Articoli con tag: immigrazione

Migranti: difficoltà e speranze dopo il sisma

Fondamentale forza lavoro nel settore industriale, molti – dopo il terremoto – sono tornati nei Paesi d’origine. Ma chi è rimasto…

In Emilia Romagna la provincia di Modena è fra le più popolate da migranti, come confermato anche quest’anno dai dati dell’Osservatorio Regionale sul Fenomeno Migratorio. I cittadini provenienti dal Nord Africa, dai paesi dell’Est o dall’Estremo Oriente rappresentano nel territorio il 12,7% della popolazione, e sono una parte fondamentale della forza lavoro del distretto industriale. Anche per loro il terremoto è stato un trauma, e ha messo in luce bisogni e difficoltà che finora non erano emersi con la stessa urgenza.

Oltre mille e cinquecento persone hanno fatto ritorno nei paesi d’origine, mentre chi è rimasto sul territorio cerca di ripartire, ma spesso si trova ad affrontare, insieme alle paure, anche la diffidenza.

Nel comune di Nonantola, 15mila abitanti e 10 km da Modena, il parco pubblico si è trasformato in una tendopoli autogestita: ci sono bengalesi, ghanesi, marocchini e tunisini, che si sono organizzati sotto gli alberi. Fra gli italiani invece non c’è nessuno che dorma qui, perché chi ha una casa con giardino ha piazzato lì la tenda o parcheggiato il camper, e resta vicino alla sua proprietà. Soprattutto in un comune che non è stato fra i più colpiti.

Nel parco intanto tutte le sere Amin e la sua numerosa famiglia srotolano tappeti e coperte sul pavimento di un gazebo di legno, che al tramonto si trasforma in una camera da letto allestita con cura per sei giorni su sette, perché il giovedì lo spazio è a disposizione del centro anziani che organizza la serata del ballo.

I figli di Amin, sei e otto anni, sembrano sereni mentre giocano fra loro, ma il padre racconta che la più piccola si rifiuta di entrare in luoghi chiusi, e fatica ancora ad addormentarsi; per questo vorrebbe farle trascorrere le vacanze in Bangladesh dai loro parenti, ma non ha i soldi per pagare il viaggio. Lavora nell’edilizia ma ora è in cassa integrazione, e spera che si possa ripartire al più presto. Invece Lahoucine, marocchino, è riuscito a far trasferire la moglie in Francia, dove vive una parte della famiglia: lei era incinta prima del terremoto, e dopo la scossa del 29 maggio ha avuto un aborto.

In altri comuni del modenese le diverse nazionalità convivono anche nei campi con le tende blu della Protezione Civile: qui l’emergenza immediata di trovare un posto letto e un pasto caldo è stata gestita rapidamente, ma col passare del tempo sono emersi altri problemi.

Cécile Kashetu Kyenge, congolese di origine e modenese di adozione, medico oculista di professione e portavoce nazionale della Rete Primo Marzo per i diritti dei migranti, non si è accontentata di denunciare una situazione di difficoltà che tante persone stanno vivendo.

“Quando ho capito che non esistevano stime ufficiali di quanti fossero i migranti sfollati e che provenienza avessero – racconta – ho deciso di fare il giro delle tendopoli e cominciare un censimento”. E’ stata a Mirandola, Cavezzo, Concordia, Finale Emilia, e ha scoperto che molti dei problemi non sono nati col terremoto ma le scosse li hanno solo fatti emergere.

Uno di questi riguarda le politiche abitative: “le case più vecchie e in peggiori condizioni sono spesso affittate a cittadini stranieri – dice Cécile – ed è per questo che interi condomini di tutte le nazionalità sono rimasti senza un tetto sicuro”.

Come se non bastasse spesso si verificano anche problemi di comunicazione con le proprie ambasciate e consolati. “Neanche loro sanno esattamente quanti siano gli sfollati, senza contare le persone che magari non avevano il permesso di soggiorno e che non risultano in nessun elenco – continua Cécile – e spesso abbiamo sfiorato il paradosso, come con il consolato del Senegal, a cui è stata chiesta una mano per far rientrare nel paese donne e bambini, e la risposta è stata l’invio di pacchi di riso”.

Non meno importante è l’aspetto psicologico legato al terremoto, per questo gli studenti universitari della comunità camerunense che vivono a Modena hanno chiesto il supporto di una psicologa per affrontare gli esami della sessione estiva. Il percorso verso il loro futuro ricomincia anche da qui.


Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo)

Stephanie Gengotti

(foto)

Pubblicato sul numero di Luglio-Agosto del mensile 50&Più

Disponibile in versione pdf:Terremoto_Emilia

 

PUNTATE PRECEDENTI

Per leggere la prima puntata: http://rominavinci.wordpress.com/2012/07/06/una-scossa-al-terremoto-lemilia-vuole-ripartire/

Categorie: Immigrazione, Reportage | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Eccellenza cinese “MADE IN ITALY”

IL PRONTO MODA

Conosciuto anche come “Fast fashion”, è un settore manifatturiero in cui il tempo che passa tra l’ideazione di un modello e la comparsa del capo in vetrina o su una bancarella è fulmineo. Produrre vestiti a basso prezzo è un’invenzione tutta cinese: esiste solo perché sono disposti a lavorare  tanto in fretta mantenendo i costi ridotti. Seicento pantaloni lunghi e quattrocento gonne da cucire in due giorni: un esempio dei ritmi serrati del pronto moda. La cittadina di Prato è la fabbrica più portentosa di moda “Made in Italy” fatta dai cinesi; qui gli operai con gli occhi a mandorla, che all’inizio lavoravano per gli italiani sono diventati, nell’ultimo decennio, imprenditori essi stessi.

LE RISAIE

Era il 1949 quando il regista Giuseppe De Santis dava vita a “Riso Amaro”, capolavoro cinematografico neorealista sulle mondine che lavoravano nelle risaie della pianura padana. Nel 2012 il riso è giallo, perché nelle risaie italiane lavorano contadini cinesi. Si tratta di un lavoro certosino, capillare e pesante: ore e ore sotto il sole di luglio e agosto, immersi nel fango a curare la varietà di riso selezionata, con la schiena china e lo sguardo concentrato sull’erbaccia da strappare. Tra Biandrate e Novara, Casale e Vercelli si produce il 40% del riso europeo. I giovani locali rifiutano questo tipo di lavoro, perché troppo duro.  D’altronde, chi meglio di un cinese, potrebbe curare una risaia?

LA PIETRA LUSERNA

L’oro grigio di Bagnolo, in Piemonte, è la pietra di Luserna: solida, elegante, con i suoi riflessi azzurrognoli, ricopre persino la Mole Antonelliana. Trent’anni fa nessuno voleva più dedicarsi alla sua lavorazione, ci sono voluti gli scalpellini cinesi per riportarla in auge. E’ bastato dar loro uno scalpello che questi lavoratori instancabili trovavano la vena giusta nel granito e si mettevano a martellare a ritmo ossessivamente regolare. Il loro arrivo in Piemonte si mischia tra storia e leggenda, quel che è certo è che grazie alle loro braccia il distretto della pietra, pilastro dell’economia locale, è decollato. In dieci anni infatti gli incassi derivanti dalla pietra Luserna sono triplicati.

Ilaria Romano e Romina Vinci (testo)

Pubblicato nel mese di Febbraio 2012 su 50&Più.

Disponibile su:Cinesi d’Italia – Febbraio 2012

Categorie: Immigrazione | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Cinesi d’Italia

Molti hanno già ottenuto la cittadinanza e, fra loro, almeno 50mila sono ragazzi con meno di 18 anni. Viaggio in una delle comunità più numerose e meno conosciute delle nostre città.

Vivono a Milano, Roma, Torino, ma anche nelle città e nei comuni della provincia. Lavorano quasi sempre in proprio, con l’aiuto delle famiglie, soprattutto nei settori della ristorazione e dell’abbigliamento. Da anni ormai anche gli italiani hanno imparato ad apprezzarne la cucina, e spesso acquistano i loro prodotti, sempre più competitivi sul mercato globale. Eppure la comunità cinese suscita ancora diffidenza e sospetto, nonostante, o forse proprio per questo, sia in grado di far girare l’economia grazie ad una rete familiare di mutuo sostegno. Se ne parla poco, se non quando la cronaca, spesso tragica come nel caso della rapina di Roma costata la vita ad un uomo e alla sua bambina, lo impone. I cinesi che vivono in Italia sono quasi 210mila, secondo i dati Istat del 2010, e nove su dieci arrivano dalla provincia meridionale dello Zhejiang. A questi si aggiungono coloro che hanno già ottenuto la cittadinanza. Secondo la Fondazione Ismu, Iniziative e Studi sulla Multietnicità, almeno 50mila fra loro sono bambini e ragazzi con meno di diciotto anni, spesso nati in Italia come Federico, 8 anni, figlio di Jang Zonghua, una giovane insegnante che a Roma si occupa di intercultura. “Anche mio figlio parla romano, gioca a calcio, ama la pizza e vuole diventare medico. Con lui cerco sempre di parlare la nostra lingua d’origine perché è importante che non dimentichi da dove viene”.

L’idea di Jang è che l’integrazione passi attraverso la cultura e la conoscenza reciproca. Per questo nel 2006 ha creato un’associazione che si occupa di insegnare lingua e cultura cinese alle seconde generazioni, da due ai diciotto anni. “Fino ad oggi abbiamo avuto oltre 300 studenti – racconta – e c’è un’ottima collaborazione con gli insegnanti della scuola che ci ospita ogni sabato e nel tardo pomeriggio, quando terminano le altre lezioni”. Anche per il Capodanno appena trascorso hanno organizzato un’iniziativa insieme. “Certo non è un percorso sempre facile – dice Jang – e non tutti sono disposti a superare i pregiudizi. Ci sono genitori di bimbi italiani che pensano che l’insegnamento del cinese possa compromettere l’integrazione, ma non è affatto così”.

Le iniziative culturali promosse dalla comunità cinese non sono ancora molto diffuse, anche se il capodanno è diventato un’occasione per farsi conoscere, soprattutto nelle grandi città, attraverso l’organizzazione di eventi e spettacoli. D’altra parte interi quartieri hanno ormai un’altissima percentuale di residenti del Sol Levante: l’Esquilino a Roma, via Paolo Sarpi a Milano, via Pistoiese a Prato, il Borgo Teresiano a Trieste. Il territorio lombardo è stato il primo ad essere raggiunto da cittadini cinesi negli anni Venti e Trenta, quando c’era bisogno di manodopera nelle sartorie e nei laboratori di pellame, ma l’immigrazione è diventata un fenomeno consistente solo negli anni Ottanta, quando molti piccoli imprenditori sono riusciti ad investire in Italia grazie alle favorevoli politiche del governo cinese, che sostiene l’emigrazione, e al forte senso di comunità e di appartenenza che genera un sistema di mutuo soccorso, e permette di scambiarsi prestiti in denaro e darsi una mano in caso di bisogno.

Per questo la comunità cinese vista dall’esterno appare sempre molto chiusa. “Ci sono voluti dieci anni perché arrivassero anche clienti italiani – racconta Jin, una donna di quarant’anno che gestisce un banco di frutta e verdura a Roma, in Piazza Vittorio – all’inizio c’era molta diffidenza, ma ora la situazione è cambiata”. A darle una mano c’è un dipendente di origine bengalese, mentre il suo fornitore di fiducia è un italiano che lavora nell’import-export. “I miei due figli – dice Jin – hanno 20 e 22 anni e frequentano l’università. Si trovano bene in Italia, anche se non sono nati qui”. La vera sfida dell’integrazione è proprio per i giovani. Nel 2005 un gruppo di ragazzi italo-cinesi ha creato un’associazione che si chiama Associna, e che oggi è il principale riferimento delle seconde generazioni, con sedi in tutta Italia. Sono loro che attraverso il sito ufficiale (www.associna.com), spiegano di essere stanchi di giudizi e classificazioni, e di voler sfatare i luoghi comuni sui cinesi.

La loro attività parte dai luoghi della vita quotidiana come le scuole, i quartieri, le associazioni imprenditoriali: uno dei più recenti progetti che hanno attivato è “Cinesi in Italia, percorsi di inclusione”, per aiutare i lavoratori immigrati da poco ad orientarsi con le leggi italiane, anche attraverso i suggerimenti e gli spunti arrivati da chi si trova in Italia da tempo.

Le cose però sembrano destinate a cambiare, complice la crisi economica dell’Europa e la crescita imponente della Cina. “Molti cittadini cinesi fanno un biglietto di sola andata per Pechino o Shangai – racconta il direttore di Europa 2000, uno dei tour operator specializzati nei collegamenti fra i due paesi – e questo vuol dire che non tornano a casa per una semplice vacanza”. Roma è ancora uno dei maggiori centri europei del commercio all’ingrosso, ma il giro d’affari non è più quello di vent’anni fa. “I viaggi sono il sintomo del cambiamento – continua il direttore del tour operator, che gestisce con una collega e con dipendenti cinesi al call center – gli italiani che si rivolgono a noi sono diminuiti, e i cinesi che partono spesso lo fanno perché dopo una vita in Italia è un momento favorevole per rientrare in patria e reinvestire lì il proprio capitale”.

Ilaria Romano e Romina Vinci (testo)

F. Amicucci (servizio fotografico)

Pubblicato nel mese di Febbraio 2012 su 50&Più.

Disponibile su: Cinesi d’Italia – Febbraio 2012

Categorie: Immigrazione | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

POLVERE DI SOGNI / Introduzione

Storie di vita e altre storie

 

Nell’ ultimo periodo mi capita di muovermi spesso in treno, sulla tratta Roma-Cassino, e di viaggiare sempre nella stessa carrozza, per pigrizia, apatia  o forse più semplicemente per abitudine. Sovente accade che, tra una fermata e un’altra, salgano passeggeri ‘sui generis’, viandanti che entrano nel vagone, e lo percorrono in su e in giù chiedendo l’elemosina prima da una parte e poi dall’altra. Il loro viaggio dura dieci minuti, al massimo un quarto d’ora. Poi scendono, cambiano banchina, e ripetono il medesimo rituale sul treno che viaggia nella direzione opposta. Un paio di mesi fa il passeggero ‘sui generis’ aveva il volto di una bambina. Avrà avuto non più di tredici anni. Indossava blue jeans consumati e un piumino nero, aveva i capelli raccolti in maniera disordinata con un elastico rosso. Secondo Cesare Lombroso (antropologo e criminologo dell’Ottocento) il ‘delinquente nato’ presenta delle caratteristiche riconoscibili. Generalmente ha la testa piccola, la fronte sfuggente, gli zigomi pronunciati, gli occhi mobilissimi ed errabondi, le sopracciglia folte e ravvicinate, il naso storto, il viso pallido, la barba rada.  Se fosse ancora in vita, e se l’avesse avuta dinanzi agli occhi, non so quale ‘tipo’ Lombroso avrebbe riconosciuto nei tratti somatici della ragazzina. Quel che so è che lei è scesa alla fermata di Valmontone. Il treno ha fatto una sosta più lunga del previsto, e io sono rimasta a osservarla dal finestrino. La ragazzina si era seduta su una panchina e, con le gambe a penzoloni, contava le monete racimolate. Alle sue spalle un pannello, che vibrava a causa del vento, era stato ‘imbrattato’ con una bomboletta spray nera a chiari caratteri a stampatello. C’era scritto: ‘Smettila di lamentarti’.

L’immagine di quella bambina, seduta con quella scritta alle spalle, mi ha accompagnato per molto tempo. A ogni mio nuovo viaggio, ogni qual volta il treno faceva sosta nella stazione di Valmontone, non potevo far a meno di sporgermi dal finestrino per leggere quelle parole. Adesso non posso farlo più, recentemente la scritta è stata coperta con dei manifesti pubblicitari.

Il testo che segue racconta le storie di quindici migranti, narrate sotto forma di intervista. Eppure non è un testo di risposte, bensì di interrogativi. Chi cerca delle soluzioni non ne troverà, chi si aspetta unità rimarrà deluso, perché è proprio nella diversità il collante della trama narrativa. Il dare del ‘lei’ o del ‘tu’ viaggiano sulla stessa lunghezza d’onda, sfera privata e sfera sociale si incontrano, a volte si confondono, altre si respingono. Il tutto sullo sfondo della città eterna, che accoglie ed esclude, abbraccia e rigetta.

 

Romina Vinci

[...]Il libro Polvere di sogni è stato stampato nel marzo 2011, realizzato per conto dell’Associazione Culturale Spazi dell’Anima e grazie al contributo del Consiglio Regionale del Lazio, alla collaborazione della Presidenza e dell’Assessorato alle Politiche Sociali del IX Municipio.

Il volume può essere scaricato, gratuitamente, in formato ebook su: http://progettopolveredisogni.blogspot.com/

 

Categorie: Immigrazione, Storie & Racconti | Tag: , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Morti di serie B, il naufragio del silenzio

Non ci sono codardi Capitan Schettino da canzonare a ritmo di Dj Francesco, e neanche prodi Comandante De Falco, emblema di coraggio e virtù.  Non si parla di inchini dannati, di navi da sogno e calici in alto per immortalare un istante che dovrebbe rimanere eterno. C’è solo la disperazione marchiata “clandestina”, tinta di bianco e nero, priva di  sfumature. E c’è quel mar Mediterraneo ormai diventato un cimitero color blu, pieno di tombe senza nomi. Perché ai morti di serie B non è dato di essere ricordati. (nota R.V.)

LIBIA: 55 Dispersi sulla rotta per Lampedusa

Nuovo lutto nel Mediterraneo. La capitaneria di porto di Misrata, in Libia, ha recuperato questa mattina un gommone alla deriva al largo di Khums. A bordo e’ stato ritrovato il corpo senza vita di un giovane uomo. Nessuna traccia invece degli altri passeggeri, probabilmente trascinati via dalle correnti. Il ritrovamento segue di un giorno l’allarme lanciato in Italia dal giornalista dell’edizione in lingua somala della Bbc Radio, Aden Sabrie, che aveva ricevuto un sos dai familiari residenti in Italia di alcuni dei 55 passeggeri del gommone finito alla deriva, apparentemente tutti somali. L’imbarcazione faceva parte di un gruppo di quattro imbarcazioni salpate probabilmente dalla costa tra Zlitan e Khums, a est di Tripoli, probabilmente il 14 gennaio. Due delle imbarcazioni (rispettivamente con 25 e 90 passeggeri a bordo), sono state soccorse il 15 gennaio dalla guardia costiera maltese. Lo stesso giorno, una terza barca con 72 persone a brodo era stata soccorsa dalla guardia costiera italiana 40 miglia a sud di Lampedusa. La notizia del naufragio proviene da un dirigente del porto di Misrata, che ci ha mostrato anche le foto del gommone ritrovato.

dal blog di Gabriele del Grande (17 Gennaio 2012)

Categorie: Immigrazione | Tag: , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Tra i cinesi di Roma: «Il sogno non è più l’Italia, è di tornare in Cina»

Il giorno dopo il barbaro omicidio di Torpignattara e la morte di un cinese di 31 anni e di sua figlia di nove mesi, siamo andati all’Esquilino il quartiere asiatico. Dove la crisi si sente lo stesso e gli italiani non si avvicinano alle macellerie. I romani dicono che «qui “loro” sono padroni e imprenditori». Si organizzano corsi di lingua. Per tanti, però, l’obiettivo è tornare a casa: «Là ci sono più speranze». 

ROMA – Il barbaro omicidio di ieri notte a Torpignattara, periferia est della capitale, nel quale hanno perso la vita un uomo cinese di trentuno anni e la sua piccola di appena nove mesi, ha generato sgomento e indignazione tra gli abitanti della zona, e colpito al cuore una comunità che, nella sola Roma, vanta circa cinquantamila persone (dati sottostimati). Una rapina efferata che interrompe bruscamente il clima di festa che regnava tra i cinesi in questi giorni, nel fermento dei preparativi per celebrare l’arrivo dell’Anno del Drago (Capodanno Cinese o Festa di Primavera), previsto il 23 Gennaio.

Ma come vivono i cinesi di Roma? Siamo andati a visitare i posti dove vivono, lavorano e si riuniscono, per scoprirlo.

Al mercato rionale dell’Esquilino, il quartiere più multietnico della capitale, di banchi cinesi se ne contano a malapena quattro. «Non c’è da sorprendersi – ci confida un signore sulla sessantina, accento romano, da oltre dieci anni specializzato nell’import-export tra Italia e Cina – i cinesi sono imprenditori, non si abbassano a vendere frutta e verdura per strada. Molti di questi banchi – continua l’uomo, che preferisce conservare l’anonimato – sono proprietà dei cinesi, che poi assumono manodopera a bassocosto, soprattutto bengalesi e cingalesi».

Eppure, a cercarla bene, qualche venditrice con gli occhi a mandorla esce fuori. Si chiama Jin, 42 anni, arrivata in Italia negli anni Novanta. Sul suo bancone trovano spazio frutti italiani e primizie asiatiche. La clientela di Jin non ha razza: «Asia, Africa, America Latina, i miei consumatori provengono da ogni dove». Spuntano – a sorpresa – anche gli italiani: «Sono dieci anni che lavoro in questo mercato, la gente del quartiere mi conosce, ed anche le casalinghe italiane si fidano della qualità dei miei prodotti».

Poco distante da quello di Jin c’è un altro banco a tenere alta la bandiera rossa a cinque stelle. È una macelleria, a gestirla una coppia di giovani sposi cinesi, affiancati da un filippino e, grembiuli bianchi alla vita; hanno un gran da fare tra spuntature, guanciale e braciole da tagliare. Il loro banco è preso d’assalto in continuazione dai connazionali che fanno acquisti in grandi quantità. Però qui di italiani non se ne vede neanche l’ombra malgrado i prezzi concorrenziali e la carne esposta in bella vista: le leggende metropolitane sulla cucina cinese non sono affatto superate.

A ridosso dell’uscita principale del mercato poi c’è il banco di Hu e sua moglie Zeng. Hanno 48 anni (uno in più secondo il calendario cinese). Hu è venuto in Italia da solo, sedici anni fa, per fare fortuna, lasciando in patria una famiglia appena formata e tre figli piccoli. Difficile il primo periodo, la ricerca di lavoro e tutta l’epopea burocratica da seguire; poi, pian piano, è riuscito a far quadrare il cerchio, ottenendo il ricongiungimento familiare. I figli di Hu e Zeng sono diplomati, hanno un’occupazione e uno stipendio fisso. Di tanto in tanto vengono a Piazza Vittorio ad aiutare i genitori, perché loro vivono in un altro quartiere, ed hanno amici più italiani che cinesi. Hu non si lamenta della sua condizione, anche se ammette un calo brusco di vendite negli ultimi mesi: «La crisi a Roma noi cinesi la percepiamo più degli italiani».

A Piazza Vittorio Emanuele II e strade limitrofe la maggior parte dei negozi reca insegne cinesi: si trovano punti vendita di abbigliamento, calzature, casalinghi, ristoranti e, di tanto in tanto, sbuca anche qualche timida boutique, in rigoroso “Chinese style” ovviamente. A via Bixio, in una scuola pubblica, un gruppo di insegnanti cinesi organizza laboratori di lingua e cultura cinese indirizzati sia ai cinesi nati in Italia sia a cittadini italiani interessati. Capostipite dell’iniziativa è Jiang, una giovane professoressa di 34 anni, che porta avanti questo progetto dal 2006. «Organizziamo le lezioni fuori dagli orari scolastici (dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 19, e il sabato mattina), abbiamo circa trecento iscritti, dai bambini di tre anni fino ad arrivare ai ragazzi delle scuole superiori, e ci sono anche una trentina di italiani».

Jiang fa il punto sulla condizione dei cinesi di seconda generazione: «L’80% dei ragazzi è nato qui, sono giovani che parlano romano, vestono occidentale, amano la cultura italiana, ma hanno la cittadinanza cinese, e non devono dimenticare le proprie origini. Rappresentano un ponte tra le due culture». Interrogata sul suo futuro, la giovane insegnante resta un po’ interdetta: «Fino a cinque anni fa avrei risposto Italia, senza esitare. Oggi non la penso più così: sono tanti i cinesi che vogliono tornare nel proprio paese d’origine, in Cina c’è più speranza che in Italia».

Della stessa opinione anche il direttore di un’agenzia di viaggi specializzata in rotte con il Sud Est Asiatico: «Negli ultimi cinque-sei anni c’è stato un boom di voli per Shanghai e Pechino, ed un pullulare di compagnie aeree che investono su questa tratta», afferma il tour operator. C’è però un cambio di rotta, non si viaggia più da Est verso Ovest, perché il vento è cambiato: «Si trovano voli per Pechino anche a meno di cinquecento euro, e molti cinesi fanno un biglietto di sola andata».

A dar man forte a questa tesi ci pensa Lucia King, imprenditrice romana che vanta di essere la cinese più vecchia di Roma. «Quando nel 1965 sono arrivata in Italia – afferma la donna – nella capitale vivevano a malapena dieci cinesi. Io ho potuto seguire dal di dentro tutto il processo, dai cinesi della prima generazione, di cui faccio parte, poi è arrivata la seconda ed i loro figli, nati in Italia e che fanno parte della terza generazione, ormai integrata a tutti gli effetti». A detta di Lucia King gli italiani dovrebbero iniziare a temere i cinesi: «Prima facevamo a gara per venire in Italia perché si pensava di trovare l’oro sulle strade, ma adesso l’oro è in Cina. Quando oggi arrivano le delegazioni cinesi qui mi sento dire: Ma l’Italia è tutta qua? La Cina è molto più avanti».

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 5 Gennaio 2011, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/cinesi-roma-attentato

Categorie: Immigrazione, Reportage | Tag: , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Blog su WordPress.com. The Adventure Journal Theme.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: