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Italian Way in Kosovo

Della sua prima esperienza in Kosovo porta dentro molti ricordi, ma uno su tutti: l’odore della morte. “Era l’estate del 1999, i primi giorni di luglio, in strada c’erano tanti cadaveri, il fetore di decomposizione si percepiva ovunque, quell’odore della morte che non si dimentica”. Lui è il tenente colonnello Antonio Stasi,  oggi comandante di gruppo del 21 Reggimento artiglieria terrestre di Trieste con sede in Foggia. Arruolatosi nel 1989 vanta un’esperienza oltre ventennale, al suo attivo ha anche una missione in Iraq. Dal 1 Maggio è impiegato a Pec, nell’ovest del Kosovo, come comandante del Manoeuvre Battalion, unità con compiti operativi formata da militari italiani, sloveni, austriaci e svizzeri.  E’ tornato in terra balcanica dopo dodici anni, ne è passato di tempo da allora. “Nel 1999 sbarcammo a Salonicco, prendemmo i mezzi di nascosto e partimmo per la Macedonia. Entrammo in Kosovo con una colonna di cento mezzi, davanti a noi un inferno: strade interrotte, fuoco ovunque, disperazione. La guerra civile tra serbi e kosovari era finita, la campagna aerea della Nato aveva dato i suoi frutti, la Serbia aveva deciso di ritirarsi ed era iniziata la campagna KFOR, una missione di peacekeeping in ottemperanza della risoluzione 1244 delle Nazioni Unite”.  Il tenente colonnello Stasi ricorda l’affetto della popolazione, immediato: “Venivamo accolti con applausi e sorrisi, questa gente ci vedeva come i loro liberatori”. Lo chiamano Italian Way, quel modo di concepire una missione sotto una veste umana che tutti gli altri eserciti, seppur più attrezzati, continuano ad invidiarci, ieri come oggi. “La popolazione era terrorizzata, c’era la paura delle mine, facevamo tantissimi interventi nei cortili delle abitazioni, tentando di contenere il panico della popolazione, di rassicurarli, di assisterli”. E c’è un altro aspetto che è rimasto impresso nel cuore del comandante: “La forza d’animo delle persone. Ricordo questi profughi che rientravano, tutti incappucciati, straziati dal dolore di aver perso i propri cari, logorati dall’incertezza del futuro, eppure non mollavano”. La stessa grinta Antonio Stasi l’ha trovata oggi, a dodici anni di distanza: davanti a lui un paese che ha festeggiato da qualche mese il suo terzo anno di indipendenza. “I bambini kosovari sono bellissimi, i miei occhi si riempiono dei loro sorrisi – confida –  sono loro il futuro di questo Stato e dell’umanità intera”.

E c’è un’altra persona che, arrivata in Kosovo nello stesso momento storico del tenente colonnello Stasi, ha deciso però di rimanerci,  e che sarebbe stata quella la terra in cui far crescere i suoi figli. E’ Massimo Mazzali responsabile, insieme a sua moglie Cristina,  del Campo-Missione Caritas Umbria di Raduloc, nella municipalità di Klina, una grande casa in cui un gruppo di giovani, italiani e kosovari, si prende cura dei bambini orfani, dando assistenza anche a famiglie disagiate o a persone vittime di povertà. Massimo e Cristina nel 1999 arrivano in Macedonia, nei campi profughi kosovari per portare il loro supporto, entrano in contatto con l’esercito e scoprono “quella faccia della divisa che – racconta Massimo –  ai più rimane esclusa”. I militari infatti riescono a portare in Italia duecento bambini malati, per curarli in strutture adeguate. Massimo rimane in Kosovo. Iniziano ad arrivare i primi orfani della guerra, prima uno, poi due, poi tre, ed ecco che prende vita la casa famiglia. Nasce dal di dentro, è come se venisse partorita dalla terra stessa, un timido tentativo per sanare  le atrocità di una guerra che non ha risparmiato vittime da una parte e dall’altra. Oggi la casa famiglia della Caritas Umbria ospita una cinquantina di bambini e ragazzi kosovari, alcuni sono maggiorenni ed hanno scelto di rimanere per aiutare chi, come anche loro in passato,  ha bisogno di aiuto ed assistenza.  Un’altra ventina di ragazzi invece sono riusciti a reintegrarsi dopo aver passato un periodo nella  casa di Raduloc: alcuni sono tornati nelle loro famiglie, altri hanno proseguito gli studi iscrivendosi all’università, e c’è persino chi è riuscito ad aggiudicarsi una borsa di studio ed ora frequenta un master in Italia. “Per i ragazzi kosovari la vita non è affatto facile. La guerra ha disintegrato tutti i valori, vivono in uno stato ancora in costruzione, una nazione che non offre sbocchi dal punto di vista lavorativo,  non vedono un futuro”.  Sono quarantamila i  giovani, censiti in Kosovo fanno uso di sostanze stupefacenti, soprattutto metadone : ”Un dato allarmante – commenta Massimo – è arrivato l’Occidente, e tutto ciò che esso comporta, nel bene e nel male”.  Mentre parla  viene interrotto continuamente da due vocine esuli e stridule che urlano con quanto più fiato in gola “papà”, “papà”: sono Lorenzo e Giacomo, i suoi figlioletti che, avvolti da due candidi caschetti biondi, fanno di tutto per attirare la sua attenzione. “I miei figli sono nati qui e vanno a scuola qui, parlano italiano e albanese. Cosa mi manca dell’Italia?” Massimo ci pensa un po’ su, poi risponde, sorridendo: “ Niente, la mia famiglia è in Kosovo”.

 

Romina Vinci

pubblicato il  1o Luglio 2011, su America Oggi

Disponibile in versione pdf: Oggi7 pagina6 7.10.11

Categorie: Esteri, Reportage | Tag: , , , , , , , , | Lascia un commento

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