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A metà del cammino #nextstopbolivia

Sabato 22 Giugno 2013

Siamo giunti a metà del cammino e “Next Stop: BOLIVIA!” prende sempre più piede! Ecco qui un po’ di numeri: in queste due settimane la pagina di Kapipal ha ricevuto 2038 visite (nel momento esatto in cui sto scrivendo), 46 donazioni per un totale di 830 euro. Il 40% della somma. A questi vanno aggiunti 120 euro, perché altre due donazioni mi sono arrivate “per mano” ed ancora non risultano su Kapipal (spero di riuscire a farle inserire tra lunedì e martedì). Insomma: stiamo sfiorando il 50%!

Continuano a donare anche persone che non mi conoscono direttamente, e questo accresce la mia gioia. Devo ammettere che c’è stato un momento di sconforto nel quale mi son chiesta, seriamente, “Ma che cosa stai facendo?” Poi però ho guardato questo video http://www.ted.com/talks/lang/it/amanda_palmer_the_art_of_asking.html , e ne son uscita fuori più convinta che mai. Se ancora non lo avete fatto ne approfitto per segnalarvelo, è davvero una bella testimonianza.

La campagna #nextstopbolivia continua a pieno ritmo su Facebook (i like a volte arrivano altre no, ma non fa nulla), continua con un po’ più di fatica su Twitter (chissà, forse “cinguetto” male, ho pochi followers…) e l’ho estesa anche su Linkedin (da due giorni, e mi iniziano ad arrivare attestazioni di stima anche da lì).

Capitolo stampa, NOTIZIONA! !!

 Giovedì sera l’ANSA ha dato la notizia del mio progetto di crowdfunding  ed il morale è salito alle stelle. Nessun giornale però, ad oggi, ha ripreso la notizia, e soprattutto non ho avuto risposte confortanti dalle redazioni alle quali ho scritto in prima persona (chi mi ignora, chi mi dice “forse”, chi promette e non mantiene).

Ho provato a mobilitare anche qualche grande nome del giornalismo ma niente, tutto tace. E così ho deciso la prossima mossa: scriverò una lettera aperta al Presidente Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Enzo Iacopino. In realtà privatamente gli ho scritto più e più volte, ma visto che lui sembra interessato a pensare ad altro beh…con una lettera pubblica sulla sua amata fanpage sarà obbligato a prendermi in considerazione!

Nel frattempo si consolida sempre più la rete di contatti: al momento dovrei avere dei buoni agganci per Chocabamba, Montero, La Paz. Negli ultimi giorni poi sono venuta a contatto anche con Jaqueline: laureata in Scienze Politiche e dopo aver vissuto molti anni in Italia, è rientrata in Bolivia per collaborare con il governo Morales, all’interno del Ministero delle Pari Opportunità.

Il vero problema però è il viaggio! Perché (ovviamente) non ci sono voli diretti fino a La Paz o a Santa Cruz, e questo fa lievitare di gran lunga il prezzo del biglietto. La tratta più “economica” (si fa per dire, nel senso che non dovrebbe superare i duemila euro) è passando o per Buenos Aires o per San Paolo. In questi giorni sto seguendo con attenzione le proteste che imperversano in Brasile, e credo che queste influenzeranno la mia scelta. Potrei passare per San Paolo, fermarmi un paio di giorni lì, vedere che aria tira e poi arrivare in Bolivia. E’ una buona idea secondo me, cosa ne pensate?

Quel che è certo è che mi devo dare una mossa, devo decidermi entro la prossima settimana!

Vi ringrazio per quanto avete fatto finora, e vi chiedo di continuare a sostenermi facendo circolare il più possibile il mio progetto tra i vostri amici (virtuali e reali).

Vi ricordo che ho creato un evento su Facebook che tengo costantemente aggiornato sul numero delle donazioni e sulla cifra raggiunta. Questo è il link per partecipare: https://www.facebook.com/events/370809436374973/

Grazie di cuore a tutti,

vi auguro un buon weekend e… stay tuned!

Romina

IL MIO PROGETTO: http://www.kapipal.com/bc06e19c6e6c49108ad29de0b407b0d9

 

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…e crowdfunding sia! #nextstopbolivia

kapipal1

[...] Ci siamo, prendo coraggio e rompo gli indugi:
questo è il mio nuovo progetto, “NEXT STOP: Bolivia!”

Chi mi conosce sa quanto mi sia costato girare questo video, ma la voglia che ho di rimettermi in gioco, di scoprire nuovi posti e di scriverne è stata più forte anche della timidezza.
Eccomi allora, sono pronta e, mai come mai prima d’ora, ci metto la faccia. Perché la Bolivia è lì, ed io non voglio farla aspettare oltre.

Nessuna testata mi avrebbe mai finanziato un viaggio del genere, io però non smetto di credere in questo tipo di giornalismo, il mio giornalismo. Ed allora faccio appello a voi, miei amici e colleghi.
Chi mi potrà aiutare con una donazione avrà tutta la mia riconoscenza e gratitudine, chi non ne ha la possibilità mi può dare una mano condividendo questo link sulla sua bacheca e su quella dei suoi amici. Perché è la forza della rete che riesce a fare la differenza. Ho due settimane di tempo per raccogliere i soldi del viaggio. Continuo a ripetermi che ce la posso fare.

Se non riesco vorrà dire che forse è arrivato davvero, per me, il momento di voltar pagina e di chiudere i sogni di una professione nel cassetto….del resto ho quasi trent’anni. Ma io, un ultimo tentativo lo voglio fare, perché… diamine, CI CREDO TROPPO! Ed allora…NEXT STOP: Bolivia, SOGNATE INSIEME A ME!

Simone Marcenaro

Sono da poco passate le 15 quando finalmente mi decido, un bel respiro e via, il tanto agognato clic sul pulsante “Pubblica”. Il mio progetto di crowdfunding è ufficialmente partito, adesso sono in rete, al diavolo tutti gli indugi e i timori! La gestazione di questo “Next Stop: BOLIVIA!” è stata tutt’altro che pacifica, lo sanno bene le persone che mi son state vicino e che han subito i miei lamenti.

Pierluigi

Il pomeriggio è trascorso quasi senza accorgermene. Dovevo completare un articolo e non ci sono riuscita, dovevo riascoltare la registrazione di un’intervista e non ho neanche aperto il file audio, volevo leggere il National Geographic ed invece l’ho abbandonato alla quarta pagina. Perché ero fagocitata dallo schermo, da quelle condivisioni che continuavano ad arrivare, da quei messaggi così sinceri, e da quei like che aumentavano a vista d’occhio. La mia pagina su kapipal ha ottenuto più di 200 visualizzazioni quest’oggi. 12 euro la somma raccolta: poco? Tanto? Giusto? Non lo so. Non so quello che mi attende.

Giovanna Vecchiotti

Il timore che questo progetto si riveli un flop c’è, inutile nasconderlo. Eppure adesso ho voglia di pensare positivo, e l’obiettivo non lo vedo poi così tanto lontano.

Daniele Silvestri

Ho creato un hashtag: #nextstopbolivia così twitterò tutte le novità , e magari è la volta buona che inizio a “cinguettare” anche io come si deve. Su Facebook non so ancora come muovermi, probabilmente creerò un evento ad hoc, così da poter aggiornare sullo stato dei lavori. E poi su Linkedin, un bel messaggio unificato a tutti i “collegamenti”, come pure sulla mail.

Stefania Temofonte

Voglio ringraziare uno per uno, e pubblicamente, gli amici che mi hanno aiutato a sviluppare questa mia idea. Lo farò. Lo farò nei prossimi giorni. Creerò un diario di viaggio di queste due settimane di campagna virtuale. Anche questa, in fondo, è una piccola avventura da raccontare.

Noemi Vinci

E’ sabato sera, sono sola in casa. Apro la finestra per prendere una boccata d’aria, e mi accoglie una strana quiete. Non sento il rumore di alcun motore, non vedo passare nè macchine né motorini. Riesco a percepire soltanto un leggero vociferare, è lontano e non distinguo le parole. Eppure questo silenzio non mi dà fastidio, perché dentro di me sento una gioia infinita. In un momento è pacatezza, un attimo dopo si trasforma in una grande energia. Sono le vostre parole ed il vostro sostegno le cause di questo piacevole moto interiore.

Elysa Frusone

Forse forse qualcosa si muove….

Condividete con me questo  sogno: Next Stop: BOLIVIA – Kapipal

Romina

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Una scossa al terremoto: l’Emilia vuole ripartire

“Nonostante tutto gli emiliani non si danno per vinti. L’altra faccia della disperazione è la loro “reazione”, forte come il loro carattere, generosa come la loro voglia di ricominciare”

 “Quando hanno sentito la scossa i bambini erano a scuola: si sono presi per mano e accompagnati dalle maestre sono usciti in fila dall’edificio, calmi e ordinati, come gli era stato insegnato dopo il terremoto del 20 maggio. Anche gli adulti dovrebbero fare un corso di educazione su come ci si comporta durante un sisma”.

Pier Paolo Borsari è il sindaco di Nonantola, comune del modenese, e racconta così quel 29 maggio, quando i più piccoli sono stati da esempio anche per gli adulti, e mentre tutti lasciavano la scuola, la bidella si fermava all’interno per verificare che non ci fossero scolari nei bagni. “Da settembre comunque i corsi si faranno davvero – assicura – è fondamentale sapere come reagire per evitare problemi ancora peggiori”.

“Reagire” è diventata la parola d’ordine per gli emiliani, da quando il 20 maggio una scossa di magnitudo 5.9 li ha colti nel sonno, nel cuore della notte, e un’altra altrettanto forte nove giorni dopo li ha colpiti ancora, aggravando ulteriormente i danni.

Da allora la terra non ha smesso di tremare, e la gente ha cominciato a convivere con questo continuo senso di instabilità, ma nemmeno per un attimo si è fatta sopraffare dagli eventi. La necessità di ripartire, con le proprie attività economiche, con le proprie vite, si percepisce continuamente in questi territori considerati fra i più ricchi d’Europa, con tassi di occupazione che superano il 70%, fra industria e agricoltura.

Se nei comuni sono stati organizzati i campi di tende per gli sfollati, nelle campagne, data la vastità dell’area colpita dal sisma (da est a ovest da Ferrara a Carpi per 60 km e da nord a sud da Poggio Rusco a Crevalcore per 30 km, ndr) ogni famiglia ha fatto da sé o si è organizzata con i vicini per costruire un piccolo prefabbricato in legno, affittare un camper, o persino acquistare un container e un bagno chimico. Ci sono aziende che non hanno mai chiuso, ma che hanno trasferito i propri “uffici” in gazebi di plastica, o che si preparano a demolire e ricostruire capannoni e strutture ormai pericolanti.

“Adesso si sa quale strada seguire nell’adeguamento edilizio dell’esistente – dice Giovanni Tosatti, docente di geologia applicata all’Università di Modena e Reggio – tenendo conto che molte delle strutture che sono cadute con le scosse erano state realizzate prima del 2003, quando è stata fatta la prima classificazione sismica”.

E’ una pianura che si perde all’orizzonte quella del Basso Modenese, percorrerla significa smarrirsi con lo sguardo in lunghe e sterminate piantagioni di mais, spighe di grano e distese di frutteti. Un paesaggio bucolico che viene interrotto  da casali, case, ville e fienili sventrati, ridotti spesso ad un gioco di travi barcollanti incastonati in cumuli di macerie che riconferiscono tutta la drammaticità del momento ad un paesaggio apparentemente fuori tempo.

Nella frazione di Scortichino, tra Finale Emilia e Bondeno, la signora Barbara Scagliarini,74 anni, ci conduce nel suo giardino per mostrare della sabbia grigia fuoriuscita dalla terra. Si tratta del fenomeno della liquefazione che ha creato tanto sgomento tra la popolazione.  A pochi metri c’è il capannone in cui suo figlio, commerciante di sanitari e arredo bagno, teneva gran parte del materiale: il deposito è andato completamente distrutto.  La storia della signora Barbara sembra uscire dalle pagine del più romantico dei libri: sposata con un libico conosciuto ai tempi degli studi a Bologna, ha vissuto sotto il regime di Gheddafi, anni e anni in giro per il mondo per tornare poi alla sua amata terra natia, l’Emilia. E’ un’attivista del comitato No Gas, agguerrita e guerriera è stata capofila nelle battaglie contro la realizzazione di un deposito gas a Rivara:  “Finalmente si sono accorti che è impossibile avere un sito di stoccaggio lì – afferma con enfasi – con la situazione odierna basta un niente e salta in aria tutta l’Emilia”. Dietro una coltre combattiva però Barbara cela tutta la fragilità di una donna che continua a rivivere, nella sua mente, i secondi infiniti in cui la terra non smetteva di tremare.  Suo figlio le ha comprato un prefabbricato in legno provvisorio, che in giardino è diventato una minuta e graziosa camera da letto per sua madre, che ha troppa paura ancora a dormire in casa.

A quindici chilometri di distanza, nella tendopoli di San Carlo, allestita presso il campo sportivo e tra i primi campi nati spontaneamente, troviamo la signora Giuditta, non un capello fuori posto ed un aspetto curato a dispetto delle sue  84 candeline. “Vivo da sola non ho figli, è da 34 anni che sono dentro quella casa, mi fa male lasciarla”, racconta. Non trattiene le lacrime quando ripensa alla notte del 20 maggio:  “Vedevo i muri ballare, credevo venissero giù”. A San Carlo l’80% del paese è stato risucchiato dal fango.  Giuditta ha l’asma, impossibile per lei vivere in una tenda. “Ho comprato un camper ma lo uso solo per dormire, di giorno sono qui al campo, ho paura a rimanere sola”. 

Seduto dinanzi ad una tenda, sotto l’ombra di un albero ed il manico di un ombrello a cui appoggiarsi quale unico sostegno, c’ è Alfredo, Alfredo Lanzoni, ottant’anni tondi tondi, che tira fuori dalla tasca un foglio con caratteri dattilografati ed inizia a leggere una poesia scritta da lui. Poi racconta di sé, e di come sia cambiata la sua vita dopo il 20 maggio scorso: “La mia casa ha avuto qualche crepa, ma è agibile. Di giorno vengo al campo per stare in compagnia, la notte invece dormo con un occhio aperto e uno chiuso, sempre in allerta”, dice strizzando l’occhio e svelando un’ironia da far invidia.

Gli anziani sono tra i soggetti più a rischio in questo frangente, è per questo che i comitati e le associazioni ricreative del posto si stanno dando un gran da fare per organizzare attività, “tombolate”, gite fuoriporta e quant’altro serva a divagarsi un po’.

Nel Basso Modenese il terremoto ha raso al suolo l’85% delle imprese fermandone l’indotto,  guai però a gettare la spugna.  La CIMA Spa, azienda di Mirandola che produce macchine per la  gestione del contante e la protezione del denaro, si è subito rimboccata le maniche. Novanta dipendenti e una clientela che annovera i più grandi istituti di credito italiani ed esteri. “Ci siamo affrettati a far demolire uno stabilimento di mille metri quadrati in cemento armato, del 2002, per consentire la messa in sicurezza di quello più grande, che ha resistito (del 1974). Lo stesso giorno abbiamo ordinato un tendone provvisorio, in cui abbiamo trasferito i nostri ingegneri in modo da fornire assistenza ai clienti. Siamo ripartiti subito”, racconta la titolare  Nicoletta Razzaboni.

Ma non sempre è così facile. La Falegnameria Martelli, la cui storia inizia nel 1951, aveva già pagato un prezzo alto a causa della crisi: “Avevo dodici dipendenti e son rimasto con uno – afferma il proprietario Giulio che porta avanti l’azienda assieme a sua moglie e ai suoi due figli – il terremoto ci ha tagliato ancor più le gambe”. La scossa è stata così forte da spostare di 35 centimetri una levigatrice dal peso di 30 quintali, ed ha causato anche uno spostamento delle mura portanti di uno dei due capannoni.  “Il capannone va demolito, i costi sono alti da sostenere, ma se non arrivano aiuti come faccio a rimetterlo su di nuovo?”. Ricominciare rapidamente sarebbe fondamentale, perché per la ricostruzione c’è bisogno di infissi e manufatti in legno, e dunque la falegnameria potrebbe tornare a produrre a pieno regime in breve tempo. “Il rilancio dell’attività richiederebbe l’assunzione di nuovo personale, ma se non metto in sicurezza come faccio? Ci sentiamo smarriti”.

E mentre nelle zone rosse dei centri storici colpiti, le saracinesche dei negozi son tutte abbassate, e chissà per quanto altro tempo ancora, c’è anche chi non ha mai arrestato la sua attività, nonostante la paura. Elio Bergamini è un ristoratore e gestisce con passione il caffè Del Ricordo di Bondeno. Ogni sera, dopo la chiusura, non torna a casa ma con la moglie dorme nel suv, parcheggiato sul retro. Dal 29 maggio è questa la loro camera da letto: “La nostra casa è agibile, ma come fidarsi a dormire dentro dopo quel che è successo?” Nonostante i brutti ricordi Elio non ha smesso di guardare avanti, anche perché ha registrato un incremento degli affari: “Il terremoto ha coinciso con l’apertura dello spazio esterno del ristorante – racconta –   la gente ha paura di rientrare a casa per cucinare, preferisce mangiare fuori, ed io ho sempre i tavoli pieni”. Quella veranda è diventata un nuovo punto di riferimento, in un paese ferito nel suo centro storico; pochi giorni fa ha persino ospitato un pranzo nunziale: e per una giornata è sembrato come se nulla fosse mai accaduto.

 

Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo)

Stephanie Gengotti

(foto)

Pubblicato sul numero di Luglio-Agosto del mensile 50&Più

Disponibile in versione pdf:Terremoto_Emilia

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L’antica villa non c’è più: il sisma ha ferito le radici dell’Emilia

Una villa antica, con una torre che risale, forse, a Pico della Mirandola. Un luogo splendido e perfetto per i matrimoni, come quello di Maddalena Corvaglia. Ora, la proprietaria non ha più nulla, se non un cumulo di macerie, e la distruzione interiore di un patrimonio, anche sentimentale, scomparso. Doveva anche lei sposarsi lì, a luglio, ma il destino ha deciso al contrario. E adesso?

Angelica Ferri Personali, trentotto anni, capelli biondi e voce ferma e impostata sospira, contrae il petto, e come una eccelsa padrona di casa presenta i suoi spazi. «Questa è la mia stanza», dice. Poi si corregge: «Questa era la mia stanza». Dietro di lei un mucchio di macerie, una massa amorfa che, se guardata attentamente, riesce a restituire sprazzi di una quotidianità inesorabilmente perduta.

«Di tanto in tanto spunta fuori una scarpa, un libro, una maglietta», sussurra. E la voce non è più ferma come all’inizio. Angelica è la più giovane discendente della famiglia dei Conti Personali: figlia unica è, insieme ai genitori, la proprietaria di Villa “La Personala”, un’oasi, un paradiso terrestre ubicato a San Giacomo Roncole, frazione di Mirandola, uno dei centri più colpiti dall’ondata sismica che ha investito l’Emilia Romagna dal 20 maggio in poi.

Si tratta, si trattava, di una villa padronale del XV secolo, con annessa una torre di dodici metri, un parco di tremila e cinquecento metri quadri, una piscina. Uno spazio incantato ed incantevole, tra le mete più ambite per celebrare cerimonie di ogni tipo. Così austera e regale che anche l’ex velina Maddalena Corvaglia l’aveva scelta per le sue nozze con il chitarrista di Vasco Rossi, Stef Burns. Angelica viveva nella torre la cui origine si fa risalire al XII secolo ad opera dei Pico. «Era l’ala più bella di tutta la villa, è per questo che mio padre aveva deciso di lasciarla a me: io sono figlia unica». Anche lei si preparava a vivere il suo giorno più bello: «Mi sarei dovuta sposare qui nel mese di luglio, era tutto pronto». Il sogno di una principessa si interrompe bruscamente e, di colpo, la realtà si presenta tosta, cruda, cruenta.

«La scossa che ci ha colto il 20 maggio è stata forte, ci siamo presi un grosso spavento, ma non è successo nulla», racconta. «La villa ha resistito, avevamo qualche crepa, ma senza apparenti grandi danni. Il giorno dopo ci siamo recati al comune per chiedere la verifica d’agibilità, abbiamo compilato la domanda e ci siamo messi in fila». Ma la coda era lunga, e la pratica di Villa La Personala è rimasta bloccata in quei plichi di carte. Il terremoto è stato più veloce.

«La scossa del 29 Maggio invece è stata fatale, ha distrutto tutto». Tutto. Raso al suolo quasi l’edificio intero, perché non c’è tradizione millenaria che tenga alla potenza della natura. «Quel martedì mattina mio padre era nella torre, si è visto crollare tutto addosso. Una nube di fumo e di polvere l’ha investito, lui ha iniziato a correre, spinto soltanto dalla disperazione, ed è riuscito a salvarsi, dietro di lui un edificio alto dodici metri si sgretolava e cadeva giù. Anche mia madre è riuscita a scappare e a mettersi in salvo. Io ero fuori, nei dintorni di Carpi, in macchina, viaggiavo ed ho perso il controllo del veicolo. Sono tornata subito a casa, ed ho trovato quel che mai nessuno vorrebbe vedere». La villa non c’era più, al suo posto una coltre di polvere e una montagna di macerie. «È un miracolo che non sia morto nessuno. Ma ora, cosa ne sarà di noi?», si chiede Angelica.

È questo un altro volto del terremoto. Quello di chi non è mai stato abituato a chiedere, perché ha sempre vissuto nell’agio, ed ora si ritrova privo di tutto. «Non abbiamo più vestiti, non abbiamo più nulla. Volevamo provare a salvare qualche mobile o qualche affresco di cui la villa è piena, ma non c’è stato verso. I nostri vicini sono nella nostra stessa condizione. La paura più grande è quella di venire abbandonati. Non si è visto nessuno, è questo che ci fa terrore. L’immobilismo che si è venuto a creare. Vorremmo ripartire da soli, ma non ce la facciamo. Dopo la prima scossa non volevamo cedere. Avevamo tanti matrimoni in lizza quest’estate, sull’onda soprattutto di quello della Corvaglia. E avevamo pensato di spostarli tutti all’aperto, nel parco e nella piscina. Ma la seconda scossa ci ha tagliato le gambe. Ora non abbiamo più niente, ho dovuto restituire tutte le caparre. Ho fatto una stima dei danni, ci vorranno almeno 90 mila euro per mettere in sicurezza tutto. Il guadagno di ogni matrimonio si aggira intorno ai tremila euro, e chissà se mai riusciremo a ripartire. I miei genitori non vogliono perdere la speranza, loro dicono che ce la faremo. Ma intanto viviamo in un container qui in giardino».

Se c’è un aspetto positivo di tutta questa storia, per Angelica, è la solidarietà che si è venuta a creare tra i vicini. Quando si è benestanti, quando si discende da una famiglia di nobili origini, è difficile pensare la propria vita nell’incertezza più assoluta. Ma Angelica si è prodigata sin dai primi giorni per donare una sistemazione dignitosa anche agli altri suoi concittadini. «Abbiamo inviato una maratona di solidarietà su Facebook  e siamo riusciti a comprare due bagni chimici per i ragazzi che vivono in tenda. Ma io voglio cercare di dotare ogni famiglia di un container».

Angelica non smette di porsi domande. «Al di là dell’aiuto, mi sembra assurdo che diano una moratoria di dodici mesi, è insufficiente. Chi ha fatto un mutuo di mille euro, ed ora ha la casa distrutta, cosa fa fra un anno? Torna a pagare mille e cinquecento euro per una casa che non ha più?»

La cucina dopo il sisma

La cucina dopo il sisma

Gli oggetti recuperati dalla famiglia ora sono nel gazebo dei rinfreschi

Gli oggetti recuperati dalla famiglia ora sono nel gazebo dei rinfreschi

La padrona di casa, nel gazebo dove ha raccolto i suoi oggetti

La padrona di casa, nel gazebo dove ha raccolto i suoi oggetti

Alcuni oggetti raccolti nel gazebo

Alcuni oggetti raccolti nel gazebo

Romina Vinci

(testo)

Ilaria Romano

(foto)

Pubblicato il 16 Giugno 2012, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/villa-crollata-mirandola

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Ciociaria sotto la neve, dove non arrivano i soccorsi arriva facebook

Nella Ciociaria coperta dalla neve, i siti istituzionali restano in silenzio, quando non mostrano nella home i risultati delle elezioni del 2006. Per capire cosa stia accadendo ci sono per fortuna testate online locali e i social network. Dove si inviano richieste di soccorso, per uomini e animali. Si stringono legami per cooperare e darsi suggerimenti utili. E, per le scuole, diventano un modo di fare lezione, con un insegnante che ha dato i compiti agli alunni via Facebook. Mentre gli anziani ciociari ammoniscono, durerà a lungo.

FROSINONE – «Comunicato per il cielo: Si prega di non buttare giù altro che non sia acqua o al limite manna…grazie», lo chiede Massimo, da Anagni, con cortesia e gentilezza, sperando che qualcuno – dall’alto – accolga il suo appello. A cinque giorni dalla nevicata che ha messo in ginocchio il Basso Lazio, e non solo, la gente è stremata e c’è chi, disincantato, rivolge le sue preghiere con il naso all’insù.

«Ho nove cani che rischiano di morire sotto la neve, è crollato tutto, qualcuno può aiutarmi con un trattore o con un altro mezzo? Devo portarli via». È il disperato appello lanciato sabato pomeriggio da Isabella, che vive nelle campagne di Ferentino, uno tra i comuni più colpiti. Tre giorni dopo è ridotta allo stremo delle forze, nessuno ha risposto al suo richiamo e lei, da sola, è riuscita a portare in salvo solo cinque delle sue bestiole. Lo ha fatto a piedi, con la neve che superava il metro d’altezza. Non si tratta di un caso isolato purtroppo: ci sono tantissimi allevatori che fanno la conta della perdita del bestiame e denunciano perdite superiori anche ai centomila euro.

Emergenza animali in Ciociaria ma – soprattutto – emergenza persone. Non è bastato far confluire i mezzi di soccorso delle province di Roma e Latina, e neanche l’impiego del personale dell’esercito, perché, a quasi una settimana dall’inizio della nevicata, la macchina dei soccorsi non riesce a fronteggiare le criticità di tutto il territorio.

Torna a connettersi con il mondo Andrea da Boville Ernica, che annuncia trionfante sul suo profilo Facebook, alle ore 17.15: «La Protezione Civile della regione Lombardia ha inviato un mega-gruppo elettrogeno nella mia zona, per far fronte alla mancanza dell’elettricità. Chapeau Formigoni». Ma non a tutti è consentito tirare un sospiro di sollievo. Fino a questo pomeriggio erano ancora 15 mila le utenze nel Frusinate sprovviste di energia elettrica.

A Castelmassimo, frazione del vasto comune di Veroli, centinaia di famiglie si apprestano a fronteggiare il sesto giorno senza acqua e corrente: «È da venerdì che chiediamo interventi, anche di privati – denuncia Lorenzo, 28 anni, che sfida chiunque a lavarsi i denti con l’acqua sciolta dalla neve – ma nessun aiuto». E c’è chi l’aiuto l’ha ottenuto pagando profumatamente, ma il risultato è stato solo temporaneo: «Sabato abbiamo pagato quattrocento euro per far pulire trenta metri di strada, ma ora è tutto completamente ghiacciato», dice Giulia, che vive all’ingresso storico di Ferentino. È andata meglio – si fa per dire – ad un gruppo di venticinque famiglie che, con cinque euro a testa, son riuscite a far pulire cento metri di strada grazie ad un trattore.

Se c’è un merito però che va riconosciuto alla neve è quello di manifestare in maniera plateale le potenzialità del web, soprattutto dei social network. È così che una tra le principali emittenti locali scopre che, al fianco del bianco candore, è possibile cinguettare. «Ieri abbiamo creato il nostro profilo Twitter – annuncia durante una diretta video il direttore della testata – ed abbiamo già centinaia di follower. Scriveteci, così noi twitteremo le vostre segnalazioni».

Lodevole poi il servizio di alcune testate locali online, che offrono costantemente aggiornamenti sull’avanzamento dei soccorsi e sulle zone ancora a rischio. Da segnalare anche l’operato di piccole radio che realizzano lunghe dirette, dando voce a centinaia di cittadini, così come le pagine web di minuscoli centri (quello di Collepardo ad esempio, meno di mille abitanti, offre un notiziario telematico molto valido). Si svelano però anche gli scheletri nell’armadio: siti istituzionali completamente statici, quelli di alcuni comuni mostrano nella home i risultati delle Elezioni del 2006.

In tutto questo scenario, Facebook rimane l’unico motore funzionante al 100%. Erano da poco passate le 21 venerdì scorso quando Luca, un volontario della Protezione Civile in strada da più di ventiquattro ore con la macchina dei soccorsi, fotografa con il suo iPhone il crollo della copertura dello Stadio Casaleno di Frosinone. Subito pubblica sul suo profilo la foto del cedimento. In meno di mezz’ora l’immagine viene condivisa da più di cento persone. Si accendono i riflettori su un’emergenza che, fino a quel momento, per la maggior parte della popolazione aveva avuto tutti i connotati della fiaba.

Sono decine, e sempre più numerosi i gruppi creati sul popolare social network e che offrono un filo diretto per fronteggiare le criticità di ogni singolo comune. La rete fa innestare una vera e propria maratona di solidarietà. Le distanze si annullano e persone che a malapena si salutavano – pur vivendo nello stesso quartiere – eccole ora protese ad aiutarsi l’un l’altra, a colpi di click, ovviamente.

«A Ponte Grande è arrivato lo spazzaneve», scrive Aquila Reale, poco prima delle 17, sul gruppo Emergenza neve Ferentino. «Mandalo alla Cartiera, è da giovedì che sono isolati», replica immediatamente Emanuela. Si lanciano appelli per segnalare mancanza di latte per i neonati, si chiede a chi è più vicino di andar a verificare personalmente le condizioni di salute degli anziani, e c’è anche chi si offre di cucinare la polenta per tutti i volontari che, armati di pala, si prodigheranno per liberare le vie dei centri storici.

Ordinanze dei comuni intanto informano i ragazzi che le scuole resteranno chiuse, almeno per un altro paio di giorni. Tutta festa per gli studenti? Niente affatto, perché Facebook è ligio al dovere, e così una professoressa di una scuola media del capoluogo bacchetta gli scolari: «Visto che la vacanza si prolunga e gli esami si avvicinano – scrive l’insegnante taggando gli alunni di terza media – fate questi compiti. Storia: esercizi da pagina 166 tutti. Grammatica: pagina 570 n.1 e 2. Antologia lettura pagina 370 con tutti gli esercizi. Raggiungete per telefono tutti quelli che non hanno fb».

YouTube però non ci sta, e non vuole restare a guardare i successi del suo competitor. E così trova un modo per spopolare sul web, mettendo in rete un trailer, The Day after Frosinone, che vanta più di 7 mila visite. L’ultimo messaggio spetta però al magico mondo inventato da Zuckerberg. È di Roberto, 29 anni di Alatri il quale, appena rientrato a casa, mette in guardia tutti i suoi amici: «Un anziano ciociaro incrociato per strada ha detto chessa è chella ca dura tant. Tradotto: non dovrebbe migliorare a breve».

 

Romina Vinci

(testo)

Pubblicato il 7 Febbraio 2012, su Linkiesta.it

Disponibile su:  http://www.linkiesta.it/ciociaria-neve#ixzz1ljZnZRHr

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