo. Poi si rimettono tutti i pezzetti nelle cassette, si pulisce con dovizia il lavandino, e lo si riempie di nuovo con acqua pulita, questa volta per il secondo e ultimo risciacquo. Si riposiziona tutta l’insalata nelle cassette (operazione questa che richiede un tempo infinito, nonostante il colino di piccola e media grandezza) e poi, non resta che asciugarla, prima di riporla nella cella frigorifera. E’ per questa, ultima azione, che al campo di Mirandola si mette in azione la centrifuga manuale. Due persone prendono un lenzuolo bello resistente, allungandolo nelle due estremità. Una terza inizia il travaso del contenuto delle cassette di insalata, in media meno della metà, al centro del lenzuolo. Poi i due cominciano ad arrotolare il lenzuolo, entrambi nella stessa direzione e poi, una volta che si è materializzato al centro un piccolo fagotto, iniziano a far roteare il tutto in maniera velocissima, e ad ogni giro corrisponde una scarica di acqua i cui spruzzi raggiungono ogni dove. L’operazione va ripetuta per tutto il contenuto delle cassette.

 

I volontari del campo provengono da tutte le zone dell’Emilia Romagna: Piacenza, Parma, Bologna. Si mischiano gli accenti ed il risultato è di un’eccezionale mix di dialetti, il cui contenuto rimane a me sconosciuto il più delle volte. Ho conosciuto ragazzi e signori che era la quinta, anche la sesta volta che venivano in “missione”. Altri a cui la possibilità era stata negata, come la Betta, ad esempio. Aveva chiesto al suo datore di lavoro il permesso per poter partire, ma non le era stato accordato. “Se non vai tu ci andrà qualcun altro, non temere”, era stata la risposta che aveva ricevuto, e tanta pace per il così decantato Articolo 9. Ma lei non ha gettato la spugna e così ha deciso di investire una settimana delle sue ferie per venire a vivere l’esperienza del campo, lasciando a casa suo marito.

Poi c’è Francesca, da Parma, anni 22, sta per completare la triennale in Scienze Politiche, e già sa che non le servirà a nulla. Francesca serve la pasta, ed è così convincente che riesce a rimanere sempre senza piatti fondi, perché per la popolazione è difficile, quasi impossibile, resistere alla sua opera di convincimento: “E il ragù lo tiro giù!” è la sua frase più simpatica. E tralascio il vocabolario di parole e verbi nuovi che mi ha insegnato.   Per non parlare di Chiara, un’autentica forza della natura, ogni parola che esce dalla sua bocca è una battuta a cui è impossibile non ridere. Passare un’ora con Chiara è più efficace di sedute e sedute di ludoterapia.Poi ci sono Katia e Francesca, arrivate a metà settimana: anche loro sono due veri portenti. Katia ha mal di denti, ma si imbottisce di medicinali ed è sempre al mille per mille. Non so se il suo fegato sia altrettanto contento però. Per non parlare di Massimo, al quale sono stati affibbiati vari soprannomi, da Sandokan la Tigre della Malesia. In qualsiasi modo lo si voglia definire, Massimo è instancabile, e riesce a lavare teglie incrostate anche per tre ore consecutive. E ancora Mauro, Gianni, Diano, Bubu: vengono da Nonantola, si conoscono da una vita e tra i fornelli sono un team così affiatato da fare invidia. E poi c’è Gaspar, 27 anni, originario dell’Argentina. Una vita di fughe, privazioni e sofferenze lo caratterizza. Lascia l’America Latina appena ventenne, alla conquista dell’Europa. Spagna prima, Germania dopo, e infine l’Italia, Mirandola. Gaspar lavorava in una delle tante aziende del campo biomedico a cui il terremoto ha tagliato le gambe. Lo stabile ha resistito alla scossa, ma è stato dichiarato inagibile, produzione ferma. Gaspar è in cassa integrazione, e non sa cosa ne sarà di lui. E così intanto, ogni mattina, viene qui al campo A.N.P.A.S. e si mette a disposizione dei volontari. Aiuta in cucina, nel magazzino, durante la distribuzione pasti o, all’occorrenza, si improvvisa elettricista. Gaspar ha sposato perfettamente la mentalità del luogo ed incarna pienamente lo spirito emiliano: quello di rimboccarsi le maniche e rendersi utile. E’ un volontario senza divisa. Il clima che si respira al campo è abbastanza conviviale. La distribuzione pasti dura due ore: dalle 12 alle 14 per il pranzo, 19-21 la cena Le persone non fanno storie e, adagio adagio, si mettono in fila. Passano i giorni ed i volti si ripetono. Io sono l’addetta ai contorni, non salto un pasto e, con il passare del tempo, acquisto una discreta manualità, malgrado la temperatura rovente che, soprattutto dietro ai bollitori dell’acqua, si avvicina spesso ai 50 gradi. A volte si manifesta qualche screzio, il nervosismo ha la meglio sulla razionalità e si verificano dei tafferugli, ma è inevitabile del resto. Sono passati quattro mesi dal sisma, eppure nei dodici Comuni terremotati dell’Emilia ci sono ancora tendopoli aperte per 3.061 sfollati. Altri 88 sono ospiti in un residence e 1.467 vivono in alberghi. Le persone che aspettano il contributo per la sistemazione autonoma programmato dalla Protezione civile sono 39.327.

Di fronte al nostro campo c’è la tendopoli gestita dagli Alpini del Friuli Venezia Giulia, ospita quasi trecento persone. La maggior parte di nazionalità straniera: magrebini, bengalesi, pakistani. Una sera ci siamo intrattenuti con un alpino e, davanti a una coppetta di gelato confezionato alla vaniglia, abbiamo riflettuto sui problemi legati a un mix di promiscuità e multiculturalismo che, lo scorrere del tempo unito all’angoscia per la poca chiarezza dei provvedimenti da prendere, fa sfociare spesso in risse ed episodi di intolleranza. Gli italiani ospiti del campo si contano sulle dita di due mani, forse quattro. Ho avuto la fortuna di conoscerne uno, Giuseppe. Di origini napoletane, anche lui è un volontario di Protezione Civile. Giuseppe è insofferente, soffre la vita della tendopoli. Ha una moglie e due figlie. Non si trova bene con gli Alpini, “perché pensano di essere onnipotenti e di sapere tutto loro”, dice, e non si trova bene con i suoi vicini di tenda: “Sono tutti tunisini, fanno un baccano assurdo, soprattutto la notte”. Ogni mattina Giuseppe non va via prima di aver chiuso la sua tenda con un lucchetto: “Da buon napoletano”, aggiunge, mentre compie il consueto gesto di serrare il passaggio. Quasi che un lucchetto a chiudere una cerniera possa veramente salvaguardare una tenda che, in verità, può tranquillamente essere scalfita con un coltello.

Una sera siamo usciti. L’orologio ha superato le 23 quando ci incamminiamo verso il centro di Mirandola, guidati da Gaspar che si offre di farci da Cicerone. Ci mostra quel che un tempo erano il municipio, la chiesa, la cattedrale, la casa della perpetua, la scuola. Lo chiamano “Turismo dell’orrore”. L’atmosfera è surreale, quasi spettrale. Dove non è arrivato il terremoto a squarciare il paesaggio, ci pensano i puntellamenti a ridisegnare tutto lo spazio circostante. Mirandola è un paese martorizzato, gli edifici sono sventrati e, su quelli rimasti in piedi, si possono riconoscere delle crepe a forma di croce di Sant’Andrea, le quali non lasciano presagire nulla di buono. A destra e sinistra sbarre che impediscono il passaggio, travi di legno a rafforzare porte e finestre e poi lui, il silenzio. E’ il vero collante che accomuna i disastri naturali. Ho sentito l’eco del silenzio in più contesti, nel corso degli ultimi anni, a causa del mio lavoro, eppure devo ammettere che continua a farmi paura. L’ho avvertito passeggiando per la zona rossa dell’Aquila, visitando Onna, Fossa, Villa Sant’Angelo e gli altri paesini abruzzesi piegati dal sisma del 6 aprile 2009. Ho percepito di nuovo quello stesso silenzio a Port au Prince, Haiti, tra le macerie del Palazzo Presidenziale, della Cattedrale e di tutti quegli edifici rasi al suolo il pomeriggio del 12 gennaio 2010. Eppure c’è qualcosa di diverso nel “silenzio” emiliano: sono i ragazzi in bicicletta che, di tanto in tanto, in piena notte, scalfiscono la quiete, percorrendo ugualmente quelle strade, facendo slalom tra gli sbarramenti e sfidando i puntellamenti. E sono i cartelli che pullulano sulle transenne in piazza della Costituente, di fronte al municipio barcollante. Appartengono ai commercianti e ai liberi professionisti del centro storico, che annunciano ai clienti il riavvio delle proprie attività, in altre sedi, spesso in container ubicati fuori il perimetro ottagonale del paese. Perché il terremoto non fa crediti, è vero, ma di debiti, gli emiliani, proprio non vogliono sentirne parlare. E per loro la ricostruzione parte da qui.

 

Romina Vinci (testo)

Elisabetta Sandri e Romina Vinci (foto)

 

Pubblicato il 7 Ottobre 2012 su America Oggi.

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/attualita/polArticles.cfm?doctype_code=ATTUAL+ARTICLE&doc_id=1126

Versione pdf:OGGI 7 – Vivere in tendopoli

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…sotto il cielo d’Irlanda: una partita chiamata GALWAY MAYO

E’ passato un mese. Trenta giorni fa il cielo d’Irlanda ci dava il benvenuto mostrandoci, a sprazzi, le sue bellezze. E’ proprio ora che la quotidianità sembra aver ripreso il sopravvento, malgrado gli scherzi di un’estate che continua a stupire, ora, proprio ora, decido di mettere nero su bianco quei giorni. Perché il tempo non sbiadisce i ricordi anzi, li rende più vividi. Se chiudo gli occhi vedo dinanzi i miei orange guys, che tento invano di contare. Rivedo le serate/nottate in staffroom, che sapevi quando iniziavano, ma guai a chiedersi quando si sarebbero concluse. Rivedo all’opera i miei ragazzi del Galway News, che sono riusciti nell’impresa di realizzare un giornale in appena 2 incontri. Rivedo le mie compagne pugliesi del 167, i materassi che danzavano da una stanza all’altra, l’acqua calda che faceva i capricci e quelle chiavi che, puntualmente, venivano smarrite. E rivedo tutti i 146 elementi che hanno reso questo soggiorno indimenticabile.
A voi, a tutti voi, dedico queste righe, estrapolate dal diario che ho tenuto durante quei giorni, uniti nei ricordi e alle considerazioni che, nelle ultime due settimane, hanno preso sempre più consistenza.

Succede che navigando sul web ti imbatti in un annuncio che promette “Vacanze in Irlanda o in Inghilterra”.

Succede che quando c’è una meta da raggiungere tu non ci pensi poi tanto. E così quest’inverno ti ritrovi a seguire un corso di animatori, tra la neve e il sole, e lo fai senza  neanche troppa convinzione. Arriva l’estate, nessuno ti chiama, tu pensi di esser stata scartata,  e fai tabula rasa di quella possibilità.

E poi ecco che il telefono squilla e, in men che non si dica, tutto cambia.

Succede che ti ritrovi in Irlanda, a Galway, con il ruolo di animatrice.  E succede che ti senti a disagio, quasi a provarne vergogna, perché non c’è niente di più lontano dal tuo io.

Perché se tu nella vita hai deciso di voler scrivere, è anche per la convinzione che hai di non saper parlare. E invece ti ritrovi catapultata in un mondo che non solo ti obbliga a parlare, ma ad urlare, a farti sentire, magari anche ascoltare.

Lo straniamento dei primi giorni è completo. Il timore di non esser all’altezza, la vista degli altri, così avvezzi, intraprendenti, brillanti.  E tu al contrario piccola piccola. Timida. Catapultata in un contesto estraneo.  Maledici quella tua indole nel buttarti a capofitto in esperienze che non ti competono, trovandoti a fronteggiare situazioni che ti mettono in difficoltà. Valuti anche la possibilità di gettare la spugna, e tornartene in Italia. E poi trovi la forza di aprirti, di svelare quella fragilità. E’ difficile all’inizio spiegare il tuo malessere, perché le parole non escono, bloccate come sono da un nodo alla gola che non ti dà scampo. Ma davanti trovi chi ha già capito tutto, e ben conosce quelle sensazioni che tu reputi esclusive: “Stai tranquilla, è normale all’inizio, datti un altro po’ di tempo, vedrai che già domani andrà meglio”, ti sussurra lei,  la tua prima confidente, che prova a sollevarti il morale raccontandoti aneddoti del suo primo soggiorno.  Aveva ragione.

Perché il segreto è uno solo: farsi trasportare. Trasportare da loro, dai ragazzi.

E’ come se ti sollevassero, con dolcezza ti adagiassero su di un tappeto e il tuo compito si azzera perché devi solo lasciarti fluttuare dal movimento del vento.  E così tutto cambia, suddenly, proprio come quel cielo d’Irlanda che ci ha dato acqua, vento, ma anche di improvvisi sprazzi di sole che nutrono l’anima. Ti ritrovi mascherata da Winxs, una bandiera come vestito, dei codini con cartapesta, leggins floreali e volto metà arancio e metà blu. Tu? Tu? Sei proprio tu? E già.

“Il segreto è mettersi in gioco, affidati a noi, e vedrai che a fine soggiorno ti ritroverai trasformata”: queste erano state le parole di Valerio e di Antonio, in risposta al mio intervento nel corso della prima riunione.

E’ come se, un passo alla volta, le barriere cadessero, mano a mano, o quantomeno cessassero di essere da intralcio.

Ricordo il momento dell’organizzazione del primo pomeriggio di sport, il mio timore che diventava vero terrore al pensiero di non esser all’altezza di fare nulla, essendo un’antisportiva per eccellenza. E invece tutto  fila liscio, due passaggi a pallavolo, qualche exploit nel badminton e tra risate ed acrobazie, il tempo vola, e alle 16 in punto ci ritroviamo tutti nella recreation room, puzzolenti e assetati, a vedere un video sul football gaelico più o meno apprezzato.

E ricordo il secondo giorno di sport. “Di cosa ti vuoi occupare questo pomeriggio?” mi chiede di nuovo Antonio.  Scorro con gli occhi i nomi di quelle stesse discipline: “ Considerando che non so fare niente  – dico – proviamo con il rugby, così magari è la volta buona che imparo le regole e finalmente capisco come funziona”, rispondo sorridendo.  Mi metto subito in azione,  trovo Giacomo e Andrea, li nomino miei coach ufficiali e mi faccio spiegare, per filo e per segno, regolamento e finalità.  Quel pomeriggio l’azzurro del cielo riesce ad avere la meglio sulle nuvole, e ben si sposa con il verde acceso del prato  dietro il college, che diventa campo di un triangolare di calcio A8  e campo di una partita di rugby 6 contro 6.  C’è Michelle con me e prende in mano la situazione, organizza le squadre e fa da arbitro, all’occorrenza anche da giocatrice. Io sono lì, la aiuto a delimitare il campo,  sorveglio, incito i ragazzi, scatto qualche foto, e di tanto in tanto vado da Angelo, nell’ala calcio, radiolina al collo, assicurandomi che tutto vada liscio. Insomma, non faccio nessuna performance, eppure mi sento perfettamente integrata nel contesto. E’ questo che intendeva Valerio col dire mettersi in gioco? Ed io, sono stata capace di farlo questa volta?

Passano i giorni ed ecco i passi da gigante. I ragazzi  iniziano a conoscersi tutti, vuoi per le squadre, vuoi per il gruppo della scuola, vuoi per il centro d’interesse o il gruppo sport. Non appena c’è un momento ne approfittano per buttarsi sul prato. Sventolano le bandiere colorate, ed è una delizia lo scenario che prende vita. Regna serenità, benessere, spontaneità, semplicità. Iniziano a formarsi le prime coppiette. Noi animatori cerchiamo di aver sempre tutto sotto controllo, ma qualcosa poi, sfugge sempre, e la notte, in staffroom, non manca mai uno scoop da raccontare.

I ragazzi riempiono le mie giornate, li osservo, gli parlo, mi parlano, li cerco, li rimprovero, mi ascoltano e mi seguono. E mi danno tante, tante, soddisfazioni.

Non dimenticherò mai lo straordinario gruppo del centro d’interesse “Galway News”.  Alcuni l’avevano scelto perché sognano di diventare giornalisti da grandi. Altri semplicemente come scarto, perché erano rimasti fuori dal gruppo sport o musica. E’ la prima volta che mi trovo a “gestire” una classe, a definire ruoli, compiti, e tempo a disposizione.   L’idea di partenza è ambiziosa: realizzare da zero un giornalino di sedici pagine, decidendo gli argomenti e realizzando gli articoli, corredati da immagini e interviste. Mi limito a dire questo ai ragazzi, pardon, ai miei redattori, e loro fanno tutto il resto, esprimendo delle potenzialità che mai, e dico mai, mi sarei aspettata. Hanno tirato fuori tante idee, subito si mettono all’opera per concretizzarle. In men che non si dica, gli articoli sono pronti.  Approfondimenti di cultura, di sport, culinari, creativi. Un’inchiesta sul fumo, un cruciverba e l’oroscopo. Persino un’intervista video, e persino una parte del giornalino in inglese. L’avrei mai detto? No. E loro, si son resi conto che hanno interamente realizzato un giornalino di sedici pagine? Forse no.  Simone, Luca, Chiara, Mario, Marcello, Giacomo, Dario, Ettore, Michele, Simona, Maria, Marianna,  Elena, Ilaria, Lorenzo, Riccardo, Enzo: eccoli i fantastici 17 (inseriamo anche Martin così arriviamo a 18,  e tanta pace per la sfiga)!

I giorni corrono via troppo in fretta, i ritmi son frenetici e, spesso, manca il tempo materiale per far tutto, compresa una sosta più prolungata in bagno. Arrivo a sera, a volte, e mi rendo conto di non esser riuscita, in tutto l’arco della giornata, a scambiare una parola con Valerio. Ma come è possibile? Mi chiedo.

Già Valerio, sarebbe stato possibile per me trovare un coordinatore migliore di lui? Non credo.

Non dimenticherò mai la sua versione Papa Ratzinger , mentre dava istruzioni sulla cooking competition. Ha ricevuto tutti dalla finestra della staffroom, contornato da bandiera bianca e gialla, adagiato su di una poltrona d’oro, vestito da Pontefice. Ha dato vita ad una scenetta così spontanea e divertente da rimanere indelebile, ne son sicura, nella mente di tutti noi. I ragazzi da sotto lo guardano estasiati, anche io con loro.

Aveva un compito grande sulle spalle, Valerio, eppure non l’ha mai dato a vedere. Anche quando la stanchezza aveva il sopravvento venivamo prima tutti noi, e poi c’erano le sue esigenze, in ultimo però, e soltanto alla fine, solo se rimaneva tempo. Ed il tempo, di solito, non rimaneva mai. Per me non è stato soltanto un punto di riferimento, ma qualcosa di molto più importante.  Poteva succedere di tutto, potevano sorgere i più svariati contrattempi, ma sapevo che lui c’era, e con la sua calma avrebbe risolto tutto. Non mi ha mai fatto mancare una parola di sostegno, una pacca sulla spalla, un abbraccio. Ho sempre percepito la fiducia che nutriva nei miei confronti, ed ho cercato di ripagarla al massimo, non potevo, e non volevo, deluderlo. I ragazzi poi lo adoravano, forse all’inizio deridevano un po’ il suo accento romano ma, giorno dopo giorno, lui li ha saputi conquistare con l’autorevolezza, con il suo prodigarsi al 1000% per la buona riuscita del soggiorno.

Le gite ai castelli di dubbiosa bellezza, le attività serali, il talk show, la caccia al tesoro, il travel game, la sensazione che in ogni momento potesse accadere qualcosa di speciale, e capace di sconvolgere tutto.

La mattina spesso il risveglio era condito da una sensazione di smarrimento.  Che ore sono? Dove sono? A che ora è l’appuntamento?  Quali sono le cose da fare oggi? Poi una colazione tutti insieme, arriva la prima dose giornaliera di Kulana e, pian piano, si inizia a carburare.

E ecco poi tutto lo staff. Mi piace definirci una sorta di cordone, l’uno nella mano dell’altro, sostenendoci a vicenda e alleggerendo così un compito che, spesso, avrebbe potuto nascondere insidie. Bastava uno sguardo a volte per capirsi: “Ce l’hai tutti?”, significava il più delle volte. Il sostegno era totale, la compartecipazione anche, eravamo un team a tutti gli effetti, sin dall’incontro all’aeroporto di Fiumicino. Quante volte ho trovato aiuto dai veterani, che dispensavano consigli e prendevano sempre in mano le situazioni.

Antonella con il suo sorriso, la sua sensibilità  e  pacatezza, capace di sciogliere ogni velo di preoccupazione e di trovare la via giusta per varcare timidezze e inquietudini. Francesca un vulcano di energia, pallone ai piedi o microfono in mano poco importa, era sempre al top. I ragazzi la adoravano, e non è difficile capire il perché.

E quanto sostegno dai nuovi. Quando mi sentivo persa, li cercavo, ci confrontavamo e il più delle volte condividevamo gli stessi dubbi. La dolcezza e lo sprint di Mariarosa, capace di sacrificarsi accettando un centro d’interesse di dubbia consistenza, pur di aiutarmi. E’ stata preziosa Mariarosa. Bastava un po’ di musica e subito diventava la regina della disco, e la spontaneità e innocenza del suo “A fine soggiorno sarete tutti napoletani” è diventata ben più di un semplice must. E poi c’era Zap (o Linda che dir si voglia), anche lui si é lasciato trasportare al 100 per cento dagli eventi, e la standing ovation che ha consacrato l’ultimo giorno l’esibizione del suo coro è stato un riconoscimento meritato. Le nostre squadre erano gemellate,  è stata una passeggiata organizzarmi con lui ogni volta anche se, e l’appunto c’è tutto, ancora mi chiedo che fine abbia fatto fare ai miei cuscini!

C’era anche Angelo, capace di mettersi ai fornelli e vestire i panni di Nonna Papera, aveva creato un feeling bellissimo con i suoi “rossi”, accompagnandoli nella risalita di posizioni durante gli ultimi giochi . E poi c’era Pisa, come mi sono affezionata anche a Pisa! Ne abbiamo passate tante insieme, a partire dall’entrata trionfale di Antonio e Cleopatra, passando per i tornei di badminton fino ad arrivare alla cena a base di Viennetta e marmellata (…!) con lo staff irlandese. E’ stato lui, durante una delle nostre prime chiacchierate, a farmi riflettere sul fatto che non fosse per niente scontato, per una che non aveva mai fatto esperienze di questo tipo, decidere di intraprendere quest’avventura, da sola, “Ti invidio, sei coraggiosa”, mi disse e solo in seguito avrei capito l’importanza delle sue parole.

Ma non c’erano solo gli animatori a Galway al mio fianco, oh no. Quante volte mi hanno aiutato Eleonora e Marianna? Una dottoressa e un’infermiera che abbandonano il loro ruolo pur di venirci in soccorso. Anche loro si son messe in gioco, ponendosi al nostro stesso livello mantenendo, al contempo, quella serietà che la loro professione gli imponeva di mostrare.

E poi la roccia di Cristofero, che era sempre lî, pronto a prodigarsi per tutto e per tutti. Si definiva il jolly del campo, per me era una pietra miliare. Così come Antonio: sempre concentrato affinché tutto filasse liscio, vestiva e svestiva ruoli con una facilità impressionante, passando da predicatore a disk jockeyin un  batter d’occhio. Per non parlare di Giuliana, credo che avesse il compito più scocciante, dalla mattina alla sera a raccogliere le lamentele sui disservizi degli alloggi , trasformandosi all’occorrenza in idraulico, elettricista e chi più ne ha più ne metta, ovviamente ireland style. Eppure l’ha  svolto con serietà e serenità , non risparmiando mai sorrisi.

E su tutti c’era lui, Alberto. Un sostegno, una colonna, una certezza. Non saprei pensare al soggiorno senza Alberto, quantomeno non al mio. Perché mi è stato vicino. Abbiamo condiviso tanto. Ci siamo conosciuti e raccontati l’un l’altro, mi ha aperto una finestra sul suo mondo: l’amore sterminato per il suo nipotino, le foto dei paesaggi incantati della sua Sardegna, i racconti delle mete a cui é approdato nei tanti anni del suo girovagare. Alberto c’era sempre, quando la tristezza prendeva il sopravvento, quando la stanchezza rendeva tutto difficile, o semplicemente quando sarebbe servito soltanto staccare la spina, ma non era permesso. E’ stata la mia terza mano, fino all’ultimo. Lo ricordo all’aeroporto, nel momento del rientro, che chiamava e contava i suoi ed anche i miei, perché sapeva che ero in difficoltà. Il fatto è che ci sono persone che vivono le emozioni in maniera viscerale e esponenziale, ed io son stata una di quelle, dal primo all’ultimo giorno. Lui lo sapeva bene e non ha esitato  a darmi tutto il suo sostegno.  E lo ha fatto cosi, col cuore in mano, senza chiedere nulla in cambio. E mi chiedo come fare a ringraziarlo, perché un semplice “grazie” rende tutto banale.

Eccoli poi loro,  i ragazzi della squadra arancione. I miei ragazzi. Li ho lasciati per ultimi non certo per ordine di importanza ma soltanto perché è troppo, troppo grande quel che nutro per loro, e temo che le parole non saranno in grado di restituirlo. Quante ne abbiamo passate insieme. I loro volti sono scolpiti in me, in maniera indelebile.

Porto dentro i loro sorrisi, la spensieratezza e allo stesso l’inquietudine di un’età un po’ birichina.  Le risate, gli occhioni pentiti all’ennesimo rimprovero per un ritardo. A volte li ho trattati male, anzi troppo, e loro non lo meritavano. Non dimenticherò mai la punizione che gli ho inflitto, all’indomani di un ritardo, facendoli presentare all’appuntamento alle 7.30 di mattina, mezzora prima rispetto a tutte le altre squadre. L’acqua scendeva a catenelle quel giorno, e faceva freddo.  Io ero arrivata con un quarto d’ora d’anticipo, quasi volessi infliggermi una punizione peggiore della loro, se solo fosse stato possibile.  Li aspettavo sotto la pioggia convincendomi che, anche la pioggia, in Irlanda, ha un suo perché.   Ero li che li aspettavo, avevo paura che non arrivassero. “Che senso ha arrivare prima e stare mezzora sotto la pioggia aspettando gli altri, visto che ci spostiamo solo in gruppo?” mi chiedevo. L’aveva un senso.

Alle 7.25 vedo delinearsi due figure in lontananza, nel prato. Erano  Ilaria ed Elisa, loro ree la mattina prima di aver tardato più di un quarto d’ora, eccole presentarsi con cinque minuti d’anticipo sugli altri. “Dovete essere qui prima domani, cosi date il buon esempio “, mi ero raccomandata. L’hanno fatto.  Scocca l’ora x ed iniziano ad arrivare tutti, alcuni adagio, altri correndo, altre in tre sotto lo stesso ombrello, altri danzando sotto la pioggia e mostrando un’energia invidiabile. Temevo rancore nei miei confronti, e invece nessuna polemica, un po’ insonnoliti sì, normale in fondo. E così alle 7.45, quando al gazebo è iniziato il flusso di tutti gli altri ragazzi, la squadra arancione c’è, tutta unita e compatta. “Noi siamo tutti, noi siamo tutti!”, ripetevo a chiunque incontravo sul mio cammino, e la pioggia non poteva scalfire quel che si era appena creato.

I giorni hanno iniziato a scorrere veloci, ed io ho cercato di nutrirmi di loro. A mensa silenziosa ascoltavo i loro discorsi, e mi sorprendevo di quanto, a volte, toccassero temi anche spinosi, mostrando una maturità che ben poco aveva a che vedere con i loro 15-16 anni. Vedevo legami consolidarsi, piccoli gruppetti formarsi, anche coppiette, nonostante cercassero di nasconderlo mostrando un’apparente distanza. Ad alcuni mi appoggiavo completamente, a lui ad esempio, che  era sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via, e subito si prodigava nell’aiutarmi nella famosa conta. E poi loro, sempre in prima fila e pronte a prendere in mano la squadra durante i giochi. E poi c’era il creativo, lo sportivo, la mascotte, la vanitosa, l’esigente, l’intraprendente, un piccolo mondo colmo di qualità. Hanno dato il massimo i miei ragazzi, nelle sfide come nei giochi, prede di un sano agonismo. Pierfrancesco , Gianluca, Giulia e Martina, Elisa e Ilaria, Francesca, Angela, Ilaria, Ludovica, Matteo, Giacomo, Antonio, Emanuele, Federica, Alessandro: li porterò sempre con me. Sempre.

Se c’è una cosa che non mi perdono, è quella di aver ricambiato la loro dolcezza con un’eccessiva severità. Rimproverarli sempre e comunque, anche per tre minuti di ritardo, anche perché quei tre minuti erano stati impiegati per fare la fila in bagno.  E ricordo quanto sia stato difficile per me vivere gli ultimi due giorni nella consapevolezza che no, non sarei stata in grado di salutarli a dovere. Ed infatti così è stato.

La penultima serata è stata dedicata ai giochi di squadra, i miei ce l’hanno messa tutta, ed eravamo una vera forza tutti insieme, tutti vestiti di arancione.  Alla fine dei giochi Valerio ha dato la possibilità ad ogni squadra di recarsi nell’appartamento del proprio animatore per creare un ultimo momento da vivere insieme. E io per l’ennesima volta non ho colto l’occasione ma me ne sono stata in silenzio, lasciando che parlassero tra loro. Avrei avuto tante cose da dirgli, ma non ce l’ho fatta. Loro non si son smentiti, e mi hanno lasciato, su di una t-shirt orange, le loro parole, scritte con un pennarello blu.  Frasi e pensieri bellissimi che però, davvero, non credo di meritarmi. Alle 23.27 uno di loro mi ha chiesto se poteva andare via (tre minuti prima del permesso “accordato” da Valerio) , perché era stanco, e per me è stata la dimostrazione che no, purtroppo, la mia figura non è emersa.

L’indomani non sono riuscita a salutarli,  neppure ad avvicinarli. Volavano lacrime e abbracci, io me ne stavo in disparte. Solo Matteo l’ha fatto, è venuto prima della colazione, mi ha abbracciato e mi ha detto: “Grazie di tutto”. E’ stato dolcissimo, proprio lui che avevo rimproverato bruscamente alle scogliere di Moher perché non era con gli altri e  non sapevo come rintracciarlo. Non aveva neanche la voce per replicare quel giorno, e a testa bassa ha subìto le mie grida, mortificato. Credevo che ero stata io a dargli una lezione, invece è stata lui a darla  a me.

Cosa ho imparato da questa esperienza? Beh, tante cose.

Anzitutto che ho serie difficoltà a contare fino a 16.  Poi che le dipendenze sono sempre in agguato, e si può diventare schiavi persino di un succo d’arancia dal retrogusto amaro di nome Kulana.  Ma soprattutto,  come ha detto uno di voi parlando della timidezza durante uno dei momenti più toccanti del soggiorno, ho imparato che,  se si decide di giocare una partita, c’è il rischio di perderla. Però,  se neanche si entra in campo per provarci beh… si perde già in partenza.  Io non so se ho vinto o perso la mia gara, se c’era un arbitro , non conosco neanche i colori delle casacche vestite dai giocatori. Quel che so – e lo dico davvero –  è che sono contenta di esser scesa in campo.

A GRANDE RICHIESTA: Il video con l’intervista doppia Valerio vs Martin

E’ possibile scaricare la versione pdf del  GalwayNews  da questo link:GALWAY NEWS 2012

Grazie Ragazzi.

Romina

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Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (2/3) / Metti trentasei ore a Miami

25 Settembre 2011, Miami

 

Estoy en Miami y… que encanto!

L’arrivo negli States è filato tutto liscio: volo in orario, nessun problema alla dogana, nessun problema con la valigia (nonostante il siparietto a Barajas!). Il primo intoppo si è presentato all’uscita dell’aeroporto. Sono andata alla fermata dei bus, alla ricerca di un fantomatico autobus numero 7 che, secondo GoogleMaps, avrebbe dovuto lasciarmi a cento metri dall’albergo.  Peccato però che, da quelle parti, il number seven non lo conosceva nessuno, né gli autisti delle altre corse, né il personale che però non si è fatto scrupoli prima di rifilarmi il biglietto. Sono stata boicottata in quanto turista? Può darsi. Fatto sta che mi è toccato prendere il taxi,  un “extra” di venticinque dollari affatto gradito per una viaggiatrice squattrinata come me.

Il tassista era un ometto messicano, una quarantina d’anni, sul cruscotto aveva le foto dei suoi due figli. Il mio approccio in inglese non è andato a buon fine; neanche il tempo di finire la frase infatti e lui mi ha invitato a parlare spagnolo: “Perché è lo spagnolo la lingua ufficiale, anche se il Governo non lo vuole accettare”. “Spagnolo? Bene, tanto meglio”, ho pensato tra me e me.

 Mi ha chiesto cosa ci faceva una ragazza da sola a Miami, e perché avevo scelto proprio il mese più brutto dell’anno per visitare la Florida. Gli ho spiegato che la mia non era una vera e propria visita,  avevo infatti soltanto prolungato di un giorno e mezzo lo scalo perché, la mia destinazione, finale era Haiti. “Haiti? Allora tu sei una persona ricca!” mi fa lui.  “Ricca io? Bella battuta!”, mi son detta.  “ Solo quien tiene plata (soltanto chi ha denaro ndr) – continua –  va ad Haiti per fare affari, altrimenti non c’è motivo di andare fin là”. Gli ho risposto che in realtà c’è più di qualche motivo, e che io sono una giornalista , armata soltanto di sacco a pelo, che vado lì  per testimoniare  la realtà di quel paese e, al massimo, riuscirò a dormire in una tenda. Mi risponde con uno sguardo un po’ sornione, mostra di non prendermi affatto sul serio.


Il viaggio dall’aeroporto a downtown dura più di una mezzoretta, e lui ne approfitta per darmi qualche consiglio pratico: quali sono le spiagge più belle, dove andare a mangiare, i quartieri più carini, quelli da evitare assolutamente, soprattutto da sola. Intanto in cielo incombono nuvole grevi ma, anche in questo caso, “nessun problema – mi dice lui – a Miami il sole è sempre in agguato”.

Prendiamo il discorso di Miami Beach, sicuramente uno dei simboli incontrastati della città. Io mi mostro preparata: avevo “studiato” e sapevo che, per raggiungere l’isolotto, dovevo attraversare il lunghissimo ponte MacArthur Causeway . Ingenuamente chiedo al mio autista se disti molto dal mio albergo e, in caso, se potevo percorrerlo a piedi. Lui scoppia in una grossa risata, che dura abbondantemente per due semafori.  “Stiamo in America qui, mica in Italia”, risponde sghignazzando. Io rimango indispettita dal suo fare. Ed è vero che, sempre su GoogleMaps, ho dovuto fare più di uno scroll con il mouse per colmare la distanza del bridge, ma c’è da dire che soltanto il giorno dopo capirò che, quel famoso ponte, è lungo più di cinque chilometri. E ripenserò a lungo a quell’autista, quando quei cinque chilometri si riveleranno il tragitto più lungo della mia vita…

 Finalmente giungiamo a destinazione, mi appresto a pagare la corsa ma – di proposito – evito di dargli la mancia, “perché i giornalisti in Italia non sono ricchi”, mi giustifico salutando il taxista che rimane contrariato.

Faccio così ingresso al  River Park Hotel di Miami. L’albergo è bello, a scapito delle sue due stelle, si tratta di un grattacielo di sedici piani, la mia stanza è al terzo. E’ bello pure il ragazzo alla reception e, anche lui, parla spagnolo. Aveva ragione il mio Cicerone sui generis: Miami è, per una come me, semplicemente un paradiso. L’America Latina negli States, il ritmo caraibico che pervade i grattacieli…mi piace, mi piace! Tra le sue caratteristiche la scheda dell’hotel riportava anche la piscina, che in realtà si è rivelata una piccola pozza d’acqua, per nulla  curata. Anche l’angolo fitness era abbastanza limitato: due tapis roulant e un paio di attrezzi. In compenso però la camera da letto era dotata di ogni confort, con tanto di tv lcd, ed anche internet era accessibile, sebbene soltanto dalla hall.   

Il tempo di ispezionare l’hotel, di verificare la connessione e chiamare papà via Skype, ed eccomi, macchinetta fotografica al collo, come la più tipica delle turiste.  Il ragazzo alla reception mi consiglia di andare al Bayside Market Place, dove avrei potuto mangiare qualcosa, sentire musica, e respirare un po’ dell’aria di Miami. Arrivarci non era affatto difficile, e lui non poteva essere più preciso: quattro quadra in avanti, quattro quadra a destra, meglio di così! Si erano fatte quasi le 17.30, così gli ho chiesto se c’era un orario soglia, oltre il quale era meglio non stare in giro. Lui mi ha detto che Miami non si differenzia poi tanto da tutte le grandi città, è sicura, ma c’’è anche povertà, e tanti homeless per le strade. Per questi motivi, e considerando che ero una ragazza sola  – un ritornello che mi avrebbe accompagnato per tutto il viaggio – mi consigliava di non rientrare dopo le 20.30 e , soprattutto, si raccomandava affinché prendessi un taxi al rientro, cinque dollari la corsa. L’albergo infatti si trovava nell’angolo  sud-est del perimetro del loop, una posizione praticamente invidiabile, in piena downtown. 

Eccomi finalmente in strada, pronta a farmi catturare da questa nuova realtà. C’è da dire che il melting pot contraddistingue Miami anche nell’urbanistica.  Palazzine basse di due-tre piani si alternano a improvvisi grattacieli, basta attraversare la strada per passare da un quartiere stile china-town ad un altro che richiama l’atmosfera del cuore finanziario della City londinese.    Con gioia ho rispolverato uno dei passatempi preferiti che avevo quando vivevo a Chicago: fermarmi davanti a un grattacielo, gambe tese e leggermente divaricate, partire con lo sguardo da terra fino ad arrivare, pian piano,  a cogliere la vetta, senza muovere il bacino.

Nel tragitto geometrico che ho percorso ho attraversato ristoranti, chiese, alberghi, catene di moda, negozi di souvenir, sedi secondarie delle università, angoli di verde. Mancava però l’azzurro del mare, ops dell’oceano. Eccolo finalmente, il Bayside Market Place, una sorta di piccolo porto con tante attrazioni. Barche, navi per turisti, negozi di vestiti, e una marea di bar e ristoranti che si affacciano sull’acqua. C’è spazio per tutto, dall’Hard Rock Caffè alle giostre per bambini, ed anche un piccolo rodeo. Al di qua di Bayside lo skyline dei grattacieli di Miami, aldilà l’Oceano.  Più che i posti però, a colpirmi davvero sono state le persone. E’ la gente infatti a fare la differenza: ritmi caldi, un miscuglio di razze, tante nazionalità, tanti colori di pelle che si mischiano con la più spontanea naturalezza. Quando la differenza non fa estraniare, ma crea armonia, porta anche te, arrivata lì quasi per caso, a sentirti parte del tutto. 

Mi sono seduta in un piccolo atrio che si affacciava sull’acqua, e così ho assistito ad un concerto. Il gruppo era assortito: una donna alle tastiere, un ragazzo alla batteria. Chitarra, basso e voce erano tre signori avanti con l’età, di cui uno sembrava il chitarrista dei Coblin, che quest’estate avevo visto con Sabrina a Nettuno. Hanno iniziato a suonare e la gente si è riversata da subito a ballare, nello spazio rimasto libero davanti al palco, e lo  ha fatto con assoluta naturalezza.  

Signori di una certa età si toglievano le scarpe, prendevano per mano le loro donne e le portavano in pista, accompagnandole nei movimenti. A seguirli ci pensavano coppie di giovani, giovanissimi, e mezza età.  La maggior parte di loro aveva una stazza imponente, ma nessuno sembrava  preoccuparsene.

Sono rimasta a godermi quello spettacolo fino alle venti, poi ho deciso di andare via, del resto le dodici ore di viaggio – e fuso orario annesso – iniziavano a farsi sentire.  Il clima era mite,  il cielo era tinto di viola, io non volevo smettere di assaporare la serenità che emanavano quei posti, e così mi sono incamminata verso l’albergo a piedi, lasciando perdere i taxi.

Miami ha un fascino e un’adrenalina da capogiro, domani voglio approfittare di ogni  minuto per carpirne tutta l’energia.

Romina

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Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (1/3) / In volo sull’oceano

25 Settembre 2011, in volo

Parte ufficialmente il racconto live del mio viaggio, e non poteva che iniziare…in volo! Per la precisione mi trovo sull’Iberia partito da Madrid e diretto a Miami. Orario? Non ne ho idea: 14, 14.30, non so! Perché furbamente ho dimenticato a casa l’orologio, e non era un orologio normale, bensì dotato di doppio fuso orario, l’unico oggetto Alviero Martini che io abbia mai indossato. Ci aveva visto giusto chi me l’ha regalato, più di sei anni fa, mostrando di conoscermi a fondo, peccato però che io dimentichi di utilizzarlo nei momenti propizi. Sono furba? Ovvio che sì.

E’ bene precisare che il viaggio, fin qui, non è che sia stato proprio una passeggiata. Sveglia alle 4. Partenza 4.30. Prima delle 6 sono all’aeroporto di Fiumicino e ho già fatto il check-in.  Dopo aver salutato mamma e papà, non prima di aver fatto una ricca  colazione tutti insieme, mi sono immessa nella serpentina per passare i controlli.  Fin qui tutto ok.

Il primo volo, Roma-Madrid, è partito con una buona mezzora di ritardo, ed ho subito avuto il sentore di quel che sarebbe successo. Del resto lo sguardo della tipa al check-in mentre mi stampava le boarding pass è stato indicativo: la partenza da Fiumicino era prevista alle 8, l’arrivo a Madrid alle 10.35, alle 12 il volo per Miami. “Ho un’ora e mezza di tempo per la coincidenza, pensa che sia sufficiente?”, le chiedo tutta gasata. E lei con lo sguardo incerto: “Sappi che dovrai correre parecchio”. Detto fatto. Alle 11.15 infatti l’aereo era ancora fermo sulla pista di Barajas, e non dava segni di movimento. Alle 11.20 iniziava l’imbarco per il volo di Miami. Quando è finalmente arrivato a destinazione, ed ha spento i motori, ho tentato di sgattaiolare davanti prima degli altri, ma il mio intervento non è andato a buon fine. Sono rimasta bloccata nella folla dei passeggeri, nonostante tentassi in tutte le lingue di farmi spazio, il tempo scorreva, e di proposito non accendevo il cellulare e non chiedevo l’ora a nessuno: era meglio non sapere.  All’uscita dal tunnel metto piede all’aeroporto e c’era una hostess con un foglio bianco con su scritto, a stampatello: “Miami”.  Le dico che sono io ad avere la coincidenza con Miami, e lei inizia a gesticolare: “Tienes que ir muy muy rapido, falta muy poco tiempo”. Mi indica la strada, ma senza troppa fortuna.

Ricordavo voci generiche secondo le quali l’aeroporto di Madrid era un vero infermo, grosso e mal collegato. Io le definivo soltanto semplici fantasie, mi son resa conto invece che erano pura realtà.

Sono infatti sbarcata al terminal 4, il mio secondo volo era al 4S, c’era scritto che la distanza era di venti minuti. Troppi. A intuito imbocco la via giusta e mi ritrovo alla fermata di una metropolitana, l’unico modo per accedere da un terminal all’altro.  Senza trolley, ma soltanto con zainetto e borsa della macchina fotografica a seguito, appena  raggiunto il 4S inizio a correre. C’erano vari gate: L M N O P Q R S T U .  Il mio? Ovviamente U! L’ultimo gate era U74, l’aeroporto di Barajas finiva lì. Il mio aereo partiva da U72, giusto il penultimo.

Correvo correvo correvo, lasciandomi alle spalle le varie lettere dell’alfabeto. Il fiato in corpo, la gola secca (perché sul volo procedente non mi hanno passato neanche un goccio d’acqua, e poi si lamentano della Ryanair!). Di tanto in tanto leggevo il tabellone e c’era sempre la solita scritta che lampeggiava: MIAMI ULTIMA LLAMADA.

 Se c’è un Dio da qualche parte penso che in quel momento si trovava dietro di me e mi spingeva, oppure mi stava davanti e seguendo la sua scia mi facilitava gli spostamenti. Fatto sta che – non so come – riesco ad arrivare a destinazione alle 11.41. All’imbarco non c’era fila, solo due hostess con le mani conserte.  In fretta mostro il mio biglietto, loro mi dicono che non c’è tempo da perdere perché stiamo per partire. Continuo nella mia corsa percorrendo il corridoio a serpentone per entrare nel veivolo quando mi accorgo che, assieme alla bording pass, avevo lasciato all’hostess all’ingresso anche il tagliando del bagaglio. Mister Bean – in quel preciso istante – mi avrebbe fatto un baffo.  Corro di nuovo fuori, recupero il prezioso ticket, ripercorro il corridoio a ritroso ed ecco che, finalmente, faccio ufficialmente il mio ingresso sull’aereo. E’ molto lungo, e largo otto sedili (2-4-2, che non è un modulo di calciotto ma significa finestrino sx – corridoio centrale – finestrino dx)

Mi compiaccio nel notare di esser l’ultima persona a prendere posto. Il mio sedile era il numero 47 ma era occupato da una coppia di ragazzi che mi hanno guardato con gli occhi supplichevoli pur di non denunciare la loro posizione “irregolare”. Non l’avrei mai fatto, figuriamoci se avevo voglia di fare polemica, e poi  davanti a loro erano rimasti due posti liberi: perfetto, avrei viaggiato più larga in cambio di una buona azione!

L’idea che nelle prossime nove ore non avrei potuto scambiare una parola con nessuno non mi ha turbato più di tanto, lo stare zitta non ha mai infastidito. E poi c’è da dire che è stata una mossa iper azzeccata: mi sento di affermare infatti che l’Iberia fa concorrenza a Trenitalia quanto a comodità di sedili, e quindi, spalmata in orizzontale ed occupando entrambi, sono rimasta in posizione fetale per la maggior parte di tempo, ed ho fatto più di una dormita. C’è però una nota positiva da sottolineare: il cibo! Dopo anni infatti ho riscoperto la squisitezza dell’empanada!  

Durante il trasbordo a Barajas poi ho ricevuto un sms di Maria Vittoria: è la presidente della Fondazione Francesca Rava, la Onlus  che mi accoglierà per buona parte del mio viaggio. E’ stata carinissima a scrivermi, voleva augurarmi buona fortuna, e mi ha invitato a tenerla in costante aggiornamento, offrendosi di farmi da ponte.  Inoltre mi ha detto di stare attenta: “E’ tornato il pericolo ad Haiti, ed anche la violenza”, c’era scritto sul suo sms.  So che non sarà affatto una passeggiata, anche perché sono diretta nell’angolo nero dei Caraibi, nonostante tutto però sono tranquilla. E poi prima c’è Miami sul mio cammino, e finalmente ho la possibilità di sbarcare sulla città che più amo degli States, non vedo l’ora!

Voglio concludere con un ultima osservazione, catturata mentre stavo atterrando a Madrid.

La prima volta che ho fatto la rotta Roma-Madrid è stata nel 2005, erano gli ultimi giorni di settembre e la mia destinazione finale era Santiago de Compostela. Era la terza, forse la quarta volta che prendevo un aereo, eppure ricordo di esser rimasta impressionata dai colori della Spagna. Un paesaggio marrone, spento, secco, arido. Uno scenario crudo.

Son tornata a percorrere quella stessa tratta sei anni dopo, e ne ho macinati di aerei in questo tempo,  ed anche di paesaggi dominati dall’alto prima e sempre più da vicino poi. Eppure ho percepito la stessa, medesima brutta sensazione, ed allora dico che si tratta di uno scenario unico nel suo genere. Che poi è vero che il mio ultimo viaggio è stato in Kosovo, definito un polmone verde, ma allo stesso tempo non dimentico che a maggio ho visitato il Marocco, un luogo che ha poco a che fare con le montagne, mettiamola così. Eppure no,  niente, e dico niente, è stato peggio di Madrid per i miei occhi ce vedono dall’alto, almeno fino a questo momento.

Va bene, il tempo delle chiacchiere è finito, ora ci vuole una bella dormita, anche perché … MIAMI CALLING!

Romina

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