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La storia di Lucia – #nextstopbolivia

Martedì 2 Luglio 2013

….exploit! #nextstopbolivia ha avuto un’accelerata clamorosa, abbiamo superato i 1.600 euro, oltre l’80% della somma finale! Ecco qui i numeri (molto rapidamente): la mia pagina Kapipal è stata visitata 2.887 volte, 1.610 euro complessivi, pari all’80,5 % (a questi devo ancora aggiungere la donazione di Angela). Sono 69 i donatori ufficiali (ma in realtà sono di più, perché alcuni hanno donato insieme, altri su canali diversi che son convogliati lì insomma… per il numero preciso vi chiedo di attendere la fine della campagna, perché già faccio parecchia confusione con tutti questi dati, ho mandato in tilt anche un foglio Excel! )

Qualche giorno fa mi ha scritto Laura: insieme ad un’amica, sta preparando un ebook per insegnare italiano a stranieri. Non un libro di grammatica, ma una raccolta di testi con esercizi per l’autoapprendimento. Ebbene, dal momento che i testi li scrivono loro, è sempre in cerca di ispirazione e dice che #nextstopbolvia potrebbe essere un bel racconto, e vuole trarne ispirazione!

E poi, proprio qualche ora fa, è uscito un articolo in spagnolo, a firma di Angelo Maria D’Addesio che parla de la “Historia de Romina Vinci, emblemática y significativa!”

Insomma…si sta sviluppando un bel parlare intorno a questo progetto!

Questa sera però son particolarmente gasata perché, nel pomeriggio, a Roma, sono riuscita ad incontrare Lucia, la missionaria che ha vissuto tanti anni in Bolivia.

Che dire… già l’esordio è stato alquanto bizzarro. Avevamo appuntamento a Piazza della Repubblica, alle 19. Io ero lì, dieci minuti prima, intenta a scrutare le persone sperando di veder comparire una suora, ed invece si presenta questa donna, giovanile, con t-shirt, pantalone sportivo e zainetto sprint! Mi ha spiegato che sono missionarie laiche, hanno preso i voti ma non devono portare l’abito e, in teoria, potrebbero esercitare anche un’altra professione parallela. Insomma, son più libere!

Lucia non sapeva nulla di me, dell’esperienze pregresse, di Haiti, non era a conoscenza neppure della raccolta fondi. Quando le ho detto di aver raggiunto quota 1.500 euro mi ha risposto: “Hai molte persone che si fidano di te e del tuo lavoro..però!”

Siamo state un’oretta, forse poco meno insieme, ed è stato un incontro molto utile per me. Ha vissuto sette anni in Bolivia Lucia, e da tre è rientrata in Italia, ma continua a portare questo paese nel cuore.

Dopo aver ascoltato l’idea che ho in mente di sviluppare nel mio viaggio, per prima cosa anche lei, come Mario (n.d.r. per chi ha perso le puntate precedenti Mario Magarò è un giornalista freelance che ha vissuto due anni in Bolivia, ora si trova in Perù, ma si è offerto di aiutarmi nell’organizzazione del mio viaggio) mi ha invitato a ridurre l’itinerario, perché gli spostamenti sono molto complicati laggiù. E pensare che le ho proposto già un percorso più snello rispetto al mio originale (senza le zone del Nord, i dipartimenti del Beni e del Pando). Ma è ancora lungo a suo dire, e poco il tempo a mia disposizione. Viaggiare con i mezzi pubblici in Bolivia rappresenta, secondo Lucia, “un viaggio nel viaggio”, alcune strade sono bloccate perché si viaggia o in un senso o nell’altro, e quindi bisogna aspettare il “turno” di percorrenza. Spesso inoltre, vengono chiuse per i bloqueos , le proteste della popolazione che paralizzano tutto. Però non è detto… magari non becco nessuna protesta ed i miei trasbordi avvengono in maniera agevole e secondo la mia tabella di marcia!

Poi mi ha dato qualche consiglio pratico: dovrò stare attenta perché mi chiederanno i soldi e cercheranno di fregarmi in tutti i modi (ma ad Haiti ho avuto una bella palestra di vita da questo punto di vista), dovrò custodire gelosamente la mia borsa e valigia, perché potrebbero infilarmi qualcosa dentro e passerei guai seri (si riferiva al narcotraffico e sì…in effetti mi impegnerò a tenere gli occhi ancor più aperti).

Lucia mi ha detto che i temi che voglio approfondire sono validi e troverò materiale a volontà: il lavoro minorile, a partire da La Paz, passando per le miniere di Potosì ed arrivare a Montero. Mi ha consigliato anche la violenza domestica, il tema dell’aborto (che è vietato per legge in Bolivia), la migrazione verso oriente (dagli altipiani andini verso la mezzaluna fertile) che difficilmente si rivela un Eldorado e porta alla comparsa di micro-ghetti. Cautela però nel trattare il tema della coca, perché gli interessi in gioco sono alti (anche Mario mi aveva fatto lo stesso discorso). Io ci ho pensato, e l’unica chance potrebbe essere quella di contattare qualche giornalista locale che mi indirizzi in un filone di ricerca, perché ho approfondito la tematica delle piantagioni in questo periodo, però senza agganci “forti” sul territorio è difficile tirar fuori materiale interessante. Insomma…vedremo. L’unica cosa di cui si è raccomandata è quella di prestare attenzione e non mettere in mezzo il nome delle missionarie, perché ci potrebbero essere delle ritorsioni. Ma è l’ultima cosa che voglio, ci mancherebbe altro.

Loro hanno un centro a Montero, dove offrono anche assistenza sanitaria, ed ha detto che probabilmente potrebbero ospitarmi. Le ho parlato della mia indecisione se partire dalle Ande o concludervi il mio cammino, e mi ha consigliato di optare per la prima: giungere a La Paz e mantenermi Montero come ultima meta del mio viaggio ( e quindi prendere l’aereo di rientro a Santa Cruz).

Poi mi ha chiesto se soffro di pressione alta, perché La Paz non è un gioco (3.000 metri d’altezza), ma io non ho mai avuto problemi da questo punto di vista. Ecco poi l’argomento più spinoso: i vaccini.

Io sono già vaccinata a dovere (tetano, tifo, epatite, colera, malaria, tutti fatti per il viaggio ad Haiti) ma mi ha detto che in Bolivia è obbligatorio anche quello per la febbre gialla, e mi ha consigliato di farlo il prima possibile. Non che la notizia mi faccia sprizzare gioia da tutti i pori (ho il terrore delle siringhe, delle punture etc etc!) ma domattina chiamerò il centro di malattie infettive e per chiedere informazioni… così mi toglierò anche questo dente amaro!

Ma al di là di questi dettagli la chiacchierata con Lucia, mi ha convinto ancor di più di aver fatto la scelta giusta. Un’esperienza di vita da cogliere appieno, e che mi darà tanto.

Quando ci siamo salutate Lucia mi ha lasciato un libricino, scritto da lei, si chiama “Il Cuore in Bolivia”.

Ho iniziato a leggerlo in treno, e l’ho divorato. Son arrivata a destinazione mezzora dopo (mai una volta che Trenitalia si smentisse!), eppure il ritardo accumulato non mi ha per niente infastidito, perché io ero immersa in un altro mondo, quello de “Il Cuore in Bolivia”.

Vi regalo un racconto estrapolato da lì, son sicura che Lucia ne è contenta:

GENNAIO: UNA SEDIA PER ANA

IMG00799-20130703-2159Mai avrei immaginato che il futuro di una bambina, il suo legittimo sogno di diventare qualcuno (non è una battuta: perché all’anagrafe all’ufficio del lavoro molti boliviani non esistono), potesse essere legato alla possibilità o meno di disporre di una sedia.

In Italia è quasi scontato, dalla nascita in poi, passare dall’ultimo modello di passeggino “Chicco” al seggiolone, alla sediolina colorata dell’asilo (ideale però per poterci attaccare sotto il chewingum), alla poltrona ultracomoda del soggiorno (preferita anche dal gatto), a quella girevole degli uffici (per darsi più importanza), a quella del dondolo della nonna (se ancora esiste: piace tanto anche ai nipoti). Abbiamo mai pensato a quanto sono importanti le sedie, nella nostra esistenza? A come sanno accompagnarci nelle diverse fasi della vita?

Ma una sedia ‘normale’, semplice ed essenziale, a quattro zampe, di legno, non sapevo potesse valere oro, dovevo andare in Bolivia a scoprirlo.

“Non posso andare a scuola”, così mi ha detto Ana Cely quella mattina, intrufolandosi nella stanzina del servizio sociale del nostro Centro Medico, dove mi trovo spesso a lavorare. Una frase del genere, pronunciata da una bambina di dieci anni: a sentirla, si è quasi sicuri che si tratta della verità – quello che invece rimane da scoprire è il motivo per il quale Ana non poteva andare a scuola. Bisogna indagare, per capire se si tratta di una scusa qualunque, perché la mamma ha bisogno di Ana in casa, dove non c’è nessun altro che rimanga a badare ai fratellini più piccoli; oppure, perché non ci sono i soldi per comprare il quaderno e i libri; oppure perché tutte le magliette di Ana sono ormai bucate, e al collegio esigono invece l’uniforme tutta intera… Tutto questo e altro passava per la mia mente mentre la bambina, piuttosto sveglia, aggiunge subito: “Mi manca la sedia! I maestri mi hanno detto di portarla da casa, perché a scuola non ce ne sono di disponibili – ma noi a casa abbiamo solo due sedie, e anche quelle tutte rotte: ho detto loro che potevo stare seduta per terra durante le lezioni, ma mi hanno risposto che non è permesso dal regolamento. Il mio papà se ne è andato di casa già da tempo, non si sa dove sia; e la mamma guadagna appena per comprarci da mangiare, non ha proprio i soldi per comprare una sedia”. Dalla faccia triste di Ana, ormai prossima alle lacrime, capisco che non si tratta di una bugia alla Pinocchio – e di quanto ci tenga ad andare a scuola. La scuola è l’unica, la sola possibilità per abbondare la vita di strada, per avere la speranza di un futuro migliore. Niente sedia, niente scuola: niente scuola, niente futuro. Le rispondo: “Okay, ti faccio un regalo: però devi promettermi di fare la brava, e di studiare con impegno”.

Per far contento un bambino, in Italia , a volte ci si deve scervellare per pensare ai regali ultimo modello; per Ana Cely è bastata una sedia per farle “sfoderare” uno dei sorrisi più belli che abbia mai visto. Cose dell’altro mondo? Forse. Ma se la felicità vale così poco, perché mai ci sono tante persone tristi sul pianeta Terra?

Lucia Catalano

Grazie di cuore a tutti e… stay tuned!

Romina

IL MIO PROGETTO:  http://www.kapipal.com/bc06e19c6e6c49108ad29de0b407b0d9

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LE MACERIE DI HAITI – Buona la prima

Le macerie di Haiti - BUONA LA PRIMAEra la mia prima presentazione di un libro al quale tengo in maniera viscerale. Era un evento pubblico, quelli nei quali tu ti devi mettere in cattedra, e scoprirti, raccontarti, sottoporti al giudizio altrui.  La tensione era lampante, a farne le spese  nei giorni precedenti – al solito – chi mi sta intorno.

Disdette dell’ultimo minuto, quel video di Fabrizio che ho visto soltanto stamani, alle 6, quando è suonata la sveglia. Il treno in ritardo, e corri cambia binario per prendere quello che sta per arrivare, sperando di guadagnare quel quarto d’ora di vitale importanza. Arriva al terzo piano. No torna giù, la sala è al primo piano. Eccola, bella, grande. Ok, ma dov’è il proiettore? Non lo vedo. Sì sì è in alto, tranquilla, mi dice Samantha. Però non funziona il collegamento con il pc. Chiama il tecnico al terzo piano. Lui scende. Il cavo è rotto. Vado a prendere il cacciavite. Ok risolto, si vede. Non c’è la connessione a internet. C’è wifi, digita la password di trentadue cifre. Mi chiede ancora la chiave di sicurezza, qualcosa è andato storto. Ok fa nulla, andiamo avanti senza l’ausilio del web, si parte.

Qualcuno di importante ieri sera, mi ha detto di stare tranquilla, e mi ha dato un solo consiglio: “Prova a parlare con il cuore”.  Ci ho provato. Non so se ci sono riuscita, ma gli occhi lucidi che ho intravisto nel mentre e al termine del tutto mi fanno pensare che – forse – sono sulla buona strada.

Non c’erano tante persone stamani. Molte meno di quelle che mi immaginavo a dire il vero. “Però ci sono le persone importanti, stai qui per loro, pensa soltanto a loro”, mi hai detto tu per tranquillizzarmi, a cinque minuti dall’inizio della presentazione. Ancora una volta hai saputo far leva sulle corde giuste. Avevi ragione.

La presentazione è corsa via con naturalezza. E lo dico ora, quando ancora non ho visto né video né foto. Perché so che i fatti racconteranno il contrario. Una voce spezzata dall’emozione, uno sguardo che non riesce a sostenere la platea, un vorticoso toccarsi il volto, come per dare un po’ di frescura ad un viso in ebollizione. Non importa.

Colgo l’attimo, mi godo questo presente e voglio farlo insieme a voi, che mi siete stati vicino quest’oggi, e che mi avete mostrato, per l’ennesima volta, la vostra stima e il vostro affetto.

E lo farò citandovi per nome e cognome, bando alla privacy.

Grazie allora a Nadia Angelucci una presentatrice semplicemente eccezionale. Difficile per me immaginare una persona più in gamba, al mio fianco, in quel momento. Ha fornito una visione limpida, esaustiva e dettagliata del libro, mostrandolo nelle sue varie sfaccettature. Erano molte, e lei è riuscita a coglierle. Ho ammirato la sua eloquenza. Non ho mai dubitato sulla sua competenza, ma l’umanità che ha mostrato nei miei confronti beh…quella sì che è stata un’ulteriore grande scoperta. Perché Nadia mi ha messo a mio agio, dal primo all’ultimo minuto. E lo ha fatto con la calma e pacatezza che contraddistingue i grandi professionisti, e non solo di questo mestiere.

Grazie a Carmen Maffione, per sedere alla mia sinistra. Averla al mio fianco e sentirla lì vicino era per me un grande sostegno. Carmen non si è tirata indietro, ed ha accolto la mia richiesta di dare voce alle pagine del libro senza far una piega.  Ha interpretato il mio brano magnificamente, sono stata onorata del fatto che abbia vestito i panni dell’ “attrice”, quest’oggi, e che lo abbia fatto per me.

Grazie ad Enrico Pittari, che – lo ribadisco  – ha creduto in questo libro già prima che vedesse luce. Enrico con la sua voce è in grado di scatenare magie, ammaliare, di trasportare l’uditore verso mete sconosciute. Ed oggi lo ha fatto.  Mi fido ciecamente di lui, e so che riusciremo a portare a termine quel progetto che è nato dal nulla, o dal di dentro forse, partorito passeggiando senza meta e senza un perché, mentre assaporavamo gli accenni della primavera romana.

Grazie a Ilaria Romano, con cui da più di due anni ormai è nata un’amicizia, una collaborazione  professionale che va oltre tutto e tutti. Perché è condivisione, pura e semplice.  Ilaria c’è sempre, e c’era anche oggi.

Grazie a Pierluigi Grimaldi, che è riuscito ad esserci, e si è prodigato anche nel fare le foto,  Ha preso a cuore questo progetto, e continuerà a farlo. Pierluigi è un ponte tra passato e presente, tra un percorso di vita che sento lontano, e che in realtà è vicino. Pierluigi è il tempo che si azzera.

Grazie al direttore di Stampa Romana, Beatrice Curci, per aver messo a disposizione la sede della sua struttura. Oggi era una giornata molto concitata per il nostro mestiere, perché la saga sull’Equo Compenso stava finalmente trovando la sua degna conclusione. E nonostante tutto lei è riuscita ad intervenire, ed a spendere belle parole sul libro.

Grazie a Roberto Di Palma, il mio cugino “acquisito”. Nonostante  i percorsi di vita abbiano diversificato le nostre strade lui c’è. Ha preso a cuore il libro e tutto l’entourage che lo circonda, ed io gliene sono grata. E’ stato bello rivederlo oggi.

Grazie a Giorgia Tarquini, mia cugina “di carne”, che ha sfidato la frenesia dell’orologio pur di esser presente. Quando lei ha fatto il suo ingresso in sala io ho detto: “Ok, ora possiamo iniziare!”.

Grazie ad Alessandro Giuseppe D’Aiola, che nelle occasioni importanti mi dimostra sempre il suo sostegno. Lo fece due anni fa, quando presentavo un libro al quale non avevo dato neanche il nome. Lo ha fatto anche oggi, e gliene sono grata.

Grazie a Sabrina Agasucci che è arrivata correndo, è andata via correndo. Ha sfidato il tempo e il traffico capitolino pur di prendere una copia del libro, ritagliandosi una pausa dal lavoro che non le era concessa.

Grazie a Emanuela Pendola: aveva detto che sarebbe venuta ed ha mantenuto la promessa. In passato ci ha  accomunato il medesimo percorso universitario, ed ora ci ritroviamo catapultate entrambe in un mondo, quello del giornalismo, al quale siamo approdate con due percorsi diversi. Vederla quest’oggi prendere la parola, mi ha inorgoglito. Per me, per lei, e per quel gruppo di colleghi della fatidica annata di Scienze Umanistiche. Nessuno di noi ha intenzione di gettare la spugna, e non lo faremo mai.

Grazie a Francesca Straccamore, che io definisco lo zoccolo duro. Un’amicizia quasi ventennale ci lega: unica, solida, salda. Perché ci si perde di vista, si scivola su tappe salienti, però nei momenti che contano quell’ “esserci” diventa di vitale importanza, in grado di appannare il tempo perso.

Grazie ad Antonella D’Angelo e ad Eleonora Pochi:ci siamo conosciute in una circostanza a dir poco paradossale, in un contesto lavorativo che di lavorativo aveva ben poco. Ma tornerei indietro, e riaccetterei quell’incarico, per il solo piacere di ritrovare di nuovo loro. E’ stato bello vederle oggi, arrivare in ritardo, prima l’una e poi l’altra, e mostrare entusiasmo per la mia piccola opera.

Grazie alle ragazze dell’Erudita Editrice che hanno creduto in questo libro e in ogni occasione mi mostrano la loro vicinanza. Pure oggi ho compiuto l’ennesima gaffe e non ho ricordato l’appuntamento con l’imminente fiera Più libri più liberi, e non me ne hanno fatta una colpa. Cercherò di rimediare domani, promesso.

Grazie a Noemi Vinci, che si era autoeletta cameraman d’occasione, ed invece si è trovata a sua insaputa nel tavolo dei relatori.

Grazie a mamma, a zia Pina e zio Luigi, seduti lì, in seconda fila. Di tanto in tanto li guardavo, e provavo ad immaginare quali potessero essere i loro pensieri, in quel preciso frangente. Non lo saprò mai forse, ed è bene così.

E grazie anche a lui, Camillo Vinci, alias papà, seppur – aggiungo – non se lo meriterebbe. Perché è riuscito a mettermi in difficoltà prendendo la parola per fare la fatidica domanda: “Ma il Vaticano in tutto ciò cosa fa?”. Caro il mio papà, la prossima volta te ne resti a casa. Parola di tua figlia!

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PRIMO PIANO/ Le tre mani di Haiti

Il colore della speranza e la volontà di riscatto dopo il terribile terremoto di due anni fa. La “cité” di padre Richard Frachette e gli aiuti dall’Italia

Le tre mani è un imponente monumento che si erige poco distante dall’aeroporto di Port au Prince.  E’ formato da tre gigantesche braccia che fuoriescono dal basso per sorreggere il Globo Terrestre. Secondo gli haitiani la maestosa statua cela un messaggio di fede, simboleggiato da quella terza mano che mai negherà il suo sostegno agli uomini.  Costruita qualche decina di anni fa dall’ex leader Jean-Bertrand Aristide, è una delle poche opere rimaste illese ad Haiti nel terremoto del 12 gennaio  2010.

A un centinaio di metri dal monumento sorge una tra le tendopoli più grandi di Port au Prince, al cui interno da oltre venticinque mesi centinaia di migliaia di persone vivono in condizioni precarie, prive di acqua, luce e servizi di prima necessità.  La gente qui è logorata dal tempo e dalla fatica, e tutt’oggi continua a chiedersi dove fosse la famosa “terza mano” in quel pomeriggio di gennaio quando un sisma di magnitudo 7.0 della Scala Ritcher ha devastato la capitale di Haiti, causando 230 mila vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati.

A due anni di distanza dal sisma la ricostruzione continua a rimanere soltanto un’utopia. Le strade sono dissestate, il paesaggio si divide tra macerie, case fatiscenti, baracche e tendopoli logorate dal tempo.

Cité Soleil è la più grande bidonville della capitale Port au Prince. Nascosta dietro un nome che evoca luce e gioia, si cela in realtà un’enorme discarica di immondizia a cielo aperto.  Vivono qui cinquecento mila persone senza elettricità, acqua corrente e potabile. A farla da padrone soltanto la devastazione e la miseria, sotto il cocente sole ed i violenti uragani che sovente imperversano nell’isola. In questo angolo di inferno un bambino su due non va scuola,  gioca nel fango e nell’immondizia, è esposto ai pericoli della strada.  L’occhio occidentale fatica ad immaginare un riscatto per gli haitiani. Rabbrividisce nel vedere questi piccoli denutriti, sporchi e senza vestiti, figli di una terra che li rigetta e che dà l’immondizia in pasto ai porci.

E’ in un contesto del genere che da più di vent’anni, Padre Richard Frachette porta avanti la sua battaglia, fatta di fede e umanità. Padre Rick è un sacerdote di origini statunitensi che opera con costanza e determinazione, per ridare una speranza ad un popolo che il resto del mondo considera abbandonato a se stesso. Ogni giorno combatte una guerra a favore dei più deboli.

Capita di vederlo esausto, a fine giornata, mentre si porta l’avanbraccio sulla fronte per asciugare il sudore sussurrando “Oh my God”. Capita di vederlo con gli occhi lucidi, quando la gente lo prende a sassate per una distribuzione di riso non andata a buon fine. La gente, la sua gente, quella stessa gente che per strada lo accoglie come una celebrità, facendogli spazio e urlando “Mon Père, Mon Père!” (Padre, Padre!). Quelle persone che lo fermano  per chiedere una sepoltura ai propri morti, per avere un secchio d’acqua, un pezzo di pane o una medicina, sono le stesse capaci di gettargli contro delle pietre, se la fame prende il sopravvento. Quando ciò accade lui allarga le mani al cielo ed esclama: “Non faccio mai abbastanza, loro son troppi e non ce ne è mai per tutti”.  E’ l’uomo a servizio degli altri che nulla può davanti all’immensità della povertà. Ma nonostante tutto trova la forza di rimboccarsi le maniche, quando voltandosi indietro vede tutto quel che è riuscito a costruire.

Padre Richard Frachette

La sua organizzazione N.P.H. – Nuestros Pequeños Hermanos (I nostri piccoli fratelli), in Italia rappresentata dalla Fondazione Francesca Rava, nel corso di questi anni ha costruito ospedali, orfanotrofi, scuole di strada, centri di riabilitazione, persino una città dei mestieri – Francisville – in cui i ragazzi haitiani producono pane, pasta, mattoni, divise e banchi per scuole.

In creolo, lingua parlata ad Haiti, Fors Lakay significa la forza della famiglia. Padre Rick ha scelto di dare questo nome ad un progetto di ricostruzione che prevede di cambiare il volto del quartiere Cité Soleil attraverso la costruzione di un nucleo di abitazioni e di servizi per la comunità.  Un progetto realizzato con il sostegno della Fondazione Francesca Rava grazie agli aiuti dall’Italia e che, in corrispondenza con il secondo anniversario dal terremoto, ha permesso a Padre Rick di consegnare alle prime famiglie quaranta coloratissime casette, donate dall’azienda Boccadamo.  Grazie alla forte sensibilità del Commendatore Tonino Boccadamo la maison di gioielli, nel Maggio2011 ha lanciato sul mercato la colorata linea TooBe e, attraverso l’iniziativa “Un Metro perla Vita”, ha avviato la raccolta di 200mila euro interamente destinati alla Onlus per finanziare le opere ad Haiti. Le graziose dimore, capostipiti delle duecento che verranno realizzate man mano grazie alle raccolte fondi, sono di circa cinquanta metri quadrati, hanno il bagno e la cucina, una piccola veranda, ricordano i colori del mare dei Caraibi e rappresentano un forte contrasto tra la povertà e il degrado delle baracche distanti soltanto pochi metri.

Le casette sorgono accanto all’ospedale St Mary, ottanta posti letto che consentirà di assistere trenta mila pazienti l’anno.  Sul tetto, ben visibile dall’alto, campeggia una scritta: Diferans, facciamo la differenza. E’ un monito, un’esortazione e allo stesso tempo un modus vivendi di Padre Rick, che per ridare dignità a queste persone si prodiga nel ricostruire una condizione umana di vita attraverso il loro stesso lavoro, perché è solo insegnando agli haitiani ad essere indipendenti dagli aiuti esterni, che è possibile  spezzare il circolo di povertà del paese.  “Dobbiamo dare l’esempio concreto – ha spiegato padre Rick con forza – per far capire loro che una vita migliore è possibile”.

Quando attraversa tutta la città per raggiungere Citè Soleil, Padre Rick passa sempre davanti alla statua de Le tre mani. A volte chiude gli occhi e, quasi senza accorgersene, si ritrova a solo con i suoi pensieri: “Se quelle tre mani prendessero vita e fossero protese a raccogliere doni dal mondo – immagina il sacerdote –  chiederebbero lavoro, acqua pulita e istruzione”. Perché è da queste prerogative che passa il riscatto di Haiti.

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 26 Febbraio 2012, su America Oggi.

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/polDocsDocClass.cfm?doctype_code=&doc_id=656

Versione pdf: Le tre mani di Haiti

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Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (2/3) / Metti trentasei ore a Miami

25 Settembre 2011, Miami

 

Estoy en Miami y… que encanto!

L’arrivo negli States è filato tutto liscio: volo in orario, nessun problema alla dogana, nessun problema con la valigia (nonostante il siparietto a Barajas!). Il primo intoppo si è presentato all’uscita dell’aeroporto. Sono andata alla fermata dei bus, alla ricerca di un fantomatico autobus numero 7 che, secondo GoogleMaps, avrebbe dovuto lasciarmi a cento metri dall’albergo.  Peccato però che, da quelle parti, il number seven non lo conosceva nessuno, né gli autisti delle altre corse, né il personale che però non si è fatto scrupoli prima di rifilarmi il biglietto. Sono stata boicottata in quanto turista? Può darsi. Fatto sta che mi è toccato prendere il taxi,  un “extra” di venticinque dollari affatto gradito per una viaggiatrice squattrinata come me.

Il tassista era un ometto messicano, una quarantina d’anni, sul cruscotto aveva le foto dei suoi due figli. Il mio approccio in inglese non è andato a buon fine; neanche il tempo di finire la frase infatti e lui mi ha invitato a parlare spagnolo: “Perché è lo spagnolo la lingua ufficiale, anche se il Governo non lo vuole accettare”. “Spagnolo? Bene, tanto meglio”, ho pensato tra me e me.

 Mi ha chiesto cosa ci faceva una ragazza da sola a Miami, e perché avevo scelto proprio il mese più brutto dell’anno per visitare la Florida. Gli ho spiegato che la mia non era una vera e propria visita,  avevo infatti soltanto prolungato di un giorno e mezzo lo scalo perché, la mia destinazione, finale era Haiti. “Haiti? Allora tu sei una persona ricca!” mi fa lui.  “Ricca io? Bella battuta!”, mi son detta.  “ Solo quien tiene plata (soltanto chi ha denaro ndr) – continua –  va ad Haiti per fare affari, altrimenti non c’è motivo di andare fin là”. Gli ho risposto che in realtà c’è più di qualche motivo, e che io sono una giornalista , armata soltanto di sacco a pelo, che vado lì  per testimoniare  la realtà di quel paese e, al massimo, riuscirò a dormire in una tenda. Mi risponde con uno sguardo un po’ sornione, mostra di non prendermi affatto sul serio.


Il viaggio dall’aeroporto a downtown dura più di una mezzoretta, e lui ne approfitta per darmi qualche consiglio pratico: quali sono le spiagge più belle, dove andare a mangiare, i quartieri più carini, quelli da evitare assolutamente, soprattutto da sola. Intanto in cielo incombono nuvole grevi ma, anche in questo caso, “nessun problema – mi dice lui – a Miami il sole è sempre in agguato”.

Prendiamo il discorso di Miami Beach, sicuramente uno dei simboli incontrastati della città. Io mi mostro preparata: avevo “studiato” e sapevo che, per raggiungere l’isolotto, dovevo attraversare il lunghissimo ponte MacArthur Causeway . Ingenuamente chiedo al mio autista se disti molto dal mio albergo e, in caso, se potevo percorrerlo a piedi. Lui scoppia in una grossa risata, che dura abbondantemente per due semafori.  “Stiamo in America qui, mica in Italia”, risponde sghignazzando. Io rimango indispettita dal suo fare. Ed è vero che, sempre su GoogleMaps, ho dovuto fare più di uno scroll con il mouse per colmare la distanza del bridge, ma c’è da dire che soltanto il giorno dopo capirò che, quel famoso ponte, è lungo più di cinque chilometri. E ripenserò a lungo a quell’autista, quando quei cinque chilometri si riveleranno il tragitto più lungo della mia vita…

 Finalmente giungiamo a destinazione, mi appresto a pagare la corsa ma – di proposito – evito di dargli la mancia, “perché i giornalisti in Italia non sono ricchi”, mi giustifico salutando il taxista che rimane contrariato.

Faccio così ingresso al  River Park Hotel di Miami. L’albergo è bello, a scapito delle sue due stelle, si tratta di un grattacielo di sedici piani, la mia stanza è al terzo. E’ bello pure il ragazzo alla reception e, anche lui, parla spagnolo. Aveva ragione il mio Cicerone sui generis: Miami è, per una come me, semplicemente un paradiso. L’America Latina negli States, il ritmo caraibico che pervade i grattacieli…mi piace, mi piace! Tra le sue caratteristiche la scheda dell’hotel riportava anche la piscina, che in realtà si è rivelata una piccola pozza d’acqua, per nulla  curata. Anche l’angolo fitness era abbastanza limitato: due tapis roulant e un paio di attrezzi. In compenso però la camera da letto era dotata di ogni confort, con tanto di tv lcd, ed anche internet era accessibile, sebbene soltanto dalla hall.   

Il tempo di ispezionare l’hotel, di verificare la connessione e chiamare papà via Skype, ed eccomi, macchinetta fotografica al collo, come la più tipica delle turiste.  Il ragazzo alla reception mi consiglia di andare al Bayside Market Place, dove avrei potuto mangiare qualcosa, sentire musica, e respirare un po’ dell’aria di Miami. Arrivarci non era affatto difficile, e lui non poteva essere più preciso: quattro quadra in avanti, quattro quadra a destra, meglio di così! Si erano fatte quasi le 17.30, così gli ho chiesto se c’era un orario soglia, oltre il quale era meglio non stare in giro. Lui mi ha detto che Miami non si differenzia poi tanto da tutte le grandi città, è sicura, ma c’’è anche povertà, e tanti homeless per le strade. Per questi motivi, e considerando che ero una ragazza sola  – un ritornello che mi avrebbe accompagnato per tutto il viaggio – mi consigliava di non rientrare dopo le 20.30 e , soprattutto, si raccomandava affinché prendessi un taxi al rientro, cinque dollari la corsa. L’albergo infatti si trovava nell’angolo  sud-est del perimetro del loop, una posizione praticamente invidiabile, in piena downtown. 

Eccomi finalmente in strada, pronta a farmi catturare da questa nuova realtà. C’è da dire che il melting pot contraddistingue Miami anche nell’urbanistica.  Palazzine basse di due-tre piani si alternano a improvvisi grattacieli, basta attraversare la strada per passare da un quartiere stile china-town ad un altro che richiama l’atmosfera del cuore finanziario della City londinese.    Con gioia ho rispolverato uno dei passatempi preferiti che avevo quando vivevo a Chicago: fermarmi davanti a un grattacielo, gambe tese e leggermente divaricate, partire con lo sguardo da terra fino ad arrivare, pian piano,  a cogliere la vetta, senza muovere il bacino.

Nel tragitto geometrico che ho percorso ho attraversato ristoranti, chiese, alberghi, catene di moda, negozi di souvenir, sedi secondarie delle università, angoli di verde. Mancava però l’azzurro del mare, ops dell’oceano. Eccolo finalmente, il Bayside Market Place, una sorta di piccolo porto con tante attrazioni. Barche, navi per turisti, negozi di vestiti, e una marea di bar e ristoranti che si affacciano sull’acqua. C’è spazio per tutto, dall’Hard Rock Caffè alle giostre per bambini, ed anche un piccolo rodeo. Al di qua di Bayside lo skyline dei grattacieli di Miami, aldilà l’Oceano.  Più che i posti però, a colpirmi davvero sono state le persone. E’ la gente infatti a fare la differenza: ritmi caldi, un miscuglio di razze, tante nazionalità, tanti colori di pelle che si mischiano con la più spontanea naturalezza. Quando la differenza non fa estraniare, ma crea armonia, porta anche te, arrivata lì quasi per caso, a sentirti parte del tutto. 

Mi sono seduta in un piccolo atrio che si affacciava sull’acqua, e così ho assistito ad un concerto. Il gruppo era assortito: una donna alle tastiere, un ragazzo alla batteria. Chitarra, basso e voce erano tre signori avanti con l’età, di cui uno sembrava il chitarrista dei Coblin, che quest’estate avevo visto con Sabrina a Nettuno. Hanno iniziato a suonare e la gente si è riversata da subito a ballare, nello spazio rimasto libero davanti al palco, e lo  ha fatto con assoluta naturalezza.  

Signori di una certa età si toglievano le scarpe, prendevano per mano le loro donne e le portavano in pista, accompagnandole nei movimenti. A seguirli ci pensavano coppie di giovani, giovanissimi, e mezza età.  La maggior parte di loro aveva una stazza imponente, ma nessuno sembrava  preoccuparsene.

Sono rimasta a godermi quello spettacolo fino alle venti, poi ho deciso di andare via, del resto le dodici ore di viaggio – e fuso orario annesso – iniziavano a farsi sentire.  Il clima era mite,  il cielo era tinto di viola, io non volevo smettere di assaporare la serenità che emanavano quei posti, e così mi sono incamminata verso l’albergo a piedi, lasciando perdere i taxi.

Miami ha un fascino e un’adrenalina da capogiro, domani voglio approfittare di ogni  minuto per carpirne tutta l’energia.

Romina

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PRIMO PIANO/ Haiti, due anni dopo

Le contraddizioni di un paese ed il peso della modernizzazione. Colera, immondizia, fame con… “Cyber Café” e Blackberry ovunque

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due anni fa si abbatteva su Haiti la  più grande catastrofe naturale del terzo millennio: alle 16.43 del 12 Gennaio 2010 un violento sisma di magnitudo 7.0 della scala Richter devastava la capitale del paese caraibico, causando 230 mila vittime e oltre un milione e mezzo di sfollati.  La violenza della natura si schiantava su un lembo di terra grande quanto il Piemonte, che già vantava il triste primato di essere il paese più povero dell’emisfero occidentale. Dieci mesi dopo ci ha pensato il colera a far alzare esponenzialmente il numero delle vittime: se ne contano già settemila. E non c’è alcuna vena sentimentale nell’affermare che “i tempi del colera” non sono affatto passati, perché ad Haiti è tuttora in atto una forte epidemia che si propaga a macchia d’olio.

Ventiquattro mesi dopo la terribile scossa, abbiamo compiuto un viaggio all’interno del paese considerato il buco nero dei Caraibi. Strade dissestate, tendopoli logorate dal tempo e baracche di eternit che sorgono su un manto di spazzatura: questo è Port au Prince agli albori del Terzo Millennio. Quando le condizioni igienico sanitarie sono precarie, e quando mancano acqua e luce, l’estrema povertà sfocia sovente nella disperazione.  Negli slum di Port au Prince i bambini vivono allo stato brado, sporchi e senza vestiti, si lanciano sassi quale fosse il più innocente dei giochi. Sono bimbi bastardi generati da mamme avare di carezze, figli di una terra che li rigetta e che dà l’immondizia in pasto ai porci.

Daphney lo scorso 30 settembre ha compiuto ventisei anni, ed ha un figlio di cinque. Non ha un lavoro, vive con le quattro sorelle e la loro mamma all’interno di un blocco di cemento fatiscente che risulta troppo arbitrario chiamare casa. Il padre di suo figlio non vuole saperne nulla di loro, ma lei non se ne preoccupa più di tanto: ora è fidanzata con un poliziotto, ed è sicura che la renderà felice.

Haiti è un paese che cela forti contraddizioni. L’acqua potabile è un lusso appannaggio di pochi, così come l’elettricità. Si mangia una volta al giorno, riso con fagioli è il piatto che va più in voga, perché ha dei bassi  costi ed un alto valore energetico.  Si va in giro con ciabatte e scarpe bucate in punta, perché le scarpe chiuse si riservano solo per le grandi occasioni. Ma nonostante tutto la stragrande maggioranza delle persone possiede un telefonino. E si tratta di cellulari di ultima generazione,  quasi un ragazzo su due sfoggia con orgoglio un Blackberry. E gli interrogativi non cessano.

A due anni dal terremoto la ricostruzione è ancora uno degli obiettivi da portare a termine per il Paese: mezzo milione di persone vive tuttora nelle tendopoli e nelle zone in cui si vuole ricostruire,il primo lavoro da fare è togliere tutte le macerie ancora per strada.  Ma è boom di Cyber caffè. Sorgono dovunque, per strada, vengono adibiti nelle baracche, pullulano nelle bidonville e negli slums. Bastano anche due laptop, un router e un paio di fili per la connessione, ed il gioco è fatto. Inizia l’incessante via vai di adolescenti che fanno a gara per visionare il proprio profilo Facebook. Già, perché non si parla di internet, ma unicamente di social network. Ogni ragazzo haitiano ha una sua pagina, e ci tiene molto. A Port au Prince, chi è fortunato, riesce a lavorare per quaranta dollari haitiani al giorno, che corrispondono a dieci nella valuta statunitense. Un’ora di connessione non costa meno di cinque dollari locali, e sono tanti, tantissimi i ragazzi che non appena hanno in tasca quattro soldi, corrono a riversarli qui. Scrivono poco in creolo, più frequentemente in francese e c’è anche chi abbozza un inglese maccheronico. Perché la maggior parte degli “amici virtuali” è fuori il loro paese. Jhonny, ad esempio, lavora in un fastfood anche dieci ore al giorno, senza sosta. Predilige collegarsi la mattina presto, perché la maggior parte dei suoi amici è in Europa, e lui è convinto che presto andrà a trovarli.  E poi c’è Keatia che ha un fidanzato virtuale nell’Ohio, e sogna di raggiungerlo. Però non lo farà, perché  non è così che arriva la modernizzazione nel Quarto Mondo, e non è Facebook il mezzo giusto per portarla.

Comprendere la realtà di Haiti non è facile, difficile convincersi che esista una possibilità di riscatto per questa popolazione. C’è dolore, c’è sofferenza, c’è quella vita così difficile da affrontare. Occhi negli occhi, i nostri nei loro, occhi che pongono domande, occhi che non sanno dare risposte. E poi il ruolo cambia, ma gli interrogativi permangono. Le mani si toccano, bianco e nero si incrociano, si stringono nell’unione da cui dovrebbe arrivare ogni risposta, ma un’unione che probabilmente genera solo sottomissione. Perché bianco è sopra nero, e nero è sotto bianco.

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 15 Gennaio 2012, su America Oggi

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/attualita/polArticles.cfm?doctype_code=ATTUAL%20ARTICLE&doc_id=546

Versione pdf: Haiti due anni dopo

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HAITI/ Tendopoli, macerie e diritti dei lavoratori

Evel Fanfan, avvocato haitiano, trentasette anni il prossimo dieci febbraio, ha consacrato la sua vita a difendere i diritti civili dei lavoratori del suo paese. In questo uomo minuto, che parla velocemente, con una voce spezzata, si avverte una determinazione incrollabile.  Si è battuto per realizzare un codice del lavoro in un luogo dove lo stipendio medio di chi lavora (e non sono in molti) è di due dollari al giorno.  E quando parla dei suoi concittadini vittime di soprusi, violenze e vessazioni, si direbbe che sia impegnato in un’arringa. Ma nelle sue parole non c’è traccia di affettazione: solo, un desiderio profondo di convincere, di spiegare. Evel Fanfan non sopporta l’ingiustizia, e per questo che ha creato, ed è tuttora presidente, dell’associazione AUMOHD, un’associazione che si occupa di difendere i diritti civili degli haitiani . Scuote la testa e alza la voce quando gli viene fatto presente che Haiti è il paese più povero d’America.  “Non è Haiti ad essere povero – ribatte con fermezza il presidente di AUMOHD – sono loro che lo hanno fatto diventare tale, fino a qualche decennio fa Haiti era una perla dei Caraibi”. E quando parla al plurale Evel Fanfan punta il dito contro gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Ma si schiera anche contro la presenza militare dei caschi blu della Minustah (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti), sul posto dal 2004, che gli haitiani considerano responsabili non solo dell’epidemia del colera (esplosa nell’ottobre 2010 ha già fatto registrare oltre seimila decessi), ma anche di abusi perpetrati ai danni della popolazione.  Certo è che i numeri parlano chiaro: secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2011, redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), Haiti occupa la posizione numero 158 su 187 paesi classificati analizzando i livelli di scolarizzazione, sanità e reddito pro capite. La vita media delle persone è di 16 anni.  Sono passati due anni esatti dal sisma che il 12 Gennaio 2010 ha provocato la morte di 230 mila persone, raso al suolo 900 mila edifici e generato un milione e mezzo di sfollati. Secondo Evel Fanfan però il tempo a Port au Prince è come si si fosse fermato al giorno dopo la scossa: “La maggior parte delle macerie non son state rimosse, la gente vive ancora nelle tendopoli, in condizioni di estrema precarietà, come si fa a parlare di ricostruzione?”.

La realtà dell’associazione AUMOHD opera in un territorio minato, quale quello della difesa dei diritti dei lavoratori haitiani. Ogni giorno le porte dell’associazione si aprono a raccogliere decine e decine di haitiani, a cui viene servita assistenza legale gratuita.  Il team di avvocati di AUMOHD ha a che fare con più di tremila lavoratori, ed è l’unica organizzazione effettivamente operativa a Port au Prince.  In un paese in cui l’orientamento verso la violenza sembra essere la regola e la soluzione di tutto, quella dell’associazione di Evel Fanfan è l’unica entità ad impegnarsi rispetto alla vastità dei problemi del settore, ai conflitti che coinvolgono i datori di lavoro e i dipendenti, agli scontri che si verificano su base giornaliera e al vissuto dei lavoratori.

In questi ultimi mesi il giovane avvocato haitiano è impegnato in un progetto molto ambizioso: realizzare una radio che rappresenti la voce dei lavoratori ed operai di Haiti. “Siamo l’unico paese dei Caraibi e dell’America Latina a non avere una stazione radio per la nostra forza lavoro – sottolinea Fanfan – è fondamentale poter disporre di un organo di informazione e di sensibilizzazione, orientamento e formazione a livello nazionale”.

Crede molto in questo progetto il presidente dell’AUMOHD: “Il suo impatto sarà significativo, dal momento che, accanto ad una missione educativa, la radio permetterà di decongestionare e ridurre la pressione sul Tribunale Speciale del Lavoro”.  A detta di Fanfan infatti l’emittente consentirebbe di ridurre i casi minori e, soprattutto, i casi di detenzione preventiva attraverso le stazioni di polizia, “frequente causa – secondo l’avvocato haitiano – di atti di violenza derivanti da abusi sul posto di lavoro”. Inoltre, una stazione radio permetterebbe di sottrarre i diretti interessati all’improduttività e all’alto costo delle spese legali”.

L’associazione AUMOHD ha dato vita ad una maratona della solidarietà per raccogliere gli ottanta mila dollari necessari per realizzare la stazione radio.  Evel Fanfan è spesso impegnato in viaggi tra Italia e Stati Uniti per tenere accesi i riflettori su un lembo di terra, situato al centro dei Caraibi, che la maggior parte del mondo considera caduto nel dimenticatoio.  E’ possibile contattare Evel Fanfan all’indirizzo: presidenteaumohd@yahoo.fr .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Romina Vinci

Pubblicato il 15 Gennaio 2012, su America Oggi

Disponibile in versione pdf: Haiti, due anni dopo .

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Haiti, il peso dell’infanzia

A due anni dal terremoto del 12 Gennaio 2010, si continua a morire di fame ad Haiti. Viaggio negli slums e nelle bidonville di Port au Prince.

Servizio fotografico: Romina Vinci

Montaggio video: Maria Laura Cianfrocca

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Ad Haiti batte un cuore ciociaro

FROSINONE.  La nota maison di gioielli Boccadamo ha realizzato a proprie spese una piccola città.

Duecentomila gli euro raccolti grazie all’iniziativa “Un metro per la vita”

Nell’Haiti che verrà batte un cuore ciociaro.  Viene inaugurata oggi “Rue Boccadamo”, strada costruita grazie alla donazioni di 200 mila euro da parte della maison Boccadamo, in uno dei quartieri più degradati di Port au Prince. L’azienda ciociara leader nella produzione di gioielli in argento, ha dato vita a maggio 2011 ad un’importante iniziativa solidale volta ad offrire un futuro migliore per gli sfortunati bambini che vivono in questo buco nero ubicato al centro dei Caraibi. Haiti infatti è il paese più povero delle Americhe, ma anche il più densamente popolato.  Alle 16.43 del 12 Gennaio 2010 un terremoto di magnitudo 7.0 della Scala Richter devasta Port au Prince, la capitale, causando 230 vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati. E’ stata la catastrofe naturale più grande del terzo millennio. A due anni di distanza il paese versa ancora in uno stato di estrema precarietà.  Port au Prince è una metropoli che accoglie quasi tre milioni di abitanti, la maggior parte dei quali, agli albori del terzo millennio, vive senza acqua e senza luce. Le strade sono dissestate, il paesaggio si divide tra macerie, case fatiscenti, baracche e tendopoli logorate dal tempo. I bambini sopravvivono allo stato brado, seminudi, scalzi, passano le giornate per strada, in mezzo all’immondizia.

A Citè Soleil, una delle zone più pericolose di Haiti, sono ammassate più di trecento mila persone ai limiti di ogni dignità umana.  Ed è proprio qui che la Boccadamo, grazie alla collaborazione con la Fondazione Francesca Rava – N.P.H. Italia,  ha voluto riversare il suo contributo. La maison di gioielli nello scorso mese di Maggio ha lanciato sul mercato la colorata linea TooBe, brand che attraverso l’iniziativa “Un Metro per la Vita”, ha consentito la raccolta di 200mila euro che hanno permesso la costruzione di quaranta casette  (costruite a tempi record) a favore dei bambini di Haiti. Dove oggi sorgono le abitazioni donate dall’azienda italiana, fino a ieri c’era una distesa sterminata di immondizia che giungeva  al mare, anch’esso ridotto a discarica.

Pratiche e colorate, con due stanze ed un bagno, le piccole dimore Boccadamo verranno inaugurate oggi, nell’ambito di “Fors Lakay” (che in creolo significa “La forza della famiglia”) un progetto promosso dalla Fondazione Francesca Rava e che prevede anche l’apertura di un nuovo ospedale, di tre cyber caffè e di una panetteria mobile che porterà 4.500 panini al giorno, lavoro e formazione direttamente nel cuore della baraccopoli.

RUE BOCCADAMO - La strada dove sorgono le "casette" realizzate dalla maison di gioielli ciociara

Quando nasci nel Paese più povero delle Americhe, sei vestito di stracci ed ogni giorno combatti la guerra contro la fame e la disperazione, fatichi ad immaginare un mondo diverso. Ma se vedi trasformare la tua “città del sole” in un villaggio fatto di casette colorate e servizi di prima necessità, ecco che nei tuoi occhi si accende la luce della speranza, ed allora è lecito immaginare che esista un riscatto per questo lembo dannato di terra.

TRE MESI DI DURO LAVORO - I lavori per la realizzazione delle nuove abitazioni destinate agli haitiani che hanno perso tutto con il tremendo terremoto del 12 Gennaio 2010 sono iniziati alla fine della scorsa estate.

LE CASE COSTRUITE IN TEMPI RECORD - Colorate, pratiche, con due stanze ed un bagno, realizzate in cemento. In tutto cinquanta metri quadrati. Le abitazioni sono state costruite in tempi record dove fino a poco tempo fa c'era un'immensa discarica a cielo aperto.

OGGI LA CONSEGNA DELLE ABITAZIONI - Verranno consegnate nella giornata di oggi le quaranta casette realizzate dalla Boccadamo. Le abitazioni, costate 200.000 euro, sorgono in una delle zone più degradate della capitale di Haiti Port au Prince

Romina Vinci

(testo e foto)

pubblicato il 12 Gennaio 2012, su Il Tempo

Disponibile su: http://www.iltempo.it/frosinone/2012/01/12/1315511-haiti_batte_cuore_ciociaro.shtml

 

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