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AFGHANISTAN, transizione in corso (1° PARTE)

Viaggio nel Paese che cerca la stabilità, anche grazie al contributo italiano.  «In undici anni, con l’aiuto della missione Isaf questo Paese ha ottenuto molto: una struttura
istituzionale, un esercito, forze di polizia, forme di assistenza per i bisognosi… Entro la fine del 2014 la missione volgerà al termine, ma non gli aiuti»

Afghanistan  Carcere di Herat

Il vertice NATO che si è svolto a Chicago lo scorso maggio è stato chiaro: la missione International Security Assistance Force in Afghanistan terminerà completamente nel 2014.

Fra due anni dunque il passaggio di consegne dalle forze internazionali a quelle afghane dovrà essere completato: la missione Isaf, che vede impegnata in prima linea anche l’Italia, va avanti ormai da undici anni ed è entrata nella fase di transizione che si concluderà alla fine del 2014 con il ritiro di gran parte dei soldati. In Afghanistan però ritiro non vorrà dire abbandono, ma aiuto sotto altre forme: consulenza, rilancio dell’economia, supporto alla formazione del personale locale.

Dalla fine del regime dei talebani questo paese ha compiuto molti passi importanti, con la collaborazione della comunità internazionale, nel processo di costruzione dello stato. Oggi dispone di una struttura istituzionale, un esercito e proprie forze di polizia, oltre che di forme di assistenza, a livello provinciale, per i bisognosi, come gli orfani e i parenti delle vittime della guerra.

Tanti però sono i problemi che ancora lo affliggono: la corruzione, l’opposizione armata dei cosiddetti insurgents, una galassia di soggetti che comprende dai trafficanti di oppio ai combattenti talebani, la mancanza di collegamenti e infrastrutture, come strade, ponti, centrali elettriche.herat13

Il contingente italiano ha il controllo del Comando regionale Est, al confine con l’Iran, che comprende quattro province: Herat, Badghis, Farah e Ghor. Dal 14 settembre 2012, quello di stanza a Herat è al commando del Generale di Brigata Dario Ranieri, comandante in patria della Brigata alpina “Taurinense”.  I militari italiani sono impegnati nel controllo del territorio, nel sostegno alla popolazione, e nella lotta agli ordigni esplosivi improvvisati.

In ogni provincia è attivo un ProvincialRecontruction Team (Prt), una struttura militare che lavora al fianco dei civili afghani per realizzare progetti di cooperazione. Quello di Herat è a guida italiana, e vanta fra le opere realizzate il carcere femminile della città. La struttura, realizzata nel 2009 con i fondi del Ministero della Difesa e dell’Unione Europea, ospita oggi 137 donne di ogni età ed è un modello di accoglienza a riabilitazione.

“Oggi stiamo lavorando per ristrutturare la sala biblioteca – racconta il Colonnello Aldo Costigliolo, comandante del Prt di Herat, mentre mostra una stanza piana di calcinacci e impalcature, dove sulle pareti si vedono ancora i disegni e i collage realizzati dalle detenute – è una soddisfazione pensare che questo sia davvero un luogo che riabilita, che accoglie, a volte quasi più di una famiglia”. Al piano terra gli spazi sono condivisi e ogni stanza è un laboratorio di sartoria, tessitura, informatica, lingua inglese; al primo piano ci sono le stanze, ordinatissime e pulite, da quattro o sei posti letto.

herat afghanistanLe mamme possono tenere con sé i propri figli fino agli otto anni, e anche per loro c’è un’aula stanza dedicata, con un’educatrice. La maggior parte delle donne che sconta una pena detentiva ha commesso reati minori, e molte hanno paura di tornare in “libertà”. La parte maschile della prigione di Herat si trova in condizioni molto più difficili, perché a fronte di una capienza di 600 posti, ci sono oltre 2mila persone, con stanze da dieci letti in cui ne vengono stipati fino a cinquanta. Anche per questo il direttore del carcere ha chiesto aiuto all’Italia. Con i fondi messi a disposizione dal nostro paese nel 2012 sono stati realizzati principalmente progetti per l’educazione e la sanità, ma anche strade, ad Herat e nel suo distretto “allargato” di Injil.

Nonostante i progressi fatti, l’Afghanistan è ancora oggi un paese che presenta sacche di povertà al limite della sopravvivenza: agricoltura praticata con mezzi rudimentali e pastorizia sono spesso le uniche risorse nelle aree più impervie, dove la mancanza di corrente elettrica e collegamenti stradali provoca un isolamento di fatto per molte piccole comunità, che restano lontane anche solo dal concetto di stato e di istituzioni nazionali. Dalle cosiddette basi avanzate, ogni giorno partono delle pattuglie che si dirigono verso queste aree per stabilire un contatto con la popolazione. Ed è in una di queste missioni che ha perso la vita il caporale degli Alpini Tiziano Chierotti, lo scorso 25 ottobre. Se il rapporto con la popolazione si è stretto, nel corso degli anni, anche grazie alle operazioni condotte con personale afghano, la sicurezza non può ancora essere data per scontata, e resta la sfida quotidiana più grande. Come scrive sul “diario di Herat” pubblicato on line su La Stampa il Maggiore Mario Renna, a capo dell’Ufficio Pubblica Informazione del Comando Brigata Alpina Taurinense, quello degli ordigni “sembra un gioco ma non lo è, è una partita serissima per disinnescare esplosivi spesso fatti in casa con legno, fil di ferro, pezzi di metallo, di cui si parla quando ne esplode una, e non quando ne vengono disinnescate 27 in un mese”.

Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2012 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf: Afghanistan, transizione in corso

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In Afghanistan, tra gli alpini di base a Herat

Con la morte dell’alpino 24enne Tiziano Chierotti nella provincia afghana di Farah, si torna a discutere sul senso della missione di pace italiana. Ma cosa significa essere in missione in Afghanistan? A spiegarlo è il colonnello Riccardo Cristoni, comandante del nono reggimento alpini dell’Aquila di base a Farah

Militari italiani in Afghanistan

KABUL - «Sì, sì, assolutamente sì. Ne vale la pena». Un’affermazione ripetuta con forza, con tono incalzante, quasi a sancirne l’indubbio valore. A rispondere è il primo caporal maggiore Sara Crivellari della brigata Taurinense, addetta alla cellula della pubblica informazione del Camp Arena di Herat. Sguardo fiero, voce ferma, replica senza indugi alla domanda se vale ancora la pena, al giorno d’oggi, sacrificare la propria vita all’idea di nazione. Parla con orgoglio della divisa che indossa, e di quella passione che ti spinge a fare un tipo di lavoro come il suo, a quattromila chilometri di distanza da casa, in un territorio impervio come quello dell’Afghanistan.

Quando il primo caporal maggiore Crivellari si racconta, però, non può certo immaginare che, tre giorni dopo, in uno scontro a fuoco nel distretto di Bakwa, perderà la vita un altro alpino, un suo collega, il caporale Tiziano Chierotti. Chissà cosa risponderebbe, oggi, interrogata con la stessa domanda. Probabilmente Sara userebbe le stesse parole, ma la sua voce sarebbe un po’ più fioca, forse, e gli occhi leggermente velati.

«Tiziano era un ragazzo d’oro - racconta un sottufficiale che lo conosceva bene – corretto, puntuale, preciso». Lo ricorda anche un tenente giovanissimo: «L’ho salutato a Genova due anni fa, l’ho rivisto giovedì sera sulla pista di Herat. Ciao fratello Alpino, andato avanti nel Paradiso di Cantore», scrive sulla sua pagina Facebook. L’espressione «Raggiungere il Paradiso di Cantore» si usa, tra i militari del corpo, per indicare la morte di un Alpino.

Base avanzata a Farah

«Noi siamo qui per il tricolore, perché ci crediamo e portiamo avanti le nostre convinzioni», affermano i militari con cui riusciamo a parlare nella nostra settimana di permanenza a Camp Arena. Sulle loro uniformi sono cuciti gradi differenti, appartengono a diverse forze armate, ma la mimetica è un unico collante. La sera poi, dinanzi alle cabine telefoniche, quando fugacemente riusciamo ad intercettarne scampoli di conversazioni, si mescolano gli accenti ed escono fuori uomini e donne comuni, papà che rassicurano i figlioletti dall’altra parte del cavo, agitati per il compito in classe di matematica dell’indomani, ragazze che contano con il proprio «moroso» i giorni che mancano alla tanto agognata licenza.

«Il pericolo ad Herat e dintorni è sempre in agguato, la calma è solo apparente – racconta un sergente dei Marò del reggimento San Marco. Lui, fortunatamente, non ha mai subito alcun attacco: «Perché San Marco ci protegge», esclama sorridendo. Esser in grado di attenuare la carica di adrenalina concedendosi a qualche battuta per rincarare la dose, in un simile contesto, è di fondamentale importanza. E così a volte, dopo lunghi turni e mansioni complesse e delicate, basta anche una pizza con i colleghi, il sabato sera, nella pizzeria della base poco distante dalla mensa, per respirare un po’ di normalità.

Ma cosa significa essere in missione in Afghanistan? A spiegarlo è il colonnello Riccardo Cristoni, comandante del nono reggimento alpini dell’Aquila di base a Farah: «Non c’è il concetto di nazione qui, la realtà locale è ancorata alle tribù, è questo il loro unico senso di appartenenza. Il governo centrale è a Kabul, chilometri e chilometri di distanza, e molti afgani non sanno neanche chi è Karzai, per questo è complesso far sì che abbiamo fiducia nelle istituzioni», spiega il comandante.

Anche Il capitano Ernesto Iacangelo conosce bene la popolazione afgana. Per mesi ha operato «spalla a spalla» con i colleghi autoctoni nel Military Advisory Team (Mat) presso la base avanzata di Farah, impegnato nella formazione e assistenza delle unità dell’esercito afgano a cui, dal 2014, con l’annunciato ritiro delle truppe, l’Italia lascerà il controllo del territorio. «La cosa più difficile è instaurare il rapporto di fiducia, creare quell’empatia necessaria per condividere tutto – racconta ripercorrendo con la mente il suo operato – ma quando ci si riesce diventa un’esperienza molto forte dal punto di vista umano». Al termine della sua missione è stato salutato da un comandante della Ansf (Afghan National Security Forces), con cui aveva molto legato, con queste parole: «Non so se essere contento perché torni a casa, o dispiaciuto perché perdo un fratello».

Il capitano lo ricorda con un velo di emozione. «Entrare a contatto con i locali – dice – è una scoperta continua. Per i Pashtun l’ospite è sacro, e così capita che sono disposti a lasciar i loro figli senza nulla da mangiare – spiega – pur di offrire qualcosa al visitatore». Spende una parola anche sui talebani: «Sono gli oltranzisti delle tribù, ma l’Afghanistan è tanto altro ancora».

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 27 Ottobre 2012 su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/tiziano-chierotti-afghanistan

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HAITI/ Tendopoli, macerie e diritti dei lavoratori

Evel Fanfan, avvocato haitiano, trentasette anni il prossimo dieci febbraio, ha consacrato la sua vita a difendere i diritti civili dei lavoratori del suo paese. In questo uomo minuto, che parla velocemente, con una voce spezzata, si avverte una determinazione incrollabile.  Si è battuto per realizzare un codice del lavoro in un luogo dove lo stipendio medio di chi lavora (e non sono in molti) è di due dollari al giorno.  E quando parla dei suoi concittadini vittime di soprusi, violenze e vessazioni, si direbbe che sia impegnato in un’arringa. Ma nelle sue parole non c’è traccia di affettazione: solo, un desiderio profondo di convincere, di spiegare. Evel Fanfan non sopporta l’ingiustizia, e per questo che ha creato, ed è tuttora presidente, dell’associazione AUMOHD, un’associazione che si occupa di difendere i diritti civili degli haitiani . Scuote la testa e alza la voce quando gli viene fatto presente che Haiti è il paese più povero d’America.  “Non è Haiti ad essere povero – ribatte con fermezza il presidente di AUMOHD – sono loro che lo hanno fatto diventare tale, fino a qualche decennio fa Haiti era una perla dei Caraibi”. E quando parla al plurale Evel Fanfan punta il dito contro gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Ma si schiera anche contro la presenza militare dei caschi blu della Minustah (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti), sul posto dal 2004, che gli haitiani considerano responsabili non solo dell’epidemia del colera (esplosa nell’ottobre 2010 ha già fatto registrare oltre seimila decessi), ma anche di abusi perpetrati ai danni della popolazione.  Certo è che i numeri parlano chiaro: secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2011, redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), Haiti occupa la posizione numero 158 su 187 paesi classificati analizzando i livelli di scolarizzazione, sanità e reddito pro capite. La vita media delle persone è di 16 anni.  Sono passati due anni esatti dal sisma che il 12 Gennaio 2010 ha provocato la morte di 230 mila persone, raso al suolo 900 mila edifici e generato un milione e mezzo di sfollati. Secondo Evel Fanfan però il tempo a Port au Prince è come si si fosse fermato al giorno dopo la scossa: “La maggior parte delle macerie non son state rimosse, la gente vive ancora nelle tendopoli, in condizioni di estrema precarietà, come si fa a parlare di ricostruzione?”.

La realtà dell’associazione AUMOHD opera in un territorio minato, quale quello della difesa dei diritti dei lavoratori haitiani. Ogni giorno le porte dell’associazione si aprono a raccogliere decine e decine di haitiani, a cui viene servita assistenza legale gratuita.  Il team di avvocati di AUMOHD ha a che fare con più di tremila lavoratori, ed è l’unica organizzazione effettivamente operativa a Port au Prince.  In un paese in cui l’orientamento verso la violenza sembra essere la regola e la soluzione di tutto, quella dell’associazione di Evel Fanfan è l’unica entità ad impegnarsi rispetto alla vastità dei problemi del settore, ai conflitti che coinvolgono i datori di lavoro e i dipendenti, agli scontri che si verificano su base giornaliera e al vissuto dei lavoratori.

In questi ultimi mesi il giovane avvocato haitiano è impegnato in un progetto molto ambizioso: realizzare una radio che rappresenti la voce dei lavoratori ed operai di Haiti. “Siamo l’unico paese dei Caraibi e dell’America Latina a non avere una stazione radio per la nostra forza lavoro – sottolinea Fanfan – è fondamentale poter disporre di un organo di informazione e di sensibilizzazione, orientamento e formazione a livello nazionale”.

Crede molto in questo progetto il presidente dell’AUMOHD: “Il suo impatto sarà significativo, dal momento che, accanto ad una missione educativa, la radio permetterà di decongestionare e ridurre la pressione sul Tribunale Speciale del Lavoro”.  A detta di Fanfan infatti l’emittente consentirebbe di ridurre i casi minori e, soprattutto, i casi di detenzione preventiva attraverso le stazioni di polizia, “frequente causa – secondo l’avvocato haitiano – di atti di violenza derivanti da abusi sul posto di lavoro”. Inoltre, una stazione radio permetterebbe di sottrarre i diretti interessati all’improduttività e all’alto costo delle spese legali”.

L’associazione AUMOHD ha dato vita ad una maratona della solidarietà per raccogliere gli ottanta mila dollari necessari per realizzare la stazione radio.  Evel Fanfan è spesso impegnato in viaggi tra Italia e Stati Uniti per tenere accesi i riflettori su un lembo di terra, situato al centro dei Caraibi, che la maggior parte del mondo considera caduto nel dimenticatoio.  E’ possibile contattare Evel Fanfan all’indirizzo: presidenteaumohd@yahoo.fr .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Romina Vinci

Pubblicato il 15 Gennaio 2012, su America Oggi

Disponibile in versione pdf: Haiti, due anni dopo .

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EMBEDDED IN KOSOVO – Istantanee di viaggio

Villaggio Italia

Joint Enterprise

Alzabandiera

Resti casa serba

Cimitero Albanese

Monastero di Decane

Padre Pietro

Cupola del Patriarcato di Pec

I campi del Kosovo

Monumento omaggio alla Nato . Pristina

Pristina

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Il prezzo della globalizzazione nel Kosovo 2.0

Arretratezza e sprazzi di modernità, degrado e dignità, voglia di emergere di un paese che paese ancora non è.  Benvenuti nel Kosovo 2.0, lo stato che ha proclamato la sua indipendenza il 17 Febbraio 2008.  Popolato da due milioni di persone, di superficie inferiore a quella dell’Abruzzo, annovera però ben 314 pompe di benzina, esempio lampante di un riciclaggio di denaro che fa gola alla criminalità organizzata, in primis a quella italiana. Il tasso di disoccupazione è alle stelle nel più giovane stato d’Europa, eppure ogni cento metri ci si imbatte in un’insegna, “autolarje”,che in albanese significa autolavaggio, perché chi il lavoro non ce l’ha spesso se lo crea, e poi ai kosovari piace avere le macchine  belle pulite.

Dislocato nel cuore dei Balcani, il Kosovo è uno Stato/non Stato che  fatica a trovare la sua ragion d’essere, in quanto  viene disconosciuto non solo dalla sua più “acerrima” vicina di casa, la Serbia, ma anche dalla maggioranza della Comunità Internazionale.  Al suo interno convivono diverse etnie, albanesi e serbi in primis, ma anche rom, turchi, gorani.  Il ricordo della sanguinosa guerra civile (risale a meno di quindici anni fa) è ancora vivo nella memoria collettiva, lo dimostrano i tanti piccoli cimiteri dedicati alle vittime del conflitto che, da nord a sud, costeggiano le strade del paese, interrompendo lo scenario agreste. La ricostruzione qui, seppur a fatica, va avanti, nell’arretratezza di un paesaggio che riecheggia le pellicole neorealiste del nostro Dopoguerra.

I cantieri, da Pristina a Prizren, danno l’idea di un contesto in divenire, e rappresentano l’unico collante di un paese che sta ancora cercando la sua identità. Un’incessante ricerca del proprio io resa possibile grazie anche al contributo italiano: ponti, strade, asili, scuole… l’imprinting del nostro tricolore è ben radicato sul territorio kosovaro.  A dodici anni dall’inizio della missione Nato, KFOR, i soldati italiani continuano ad esser visti come dei  benefattori. Per i bimbi del posto sono loro gli “eroi in mimetica”, e ancor oggi si riversano sulle strade al loro passaggio, sbracciandosi  con le manine in segno di saluto, quasi fosse il più dolce dei giochi.

“Uniti per la pace” recita la scritta che si erige, imponente, nella piazza principale di Villaggio Italia, il quartier generale in cui convivono militari italiani, sloveni, svizzeri e austriaci. La Joint Enterprise è una missione di pace che mira a far camminare il Kosovo con le proprie gambe, provvedendo al mantenimento della sicurezza e delle libertà di movimento.

Dal 1 Maggio a Pec  opera il 21° Reggimento artiglieria terrestre Trieste di Foggia, il cui comandante, il colonnello Vincenzo Cipullo, è a capo anche del Multinational Battle Group West, la forza multinazionale impegnata nell’ovest del paese.  Tra i compiti peculiari assegnati ai nostri militari figura la salvaguardia di siti di particolare rilevanza religiosa, su tutti il monastero di Decane e il patriarcato di Pec: simboli della religione serbo ortodossa dislocati nel cuore della parte albanese del Kosovo e, in passato, soggetti a numerosi attacchi.

L’apparente stabilità del paese cela, in realtà, una forte fragilità.

Gli anziani, con i loro volti scarni ed incavati vivono dedicandosi alla pastorizia e all’agricoltura, rimembrando i tempi della ex Jugoslavia, quando “grazie” al regime la sanità era pagata, i mezzi pubblici gratuiti,  le ferie non erano un miraggio e si poteva dormire in casa anche senza chiudere a chiave la porta.  Sono pochi i giovani che, seguendo l’esempio dei padri, passano le loro giornate portando al pascolo mandrie di mucche o di pecore. La maggior parte degli adolescenti infatti  se ne va in giro con l’ipod nelle orecchie, internet  sempre alla portata di mano, coltivando quel mito dell’Europa che rimane però solo un abbaglio. La mancata liberalizzazione dei visti infatti riduce a zero la libertà di movimento dei kosovari e in questo modo ne alimenta – di fatto – il mondo dell’illecito.  La polizia locale è solo agli embrioni, la convivenza tra corruzione e narcotraffico trova qui il suo terreno più fertile. Una membrana permeabile che si dimostra un corridoio fecondo per il traffico di stupefacenti provenienti dall’Afghanistan. Le stime parlano di quarantamila i ragazzi kosovari, censiti, che fanno uso di droghe, soprattutto metadone. E’ la globalizzazione che irrompe, prepotentemente, nel cuore dei Balcani, con tutti i suoi ma e i suoi se.

Romina Vinci

(testo e foto)

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Kosovo, costruttori di pace con la mimetica

La nebbia scende fitta su Villaggio Italia, a Pec, la base del contingente multinazionale Nato impegnato nella zona ovest del Kosovo. Folate di vento freddo proveniente dalle Alpi Albanesi abbassano vertiginosamente la temperatura. Sono le otto di mattina, è il pieno dell’estate, il sole non accenna a fare capolino quando su tutta la base risuona l’inno dell’alzabandiera. Petto in fuori, sull’attenti, i militari italiani accompagnano con le loro voci l’inno di Mameli, mentre la bandiera del tricolore si innalza al cielo. Una nuova giornata ha inizio per i nostri soldati impegnati nel cuore dei Balcani.  La Joint Enterprise è una missione di pace che mira a far camminare il Kosovo con le proprie gambe, provvedendo al mantenimento della sicurezza e delle libertà di movimento. A dodici anni dall’avvio della missione, i soldati italiani continuano ad esser visti come dei  benefattori. Per i bimbi del posto sono loro gli “eroi in mimetica”, e ancor oggi si riversano sulle strade al loro passaggio, sbracciandosi  con le manine in segno di saluto, quasi fosse il più dolce dei giochi. Dal mese di maggio a Pec  opera il 21° Reggimento artiglieria terrestre Trieste di Foggia sotto la guida del comandante il colonnello Vincenzo Cipullo. E capita di trovare persino origini ciociare all’interno del Multinational Battle Group West.

Capitano Fava

Tra sloveni, austriaci e svizzeri opera infatti anche il capitano Alessandro Fava, originario di Pontecorvo. Trentuno anni ancora da compiere, arruolato dal 1999, il capitano ciociaro,  dal mese di febbraio, ha assunto l’incarico di comandante della Joint Multimodal Operational Unit (JMOU) in Kosovo, unità interforze composta da militari dell’esercito, marina, aeronautica e guardia di finanza. Non si tratta della sua prima missione internazionale, il capitano Fava infatti aveva già calcato il territorio kosovaro nel 2005 e, nel gennaio 2009, è stato impiegato in Afghanistan: “Ho lavorato a stretto contatto con il comandante dell’Operational Mentoring Liason Team – racconta Fava – il mio incarico consisteva nell’ addestrare sul campo ufficiali afghani, nella zona sud del distretto di Herat”.  Lo incontriamo negli studi di quella che un tempo era Radio West, l’emittente radiofonica del contingente italiano in Kosovo che iniziò le trasmissioni nell’estate 1999, poco dopo l’inizio dell’intervento militare della Nato. Una radio creata per agevolare i contatti tra i militari italiani e la popolazione kosovara e che, nell’immediato dopoguerra, svolse un ruolo chiave nella ricerca dei familiari dispersi.  Sembra di percepirne ancora il brivido della messa in onda e l’energia degli speakers mentre, a microfoni spenti, Alessandro Fava ci parla di sé, della sua vita e di quel binomio indissolubile che lo lega all’arma: “La passione per la divisa è nata insieme a me” confida il capitano. Lo sanno bene mamma Rita e papà Franco, che lo hanno  sostenuto sin dagli inizi della sua carriera accademica. Certo non è facile vivere con il pensiero e l’apprensione per quel figlio “operatore di pace”, impiegato nelle zone più a rischio del mondo,  eppure loro hanno imparato a coesistere con questo senso di preoccupazione e ogni qual volta Alessandro torna a casa, per licenza o alla fine della missione,  è festa grande nei loro cuori.  Quando si ferma a guardare il verde che circonda Villaggio Italia, lo sguardo del capitano Fava si distende e nella sua mente riecheggia il paesaggio agreste ciociaro: “I monti del Kosovo emanano una grande energia – ci confida –  e mi fanno sentire meno la nostalgia di casa”.

Romina Vinci

Pubblicato il 19 Luglio 2011, su Il Tempo -Frosinone

Disponibile su: http://www.iltempo.it/frosinone/2011/07/19/1273052-romina_vinci_frosinone_nebbia_scende_fitta_villaggio_italia_base_contingente_multinazionale_nato_impegnato_nell_ovest_kosovo.shtml

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Kosovo, un “Abruzzo” tra Est e Ovest

Una superficie che rasenta quella dell’Abruzzo o delle Marche, una popolazione che non tocca i due milioni di persone, età media 27 anni: sono questi i numeri del Kosovo, l’ultimo “nato” in casa balcanica.  E’  il paese più giovane d’Europa, avendo proclamato la sua indipedenza solo il 17 Febbraio 2008. Dislocato nel cuore dei Balcani, è uno Stato/non Stato che  fatica a trovare la sua ragion d’essere, in quanto  non viene riconosciuto non soltanto dalla sua più “acerrima” vicina di casa, la Serbia, ma neppure dalla maggioranza della Comunità Internazionale.  Al suo interno convivono diverse etnie, albanesi e serbi in primis, ma anche rom, gorani, bosgnacchi. Una convivenza tutt’altro che pacifica e che ha generato, negli anni Novanta, una sanguinosa guerra civile.  La presenza della forza militare multinazionale è ancora massiccia nel “neostato”, lo testimonia il dispiegamento della missione Nato KFOR (al suo dodicesimo anno di attività) e quella internazionale EULEX, che ha preso avvio nel dicembre 2008, come conseguenza della proclamazione d’indipendenza del paese.  “Nel Kosovo vige oggi una situazione di sicurezza stabile ma allo stesso tempo fragile – spiega Lamberto Zannier, fino alla scorsa settimana a capo della missione Onu (Unmik) che dal 1 Luglio è stato nominato il nuovo segretario generale dell’Osce – Permangono infatti conflitti interetnici soprattutto nel Nord del paese, abitato prevalentemente dalla comunità serba che non riconosce l’indipendenza del Kosovo”.  Secondo il neosegretario generale dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, abbassare la guardia, in termini di riduzione del contingente multinazionale, potrebbe essere pericoloso per le sorti del paese balcanico: “Le tensioni sono costanti, un’eventuale strategia di contenimento  potrebbe comportare il rischio di essere impreparati a contenere un’eventuale emergenza”.

 

Dal 1 Maggio a Pec, nell’ovest del Kosovo, operano i militari del 21° reggimento artiglieria terrestre Trieste di Foggia, impegnati nella missione Joint Enterprise. “Siamo giunti ormai in una fase di stabilizzazione – commenta il comandante del reggimento, il colonnello Vincenzo Cipullo, a capo anche del Multinational Battle Group West  – operiamo soprattutto nella parte ovest del Kosovo, anche se, laddove ce ne fosse la necessità, potremmo essere chiamati ad estendere il nostro raggio d’azione in tutto il paese”. La Multinational Battle Group West è una forza multinazionale composta da italiani, sloveni, austriaci e svizzeri. Tra i compiti peculiari assegnati ai nostri militari figura la salvaguardia di siti di particolare rilevanza religiosa, in particolare il monastero di Decane e il patriarcato di Pec, simboli della religione serbo ortodossa dislocati nel cuore del Kosovo popolato da albanesi e, in passato, soggetto a numerosi attacchi. Negli ultimi mesi ha preso piede l’idea di una crescente islamizzazione del Kosovo, fattore che rischia di minarne ancor più l’ambizione europea. “Non c’è una rispondenza della società ai richiami religiosi, e mi sento di escludere anche l’esistenza di alcun picco di islamizzazione –  precisa Michael Giffoni, ambasciatore italiano a Pristina – ma al contrario assistiamo ad un forte ridimensionamento di un proselitismo di matrice integralista che si era sviluppato nell’immediato Dopoguerra, tra il 2000 e il 2004”.   Il ricordo della guerra civile del 1999 è ancora ben vivido nei cuori e nelle menti dei kosovari, di etnia serba e di etnia albanese, che hanno pagato un alto numero in termini di vite umane, soprattutto donne e bambini. Eppure la voglia di guardare avanti è più forte della rivalsa, e le macerie dell’odio, a poco a poco, stanno lasciando il passo alla ricostruzione. Lo testimoniano i cantieri che aumentano, in maniera esponenziale, soprattutto nella capitale kosovara. A confermarlo è Valentina Pancaldi,  che sta svolgendo un tirocinio presso l’Ambasciata Italiana a Pristina: “Sono qui da due mesi e ho visto costruire tantissimi edifici ed infrastrutture, Pristina è una città che si rinnova con un ritmo vertiginoso”. L’Italia, dal canto suo, non rimane a guardare ma anzi, è protagonista attiva della ricostruzione. Ponti, strade, asili, dighe: la presenza italiana in Kosovo è tangibile, grazie anche all’attività Cimic (Cooperazione Militare e Civile). “Quest’anno i nostri sforzi si stanno concentrando verso il settore agricolo e zootecnico – spiega il tenente colonnello Biagio Paluscio, responsabile Cimic – l’obiettivo è contribuire al miglioramento dello sviluppo economico della zona, del suo bisogno di autonomia alimentare e di lavoro agronomo, nonché  e all’incremento dei livelli occupazionali mediante un miglioramento quantitativo e qualitativo dei prodotti”. Tra i progetti in fase di attuazione ci sono la realizzazione di canali irrigui nelle municipalità di Decane e Dakovica, ed anche la realizzazione di una strada agricola nella municipalità di Klina.  “Coloro che arrivano in Kosovo con il pregiudizio di trovare il Terzo Mondo puntualmente vengono smentiti – confida il tenente colonnello Vincenzo Legrottaglie –  ci troviamo infatti nel cuore dell’Europa, una terra a metà tra Oriente e Occidente”.

Romina Vinci

pubblicato il 10 Luglio 2011, su America Oggi

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Italian Way in Kosovo

Della sua prima esperienza in Kosovo porta dentro molti ricordi, ma uno su tutti: l’odore della morte. “Era l’estate del 1999, i primi giorni di luglio, in strada c’erano tanti cadaveri, il fetore di decomposizione si percepiva ovunque, quell’odore della morte che non si dimentica”. Lui è il tenente colonnello Antonio Stasi,  oggi comandante di gruppo del 21 Reggimento artiglieria terrestre di Trieste con sede in Foggia. Arruolatosi nel 1989 vanta un’esperienza oltre ventennale, al suo attivo ha anche una missione in Iraq. Dal 1 Maggio è impiegato a Pec, nell’ovest del Kosovo, come comandante del Manoeuvre Battalion, unità con compiti operativi formata da militari italiani, sloveni, austriaci e svizzeri.  E’ tornato in terra balcanica dopo dodici anni, ne è passato di tempo da allora. “Nel 1999 sbarcammo a Salonicco, prendemmo i mezzi di nascosto e partimmo per la Macedonia. Entrammo in Kosovo con una colonna di cento mezzi, davanti a noi un inferno: strade interrotte, fuoco ovunque, disperazione. La guerra civile tra serbi e kosovari era finita, la campagna aerea della Nato aveva dato i suoi frutti, la Serbia aveva deciso di ritirarsi ed era iniziata la campagna KFOR, una missione di peacekeeping in ottemperanza della risoluzione 1244 delle Nazioni Unite”.  Il tenente colonnello Stasi ricorda l’affetto della popolazione, immediato: “Venivamo accolti con applausi e sorrisi, questa gente ci vedeva come i loro liberatori”. Lo chiamano Italian Way, quel modo di concepire una missione sotto una veste umana che tutti gli altri eserciti, seppur più attrezzati, continuano ad invidiarci, ieri come oggi. “La popolazione era terrorizzata, c’era la paura delle mine, facevamo tantissimi interventi nei cortili delle abitazioni, tentando di contenere il panico della popolazione, di rassicurarli, di assisterli”. E c’è un altro aspetto che è rimasto impresso nel cuore del comandante: “La forza d’animo delle persone. Ricordo questi profughi che rientravano, tutti incappucciati, straziati dal dolore di aver perso i propri cari, logorati dall’incertezza del futuro, eppure non mollavano”. La stessa grinta Antonio Stasi l’ha trovata oggi, a dodici anni di distanza: davanti a lui un paese che ha festeggiato da qualche mese il suo terzo anno di indipendenza. “I bambini kosovari sono bellissimi, i miei occhi si riempiono dei loro sorrisi – confida –  sono loro il futuro di questo Stato e dell’umanità intera”.

E c’è un’altra persona che, arrivata in Kosovo nello stesso momento storico del tenente colonnello Stasi, ha deciso però di rimanerci,  e che sarebbe stata quella la terra in cui far crescere i suoi figli. E’ Massimo Mazzali responsabile, insieme a sua moglie Cristina,  del Campo-Missione Caritas Umbria di Raduloc, nella municipalità di Klina, una grande casa in cui un gruppo di giovani, italiani e kosovari, si prende cura dei bambini orfani, dando assistenza anche a famiglie disagiate o a persone vittime di povertà. Massimo e Cristina nel 1999 arrivano in Macedonia, nei campi profughi kosovari per portare il loro supporto, entrano in contatto con l’esercito e scoprono “quella faccia della divisa che – racconta Massimo –  ai più rimane esclusa”. I militari infatti riescono a portare in Italia duecento bambini malati, per curarli in strutture adeguate. Massimo rimane in Kosovo. Iniziano ad arrivare i primi orfani della guerra, prima uno, poi due, poi tre, ed ecco che prende vita la casa famiglia. Nasce dal di dentro, è come se venisse partorita dalla terra stessa, un timido tentativo per sanare  le atrocità di una guerra che non ha risparmiato vittime da una parte e dall’altra. Oggi la casa famiglia della Caritas Umbria ospita una cinquantina di bambini e ragazzi kosovari, alcuni sono maggiorenni ed hanno scelto di rimanere per aiutare chi, come anche loro in passato,  ha bisogno di aiuto ed assistenza.  Un’altra ventina di ragazzi invece sono riusciti a reintegrarsi dopo aver passato un periodo nella  casa di Raduloc: alcuni sono tornati nelle loro famiglie, altri hanno proseguito gli studi iscrivendosi all’università, e c’è persino chi è riuscito ad aggiudicarsi una borsa di studio ed ora frequenta un master in Italia. “Per i ragazzi kosovari la vita non è affatto facile. La guerra ha disintegrato tutti i valori, vivono in uno stato ancora in costruzione, una nazione che non offre sbocchi dal punto di vista lavorativo,  non vedono un futuro”.  Sono quarantamila i  giovani, censiti in Kosovo fanno uso di sostanze stupefacenti, soprattutto metadone : ”Un dato allarmante – commenta Massimo – è arrivato l’Occidente, e tutto ciò che esso comporta, nel bene e nel male”.  Mentre parla  viene interrotto continuamente da due vocine esuli e stridule che urlano con quanto più fiato in gola “papà”, “papà”: sono Lorenzo e Giacomo, i suoi figlioletti che, avvolti da due candidi caschetti biondi, fanno di tutto per attirare la sua attenzione. “I miei figli sono nati qui e vanno a scuola qui, parlano italiano e albanese. Cosa mi manca dell’Italia?” Massimo ci pensa un po’ su, poi risponde, sorridendo: “ Niente, la mia famiglia è in Kosovo”.

 

Romina Vinci

pubblicato il  1o Luglio 2011, su America Oggi

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