Articoli con tag: L’Aquila

L’Aquila, la nuova piazza è un centro commerciale

L’INSOSTENIBILE BEFFA DELLA RICOSTRUZIONE –  Quattro anni dopo il terremoto non è cambiato nulla, i giovani scappano (REPORTAGE E FOTOGALLERY)

Via Cavour è transennata oggi, lo è dal 6 aprile 2009. E’ lì che Stefano passava molto del suo tempo, nell’appartamentino della sua ex, una studentessa dell’Aquila. Stefano è fermo, dinanzi a quelle transenne, chiede di passare, vuole vedere quel luogo che ha fatto parte della sua quotidianità. Ma quel luogo non c’è più, quel quarto piano è stato scoperchiato una fredda notte di quattro anni fa, e la ferita é ancora aperta.

“E’ difficile spiegare a parole quel che è successo quella notte, immaginiamo la frattura di un foglio di carta proiettata alla terra. Uno strappo della terra lungo chilometri e a profondità di chilometri, un rumore indescrivibile”. Dalla voce di Stefano prendono vita scenari apocalittici: “C’è stata una fortissima ondata d’aria – racconta – noi correvamo, vedevo i lampioni ballare, alle nostre spalle crollavano pezzi di muro e venivano già palazzi”. Se c’e una cosa che non può dimenticare sono le grida: “Era ciò che non vedevo, urla di persone che non erano solo spavento, ma dolore. Mi hanno lasciato un senso di impotenza grandissimo”.

Dopo aver raggiunto il punto più largo della strada, la prima cosa che Stefano ha fatto è stato telefonare all’ospedale: “Sento delle urla, ci sono dei feriti, dicevo ma mi hanno risposto che non potevano fare nulla, perché anche lì era crollato tutto. Allora ho chiamato la Protezione Civile, chiedendo quale fosse il piano di evacuazione, e quali i punti di ritrovo previsti, ma neanche loro sapevano niente” . Così Stefano ha preso per mano la sua lei, e via, in una folle corsa per raggiungere un luogo aperto. “Ci abbiamo messo mezzora, forse qualcosa in più, per arrivare a Piazza Duomo. Abbiamo dovuto scavalcare le macerie dei palazzi. Con noi c’erano persone svestite, chi senza pantaloni, chi senza maglietta, chi scalzo”. Lì ci son volute quattro ore, trascorse al freddo e in balia delle continue scosse, prima che arrivassero i soccorsi. “Ricordo il rumore delle pale meccaniche per liberare la strada prima di farli arrivare “, sussurra.

A pochi metri dall’appartamento che Stefano ricorda come un luogo ameno, percorrendo Via Sallustio, c’è il palazzo in cui viveva un aquilano doc, Enzo Ragone, con i suoi anziani genitori ed i suoi due figli. Quella notte sono fuggiti in macchina, era parcheggiata di proposito davanti al portone. Anche la famiglia Ragone ha trascorso le interminabili ore a Piazza Duomo, e la loro auto era diventata una delle poche fonti di calore per gli anziani che lì erano confluiti. Oggi Enzo passa la maggior parte delle sue giornate a Coppito, ma continua a dire che non si sente a casa. E’ per questo che, ogni mattina, viene nella sua vecchia dimora: “La speranza che torni tutto come prima c’è sempre”, dice in tono sommesso, mentre apre il lucchetto permettendoci di accompagnarlo in questo giro della memoria.

Calcinacci, cassetti ed oggetti riversi sui letti, crepe sui muri, coltre di polvere sui mobili. La finestra della camera matrimoniale si affaccia su un palazzo distrutto, che rende irriconoscibile anche il perimetro delle stanze. E la triste conferma di un brutto pensiero che subito balza in mente: “Qui accanto ci son state vittime”, racconta. Nell’appartamento di Enzo tutto è fermo, in una solenne severità, quasi glaciale. Sembra che nessuno entri qui da tempo immemorabile, eppure lui con i suoi passi solca questi pavimenti ogni giorno. “Molti mi dicono che dovrei sistemare e portare via almeno gli oggetti cari – dice – ma dove li metto? E’ questo il loro posto, ed è giusto che qui rimangano”.

L’Aquila viene definita ormai una città fantasma. Il centro storico è fermo, ed il silenzio é interrotto soltanto dalle folate di vento o dai movimenti delle ruspe e delle gru, che fanno rimbombare una nenia di agghiacciante quiete. Al pranzo son aperti un paio di locali a ridosso di Piazza Duomo bastano e avanzano per fornire un pasto caldo alla schiera di manovali, uniche presenze nella zona rossa. Accanto al Duomo una gelateria temerariamente resiste, è GF Florida, dei fratelli Giuliani. Un’attività di tre generazioni, pietra miliare dell’Aquila che fu. “Le giornate sono lunghe – dice Rossella – é tutto fermo qui”. Ma tanti, troppi negozi, non ce l’hanno fatta a ripartire: “Ciò che fa rabbia è che non è stata calcolata l’emergenza lavoro, non c’è stata una presa di coscienza del danno alle aziende ed ai piccoli esercizi commerciali”: a tuonare tutto il suo disappunto è Emanuela, che nel 2007 insieme a suo marito aveva aperto un piccolo bar nel centro storico, ed oggi ancora si chiede quale sarà il suo futuro.

“C’erano 1.200 attività nella zona rossa e la maggior parte oggi son svanite”, racconta Patrizio Parisse, titolare del punto vendita Trussardi. Il suo negozio era un colosso che troneggiava a Palazzo Ciolina. “Son riuscito a recuperare la merce, ma il palazzo si è letteralmente aperto, sventrato, ci vorrà un ventennio, forse, per rivederlo com’era”. Così la decisione di spostarsi in periferia. “Abbiamo riaperto, nell’ottobre 2009, al centro commerciale L’Aquilone. La mia famiglia è tra quelle che erano state mandate sulla costa all’indomani del terremoto, ed io facevo 240 km al giorno, stavo sempre all’Aquila, la mia attività doveva ripartire subito”. Oggi ha riassorbito tutta la forza lavoro, otto dipendenti, e non solo. “Abbiamo aperto un secondo punto vendita, di un’altra griffe, e dopo due mesi ci è arrivato il controllo dell’ispettorato del lavoro. Ovviamente era tutto in regola,ma è questa la mano che ci ha teso lo Stato”.

Oggi il centro commerciale L’Aquilone è diventato il punto di riferimento della vita cittadina. Vi vengono i giovani, ed anche gli anziani, che qui passeggiano nel ricordo di quel che era e ormai non è più. Perché quel che manca davvero, all’Aquila e dintorni, è un centro di aggregazione. Lo spiegano bene le proprietarie del negozio Del Vecchio, anch’esso storica presenza nel cuore di Piazza Duomo ed oggi trapiantato nella nuova realtà artificiale dell’Aquilone. “Non ci siamo mai fermati, la voglia di rialzarci era troppo forte, adesso però ne risentiamo” . E non si parla solo di affari e di clientela ma di un qualcosa di ben più radicato: “I casi di depressione, in città, aumentano a menadito. La gente rivuole indietro quella quotidianità che ci é stata inesorabilmente tolta. Qui si vive una realtà apparente, ma la verità è che il nostro tessuto sociale è stato distrutto”.

I dati, del resto, parlando chiaro: cento giovani al mese lasciano L’Aquila secondo i rilievi dell’ufficio di statistica del Comune. “I miei studenti, molti di loro, vivono altrove – dice Sandro Cordeschi, professore di filosofia al liceo – ma voglio credere che non stiano dimenticando e che conservino in loro l’energia della memoria e della speranza”. Ma dimenticare è difficile, troppo, perché il ricordo è un boccone troppo amaro da mandare giù. Ed anche l’oblio si rivela una corazza tutt’altro che efficace. “Non ricordo niente di quella notte – racconta una studentessa che è ancora iscritta nell’ateneo del capoluogo abruzzese – a volte di notte mi assalgono crisi di panico, non riesco a dormire”. E le crisi aumentano, anno dopo anno, ogni volta che si avvicina la data del 6 Aprile. Son passati quattro anni ma il tempo, mai come in questo caso, non guarisce le ferite.

 Romina Vinci (testo e foto)

Pubblicato il 6 Aprile 2013, su Linkiesta.it 

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/aquila-terremoto-scandalo#ixzz2Pm1expTz

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Tre anni dopo, “Benvenuti a L’Aquila, la nuova Pompei”

Antonello, Mario, Bettina, Peppe, Cristina. Chi è rimasto a L’Aquila ma non riesce a ricominciare e chi ci prova, tra mille difficoltà. A tre anni di distanza dal terremoto, dimenticati da uno Stato che non ha neanche iniziato a ricostruire il centro storico. La “zona rossa” è ancora lì, dalle 3:32 del 6 aprile 2009. Reportage e foto da L’Aquila.

Piazza del Duomo a L'Aquila

L’AQUILA – Ogni mattina porta fiori freschi al cimitero. Giorno dopo giorno, da tre anni a questa parte. Perché la vita di Antonello, che di professione ha sempre fatto il commerciante, si è fermata la notte del 6 aprile 2009. Alle 3:32 un violento sisma ha raso al suolo la sua casa di Sassa, a pochi chilometri dall’Aquila. Nel crollo sono rimasti uccisi sua moglie e i suoi due figli. Anche suo padre è deceduto sotto le macerie. Antonello non era in casa quella notte e per questo è sopravvissuto. Ma il peso che porta dentro è un macigno troppo grande da sopportare. Ogni giorno conduce una lotta contro l’esistenza, contro quella vita che lo ha risparmiato alla tragedia, ma che lui maledice più di ogni altra cosa al mondo. «Ho fatto per venti anni il venditore in piazza del Duomo, vendevo capi d’abbigliamento – confida mentre sorseggia un caffè corretto di buon mattino – ma dopo il terremoto il mercato non è mai più ripartito, siamo in centinaia ad esser rimasti senza lavoro». Antonello per sopravvivere si arrangia facendo lavoretti qua e là, si ostina a tenersi occupato, ma stampati nella mente ha gli sguardi dei figli. Il più piccolo, promettente atleta dell’Aquila Rugby, e il più grande, ingegnere appassionato del suo lavoro. Sono passati tre anni, ma le ferite sono troppo profonde per essere cicatrizzate ed Antonello continua a chiedersi, giorno dopo giorno, perché qualcuno lassù abbia voluto risparmiare la sua vita, anziché quella dei figli.

L’Aquila è una città colpita dal di dentro. La potenza della natura ha causato 309 vittime, distrutto abitazioni, lacerato monumenti, malmesso edifici storici ormai scomparsi dietro i puntellamenti. Entrare nel centro storico, nella tristemente nota “zona rossa”, significa ancor oggi varcare il confine tra realtà e “non” realtà, tra dinamismo e staticità, penetrando in una dimensione quasi surreale. Qualcuno arriva a chiamarla persino la “nuova Pompei”, un paragone che rivela la sua efficacia. Perché le macerie imperversano, oggi come ieri, e gli aquilani continuano ad interrogarsi sul significato della parola “ricostruzione”.

Via Verdi era considerata la strada della cultura del capoluogo, ospitava il nuovo teatro e la scuola Edmondo De Amicis, che già nel marzo 2009 venne chiusa a causa di una scossa che aveva fatto cadere molti calcinacci e terrorizzato i piccoli alunni. Un tempo la strada vibrava di energia e pullulava di persone, oggi è ridotta ad una schiera di puntellamenti, a destra e sinistra, e gli unici viandanti sono dei cani randagi che si aggirano con passo errante alla ricerca di cibo. Seguendoli incrociamo via Corso Vittorio Emanuele, era una delle strade clou della vecchia movida aquilana. Le folate di vento scuotono le saracinesche abbassate, intonando un macabro coro che si propaga in ogni metro di strada.

Ad interrompere la nenia ci pensa Bar Gran Sasso, la cui storia, iniziata nel 1955, ha resistito persino al terremoto del 2009. A gestirlo c’è il signor Mario: «L’edificio non ha subito particolari danni – dice – ma siamo stati fermi più di un anno perché il corso non era transitabile». Bar Gran Sasso ha riaperto i battenti nel luglio 2010, ma un anno e mezzo dopo Mario ancora fatica a far quadrare i conti: «Lo Stato ci ha aiutato i primi tre mesi con un sussidio di tre mensilità da ottocento euro l’una, niente più». Mantenere in vita un’attività in un posto immobile è un atto di coraggio e lui non vuole gettare la spugna. Tra i clienti che non rinunciano ai caffè di Mario c’è Bettina, una simpatica donnina di 71 anni, un metro e mezzo di altezza ma dotata di un’energia da far invidia ad un leone. Si definisce un’aquilana doc. Abbandonata dalla mamma è cresciuta in un orfanotrofio. I sacrifici di una vita per comprare un appartamento tutto suo in località Santa Maria di Farfa, «si affacciava proprio sul Gran Sasso» ricorda sospirando. Perché quell’appartamento ora deve essere raso al suolo: inagibilità “F”, da abbattere. Dopo il terremoto Bettina ha trascorso un anno e mezzo a Pescara, in albergo. Adesso vive in un appartamento nella periferia aquilana. Non conosce nessuno nel suo nuovo quartiere e così passa il tempo cucinando. Se c’è un aspetto che ha riempito di sdegno gli aquilani è stata lo sradicamento del tessuto sociale di una città intera. Nei nuovi complessi antisismici costruiti a raggiera intorno al capoluogo le persone sono state distribuite senza badare a mantenere il concetto di comunità, interi quartieri son così scomparsi, i nuovi mancano di servizi e spesso vengono ridotti allo stato di dormitori.

Bettina non vuole porsi troppe domande sul futuro: «Me la sono sempre cavata e sempre me la caverò», si limita a rispondere. Mario invece sembra rassegnato: «L’Aquila non tornerà più quella di un tempo, servono troppi soldi, il nuovo volto della città ormai è questo». Bisogna percorrere duecento metri per trovare un nuovo negozio aperto. È la cartoleria “La luna” ed il titolare, Peppe, è uno dei tanti aquilani che sono passati, a causa del terremoto, dal benessere alla soglia della povertà. «Il sisma ci ha tolto tutto – dice – la mia casa forse verrà abbattuta, il negozio era molto danneggiato. Ho provato a spostare l’attività in un’altra zona dell’Aquila, ma il prezzo dell’affitto era troppo alto, causa l’aumento incontrollato dei prezzi. Così a luglio 2010 sono riuscito a riavviare l’attività qui, ho pagato diecimila euro per avere l’agibilità parziale dello stabile, ma non ho avuto il supporto di nessuno: né banche, né comune, né Stato. Mi sono indebitato». Proprio il 13 marzo scorso la Confcommercio L’Aquila ha proclamato lo stato di agitazione della categoria puntando il dito contro una classe dirigente colpevole di non esser riuscita a risollevare le sorti di un settore ridotto al baratro a causa del sisma. «È una vergogna – afferma Celso Cioni, direttore regionale Confcommercio in Abruzzo – mille giorni dopo il terremoto il commercio all’Aquila è ancora fermo, finora le parole hanno prevalso sui fatti». Erano novecento le attività aperte all’Aquila, di queste solo una trentina son tornate nel centro storico, altre seicento sono state ricollocate fuori dal loro contesto. «L’inerzia totale delle istituzioni rispetto al rilancio del terziario è agghiacciante – incalza il direttore Cioni – nelle vie della “zona rossa” ci sono ancora tonnellate di macerie». È sufficiente fare un giro per il centro per rendersi conto della veridicità delle parole del portavoce di Confcommercio.

Facciamo tappa a via Accursio, dove c’è la trattoria di Cristina. Davanti il portone è posta una grossa croce di Sant’Andrea in legno, un lucchetto e una catena per tenere a bada gli sciacalli. Di fronte alla trattoria c’è un edificio imploso su se stesso. È la casa in cui Cristina viveva con le sue figlie e suo marito che faceva il tappezziere. Una casa a due piani. La notte del terremoto l’uomo, per mettere in salvo le sue donne, è rimasto intrappolato sotto una trave che gli ha stritolato la spina dorsale. Oggi è paralizzato e guarda la vita da una sedia rotelle. Cristina fatica ad andare avanti e non basta una graziosa dimora del progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili) a farle tornare il sorriso stampato in volto. Nei primi mesi del 2009 aveva contratto un mutuo di 30mila euro per ristrutturare la sua trattoria. La sua attività è ferma ormai da tre anni, ma lei continua a pagare il debito con la banca.

Il giro nel cuore dell’Aquila si chiude a Piazza Duomo, dove spicca lo striscione “Ricostruiamo l AQ”, ormai emblema di una città intera. Un simbolo però dalla voce strozzata, e senza efficacia alcuna.

Chiesa delle Anime Sante a L'Aquila

Chiesa di San Bernardino

I portici della città

La protesta degli Aquilani

Piazza di San Bernardino

Progetto C.A.S.E. a Paganica

Progetto C.A.S.E. a Sassa

Romina Vinci 

(testo e foto)
Pubblicato il 6 Aprile 2012, su Linkiesta.it 

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/l-aquila

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Nel contigente italiano in Libano si parla ciociaro

FROSINONE Il Libano si estende per una superficie meno vasta di quella Lazio, quasi equivalente all’Abruzzo. Ma non è solo un parallelismo di estensione geografica. Perché attraversando la parte meridionale, quella che si estende dal fiume Litani fino al confine con Israele, emerge un secondo collante tra queste due zone: le macerie. Diversa la matrice: naturale quella in Abruzzo (il sisma del 6 Aprile 2009), umana quella libanese. Nel luglio 2006 Israele attaccò Beirut rastrellando il Libano meridionale con l’obiettivo di cancellare dalla faccia della terra Hezbollah, movimento sciita libanese di matrice islamica. Un conflitto durato 34 giorni. Il cessate il fuoco avvenne per intermediazione delle Nazioni Unite, ma i costi umani furono altissimi. La risoluzione Onu 1701 (agosto 2006) ha previsto di affidare il presidio dei territori al confine tra Libano e Israele a una forza di interposizione, l’Unifil, che da allora ne mantiene il controllo. Una missione internazionale a cui l’Italia partecipa, assieme ad altri 31 paesi. Le brigate si alternano di sei mesi in sei mesi. Anche la Ciociaria è stata protagonista di un mandato: da maggio a novembre 2008 al comando del contingente italiano c’è stato il Generale Vincenzo Iannuccelli, originario di Sora. Adesso è il turno del Generale Giuseppenicola Tota. Sono 1570 i militari italiani attualmente impiegati nell’area. Eppure, a quattro anni dalla fine del conflitto, la ricostruzione è ancora un’utopia. Distese sterminate di banani sono interrotte da cumuli di macerie e case diroccate in cui la gente continua a vivere. Regna una calma solo apparente, la miccia può scattare in ogni istante. Soprattutto sulla Blue Line, linea di demarcazione tra Libano e Israele non riconosciuta come confine politico (l’ultimo scontro a fuoco risale a due mesi fa). Quel che più si rivela è l’assenza di uno Stato Centrale. Il governo libanese non sembra curarsi di questo scorcio di terra stretto tra due zone prospere, Israele a sud, Beirut e dintorni a nord. E’ in questo contesto che opera il contingente italiano, costruendo infrastrutture, fornendo medicinali agli ospedali, provvedendo alla bonifica dei campi minati, investendo sull’agricoltura. Alla base di Marakah sono stati organizzati corsi sulla coltivazione dell’ulivo, ed è stato realizzato un frantoio. Qui la popolazione è ancora grata alla Provincia di Latina, che l’anno scorso ha donato dizionari arabo/italiani per favorire l’istruzione. Più a sud, la strada che collega Al Mansouri e Shamaa è stata interamente ripristinata dal contingente italiano. I sindaci dei due villaggi hanno insistito per chiamare questa arteria “Via L’Aquila”, in memoria delle vittime del terremoto abruzzese. Un legame ancor più forte della superficie geografica.

 

Romina Vinci

Pubblicato il 14 Ottobre 2010, su Il Tempo – Frosinone

Disponibile su: http://www.iltempo.it/frosinone/2010/10/14/1208880-contigente_italiano_libano_parla_ciociario.shtml

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SPECIALE/REPORTAGE DALL’ABRUZZO/Don Juan in aiuto dei terremotati

Ha 39 anni, e da 11 è in Italia, arrivato direttamente dalla Colombia. Capello corto, riccio. Sguardo scuro, intenso. Fisico possente. Tshirt aderente arancione, bermuda a scacchi. No, non è un modello, né tantomeno un calciatore. “Piacere Don Juan” – ti dice. E tu sgrani gli occhi. Don Juan è il parroco di Gignano (AQ), e da quattro mesi fa il capocampo nella tendopoli allestita in quel che prima era il parco giochi del paese.

Gignano è una realtà nuova, sviluppatasi nell’ultimo decennio come quartiere dormitorio, sorto nel circondario dell’Aquila. Ed una comunità molto giovane, stando ai numeri di Don Juan: in 8 anni ha celebrato 95 battesimi, 300 prime comunioni e 10 funerali. Altri invece sono i numeri del terremoto: su una popolazione di 1.200 persone, prima del 6 Aprile, oggi  103 vivono in tendopoli, 96 hanno le tende posizionate nel giardino di casa, e 1.000 sono andati via, divisi tra alberghi, trasferimenti di lavoro, case di amici e parenti.  Nessun morto, un edificio crollato subito. Altri 7 nel giro di una settimana, tra cui la chiesa. Buttata giù perché pericolante, è stato il referto del vicesindaco. Anche se, tra la popolazione, tutti giurano di non aver visto crepe…

La “sfortuna” di Gignano è stata questa: non aver avuto danni. Gignano è una di quelle tante, troppe realtà abruzzesi che sono state dimenticate dai soccorsi, dall’opinione pubblica, dal mondo, dalla ricostruzione. Gli aiuti sono arrivati dopo due settimane, racconta Don Juan, ma “ci hanno montato solo le tende, perché quando sono arrivati noi già ci eravamo organizzati, il campo era avviato, ci siamo autogestiti”. Gli abitanti di Gignano hanno dormito dodici giorni in macchina, mangiavano fuori, sotto la pioggia. Si cucinavano da soli: chi era rientrato in casa per recuperare un fornello, chi la pentola grande, chi un po’ di pasta. Per i servizi igienici avevano attrezzato un tubo in un garage, sfidando il freddo e le intemperie.  Don Juan ricorda che la gente era terrorizzata perché non riusciva a capire, soprattutto durante le prime ore. La  percezione che era successo qualcosa di grave era palpabile, però rendersi conto della portata era praticamente impossibile. Senza televisione, senza radio, senza telefono. Quella notte erano venuti a meno tutti i mezzi di comunicazione. Ed il buio, completo, accresceva lo stato di incoscienza, di panico. Poi le prime luci, il chiarore dell’alba ha portato con se la verità. La gente di Gignano è rimasta impressionata dalla polvere. “Più diventava giorno e più vedevamo polvere venire dall’Aquila. E’ lì che abbiamo capito”.

Non fa polemiche Don Juan, non punta il dito sul ritardo degli aiuti, “perché i soccorsi avevano altre priorità, la mia gente ha capito che c’erano paesi molto più colpiti. Ci siamo rimboccati le maniche, e ci siamo organizzati da soli”. Sono più di 4 mesi ormai che Don Juan porta avanti la tendopoli di Gignano. Le difficoltà non mancano. Quotidianamente  fa i conti con la paura, le debolezze, la fatica, la stanchezza delle persone.  Eppure non mancano le belle storie. Favole con il lieto fine che si fa fatica ad immaginarle in un tal contesto. Come il progetto della scuola di musica Arcobaleno, ad esempio. Caterina, una signora della parrocchia insegnante di musica, ha chiesto di insegnare ai bambini della tendopoli a suonare gli strumenti. Un modo per dare allegria, per riabituare questi ragazzi a credere in qualcosa.  Un sindaco di un paesino in provincia di Gorizia ha creduto in questo sogno e, in memoria di sua moglie, morta qualche mese prima del terremoto e insegnante di musica, ha stanziato 2.300 euro, che sono stati spesi esclusivamente per la realizzazione di questo progetto. Sono state acquistate una batteria, un pianoforte, una chitarra elettrica, delle chitarre per ragazzi. Ed anche dei leggii. Già, perché a Gignano sono state create una scuola strumentale ed una corale. Tante le iscrizioni. E per settembre si sta pensando di estendere l’invito anche ai campi adiacenti .  Don Juan ha deciso di imparare a suonare la batteria, ma in due mesi di progressi non è che se ne siano visti molti, tanto che i suoi fedeli lo stanno convincendo a cambiare strumento, magari passando a una chitarra classica.

Coniugare l’essere parroco con il fare da capocampo: è questa la cosa più difficile per Don Juan. “All’inizio dell’emergenza noi servivamo i pasti anche alle persone che non erano iscritte alla tendopoli in quanto vivevano con la tenda fuori casa. Poi però è uscito il decreto in base al quale avevano diritto di mangiare solo coloro i quali venivano censiti nel campo. Quello è stato un momento difficile : dover dire ad una persona  “Io non posso darti più da mangiare, devi vedertela da solo”. Umanamente però per me era impossibile, perché se davo ad uno allora dovevo dare a cento. E non c’erano abbastanza provviste”. E’ lì che la forbice si divarica. E’ allora che metti da parte la tua vocazione. Ti metti una maschera e pensi: “Sono forte, glielo dico”. E vai avanti.

 

Romina Vinci

Pubblicato il 30 Agosto 2009, su America Oggi

Disponibile su: http://www.oggi7.info/2009/09/03/2371-speciale-reportage-dall-abruzzo-don-juan-aiuto-dei-terremotati

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SPECIALE TERREMOTO/ Cosa significa “ricostruzione”?

L’Abruzzo è un paese ricco. Soprattutto di verde. Monti, montagne, colline, boschi: uno scenario bucolico che ti rilassa la vista. E le membra. Percorri queste strade, a volte strette, a volte larghe, eppur sempre poco trafficate, e quasi dimentichi il perché di tanto silenzio. E’ come se lo identificassi come un segno di appartenenza a questi luoghi il silenzio, mentre sai benissimo che non è così.

Vi fermate ad un incrocio, svoltate a sinistra.  Inizia una salita. Dal finestrino, intanto, una casa qua e là fa da sentore che ci si sta avvicinando a un centro abitato. La  macchina affanna, bisogna scalare due volte per rimettere a proprio agio il motore.  Percorrete la curva a gomito che oscura tutto il paesaggio ed ecco, d’un botto, materializzarsi davanti a voi uno scenario di guerra. Di quel che prima era un paese: Villa Sant’Angelo.  Un piccolo centro di  400 abitanti, uno dei più colpiti dal sisma: il 90% delle case distrutte, 17 i morti.

(Foto di Mauro De Rossi)

Posteggiate la macchina, proseguite camminando. Il primo edificio che incontri, alla tua sinistra, è ancora in piedi. Resiste la facciata, dipinta tutta in bianco e, centrale, al di sopra dell’arco a tutto sesto, un’iscrizione di Francesco Redi, attribuibile al XVII secolo, benedice la vigna ed il vino che essa produce. Memorie di un tempo passato si ergono imponenti tra le macerie di un tempo presente. Oltrepassato  ciò infatti l’urbanistica cessa di esistere: alla tua destra e alla tua sinistra solo case distrutte, piani crollati e ripiegati su se stessi.   Calcinacci,  travi, detriti.  In lontananza scorgi una squadra di vigili del fuoco: stanno puntellando, quel poco che si può ancora puntellare.

(Foto di Mauro De Rossi)

Avanzi, oltrepassi la piazza principale, è da lì, come in qualsiasi pianta a raggiera che si rispetti, che si aprono diverse diramazioni. Ma il passaggio è serrato. “Perché non c’è più nulla da vedere” -dicono i vigili che ti invitano alla cautela. Non puoi credere che sia tutto lì, non vuoi accettare quello scenario di guerra che gelido ti si presenta davanti agli occhi. E così che ti avvicini a quelle macerie. Le guardi e provi ad immaginare le case. E’ come se la tua mente avesse davanti un puzzle, e tentasse di rimettere insieme i vari pezzi per ricostruire una struttura unita. Cerchi un aggancio alla realtà. Con lo sguardo ti butti in mezzo a quelle macerie, alla ricerca di quel qualcosa in grado di restituirti un appiglio alla quotidianità brutalmente sottratta. E’ un difficile lavoro quello della decifrazione, eppure qualcosa a galla viene. Intravedi ante di armadi, capovolte e spezzate. Vedi un camino, sotterrato, color rosso rubino. Il camino mantiene la sua posizione, pensi che lì doveva esserci un salotto. Inizi ad immaginare i particolari, il colore delle pareti, quello del divano, o del tavolo, o delle mensole. Chissà, forse era tutto rosso rubino. O forse  una tonalità che ben si accostava. O magari una così forte da creare tanto contrasto. Chi lo sa. Quel che resta è quel camino, color rosso rubino, incastonato tra le macerie. E’ difficile scavare. E fa male perché più scavi e più ti accorgi che  quelle macerie nascondono vita. Trovi dei libri, e poi una tovaglia, e poi una busta gialla, di una nota marca da teenager, e poi poi…una coperta, e lì ti fermi. Ti dicono che era un letto, ma  fatichi a crederlo dapprincipio. Poi guardi bene, e riconosci le staffe in ferro nero, al di sotto, visibilmente piegati. E’ lì che il cuore si ferma, che lo stomaco si contrae. Ricostruisci la scena: intravedi il letto, e lo vedi sommerso da quei calcinacci, da quei massi, dalle tegole anche. Rabbrividisci perché sai che in quel punto è stato recuperato un uomo. E pensi che sia una atrocità immane. E’ in paesi come Villa Sant’Angelo che capisci cosa significhi la parola ricostruzione. Ne accusi il peso. Comprendi che tutto qui ha smesso di esistere 4 mesi fa. Tutto è fermo. Alle 3.32 del la notte del 6 Aprile.

(Foto di Mauro De Rossi)

Al centro della piazza i Vigili del fuoco continuano nell’opera di puntellamento della Chiesa di San Michele Arcangelo.La Chiesaè malmessa. Crollata la facciata principale ed un pezzo di quella laterale. Pericolante il tetto, e i pilastri. Ma soprattutto il campanile. Il suo orologio è fermo alle 4.47. A quell’ora della notte infatti, quattro mesi fa, venne tolta la corrente, per impedire alle campane, danneggiate al punto di essere pericolanti, di continuare a suonare. Da allora la corrente non è stata più ripristinata, le campane sono state puntellate, ed il campanile resta integro grazie ad una struttura in ferro che lo sostiene. L’interno della chiesa è in condizioni ancor peggiori, le volte, i capitelli, gli affreschi pesantemente danneggiati. Ti chiedi se veramente ci sia qualcosa  da recuperare. I Vigili del fuoco sostengono di sì: “La chiesa la tengono, la chiesa la tengono” – continuano a ripetere, lavorando senza sosta. Poche ore prima, alle 13:05, una scossa di grado3.6 haprovocato altri piccoli crolli. I vigili erano già a pranzo, “ma è stato un caso – dicono – normalmente rimaniamo a lavorare fino alle 13.30. Siamo stati fortunati quest’oggi…”. Pensi che queste persone continuano a mettere a repentaglio le proprie vite, da quattro mesi a questa parte, sfidando l’imprevedibilità delle scosse. Ti chiedi se abbia un senso tutto ciò. Poi ti volti ed incroci lo sguardo di colui che ti sta facendo da Cicerone in questo viaggio di inizio e di fine. Occhi lucidi di chi è nato in queste terre, ed ora le vede ridotte in un cumulo di macerie. Tu semplice spettatore impotente,  lui vittima cosciente di tanta distruzione.  A quattro mesi dal terremoto. La terra continua a tremare. Cosa significa “ricostruzione”?

Romina Vinci
Pubblicato il 9 Agosto 2009, su America Oggi

 

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PRIMO PIANO/IL VERTICE IN ABRUZZO E IL TERREMOTO/A nascondino con il G8

9 Luglio 2009, tendopoli di Fossa (AQ). Ore 21.00. Ho da poco finito di cenare e faccio un giro perlustrativo per il campo. Ieri è iniziato il G8, e gli ordini dai  vertici della Protezione Civile sono stati chiari: intensificare i controlli, incrementare la vigilanza all’interno e all’esterno della tendopoli, di giorno e di notte. Sento un po’ di frastuono e così, incuriosita, seguo la scia del rumorio. Mi conduce alla parte di dietro del campo. Un gruppo di bambini sta giocando a nascondino. Mi siedo su una panca, ad osservarli, ma subito mi rendo conto di non potermi muovere: in un batter d’occhio sono diventata il loro nascondiglio preferito. Non faccio in tempo a sedermi infatti che Vittoria -9 anni e mezzo – si piazza al mio fianco, tutta rannicchiata, e mi invita a fare silenzio.

(foto di Luca Lisi)

Alla mia sinistra, decentrato circa di una decina di metri, Samuel – 8 anni – sta contando ad alta voce fino a 30. La sua testa è appoggiata al  pilastro di un gazebo che è stato adibito a tana. Intorno a loro solo tende, tende, tende. Mi bastano cinque minuti per capire come si sviluppa il gioco: i più timorosi si nascondono dietro la tenda più vicina al gazebo. Quando il giocatore che ha finito di contare si allontana dalla tana per cercare gli altri, se si sposta verso sinistra loro si aprono un varco sulla destra, e corrono a fare tana. Oppure se il gioco si sviluppa dalla destra loro varcano il corridoio sulla sinistra. Normalmente uno che riesce a fare tana c’è sempre. I più intraprendenti invece raggiungono tende più lontane, e pian piano si avvicinano, passando di tenda in tenda. Difficilmente arrivano a destinazione, eppure ad ogni turno c’è sempre uno che tenta l’impresa. Ecco però che arriva il turno di Michael, e l’armonia del gioco di colpo si inclina. Michael infatti non riesce a contare bene, salta alcune unità, a volte decine, passando da 19 a 30. Gli altri se ne accorgono, reclamano, e lui ricomincia dall’inizio. Dopo un paio di tentativi riesce a contare correttamente, però i problemi non finiscono. Lui infatti è timoroso, e non abbandona il pilastro adibito a tana. Fa un passo a destra o a sinistra, al massimo due, non di più. Gli altri bambini si spazientiscono, abbandonano i loro nascondigli strillando “Pulcinella, Pulcinella”. Vittoria, che è sempre nascosta dietro di me, mi spiega che  viene proclamato lo stato di Pulcinella per bloccare il gioco, quando un giocatore si comporta in modo scorretto, come ha fatto Michael in questo caso, non abbandonando la sua postazione.
Michael ha otto anni e mezzo e non vive al campo, la sua infatti  è una delle poche case tuttora agibili. Sua mamma  lo porta al campo ogni sera, dopo cena, per farlo giocare con gli altri bambini. Mi ha raccontato che suo figlio è rimasto molto scosso dal terremoto. Quella notte infatti il portone della loro casa si era bloccato, impedendo l’uscita. Lei  ha stretto forte Michael tra le braccia, rifugiandosi sotto una trave, attendendo impotente quegli infiniti secondi e scongiurando il peggio. Non si sono fatti nulla, la casa non ha subito danni, eppure Michael da quella notte ha perso la sua autonomia.  Quando deve andare in bagno chiede alla mamma di accompagnarlo, quando deve andare a  prendere qualche giocattolo in camera da letto chiede alla mamma di accompagnarlo.  Michael non fa più nulla da solo dopo la notte del 6 Aprile. Ad un certo punto mi accorgo che sta tremando. Gli chiedo cosa abbia, lui non risponde, sua mamma invece alza gli occhi al cielo. Improvvisamente capisco tutto.

(foto di Luca Lisi)

Sopra di noi infatti sta passando un elicottero, che sorvola il campo.  Durante le precedenti settimane  lo si vedeva passare di tanto in tanto, ma da ieri è diventato una presenza costante. Lo vedi, anzi, lo si sente con il suo rumore assordante, di giorno e di notte. Michael è spaventato dall’elicottero, gli altri bambini invece ne ignorano la presenza, continuando a giocare indisturbati. Ricordo che io, da piccola, ero affascinata  quando vedevo qualcosa muoversi dal cielo. Lo osservavo e muovevo la manina, per salutare chi mi guardava da lassù, come del resto fanno tutti i bambini.  Penso a questi invece di bambini, a cosa significhi avere otto, nove, dieci anni e vivere nei luoghi colpiti dal terremoto. Mi chiedo se qualcuno mai sarà in grado di ridargli quella spensieratezza che gli è stata bruscamente sottratta. A pochi chilometri da loro gli 8 Grandi della terra sono seduti attorno ad un tavolo a decidere le sorti del mondo… Il G8 con le sue promesse, tante. Con i suoi buoni propositi, ancora di più. E intanto un altro, l’ennesimo, l’ultimo – speriamo – colpo inflitto ai terremotati. Ai bambini terremotati. Ai bambini di Fossa, che grazie alle famose misure di “sicurezza” di questi giorni  hanno perso anche la gioia di emozionarsi alla vista di qualcosa in cielo che lascia la scia. Non saltano più, non muovono la manina per salutare chi li guarda da lassù.

Con il G8 l’Abruzzo è stato al centro del mondo, è vero. Ma questi bambini, a centro di cosa sono?

Romina Vinci

Pubblicato il 12 Luglio 2009, su America Oggi

Disponibile su: http://www.oggi7.info/2009/07/14/2298-primo-piano-il-vertice-abbruzzo-e-il-terremoto-nascondino-con-il-g8

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