Articoli con tag: morte

In Afghanistan, tra gli alpini di base a Herat

Con la morte dell’alpino 24enne Tiziano Chierotti nella provincia afghana di Farah, si torna a discutere sul senso della missione di pace italiana. Ma cosa significa essere in missione in Afghanistan? A spiegarlo è il colonnello Riccardo Cristoni, comandante del nono reggimento alpini dell’Aquila di base a Farah

Militari italiani in Afghanistan

KABUL - «Sì, sì, assolutamente sì. Ne vale la pena». Un’affermazione ripetuta con forza, con tono incalzante, quasi a sancirne l’indubbio valore. A rispondere è il primo caporal maggiore Sara Crivellari della brigata Taurinense, addetta alla cellula della pubblica informazione del Camp Arena di Herat. Sguardo fiero, voce ferma, replica senza indugi alla domanda se vale ancora la pena, al giorno d’oggi, sacrificare la propria vita all’idea di nazione. Parla con orgoglio della divisa che indossa, e di quella passione che ti spinge a fare un tipo di lavoro come il suo, a quattromila chilometri di distanza da casa, in un territorio impervio come quello dell’Afghanistan.

Quando il primo caporal maggiore Crivellari si racconta, però, non può certo immaginare che, tre giorni dopo, in uno scontro a fuoco nel distretto di Bakwa, perderà la vita un altro alpino, un suo collega, il caporale Tiziano Chierotti. Chissà cosa risponderebbe, oggi, interrogata con la stessa domanda. Probabilmente Sara userebbe le stesse parole, ma la sua voce sarebbe un po’ più fioca, forse, e gli occhi leggermente velati.

«Tiziano era un ragazzo d’oro - racconta un sottufficiale che lo conosceva bene – corretto, puntuale, preciso». Lo ricorda anche un tenente giovanissimo: «L’ho salutato a Genova due anni fa, l’ho rivisto giovedì sera sulla pista di Herat. Ciao fratello Alpino, andato avanti nel Paradiso di Cantore», scrive sulla sua pagina Facebook. L’espressione «Raggiungere il Paradiso di Cantore» si usa, tra i militari del corpo, per indicare la morte di un Alpino.

Base avanzata a Farah

«Noi siamo qui per il tricolore, perché ci crediamo e portiamo avanti le nostre convinzioni», affermano i militari con cui riusciamo a parlare nella nostra settimana di permanenza a Camp Arena. Sulle loro uniformi sono cuciti gradi differenti, appartengono a diverse forze armate, ma la mimetica è un unico collante. La sera poi, dinanzi alle cabine telefoniche, quando fugacemente riusciamo ad intercettarne scampoli di conversazioni, si mescolano gli accenti ed escono fuori uomini e donne comuni, papà che rassicurano i figlioletti dall’altra parte del cavo, agitati per il compito in classe di matematica dell’indomani, ragazze che contano con il proprio «moroso» i giorni che mancano alla tanto agognata licenza.

«Il pericolo ad Herat e dintorni è sempre in agguato, la calma è solo apparente – racconta un sergente dei Marò del reggimento San Marco. Lui, fortunatamente, non ha mai subito alcun attacco: «Perché San Marco ci protegge», esclama sorridendo. Esser in grado di attenuare la carica di adrenalina concedendosi a qualche battuta per rincarare la dose, in un simile contesto, è di fondamentale importanza. E così a volte, dopo lunghi turni e mansioni complesse e delicate, basta anche una pizza con i colleghi, il sabato sera, nella pizzeria della base poco distante dalla mensa, per respirare un po’ di normalità.

Ma cosa significa essere in missione in Afghanistan? A spiegarlo è il colonnello Riccardo Cristoni, comandante del nono reggimento alpini dell’Aquila di base a Farah: «Non c’è il concetto di nazione qui, la realtà locale è ancorata alle tribù, è questo il loro unico senso di appartenenza. Il governo centrale è a Kabul, chilometri e chilometri di distanza, e molti afgani non sanno neanche chi è Karzai, per questo è complesso far sì che abbiamo fiducia nelle istituzioni», spiega il comandante.

Anche Il capitano Ernesto Iacangelo conosce bene la popolazione afgana. Per mesi ha operato «spalla a spalla» con i colleghi autoctoni nel Military Advisory Team (Mat) presso la base avanzata di Farah, impegnato nella formazione e assistenza delle unità dell’esercito afgano a cui, dal 2014, con l’annunciato ritiro delle truppe, l’Italia lascerà il controllo del territorio. «La cosa più difficile è instaurare il rapporto di fiducia, creare quell’empatia necessaria per condividere tutto – racconta ripercorrendo con la mente il suo operato – ma quando ci si riesce diventa un’esperienza molto forte dal punto di vista umano». Al termine della sua missione è stato salutato da un comandante della Ansf (Afghan National Security Forces), con cui aveva molto legato, con queste parole: «Non so se essere contento perché torni a casa, o dispiaciuto perché perdo un fratello».

Il capitano lo ricorda con un velo di emozione. «Entrare a contatto con i locali – dice – è una scoperta continua. Per i Pashtun l’ospite è sacro, e così capita che sono disposti a lasciar i loro figli senza nulla da mangiare – spiega – pur di offrire qualcosa al visitatore». Spende una parola anche sui talebani: «Sono gli oltranzisti delle tribù, ma l’Afghanistan è tanto altro ancora».

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 27 Ottobre 2012 su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/tiziano-chierotti-afghanistan

Categorie: Esteri, Reportage | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

AMARCORD – Oriana vs Morte

Era il 15 Settembre 2006. Avevo appena iniziato ad affacciarmi a questa professione. Di lì a qualche giorno sarebbe uscito il mio primo articolo, pubblicato sulle pagine de Il Corriere Laziale. La notizia della morte di Oriana Fallaci mi è giunta così, improvvisa. Un tonfo al cuore. Lei è uscita dalla porta principale mentre io bussavo a quella di servizio  per entrare. Non mi ha aspettato, non ci siamo incrociate.  Qualche giorno fa ho ritrovato queste righe, non è un articolo, non un’analisi, non saprei definirne la natura. Le ripropongo così, senza ambizione alcuna. In omaggio ad un ricordo. Ad una fine. Ad un inizio. 

Ci è riuscita.
Alla fine ha vinto lei.
Quella Morte che tanto l’ha perseguitata,
quella Morte che mai è riuscita a possederla,
quella Morte che lei conosceva molto bene perché ha accompagnato la sua esistenza ecco,
ora è riuscita a mettere la parola fine alla sua vita.

L’ha vista in faccia, Oriana, la Morte, quando appena adolescente combatteva tra le fila della Resistenza fiorentina.
L’ha vista in faccia, Oriana, quando ha trascorso un anno sul fronte vietnamita, allarmata dai vietcong.
L’ha annusata, Oriana, quando nel 68 si trovava a Città del Messico, sul luogo del massacro di Plaza Tlatelolco, dove è rimasta gravemente ferita.
Le ha levato una parte della sua anima, la Morte, quando nel 78 le ha portato via il suo uomo, il grande amore Alekos Panagulis, impegnato nella lotta contro la dittatura dei Colonnelli in Grecia.
Ha avuto la meglio anche sulla sua maternità, la Morte,
negandole la gioia più grande che può avere una donna,
come si legge in quel capolavoro di Lettera a un bambino mai nato.

Ma Lei, Oriana, è sempre riuscita a tenerle testa, cicatrizzando le ferite e andando avanti, sempre e comunque, nella sua lotta.
Una lotta contro la sua grande nemica,
quella Morte che ora vedeva incarnata nel Terrorismo islamico.
Una lotta contro quella religione che semina odio al posto di amore e schiavitù al posto di libertà.
Una lotta contro i politici occidentali, colpevoli a suo parere di assistere inermi alla nascita di Eurabia.
Lei che non ha voluto niente a che fare con la politica italiana,
Lei che ha scelto di vivere lontano da tutte quelle chiacchiere,
quei volta faccia, quei cambi di fronte,
rifugiandosi nel suo appartamento di Manatthan,
si è trovata per l’ennesima volta, e senza volerlo, sul fronte.

Quell’11 Settembre si trovava lì, a lanciare il suo grido di rabbia e di orgoglio vedendo l’aereo bianco infilarsi nella seconda Torre come un coltello che si infila dentro un panetto di burro.
Stava lì ed è da lì che ha condotto la sua ennesima battaglia,
contro le ideologie, contro il terrorismo, il fanatismo, l’estremismo islamico, contro questa ennesima guerra santa che ha inaugurato nel peggiore dei modi l’inizio del nuovo millennio.

Se ne è andata da sola,
senza far scalpore,
senza dir niente a nessuno.
Eppure non ha mai negato la sua malattia,
ha sempre parlato di quell’Alieno che la logorava piano piano.
L’hanno ammirata, invidiata, criticata, perseguitata, insultata,
hanno deriso Lei usando la sua malattia,
e Lei sempre lì, impeccabile, nel suo esilio, dal quale ha lanciato poche risposte,
invettive che però hanno fatto terra bruciata intorno.

E ora?

Cosa resta ora?

Una promozione a senatore a vita che mai avverrà.

Un fiorino che Zeffirelli porrà sulla sua tomba.

Uno, due, dieci, cento riconoscimenti alla sua carriera di scrittrice e giornalista.

… in ogni caso poco, troppo poco.

Ciao ORIANA

 

 

Romina

Categorie: Diario | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 2 commenti

Una partita per la vita

“Quella oncologica è una partita per la vita, una delle poche partite che non ammette pareggio: o si vince o si perde”, lo sentenziava Matteo Mastromauro, 42 anni, giornalista del Tg5. Matteo pensava di avercela fatta, dopo due anni, a sconfiggere il suo male.

La scoperta nella primavera del 2008, mentre in prima linea seguiva la campagna elettorale di Silvio Berlusconi. Una serie di controlli e poi il verdetto: cancro ai polmoni. 15-07-2008: lui non amava le cifre, eppure quei numeri li aveva ben scolpiti dentro, perché decretavano l’inizio di un incubo.  Dapprima sentirsi un condannato a morte, paralizzato dinanzi ad un plotone di esecuzione pronto a far fuoco. E poi la forza di volontà che prende il sopravvento, e quel dono chiamato vita troppo importante per esser rispedito al mittente.

Matteo calza gli scarpini e fa il suo ingresso sul rettangolo verde.  Il campo da gioco è l’Istituto per Tumori milanese, da lui affettuosamente ribattezzato “Grand Hotel Venezian”.  Arriva il triplice fischio dell’arbitro a decretare l’inizio della gara. Si riversa nella metà campo avversaria, lui gioca d’attacco, il suo modulo è spregiudicato: radioterapia alla testa per quindici giorni consecutivi, e contemporaneamente cicli di chemioterapia ogni ventuno giorno.  “Una terapia con una forza d’urto tale da stendere un cavallo” gli verrà detto, ma Matteo non se ne preoccupa: è l’unico modo per salvarsi la vita.

“Goccia dopo goccia senti il veleno che entra nel tuo corpo – racconterà in un video che ripercorre le tappe del suo calvario –  sarà proprio quel veleno a decretare il successo o meno della terapia”.

Pensava di aver avuto la meglio, e invece era solo una tregua.  Stamani è arrivato  il triplice fischio finale. Matteo non ce l’ha fatta, la partita oncologica  non ammette pareggio.

Ciao Matteo.

Categorie: Video | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Blog su WordPress.com. The Adventure Journal Theme.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: