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ARTE/Colori e tanto jazz

Ne è passato di tempo da quando trascinava il suo cavalletto sulle colline albanesi, o sui ponti romani, o in riva alla Senna. Si è sempre definito uno zingaro contemporaneo, ed un po’ zingaro lo è ancora. Ilir Zefi è un pittore albanese, classe ’63, che adesso vive tra Roma e New York. Ha uno studio a Brooklyn ed in questi giorni le sue opere sono esposte in una personale a Milano. “Jazz Painting” il titolo della mostra. E’ lui l’artista errante al crocevia del terzo millennio.

Arrivato in Italia nel ’92, pochi i soldi in tasca ed una sola scommessa: la pittura avrebbe segnato la sua vita e quella degli altri. La sua arte avrebbe lasciato un segno nel suo vissuto e negli stati in cui sarebbe andato in cerca della propria identità. Eppure non è stato facile. Concetti quali mercato d’arte erano completamente sconosciuti nell’Albania dei tempi del Comunismo in cui si era formato ed Ilir, sebbene diplomato all’Accademia d’Arte di Tirana, arriva in Italia in condizioni di estrema povertà. Nessuno studio, nessuna galleria interessata.

Racconta l’artista albanese: “Trascinavo un cavalletto nelle strade, nei vicoli, sui ponti romani. All’inizio il mio studio era Trastevere, era Campo de’ Fiori, era Ponte Garibaldi oppure Ponte Sisto. Amavo il paesaggio, la mia educazione era di tipo decisamente figurativo”. Poi aggiunge: “E’ vero, si trattava di una pittura molto espressiva, ma io non ci pensavo neanche. L’Italia era per me, e per la maggior parte degli albanesi, un qualcosa fuori dalla finestra, vicino a noi, molto presente. Vedevo di nascosto la tv italiana. Amavo Battisti, Mina. Accademicamente Leonardo è stato uno dei miei massimi ispiratori”.

Nel 2005 le sue opere suscitano l’interesse dei collezionisti italiani e dei curatori della XIV Quadriennale di Roma, in cui verrà ospitata una sua opera.

L’artista ricorda molto nitidamente quel momento, che ha rappresentato un crocevia nella sua carriera: “Finalmente un mio quadro veniva esposto in un luogo all’altezza, e subito la gente, la critica si è accorta di me e delle mie opere”.

L’anno dopo un altro, l’ennesimo grande passo: il trasferimento negli States, a New York.
Ilir rintraccia le motivazioni di una scelta che dura tutt’oggi: “Sin dal mio primo viaggio negli USA ho subito provato la sensazione di sentirmi di nuovo a casa. In Italia io ero un emigrante, al di là dell’Atlantico invece ho da subito trovato spalancate le porte a livello sociale. A New York convivono tutte le razze del mondo, io mi trovo molto legato al fascino scaturito da questa energia”.

Ilir ricorda il suo approccio alla realtà americana: “Non sono arrivato negli States con la frenesia, di molti europei, di entrare nel mercato dell’arte. Con la voglia di prendere, mordere questa mela e poi andare via. Io ho amato tantissimo questa mela e la amo tuttora.  New York è un luogo che concilia alla grande con il mio temperamento,  una città in cui riesco a far coincidere una mia crescita interiore con l’arte”.
Ma quale l’arte di cui parla? Non rifiuta legami con l’astrattismo, che considera non una scelta, bensì una conseguenza della sua pittura: “L’astrattismo è un modo di non farsi confondere dalla superficie ma di andare a fondo nelle cose, un territorio totalmente aperto” – afferma l’artista albanese, che non rifiuta neanche affinità con l’action painting. Ci tiene però a precisare: “L’Action Painting può essere solo una memoria, una prima impressione, ma non è totalizzante. Dentro le mie opere c’è di tutto, anche dei momenti classici”.

L’arte di Ilir Zefi è infatti pulsione vitale, il pittore albanese ha la capacità di trasferire sulla tela sensazioni di colore in cui la realtà perde i suoi contorni e l’astrazione acquista un nuovo significato.  Attualmente le opere di Ilir Zefi sono in mostra presso la Galleria Russo di Milano. Trenta dipinti di grandi e medie dimensioni, realizzati dal 2000 fino ad oggi, per la prima personale dell’artista albanese nel capoluogo lombardo. “Jazz Painting” è il titolo della mostra, scelto dal curatore Marco Di Capua. Perché Ilir ha un rapporto speciale con la musica: “Il mio studio di New York ha un pianoforte, un cavalletto ed uno stereo con giradischi. Mentre dipingo sento sempre la musica. A livello cromatico trovo un legame forte con i miei quadri, la musica è cromatismo. Io amo suonare, soprattutto il jazz”.

E c’è un sogno che Ilir Zefi conta di avverare nei prossimi anni: “Realizzare qualcosa di concreto anche con la musica. Un progetto che parli di me. Io sono stato sempre con un piede anche nella musica, voglio una memoria proprio di questo”.

E chissà se, un giorno, “Jazz Painting” diventerà anche il nome di un disco. Quale l’autore? Ilir Zefi naturalmente.

Zefir Illir, senza titolo 2009, acrilico su tela cm 142 x 164

Romina Vinci,

Pubblicato il 6 Dicembre 2009, su America Oggi

Disponibile su: http://www.oggi7.info/2009/12/08/2607-arte-colori-e-tanto-jazz

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NOLI ME TANGERE/Gasparro tra sacro e profano

Mani che si toccano, si intrecciano, si dimenano.  Volti che si scrutano, si moltiplicano, si dissolvono. Corpi che si struggono, si dibattono, si aggrovigliano. Sono opere dal forte impatto emotivo quelle esposte in “Noli Me Tangere”, prima mostra personale di Giovanni Gasparro, fino al 4 novembre presso la Galleria Russo di Roma. Ventisei anni appena compiuti, nato e cresciuto in provincia di Bari, Giovanni Gasparro è pittore figurativo, con chiara ispirazione sacra, da cui il titolo della mostra.
L’esposizione presenta una trentina di tele di grandi e medie dimensioni, dipinti dall’impatto visivo ed emotivo scatenante ed una notevole abilità tecnica. Forte la componente religiosa, irrompente, ma non esclusiva. Sacro e profano dialogano tra loro nelle opere di Gasparro, in una struggente ricerca di identità. Figure sacre (“Maddalena”, 2008, olio su tela, 200×130 cm, “La Veronica”, 2009, olio su tela, 70×90 cm, “Emorroissa”, 2008, olio si tela, 150×100 cm) rivisitate in una chiave contemporanea che ne mette a crudo la loro maestosità, fisicità, drammaticità. Figure profane (“Il ricatto di ogni vizio”, 2009, olio su tela, 90×70 cm , “Per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa”, 2009, olio su tela, 90×70 cm) sublimate nel rappresentare lo svuotamento di significato di termini destinati, ineluttabilmente, ad una fase di tramonto. Irreversibile.

Scene di apparente vita quotidiana, come un’anziana intenta a cucire, oppure un uomo immortalato nell’atto di abbottonarsi la camicia (“La vita nuova”, 2009, olio su tela , 90×70 cm, “La colpa”, 2008, olio su tela, 100×70 cm) si fanno carico di una simbologia che travalica i loro corpi alla ricerca di una verità altra.  Un simbolismo trascendente dunque sembrerebbe termine adeguato per definire le sue opere, ma Gasparro prende le distanze da ogni tipo di etichettatura, “espedienti – a suo dire – di cui si serve la critica per chiuderti in una gabbia. E’ vero, nei miei dipinti ci sono dei simboli, ma da qui a collegarmi direttamente alla corrente artistica dei primi del Novecento ce ne passa”.

Non simbolista dunque, non freudiano, non esistenzialista, “tutte correnti storicizzate, che sicuramente hanno contribuito a formarmi, ma non sono caratterizzanti”: questo il pensiero di Giovanni Gasparro. Interiorità ed esteriorità si fondono nella sua concezione artistica, oltrepassandosi,  per tentare di cogliere qualcosa di più ampio: l’universalità.

“Quando Giacomo Puccini ha scritto i brani più drammatici di ‘Madama Butterfly’, in quel momento lui era anche donna, aveva cioè una capacità di interpretare un’emozione femminile. E’ proprio questo che intendo: l’artista non deve limitarsi ad espletare la sua interiorità, bensì servirsene per cercare  di arrivare a qualcosa di universale”.

La riproposizione dei corpi, o degli oggetti, è un elemento caratteristico nelle sue opere. Il suo dare risalto al movimento è stato visto da alcuni come un’analogia con il Futurismo, ma anche qui Gasparro prende le distanze: “Io non voglio rappresentare il movimento meccanico, funzionale a spiegare la natura della macchina, come nella concezione del movimento di Boccioni, Carra, Severini. Nel mio caso è più un modo per far affiorare parti dell’interiorità umana, un tentativo per riappropriarsi dell’interiorità del corpo”.
Un corpo che nella sua concezione non  è mai carne da macello, come la crudezza e l’irruenza di alcune visioni potrebbe portare a pensare (“Al limite”, 2006, olio su tela 200×300 cm, “L’Ostaggio – Trittico dell’autocontrolllo”, 2008, olio su tela, 170×85 cm, 170×170 cm, 1170×85 cm, “Femminile”, 2006, olio su tela, 153×122 cm) bensì “resa evidente di una presenza più grande, che è l’anima”.

Ecco la componente religiosa,  riproporsi, quale elemento cardine della concezione artistico-esistenziale di Gasparro. Una fede profonda che l’artista non ha mai negato di possedere, come sottolinea Paolo Serafini, nel testo critico del catalogo della mostra: “La tematica religiosa in Gasparro è toccata con una sensibilità e una incisività dirompenti. Il sacro della tradizione biblica ed evangelica diviene grande meditazione sulla mancanza di orizzonti, intenti, e valori condivisi, che segnano la difficile posizione, nell’epoca contemporanea, della tradizione cattolica”. Una tormentata ricerca nella tragedia umana dunque che parte proprio da quelle figure cristologiche e mariane, origine e fine al medesimo tempo (“Elì, Elì, lema sabactanni?”, 2005, olio su tela, 212×67 cm).

Gasparro vanta un portfolio internazionale: le sue opere infatti sono entrate in gallerie private in Francia, Inghilterra, Belgio. Ora a Roma la definitiva consacrazione. E non si ferma qui. Sta ultimando un quadro di grandi dimensioni che probabilmente verrà esposto all’ArteFiera di Bologna. E poi sta realizzando altre opere più piccole in cui, ci rivela, “ho cercato nuove soluzioni formali, studiando la luce in maniera diversa rispetto alle opere in mostra a ‘Noli me tangere’. Credo molto in queste nuove creazioni, mi auguro che possano avere la stessa fortuna”.

 

Romina Vinci

pubblicato il 25 Ottobre 2009, su America Oggi

Disponibile su: http://www.oggi7.info/2009/10/27/2494-noli-me-tangere-gasparro-tra-sacro-e-profano

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