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PRIMO PIANO\ Vivere in tendopoli

TERREMOTO IN EMILIA – Una “centrifuga di cuori” a Mirandola (Modena):  a quattro mesi dal sisma sono ancora migliaia gli sfollati in condizioni precarie La giornata al “Campo A.N.P.A.S. Raffaele & Matilde” di Mirandola (Modena) inizia molto presto. Alle 6 la sveglia suona già per i primi volontari a cui spetta il compito di preparare la colazione per tutti. Mezz’ora dopo anche gli altri iniziano, mano a mano, ad alzarsi. Uscendo dalla tenda per recarsi al container del bagno (per una doccia o anche solo una lavata di viso) si può ammirare l’albeggiare: il sole è un fuoco rosso che inizia la sua corsa alla conquista del cielo. E’ questo il modo con cui la natura, nuda e pura, dà il buongiorno ai volontari, ed è difficile immaginare un risveglio più romantico.

Dopo la colazione si inizia subito il lavoro in cucina: bisogna preparare tra i 250 e i 300 pasti. Il Campo Raffaele & Matilde infatti sorge accanto al palazzetto sportivo di Mirandola, oggi inagibile, ed offre soltanto il servizio mensa ai volontari e alla popolazione locale che, non riuscendo ancora a far rientro nelle proprie case, si arrangia come può, piantando magari una tenda in giardino.

La mattinata per i volontari vola così, si prepara il condimento per la pasta (in genere un sugo bianco, uno con il ragù, ed una terza opzione per i musulmani che non mangiano carne di maiale), si decidono almeno due tipi di secondo, si seleziona e si lava la frutta e infine, dulcis in fundo, si preparano i contorni: si spiazza dai pomodorini, da tagliare in due o quattro pezzi e in quantità abnormi, zucchine, melanzane o peperoni da grigliare, fagioli e piselli precotti da riscaldare. E ovviamente c’è da pulire l’insalata.

Il momento più “divertente” della mattinata è sicuramente la “centrifuga”. Funziona così: prima si tagliano un bel po’ di piedi di insalata, verde o radicchio, quello che sia. E per un bel po’ di piedi intendo dieci, anche quindici cassette. Poi si versa tutto nel lavabo, che nel frattempo è stato riempito con acqua e un bicchierino di Amuchina, per disinfettare. Si procede quindi al primo risciacquo. Poi si rimettono tutti i pezzetti nelle cassette, si pulisce con dovizia il lavandino, e lo si riempie di nuovo con acqua pulita, questa volta per il secondo e ultimo risciacquo. Si riposiziona tutta l’insalata nelle cassette (operazione questa che richiede un tempo infinito, nonostante il colino di piccola e media grandezza) e poi, non resta che asciugarla, prima di riporla nella cella frigorifera. E’ per questa, ultima azione, che al campo di Mirandola si mette in azione la centrifuga manuale. Due persone prendono un lenzuolo bello resistente, allungandolo nelle due estremità. Una terza inizia il travaso del contenuto delle cassette di insalata, in media meno della metà, al centro del lenzuolo. Poi i due cominciano ad arrotolare il lenzuolo, entrambi nella stessa direzione e poi, una volta che si è materializzato al centro un piccolo fagotto, iniziano a far roteare il tutto in maniera velocissima, e ad ogni giro corrisponde una scarica di acqua i cui spruzzi raggiungono ogni dove. L’operazione va ripetuta per tutto il contenuto delle cassette.

 

I volontari del campo provengono da tutte le zone dell’Emilia Romagna: Piacenza, Parma, Bologna. Si mischiano gli accenti ed il risultato è di un’eccezionale mix di dialetti, il cui contenuto rimane a me sconosciuto il più delle volte. Ho conosciuto ragazzi e signori che era la quinta, anche la sesta volta che venivano in “missione”. Altri a cui la possibilità era stata negata, come la Betta, ad esempio. Aveva chiesto al suo datore di lavoro il permesso per poter partire, ma non le era stato accordato. “Se non vai tu ci andrà qualcun altro, non temere”, era stata la risposta che aveva ricevuto, e tanta pace per il così decantato Articolo 9. Ma lei non ha gettato la spugna e così ha deciso di investire una settimana delle sue ferie per venire a vivere l’esperienza del campo, lasciando a casa suo marito.

Poi c’è Francesca, da Parma, anni 22, sta per completare la triennale in Scienze Politiche, e già sa che non le servirà a nulla. Francesca serve la pasta, ed è così convincente che riesce a rimanere sempre senza piatti fondi, perché per la popolazione è difficile, quasi impossibile, resistere alla sua opera di convincimento: “E il ragù lo tiro giù!” è la sua frase più simpatica. E tralascio il vocabolario di parole e verbi nuovi che mi ha insegnato.   Per non parlare di Chiara, un’autentica forza della natura, ogni parola che esce dalla sua bocca è una battuta a cui è impossibile non ridere. Passare un’ora con Chiara è più efficace di sedute e sedute di ludoterapia.Poi ci sono Katia e Francesca, arrivate a metà settimana: anche loro sono due veri portenti. Katia ha mal di denti, ma si imbottisce di medicinali ed è sempre al mille per mille. Non so se il suo fegato sia altrettanto contento però. Per non parlare di Massimo, al quale sono stati affibbiati vari soprannomi, da Sandokan la Tigre della Malesia. In qualsiasi modo lo si voglia definire, Massimo è instancabile, e riesce a lavare teglie incrostate anche per tre ore consecutive. E ancora Mauro, Gianni, Diano, Bubu: vengono da Nonantola, si conoscono da una vita e tra i fornelli sono un team così affiatato da fare invidia. E poi c’è Gaspar, 27 anni, originario dell’Argentina. Una vita di fughe, privazioni e sofferenze lo caratterizza. Lascia l’America Latina appena ventenne, alla conquista dell’Europa. Spagna prima, Germania dopo, e infine l’Italia, Mirandola. Gaspar lavorava in una delle tante aziende del campo biomedico a cui il terremoto ha tagliato le gambe. Lo stabile ha resistito alla scossa, ma è stato dichiarato inagibile, produzione ferma. Gaspar è in cassa integrazione, e non sa cosa ne sarà di lui. E così intanto, ogni mattina, viene qui al campo A.N.P.A.S. e si mette a disposizione dei volontari. Aiuta in cucina, nel magazzino, durante la distribuzione pasti o, all’occorrenza, si improvvisa elettricista. Gaspar ha sposato perfettamente la mentalità del luogo ed incarna pienamente lo spirito emiliano: quello di rimboccarsi le maniche e rendersi utile. E’ un volontario senza divisa. Il clima che si respira al campo è abbastanza conviviale. La distribuzione pasti dura due ore: dalle 12 alle 14 per il pranzo, 19-21 la cena Le persone non fanno storie e, adagio adagio, si mettono in fila. Passano i giorni ed i volti si ripetono. Io sono l’addetta ai contorni, non salto un pasto e, con il passare del tempo, acquisto una discreta manualità, malgrado la temperatura rovente che, soprattutto dietro ai bollitori dell’acqua, si avvicina spesso ai 50 gradi. A volte si manifesta qualche screzio, il nervosismo ha la meglio sulla razionalità e si verificano dei tafferugli, ma è inevitabile del resto. Sono passati quattro mesi dal sisma, eppure nei dodici Comuni terremotati dell’Emilia ci sono ancora tendopoli aperte per 3.061 sfollati. Altri 88 sono ospiti in un residence e 1.467 vivono in alberghi. Le persone che aspettano il contributo per la sistemazione autonoma programmato dalla Protezione civile sono 39.327.

Di fronte al nostro campo c’è la tendopoli gestita dagli Alpini del Friuli Venezia Giulia, ospita quasi trecento persone. La maggior parte di nazionalità straniera: magrebini, bengalesi, pakistani. Una sera ci siamo intrattenuti con un alpino e, davanti a una coppetta di gelato confezionato alla vaniglia, abbiamo riflettuto sui problemi legati a un mix di promiscuità e multiculturalismo che, lo scorrere del tempo unito all’angoscia per la poca chiarezza dei provvedimenti da prendere, fa sfociare spesso in risse ed episodi di intolleranza. Gli italiani ospiti del campo si contano sulle dita di due mani, forse quattro. Ho avuto la fortuna di conoscerne uno, Giuseppe. Di origini napoletane, anche lui è un volontario di Protezione Civile. Giuseppe è insofferente, soffre la vita della tendopoli. Ha una moglie e due figlie. Non si trova bene con gli Alpini, “perché pensano di essere onnipotenti e di sapere tutto loro”, dice, e non si trova bene con i suoi vicini di tenda: “Sono tutti tunisini, fanno un baccano assurdo, soprattutto la notte”. Ogni mattina Giuseppe non va via prima di aver chiuso la sua tenda con un lucchetto: “Da buon napoletano”, aggiunge, mentre compie il consueto gesto di serrare il passaggio. Quasi che un lucchetto a chiudere una cerniera possa veramente salvaguardare una tenda che, in verità, può tranquillamente essere scalfita con un coltello.

Una sera siamo usciti. L’orologio ha superato le 23 quando ci incamminiamo verso il centro di Mirandola, guidati da Gaspar che si offre di farci da Cicerone. Ci mostra quel che un tempo erano il municipio, la chiesa, la cattedrale, la casa della perpetua, la scuola. Lo chiamano “Turismo dell’orrore”. L’atmosfera è surreale, quasi spettrale. Dove non è arrivato il terremoto a squarciare il paesaggio, ci pensano i puntellamenti a ridisegnare tutto lo spazio circostante. Mirandola è un paese martorizzato, gli edifici sono sventrati e, su quelli rimasti in piedi, si possono riconoscere delle crepe a forma di croce di Sant’Andrea, le quali non lasciano presagire nulla di buono. A destra e sinistra sbarre che impediscono il passaggio, travi di legno a rafforzare porte e finestre e poi lui, il silenzio. E’ il vero collante che accomuna i disastri naturali. Ho sentito l’eco del silenzio in più contesti, nel corso degli ultimi anni, a causa del mio lavoro, eppure devo ammettere che continua a farmi paura. L’ho avvertito passeggiando per la zona rossa dell’Aquila, visitando Onna, Fossa, Villa Sant’Angelo e gli altri paesini abruzzesi piegati dal sisma del 6 aprile 2009. Ho percepito di nuovo quello stesso silenzio a Port au Prince, Haiti, tra le macerie del Palazzo Presidenziale, della Cattedrale e di tutti quegli edifici rasi al suolo il pomeriggio del 12 gennaio 2010. Eppure c’è qualcosa di diverso nel “silenzio” emiliano: sono i ragazzi in bicicletta che, di tanto in tanto, in piena notte, scalfiscono la quiete, percorrendo ugualmente quelle strade, facendo slalom tra gli sbarramenti e sfidando i puntellamenti. E sono i cartelli che pullulano sulle transenne in piazza della Costituente, di fronte al municipio barcollante. Appartengono ai commercianti e ai liberi professionisti del centro storico, che annunciano ai clienti il riavvio delle proprie attività, in altre sedi, spesso in container ubicati fuori il perimetro ottagonale del paese. Perché il terremoto non fa crediti, è vero, ma di debiti, gli emiliani, proprio non vogliono sentirne parlare. E per loro la ricostruzione parte da qui.

 

Romina Vinci (testo)

Elisabetta Sandri e Romina Vinci (foto)

 

Pubblicato il 7 Ottobre 2012 su America Oggi.

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/attualita/polArticles.cfm?doctype_code=ATTUAL+ARTICLE&doc_id=1126

Versione pdf:OGGI 7 – Vivere in tendopoli

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Tra le “pieghe ferraresi”

Al di sotto della Pianura Padana sono sepolte delle vere e proprie dorsali montuose, conosciute come pieghe.  La zona colpita dalle scosse degli ultimi mesi rientra all’interno delle cosiddette “pieghe Ferraresi” : le quali formano un arco che va dalla zona di Ferrara, si sviluppa a sud del fiume Po e si estende nella pianura tra Reggio Emilia e Parma. Si tratta di una struttura sismogenetica, perché si può muovere, subendo degli spostamenti e generando un sisma.  Il terremoto più forte che può essere paragonato come intensità agli odierni risale al 1570. Le cronache di allora parlano di danni seri e crolli a Ferrara, ed anche voragini nel terreno con “scaturigini di fango”. La liquefazione è un fenomeno che accompagna sismi di un’intensità medio alta, generalmente superiore ai 5 come magnitudo (magnitudo 5.9 quello del 20 Maggio, 5.8 quello delle 9 di mattina otto giorni dopo e 5.4 all’una del pomeriggio dello stesso giorno).  La memoria dell’uomo è breve e, al di là della descrizione che risale ormai a più di quattrocento anni fa, non ci sono altri racconti su questo fenomeno, perché nessuno lo aveva più visto.

 

A San Giacomo Rontole, una frazione di Mirandola a pochi chilometri da Cavezzo, la scossa del 29 maggio ha distrutto Villa La Personala, una villa padronale del XV secolo, che la scorsa estate ha ospitato anche le nozze dell’ex velina Maddalena Corvaglia con il chitarrista di Vasco Rossi Stef Burns. “Abbiamo perso tutto, volevamo provare a salvare qualche mobile o affresco di cui la villa è piena, ma non è stato possibile”: a parlare è Angelica, la più giovane discendente della famiglia dei Conti Personali che ora vive in un container nel giardino insieme ai due genitori anziani. “E’ un miracolo che non sia morto nessuno. Ma ora che abbiamo perso casa e attività, cosa ne sarà di noi?”, si chiede Angelica.

Ilaria Romano e Romina Vinci

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Stephanie Gengotti

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Pubblicato sul numero di Luglio-Agosto del mensile 50&Più

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Per leggere la prima puntata: http://rominavinci.wordpress.com/2012/07/06/una-scossa-al-terremoto-lemilia-vuole-ripartire/

Per leggere la seconda puntata: http://rominavinci.wordpress.com/2012/07/07/migranti-difficolta-e-speranze-dopo-il-sisma/

Per leggere la terza puntata: http://rominavinci.wordpress.com/2012/07/08/il-comune-di-mirandola-tra-interventi-e-sopralluoghi/

 

 

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Il comune di Mirandola: tra interventi e sopralluoghi

Giulio Pinna: “Io volontario tra gli sfollati di Mirandola”

Secondo i dati diffusi dalla Provincia, nel modenese sono 8mila 739 i cittadini sfollati, ospitati nei 28 campi o nelle 21 strutture allestite dai comuni in palestre, scuole e biblioteche. Superata l’emergenza dei primi giorni, di dover garantire un posto letto e un pasto caldo, la questione più stringente resta il controllo delle case che, come per i siti industriali, devono superare i controlli post terremoto per avere l’agibilità, in modo che le famiglie possano tornare a viverci.

Giulio Pinna è un geometra libero professionista della provincia di Modena e da ormai un mese sta lavorando come volontario presso l’Ufficio Tecnico e Urbanistico di Mirandola,  24mila abitanti, fra i comuni della Bassa più colpiti dal sisma. Qui il sindaco ha dovuto cercare anche una nuova sede per il municipio, dopo i danni causati dalle scosse.

“Tutto è cominciato il 27 maggio con una riunione straordinaria della Protezione Civile – racconta Pinna – che doveva servire a pianificare i sopralluoghi, ma la scossa del 29 ha azzerato di nuovo l’organizzazione del lavoro. Al mio arrivo a Mirandola le richieste di sopralluogo erano state suddivise in base alle zone e alle strade del paese. Per ogni isolato si concordava l’intervento con i Vigili del Fuoco. Solo nella prima settimana sono arrivate 5mila e 500 richieste dei cittadini”.

Con quale criterio viene assegnata la precedenza negli interventi?

Prima che ci fosse il secondo episodio sismico, il 29 maggio, si era deciso di dare la precedenza alla zona produttiva, e dunque ai capannoni e alle strutture industriali, per consentire al settore economico di accelerare la ripresa. Dopo invece si è deciso di procedere con i sopralluoghi residenziali, perché tutti i certificati di agibilità che erano stati rilasciati la settimana prima per riprendere il lavoro erano stati superati dagli eventi.

In molti casi i cittadini si sono comunque sentiti abbandonati: c’è qualcosa che non ha funzionato?

E’ vero, a volte la gente si è arrabbiata, e lo è ancora. Ma di fatto su Mirandola operano 15 squadre di tecnici e giornalmente riescono a fare una decina di sopralluoghi, se si tratta di certificare case singole, mentre il processo è più veloce se si ispezionano condomini. Il problema non è se si possa o meno essere più veloci, ma il fatto che da ogni verifica si apre un dossier che poi deve essere compilato negli Uffici Tecnici per far partire gli interventi. E sarebbe inutile fare i controlli per poi accumulare le pratiche senza la possibilità di gestirle di pari passo. Comunque, per tranquillizzare la gente e permettergli di ripartire, bisognerebbe garantire davvero l’assistenza economica per rimettere in sesto le attività, in agevolazioni reali sul pagamento delle tasse o dei mutui su case che non ci sono più.

In tanti però non avevano la consapevolezza che la zona fosse sismica, e anche per questo il trauma è stato ancora più forte.

Questa è una pianura alluvionale con fondo sabbioso, fra l’Appennino e le Alpi, e la sua conformazione la rende sismica.  Basti pensare al fenomeno della liquefazione che si è verificato ad esempio a San Carlo, frazione di Sant’Agostino, nel ferrarese: il cedimento del terreno è visibile nei campi di mais ed ha una larghezza di quattro, cinque metri, con fenditure profonde fino a due metri. Quello che forse è mancato è stata l’educazione alla prevenzione, in “tempi non sospetti”.


Ilaria Romano e Romina Vinci

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Stephanie Gengotti

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Pubblicato sul numero di Luglio-Agosto del mensile 50&Più

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Per leggere la prima puntata: http://rominavinci.wordpress.com/2012/07/06/una-scossa-al-terremoto-lemilia-vuole-ripartire/

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Migranti: difficoltà e speranze dopo il sisma

Fondamentale forza lavoro nel settore industriale, molti – dopo il terremoto – sono tornati nei Paesi d’origine. Ma chi è rimasto…

In Emilia Romagna la provincia di Modena è fra le più popolate da migranti, come confermato anche quest’anno dai dati dell’Osservatorio Regionale sul Fenomeno Migratorio. I cittadini provenienti dal Nord Africa, dai paesi dell’Est o dall’Estremo Oriente rappresentano nel territorio il 12,7% della popolazione, e sono una parte fondamentale della forza lavoro del distretto industriale. Anche per loro il terremoto è stato un trauma, e ha messo in luce bisogni e difficoltà che finora non erano emersi con la stessa urgenza.

Oltre mille e cinquecento persone hanno fatto ritorno nei paesi d’origine, mentre chi è rimasto sul territorio cerca di ripartire, ma spesso si trova ad affrontare, insieme alle paure, anche la diffidenza.

Nel comune di Nonantola, 15mila abitanti e 10 km da Modena, il parco pubblico si è trasformato in una tendopoli autogestita: ci sono bengalesi, ghanesi, marocchini e tunisini, che si sono organizzati sotto gli alberi. Fra gli italiani invece non c’è nessuno che dorma qui, perché chi ha una casa con giardino ha piazzato lì la tenda o parcheggiato il camper, e resta vicino alla sua proprietà. Soprattutto in un comune che non è stato fra i più colpiti.

Nel parco intanto tutte le sere Amin e la sua numerosa famiglia srotolano tappeti e coperte sul pavimento di un gazebo di legno, che al tramonto si trasforma in una camera da letto allestita con cura per sei giorni su sette, perché il giovedì lo spazio è a disposizione del centro anziani che organizza la serata del ballo.

I figli di Amin, sei e otto anni, sembrano sereni mentre giocano fra loro, ma il padre racconta che la più piccola si rifiuta di entrare in luoghi chiusi, e fatica ancora ad addormentarsi; per questo vorrebbe farle trascorrere le vacanze in Bangladesh dai loro parenti, ma non ha i soldi per pagare il viaggio. Lavora nell’edilizia ma ora è in cassa integrazione, e spera che si possa ripartire al più presto. Invece Lahoucine, marocchino, è riuscito a far trasferire la moglie in Francia, dove vive una parte della famiglia: lei era incinta prima del terremoto, e dopo la scossa del 29 maggio ha avuto un aborto.

In altri comuni del modenese le diverse nazionalità convivono anche nei campi con le tende blu della Protezione Civile: qui l’emergenza immediata di trovare un posto letto e un pasto caldo è stata gestita rapidamente, ma col passare del tempo sono emersi altri problemi.

Cécile Kashetu Kyenge, congolese di origine e modenese di adozione, medico oculista di professione e portavoce nazionale della Rete Primo Marzo per i diritti dei migranti, non si è accontentata di denunciare una situazione di difficoltà che tante persone stanno vivendo.

“Quando ho capito che non esistevano stime ufficiali di quanti fossero i migranti sfollati e che provenienza avessero – racconta – ho deciso di fare il giro delle tendopoli e cominciare un censimento”. E’ stata a Mirandola, Cavezzo, Concordia, Finale Emilia, e ha scoperto che molti dei problemi non sono nati col terremoto ma le scosse li hanno solo fatti emergere.

Uno di questi riguarda le politiche abitative: “le case più vecchie e in peggiori condizioni sono spesso affittate a cittadini stranieri – dice Cécile – ed è per questo che interi condomini di tutte le nazionalità sono rimasti senza un tetto sicuro”.

Come se non bastasse spesso si verificano anche problemi di comunicazione con le proprie ambasciate e consolati. “Neanche loro sanno esattamente quanti siano gli sfollati, senza contare le persone che magari non avevano il permesso di soggiorno e che non risultano in nessun elenco – continua Cécile – e spesso abbiamo sfiorato il paradosso, come con il consolato del Senegal, a cui è stata chiesta una mano per far rientrare nel paese donne e bambini, e la risposta è stata l’invio di pacchi di riso”.

Non meno importante è l’aspetto psicologico legato al terremoto, per questo gli studenti universitari della comunità camerunense che vivono a Modena hanno chiesto il supporto di una psicologa per affrontare gli esami della sessione estiva. Il percorso verso il loro futuro ricomincia anche da qui.


Ilaria Romano e Romina Vinci

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Stephanie Gengotti

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Pubblicato sul numero di Luglio-Agosto del mensile 50&Più

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Una scossa al terremoto: l’Emilia vuole ripartire

“Nonostante tutto gli emiliani non si danno per vinti. L’altra faccia della disperazione è la loro “reazione”, forte come il loro carattere, generosa come la loro voglia di ricominciare”

 “Quando hanno sentito la scossa i bambini erano a scuola: si sono presi per mano e accompagnati dalle maestre sono usciti in fila dall’edificio, calmi e ordinati, come gli era stato insegnato dopo il terremoto del 20 maggio. Anche gli adulti dovrebbero fare un corso di educazione su come ci si comporta durante un sisma”.

Pier Paolo Borsari è il sindaco di Nonantola, comune del modenese, e racconta così quel 29 maggio, quando i più piccoli sono stati da esempio anche per gli adulti, e mentre tutti lasciavano la scuola, la bidella si fermava all’interno per verificare che non ci fossero scolari nei bagni. “Da settembre comunque i corsi si faranno davvero – assicura – è fondamentale sapere come reagire per evitare problemi ancora peggiori”.

“Reagire” è diventata la parola d’ordine per gli emiliani, da quando il 20 maggio una scossa di magnitudo 5.9 li ha colti nel sonno, nel cuore della notte, e un’altra altrettanto forte nove giorni dopo li ha colpiti ancora, aggravando ulteriormente i danni.

Da allora la terra non ha smesso di tremare, e la gente ha cominciato a convivere con questo continuo senso di instabilità, ma nemmeno per un attimo si è fatta sopraffare dagli eventi. La necessità di ripartire, con le proprie attività economiche, con le proprie vite, si percepisce continuamente in questi territori considerati fra i più ricchi d’Europa, con tassi di occupazione che superano il 70%, fra industria e agricoltura.

Se nei comuni sono stati organizzati i campi di tende per gli sfollati, nelle campagne, data la vastità dell’area colpita dal sisma (da est a ovest da Ferrara a Carpi per 60 km e da nord a sud da Poggio Rusco a Crevalcore per 30 km, ndr) ogni famiglia ha fatto da sé o si è organizzata con i vicini per costruire un piccolo prefabbricato in legno, affittare un camper, o persino acquistare un container e un bagno chimico. Ci sono aziende che non hanno mai chiuso, ma che hanno trasferito i propri “uffici” in gazebi di plastica, o che si preparano a demolire e ricostruire capannoni e strutture ormai pericolanti.

“Adesso si sa quale strada seguire nell’adeguamento edilizio dell’esistente – dice Giovanni Tosatti, docente di geologia applicata all’Università di Modena e Reggio – tenendo conto che molte delle strutture che sono cadute con le scosse erano state realizzate prima del 2003, quando è stata fatta la prima classificazione sismica”.

E’ una pianura che si perde all’orizzonte quella del Basso Modenese, percorrerla significa smarrirsi con lo sguardo in lunghe e sterminate piantagioni di mais, spighe di grano e distese di frutteti. Un paesaggio bucolico che viene interrotto  da casali, case, ville e fienili sventrati, ridotti spesso ad un gioco di travi barcollanti incastonati in cumuli di macerie che riconferiscono tutta la drammaticità del momento ad un paesaggio apparentemente fuori tempo.

Nella frazione di Scortichino, tra Finale Emilia e Bondeno, la signora Barbara Scagliarini,74 anni, ci conduce nel suo giardino per mostrare della sabbia grigia fuoriuscita dalla terra. Si tratta del fenomeno della liquefazione che ha creato tanto sgomento tra la popolazione.  A pochi metri c’è il capannone in cui suo figlio, commerciante di sanitari e arredo bagno, teneva gran parte del materiale: il deposito è andato completamente distrutto.  La storia della signora Barbara sembra uscire dalle pagine del più romantico dei libri: sposata con un libico conosciuto ai tempi degli studi a Bologna, ha vissuto sotto il regime di Gheddafi, anni e anni in giro per il mondo per tornare poi alla sua amata terra natia, l’Emilia. E’ un’attivista del comitato No Gas, agguerrita e guerriera è stata capofila nelle battaglie contro la realizzazione di un deposito gas a Rivara:  “Finalmente si sono accorti che è impossibile avere un sito di stoccaggio lì – afferma con enfasi – con la situazione odierna basta un niente e salta in aria tutta l’Emilia”. Dietro una coltre combattiva però Barbara cela tutta la fragilità di una donna che continua a rivivere, nella sua mente, i secondi infiniti in cui la terra non smetteva di tremare.  Suo figlio le ha comprato un prefabbricato in legno provvisorio, che in giardino è diventato una minuta e graziosa camera da letto per sua madre, che ha troppa paura ancora a dormire in casa.

A quindici chilometri di distanza, nella tendopoli di San Carlo, allestita presso il campo sportivo e tra i primi campi nati spontaneamente, troviamo la signora Giuditta, non un capello fuori posto ed un aspetto curato a dispetto delle sue  84 candeline. “Vivo da sola non ho figli, è da 34 anni che sono dentro quella casa, mi fa male lasciarla”, racconta. Non trattiene le lacrime quando ripensa alla notte del 20 maggio:  “Vedevo i muri ballare, credevo venissero giù”. A San Carlo l’80% del paese è stato risucchiato dal fango.  Giuditta ha l’asma, impossibile per lei vivere in una tenda. “Ho comprato un camper ma lo uso solo per dormire, di giorno sono qui al campo, ho paura a rimanere sola”. 

Seduto dinanzi ad una tenda, sotto l’ombra di un albero ed il manico di un ombrello a cui appoggiarsi quale unico sostegno, c’ è Alfredo, Alfredo Lanzoni, ottant’anni tondi tondi, che tira fuori dalla tasca un foglio con caratteri dattilografati ed inizia a leggere una poesia scritta da lui. Poi racconta di sé, e di come sia cambiata la sua vita dopo il 20 maggio scorso: “La mia casa ha avuto qualche crepa, ma è agibile. Di giorno vengo al campo per stare in compagnia, la notte invece dormo con un occhio aperto e uno chiuso, sempre in allerta”, dice strizzando l’occhio e svelando un’ironia da far invidia.

Gli anziani sono tra i soggetti più a rischio in questo frangente, è per questo che i comitati e le associazioni ricreative del posto si stanno dando un gran da fare per organizzare attività, “tombolate”, gite fuoriporta e quant’altro serva a divagarsi un po’.

Nel Basso Modenese il terremoto ha raso al suolo l’85% delle imprese fermandone l’indotto,  guai però a gettare la spugna.  La CIMA Spa, azienda di Mirandola che produce macchine per la  gestione del contante e la protezione del denaro, si è subito rimboccata le maniche. Novanta dipendenti e una clientela che annovera i più grandi istituti di credito italiani ed esteri. “Ci siamo affrettati a far demolire uno stabilimento di mille metri quadrati in cemento armato, del 2002, per consentire la messa in sicurezza di quello più grande, che ha resistito (del 1974). Lo stesso giorno abbiamo ordinato un tendone provvisorio, in cui abbiamo trasferito i nostri ingegneri in modo da fornire assistenza ai clienti. Siamo ripartiti subito”, racconta la titolare  Nicoletta Razzaboni.

Ma non sempre è così facile. La Falegnameria Martelli, la cui storia inizia nel 1951, aveva già pagato un prezzo alto a causa della crisi: “Avevo dodici dipendenti e son rimasto con uno – afferma il proprietario Giulio che porta avanti l’azienda assieme a sua moglie e ai suoi due figli – il terremoto ci ha tagliato ancor più le gambe”. La scossa è stata così forte da spostare di 35 centimetri una levigatrice dal peso di 30 quintali, ed ha causato anche uno spostamento delle mura portanti di uno dei due capannoni.  “Il capannone va demolito, i costi sono alti da sostenere, ma se non arrivano aiuti come faccio a rimetterlo su di nuovo?”. Ricominciare rapidamente sarebbe fondamentale, perché per la ricostruzione c’è bisogno di infissi e manufatti in legno, e dunque la falegnameria potrebbe tornare a produrre a pieno regime in breve tempo. “Il rilancio dell’attività richiederebbe l’assunzione di nuovo personale, ma se non metto in sicurezza come faccio? Ci sentiamo smarriti”.

E mentre nelle zone rosse dei centri storici colpiti, le saracinesche dei negozi son tutte abbassate, e chissà per quanto altro tempo ancora, c’è anche chi non ha mai arrestato la sua attività, nonostante la paura. Elio Bergamini è un ristoratore e gestisce con passione il caffè Del Ricordo di Bondeno. Ogni sera, dopo la chiusura, non torna a casa ma con la moglie dorme nel suv, parcheggiato sul retro. Dal 29 maggio è questa la loro camera da letto: “La nostra casa è agibile, ma come fidarsi a dormire dentro dopo quel che è successo?” Nonostante i brutti ricordi Elio non ha smesso di guardare avanti, anche perché ha registrato un incremento degli affari: “Il terremoto ha coinciso con l’apertura dello spazio esterno del ristorante – racconta -   la gente ha paura di rientrare a casa per cucinare, preferisce mangiare fuori, ed io ho sempre i tavoli pieni”. Quella veranda è diventata un nuovo punto di riferimento, in un paese ferito nel suo centro storico; pochi giorni fa ha persino ospitato un pranzo nunziale: e per una giornata è sembrato come se nulla fosse mai accaduto.

 

Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo)

Stephanie Gengotti

(foto)

Pubblicato sul numero di Luglio-Agosto del mensile 50&Più

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L’antica villa non c’è più: il sisma ha ferito le radici dell’Emilia

Una villa antica, con una torre che risale, forse, a Pico della Mirandola. Un luogo splendido e perfetto per i matrimoni, come quello di Maddalena Corvaglia. Ora, la proprietaria non ha più nulla, se non un cumulo di macerie, e la distruzione interiore di un patrimonio, anche sentimentale, scomparso. Doveva anche lei sposarsi lì, a luglio, ma il destino ha deciso al contrario. E adesso?

Angelica Ferri Personali, trentotto anni, capelli biondi e voce ferma e impostata sospira, contrae il petto, e come una eccelsa padrona di casa presenta i suoi spazi. «Questa è la mia stanza», dice. Poi si corregge: «Questa era la mia stanza». Dietro di lei un mucchio di macerie, una massa amorfa che, se guardata attentamente, riesce a restituire sprazzi di una quotidianità inesorabilmente perduta.

«Di tanto in tanto spunta fuori una scarpa, un libro, una maglietta», sussurra. E la voce non è più ferma come all’inizio. Angelica è la più giovane discendente della famiglia dei Conti Personali: figlia unica è, insieme ai genitori, la proprietaria di Villa “La Personala”, un’oasi, un paradiso terrestre ubicato a San Giacomo Roncole, frazione di Mirandola, uno dei centri più colpiti dall’ondata sismica che ha investito l’Emilia Romagna dal 20 maggio in poi.

Si tratta, si trattava, di una villa padronale del XV secolo, con annessa una torre di dodici metri, un parco di tremila e cinquecento metri quadri, una piscina. Uno spazio incantato ed incantevole, tra le mete più ambite per celebrare cerimonie di ogni tipo. Così austera e regale che anche l’ex velina Maddalena Corvaglia l’aveva scelta per le sue nozze con il chitarrista di Vasco Rossi, Stef Burns. Angelica viveva nella torre la cui origine si fa risalire al XII secolo ad opera dei Pico. «Era l’ala più bella di tutta la villa, è per questo che mio padre aveva deciso di lasciarla a me: io sono figlia unica». Anche lei si preparava a vivere il suo giorno più bello: «Mi sarei dovuta sposare qui nel mese di luglio, era tutto pronto». Il sogno di una principessa si interrompe bruscamente e, di colpo, la realtà si presenta tosta, cruda, cruenta.

«La scossa che ci ha colto il 20 maggio è stata forte, ci siamo presi un grosso spavento, ma non è successo nulla», racconta. «La villa ha resistito, avevamo qualche crepa, ma senza apparenti grandi danni. Il giorno dopo ci siamo recati al comune per chiedere la verifica d’agibilità, abbiamo compilato la domanda e ci siamo messi in fila». Ma la coda era lunga, e la pratica di Villa La Personala è rimasta bloccata in quei plichi di carte. Il terremoto è stato più veloce.

«La scossa del 29 Maggio invece è stata fatale, ha distrutto tutto». Tutto. Raso al suolo quasi l’edificio intero, perché non c’è tradizione millenaria che tenga alla potenza della natura. «Quel martedì mattina mio padre era nella torre, si è visto crollare tutto addosso. Una nube di fumo e di polvere l’ha investito, lui ha iniziato a correre, spinto soltanto dalla disperazione, ed è riuscito a salvarsi, dietro di lui un edificio alto dodici metri si sgretolava e cadeva giù. Anche mia madre è riuscita a scappare e a mettersi in salvo. Io ero fuori, nei dintorni di Carpi, in macchina, viaggiavo ed ho perso il controllo del veicolo. Sono tornata subito a casa, ed ho trovato quel che mai nessuno vorrebbe vedere». La villa non c’era più, al suo posto una coltre di polvere e una montagna di macerie. «È un miracolo che non sia morto nessuno. Ma ora, cosa ne sarà di noi?», si chiede Angelica.

È questo un altro volto del terremoto. Quello di chi non è mai stato abituato a chiedere, perché ha sempre vissuto nell’agio, ed ora si ritrova privo di tutto. «Non abbiamo più vestiti, non abbiamo più nulla. Volevamo provare a salvare qualche mobile o qualche affresco di cui la villa è piena, ma non c’è stato verso. I nostri vicini sono nella nostra stessa condizione. La paura più grande è quella di venire abbandonati. Non si è visto nessuno, è questo che ci fa terrore. L’immobilismo che si è venuto a creare. Vorremmo ripartire da soli, ma non ce la facciamo. Dopo la prima scossa non volevamo cedere. Avevamo tanti matrimoni in lizza quest’estate, sull’onda soprattutto di quello della Corvaglia. E avevamo pensato di spostarli tutti all’aperto, nel parco e nella piscina. Ma la seconda scossa ci ha tagliato le gambe. Ora non abbiamo più niente, ho dovuto restituire tutte le caparre. Ho fatto una stima dei danni, ci vorranno almeno 90 mila euro per mettere in sicurezza tutto. Il guadagno di ogni matrimonio si aggira intorno ai tremila euro, e chissà se mai riusciremo a ripartire. I miei genitori non vogliono perdere la speranza, loro dicono che ce la faremo. Ma intanto viviamo in un container qui in giardino».

Se c’è un aspetto positivo di tutta questa storia, per Angelica, è la solidarietà che si è venuta a creare tra i vicini. Quando si è benestanti, quando si discende da una famiglia di nobili origini, è difficile pensare la propria vita nell’incertezza più assoluta. Ma Angelica si è prodigata sin dai primi giorni per donare una sistemazione dignitosa anche agli altri suoi concittadini. «Abbiamo inviato una maratona di solidarietà su Facebook  e siamo riusciti a comprare due bagni chimici per i ragazzi che vivono in tenda. Ma io voglio cercare di dotare ogni famiglia di un container».

Angelica non smette di porsi domande. «Al di là dell’aiuto, mi sembra assurdo che diano una moratoria di dodici mesi, è insufficiente. Chi ha fatto un mutuo di mille euro, ed ora ha la casa distrutta, cosa fa fra un anno? Torna a pagare mille e cinquecento euro per una casa che non ha più?»

La cucina dopo il sisma

La cucina dopo il sisma

Gli oggetti recuperati dalla famiglia ora sono nel gazebo dei rinfreschi

Gli oggetti recuperati dalla famiglia ora sono nel gazebo dei rinfreschi

La padrona di casa, nel gazebo dove ha raccolto i suoi oggetti

La padrona di casa, nel gazebo dove ha raccolto i suoi oggetti

Alcuni oggetti raccolti nel gazebo

Alcuni oggetti raccolti nel gazebo

Romina Vinci

(testo)

Ilaria Romano

(foto)

Pubblicato il 16 Giugno 2012, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/villa-crollata-mirandola

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