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AFGHANISTAN, transizione in corso (1° PARTE)

Viaggio nel Paese che cerca la stabilità, anche grazie al contributo italiano.  «In undici anni, con l’aiuto della missione Isaf questo Paese ha ottenuto molto: una struttura
istituzionale, un esercito, forze di polizia, forme di assistenza per i bisognosi… Entro la fine del 2014 la missione volgerà al termine, ma non gli aiuti»

Afghanistan  Carcere di Herat

Il vertice NATO che si è svolto a Chicago lo scorso maggio è stato chiaro: la missione International Security Assistance Force in Afghanistan terminerà completamente nel 2014.

Fra due anni dunque il passaggio di consegne dalle forze internazionali a quelle afghane dovrà essere completato: la missione Isaf, che vede impegnata in prima linea anche l’Italia, va avanti ormai da undici anni ed è entrata nella fase di transizione che si concluderà alla fine del 2014 con il ritiro di gran parte dei soldati. In Afghanistan però ritiro non vorrà dire abbandono, ma aiuto sotto altre forme: consulenza, rilancio dell’economia, supporto alla formazione del personale locale.

Dalla fine del regime dei talebani questo paese ha compiuto molti passi importanti, con la collaborazione della comunità internazionale, nel processo di costruzione dello stato. Oggi dispone di una struttura istituzionale, un esercito e proprie forze di polizia, oltre che di forme di assistenza, a livello provinciale, per i bisognosi, come gli orfani e i parenti delle vittime della guerra.

Tanti però sono i problemi che ancora lo affliggono: la corruzione, l’opposizione armata dei cosiddetti insurgents, una galassia di soggetti che comprende dai trafficanti di oppio ai combattenti talebani, la mancanza di collegamenti e infrastrutture, come strade, ponti, centrali elettriche.herat13

Il contingente italiano ha il controllo del Comando regionale Est, al confine con l’Iran, che comprende quattro province: Herat, Badghis, Farah e Ghor. Dal 14 settembre 2012, quello di stanza a Herat è al commando del Generale di Brigata Dario Ranieri, comandante in patria della Brigata alpina “Taurinense”.  I militari italiani sono impegnati nel controllo del territorio, nel sostegno alla popolazione, e nella lotta agli ordigni esplosivi improvvisati.

In ogni provincia è attivo un ProvincialRecontruction Team (Prt), una struttura militare che lavora al fianco dei civili afghani per realizzare progetti di cooperazione. Quello di Herat è a guida italiana, e vanta fra le opere realizzate il carcere femminile della città. La struttura, realizzata nel 2009 con i fondi del Ministero della Difesa e dell’Unione Europea, ospita oggi 137 donne di ogni età ed è un modello di accoglienza a riabilitazione.

“Oggi stiamo lavorando per ristrutturare la sala biblioteca – racconta il Colonnello Aldo Costigliolo, comandante del Prt di Herat, mentre mostra una stanza piana di calcinacci e impalcature, dove sulle pareti si vedono ancora i disegni e i collage realizzati dalle detenute – è una soddisfazione pensare che questo sia davvero un luogo che riabilita, che accoglie, a volte quasi più di una famiglia”. Al piano terra gli spazi sono condivisi e ogni stanza è un laboratorio di sartoria, tessitura, informatica, lingua inglese; al primo piano ci sono le stanze, ordinatissime e pulite, da quattro o sei posti letto.

herat afghanistanLe mamme possono tenere con sé i propri figli fino agli otto anni, e anche per loro c’è un’aula stanza dedicata, con un’educatrice. La maggior parte delle donne che sconta una pena detentiva ha commesso reati minori, e molte hanno paura di tornare in “libertà”. La parte maschile della prigione di Herat si trova in condizioni molto più difficili, perché a fronte di una capienza di 600 posti, ci sono oltre 2mila persone, con stanze da dieci letti in cui ne vengono stipati fino a cinquanta. Anche per questo il direttore del carcere ha chiesto aiuto all’Italia. Con i fondi messi a disposizione dal nostro paese nel 2012 sono stati realizzati principalmente progetti per l’educazione e la sanità, ma anche strade, ad Herat e nel suo distretto “allargato” di Injil.

Nonostante i progressi fatti, l’Afghanistan è ancora oggi un paese che presenta sacche di povertà al limite della sopravvivenza: agricoltura praticata con mezzi rudimentali e pastorizia sono spesso le uniche risorse nelle aree più impervie, dove la mancanza di corrente elettrica e collegamenti stradali provoca un isolamento di fatto per molte piccole comunità, che restano lontane anche solo dal concetto di stato e di istituzioni nazionali. Dalle cosiddette basi avanzate, ogni giorno partono delle pattuglie che si dirigono verso queste aree per stabilire un contatto con la popolazione. Ed è in una di queste missioni che ha perso la vita il caporale degli Alpini Tiziano Chierotti, lo scorso 25 ottobre. Se il rapporto con la popolazione si è stretto, nel corso degli anni, anche grazie alle operazioni condotte con personale afghano, la sicurezza non può ancora essere data per scontata, e resta la sfida quotidiana più grande. Come scrive sul “diario di Herat” pubblicato on line su La Stampa il Maggiore Mario Renna, a capo dell’Ufficio Pubblica Informazione del Comando Brigata Alpina Taurinense, quello degli ordigni “sembra un gioco ma non lo è, è una partita serissima per disinnescare esplosivi spesso fatti in casa con legno, fil di ferro, pezzi di metallo, di cui si parla quando ne esplode una, e non quando ne vengono disinnescate 27 in un mese”.

Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato sul numero di Dicembre 2012 del mensile 50&Più.

Disponibile in pdf: Afghanistan, transizione in corso

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Italian Way in Kosovo

Della sua prima esperienza in Kosovo porta dentro molti ricordi, ma uno su tutti: l’odore della morte. “Era l’estate del 1999, i primi giorni di luglio, in strada c’erano tanti cadaveri, il fetore di decomposizione si percepiva ovunque, quell’odore della morte che non si dimentica”. Lui è il tenente colonnello Antonio Stasi,  oggi comandante di gruppo del 21 Reggimento artiglieria terrestre di Trieste con sede in Foggia. Arruolatosi nel 1989 vanta un’esperienza oltre ventennale, al suo attivo ha anche una missione in Iraq. Dal 1 Maggio è impiegato a Pec, nell’ovest del Kosovo, come comandante del Manoeuvre Battalion, unità con compiti operativi formata da militari italiani, sloveni, austriaci e svizzeri.  E’ tornato in terra balcanica dopo dodici anni, ne è passato di tempo da allora. “Nel 1999 sbarcammo a Salonicco, prendemmo i mezzi di nascosto e partimmo per la Macedonia. Entrammo in Kosovo con una colonna di cento mezzi, davanti a noi un inferno: strade interrotte, fuoco ovunque, disperazione. La guerra civile tra serbi e kosovari era finita, la campagna aerea della Nato aveva dato i suoi frutti, la Serbia aveva deciso di ritirarsi ed era iniziata la campagna KFOR, una missione di peacekeeping in ottemperanza della risoluzione 1244 delle Nazioni Unite”.  Il tenente colonnello Stasi ricorda l’affetto della popolazione, immediato: “Venivamo accolti con applausi e sorrisi, questa gente ci vedeva come i loro liberatori”. Lo chiamano Italian Way, quel modo di concepire una missione sotto una veste umana che tutti gli altri eserciti, seppur più attrezzati, continuano ad invidiarci, ieri come oggi. “La popolazione era terrorizzata, c’era la paura delle mine, facevamo tantissimi interventi nei cortili delle abitazioni, tentando di contenere il panico della popolazione, di rassicurarli, di assisterli”. E c’è un altro aspetto che è rimasto impresso nel cuore del comandante: “La forza d’animo delle persone. Ricordo questi profughi che rientravano, tutti incappucciati, straziati dal dolore di aver perso i propri cari, logorati dall’incertezza del futuro, eppure non mollavano”. La stessa grinta Antonio Stasi l’ha trovata oggi, a dodici anni di distanza: davanti a lui un paese che ha festeggiato da qualche mese il suo terzo anno di indipendenza. “I bambini kosovari sono bellissimi, i miei occhi si riempiono dei loro sorrisi – confida –  sono loro il futuro di questo Stato e dell’umanità intera”.

E c’è un’altra persona che, arrivata in Kosovo nello stesso momento storico del tenente colonnello Stasi, ha deciso però di rimanerci,  e che sarebbe stata quella la terra in cui far crescere i suoi figli. E’ Massimo Mazzali responsabile, insieme a sua moglie Cristina,  del Campo-Missione Caritas Umbria di Raduloc, nella municipalità di Klina, una grande casa in cui un gruppo di giovani, italiani e kosovari, si prende cura dei bambini orfani, dando assistenza anche a famiglie disagiate o a persone vittime di povertà. Massimo e Cristina nel 1999 arrivano in Macedonia, nei campi profughi kosovari per portare il loro supporto, entrano in contatto con l’esercito e scoprono “quella faccia della divisa che – racconta Massimo –  ai più rimane esclusa”. I militari infatti riescono a portare in Italia duecento bambini malati, per curarli in strutture adeguate. Massimo rimane in Kosovo. Iniziano ad arrivare i primi orfani della guerra, prima uno, poi due, poi tre, ed ecco che prende vita la casa famiglia. Nasce dal di dentro, è come se venisse partorita dalla terra stessa, un timido tentativo per sanare  le atrocità di una guerra che non ha risparmiato vittime da una parte e dall’altra. Oggi la casa famiglia della Caritas Umbria ospita una cinquantina di bambini e ragazzi kosovari, alcuni sono maggiorenni ed hanno scelto di rimanere per aiutare chi, come anche loro in passato,  ha bisogno di aiuto ed assistenza.  Un’altra ventina di ragazzi invece sono riusciti a reintegrarsi dopo aver passato un periodo nella  casa di Raduloc: alcuni sono tornati nelle loro famiglie, altri hanno proseguito gli studi iscrivendosi all’università, e c’è persino chi è riuscito ad aggiudicarsi una borsa di studio ed ora frequenta un master in Italia. “Per i ragazzi kosovari la vita non è affatto facile. La guerra ha disintegrato tutti i valori, vivono in uno stato ancora in costruzione, una nazione che non offre sbocchi dal punto di vista lavorativo,  non vedono un futuro”.  Sono quarantamila i  giovani, censiti in Kosovo fanno uso di sostanze stupefacenti, soprattutto metadone : ”Un dato allarmante – commenta Massimo – è arrivato l’Occidente, e tutto ciò che esso comporta, nel bene e nel male”.  Mentre parla  viene interrotto continuamente da due vocine esuli e stridule che urlano con quanto più fiato in gola “papà”, “papà”: sono Lorenzo e Giacomo, i suoi figlioletti che, avvolti da due candidi caschetti biondi, fanno di tutto per attirare la sua attenzione. “I miei figli sono nati qui e vanno a scuola qui, parlano italiano e albanese. Cosa mi manca dell’Italia?” Massimo ci pensa un po’ su, poi risponde, sorridendo: “ Niente, la mia famiglia è in Kosovo”.

 

Romina Vinci

pubblicato il  1o Luglio 2011, su America Oggi

Disponibile in versione pdf: Oggi7 pagina6 7.10.11

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