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HAITI/ Tendopoli, macerie e diritti dei lavoratori

Evel Fanfan, avvocato haitiano, trentasette anni il prossimo dieci febbraio, ha consacrato la sua vita a difendere i diritti civili dei lavoratori del suo paese. In questo uomo minuto, che parla velocemente, con una voce spezzata, si avverte una determinazione incrollabile.  Si è battuto per realizzare un codice del lavoro in un luogo dove lo stipendio medio di chi lavora (e non sono in molti) è di due dollari al giorno.  E quando parla dei suoi concittadini vittime di soprusi, violenze e vessazioni, si direbbe che sia impegnato in un’arringa. Ma nelle sue parole non c’è traccia di affettazione: solo, un desiderio profondo di convincere, di spiegare. Evel Fanfan non sopporta l’ingiustizia, e per questo che ha creato, ed è tuttora presidente, dell’associazione AUMOHD, un’associazione che si occupa di difendere i diritti civili degli haitiani . Scuote la testa e alza la voce quando gli viene fatto presente che Haiti è il paese più povero d’America.  “Non è Haiti ad essere povero – ribatte con fermezza il presidente di AUMOHD – sono loro che lo hanno fatto diventare tale, fino a qualche decennio fa Haiti era una perla dei Caraibi”. E quando parla al plurale Evel Fanfan punta il dito contro gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Ma si schiera anche contro la presenza militare dei caschi blu della Minustah (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti), sul posto dal 2004, che gli haitiani considerano responsabili non solo dell’epidemia del colera (esplosa nell’ottobre 2010 ha già fatto registrare oltre seimila decessi), ma anche di abusi perpetrati ai danni della popolazione.  Certo è che i numeri parlano chiaro: secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2011, redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), Haiti occupa la posizione numero 158 su 187 paesi classificati analizzando i livelli di scolarizzazione, sanità e reddito pro capite. La vita media delle persone è di 16 anni.  Sono passati due anni esatti dal sisma che il 12 Gennaio 2010 ha provocato la morte di 230 mila persone, raso al suolo 900 mila edifici e generato un milione e mezzo di sfollati. Secondo Evel Fanfan però il tempo a Port au Prince è come si si fosse fermato al giorno dopo la scossa: “La maggior parte delle macerie non son state rimosse, la gente vive ancora nelle tendopoli, in condizioni di estrema precarietà, come si fa a parlare di ricostruzione?”.

La realtà dell’associazione AUMOHD opera in un territorio minato, quale quello della difesa dei diritti dei lavoratori haitiani. Ogni giorno le porte dell’associazione si aprono a raccogliere decine e decine di haitiani, a cui viene servita assistenza legale gratuita.  Il team di avvocati di AUMOHD ha a che fare con più di tremila lavoratori, ed è l’unica organizzazione effettivamente operativa a Port au Prince.  In un paese in cui l’orientamento verso la violenza sembra essere la regola e la soluzione di tutto, quella dell’associazione di Evel Fanfan è l’unica entità ad impegnarsi rispetto alla vastità dei problemi del settore, ai conflitti che coinvolgono i datori di lavoro e i dipendenti, agli scontri che si verificano su base giornaliera e al vissuto dei lavoratori.

In questi ultimi mesi il giovane avvocato haitiano è impegnato in un progetto molto ambizioso: realizzare una radio che rappresenti la voce dei lavoratori ed operai di Haiti. “Siamo l’unico paese dei Caraibi e dell’America Latina a non avere una stazione radio per la nostra forza lavoro – sottolinea Fanfan – è fondamentale poter disporre di un organo di informazione e di sensibilizzazione, orientamento e formazione a livello nazionale”.

Crede molto in questo progetto il presidente dell’AUMOHD: “Il suo impatto sarà significativo, dal momento che, accanto ad una missione educativa, la radio permetterà di decongestionare e ridurre la pressione sul Tribunale Speciale del Lavoro”.  A detta di Fanfan infatti l’emittente consentirebbe di ridurre i casi minori e, soprattutto, i casi di detenzione preventiva attraverso le stazioni di polizia, “frequente causa – secondo l’avvocato haitiano – di atti di violenza derivanti da abusi sul posto di lavoro”. Inoltre, una stazione radio permetterebbe di sottrarre i diretti interessati all’improduttività e all’alto costo delle spese legali”.

L’associazione AUMOHD ha dato vita ad una maratona della solidarietà per raccogliere gli ottanta mila dollari necessari per realizzare la stazione radio.  Evel Fanfan è spesso impegnato in viaggi tra Italia e Stati Uniti per tenere accesi i riflettori su un lembo di terra, situato al centro dei Caraibi, che la maggior parte del mondo considera caduto nel dimenticatoio.  E’ possibile contattare Evel Fanfan all’indirizzo: presidenteaumohd@yahoo.fr .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Romina Vinci

Pubblicato il 15 Gennaio 2012, su America Oggi

Disponibile in versione pdf: Haiti, due anni dopo .

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Haiti: il prezzo della vita

«Magnitudo 7.0 della Scala Richter: questa la potenza devastante del terremoto che, giusto due anni fa, ha distrutto la capitale di Haiti, Port au Prince, causando 230mila vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati. E, come se non bastasse, dieci mesi dopo una terribile epidemia di colera ha finito di mettere in ginocchio il Paese»

Lucien aveva 37 anni e viveva a Wharf Jeremie, uno dei tanti quartieri discarica di Port au Prince. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola.  Lucien era il braccio destro di Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera ad Haiti, il paese più sottosviluppato del continente americano. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia,  una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera. Quando suor Marcella è arrivata sul posto quella sera, un paio di ore dopo il fatto, il corpo di Lucien giaceva a terra. Gli erano già state rubate le scarpe, il portafogli, il cellulare. Era stato spogliato persino della camicia. L’indomani, di buon mattino, cinque donne sono andate a  bussare alla clinica: sostenevano di essere mogli di Lucien, e chiedevano alla missionaria soldi per farsi mantenere. Nel primo pomeriggio ne sono arrivate altre tre, con un bel pancione in vista: tutte – a loro dire – erano state messe incinta da Lucien, ed ora reclamavano cassa.

E’ labile il confine tra vita e morte, ad Haiti, il paese più povero dell’emisfero occidentale, ma anche il più densamente popolato. Si viene alla luce per sbaglio, da ragazze troppo impegnate a sopravvivere per fare le mamme, e basta un secchio d’acqua conteso per mettere fine ad un’esistenza.

Il 12 gennaio 2010 un terremoto di magnitudo 7.0 della Scala Ritcher ha devastato la capitale di Haiti, Port au Prince, causando 230 mila vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati. Collassato su se stesso il palazzo presidenziale, semidistrutta la cattedrale, crollati ministeri e corti di giustizia, rasi al suolo complessivamente novecento mila edifici. C’è chi l’ha definito la più grande catastrofe naturale del terzo millennio. Le immagini di tale inferno hanno fatto il giro del mondo, i riflettori improvvisamente si sono accesi su questo lembo di terra al centro dei Caraibi. Dieci mesi dopo ci ha pensato il colera a dare il colpo del ko al paese, causando più di 6 mila vittime e dando il via ad un’epidemia che le precarie condizioni igienico-sanitarie continuano a facilitare.

Son passati quasi due anni dal sisma, ma a sentir parlare gli haitiani il tempo si è fermato: “La maggior parte delle macerie non son state rimosse, la gente vive ancora nelle tendopoli, in condizioni di estrema precarietà, come si fa a parlare di ricostruzione?” si chiede Evel Fanfan, un avvocato che con la sua associazione, AUMOHD, difende i diritti civili degli haitiani.

Secondo l’Onu ammonterebbero a 600 mila le persone che abitano ancora nelle tende allestite all’indomani del sisma, e che versano oggi in uno stato di forte degrado. A detta di Richard, uno studente universitario all’ultimo anno di medicina, la cifra  però è superiore: “Per sapere il numero esatto bisognerebbe contarle di notte, ma nessuno – puntualizza –  si azzarda ad entrare nelle tendopoli con il buio”.

Port au Prince è una metropoli di tre milioni di abitanti, in cui l’elettricità rimane un lusso concesso a pochi. Il ritmo della vita qui è scandito dalla luce del sole: alle sei di mattina le strade brulicano di gente, ed alle sei di pomeriggio, quando scende l’oscurità, il flusso del rientro è già terminato, perché  il territorio passa nelle mani delle varie gang del posto. La criminalità è un’altra grande piaga che attanaglia la popolazione: non è un caso che la Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti (Minustah), un mandato militare sotto l’egida Onu che ha avuto inizio nel 2004, abbia fatto dell’indebolimento delle bande armate uno dei suoi cavalli di battaglia.

E’ la legge del più forte che vige ad Haiti. Nick ha 21 anni, e vive in uno degli slum più pericolosi della capitale, Citè Soleil, una discarica a cielo aperto, dove lamiere incastonate danno vita a baracche fatiscenti, che si arroventano nelle calde giornate di sole (tipiche del clima tropicale), e mal resistono alle intemperie (la stagione delle piogge dura sei mesi).  “L’80% dei ragazzi possiede una pistola e la usa con estrema facilità – dice Nick – basta una banale lite per venire ammazzati”. Non c’è luce, non c’è acqua , non c’è cibo. La gente sopravvive di elemosina e va avanti con le donazioni delle ONG, mantenendo il regime di sussistenza che è uno dei grandi mali di questa terra. Nick ha una bimba di tre anni e mezzo, spesso è costretto a frugare nella spazzatura per darle qualcosa da mangiare. “Gli aiuti umanitari stanno  finendo – spiega il giovane papà –  io non chiedo cibo ma un lavoro, voglio esser messo nelle condizioni di poter mantenere la mia famiglia”.

Ricardo, classe ’81, segno Pesci, è nato a Port au Prince ma si è trasferito negli States all’età di tre anni. New York prima, Miami dopo e poi, cinque anni fa, la decisione di tornare nel suo paese d’origine. Ricardo crede in una possibilità di riscatto, e c’è una cosa che ama di Haiti: “La libertà di poter fare tutto, non ci sono regole qui”.  Jhonny invece è un ragazzo di 25 anni che sogna di emigrare negli Usa per diventare un business man. Ma non può: il suo passaporto è rimasto sotto le macerie,  non ha soldi per chiederne uno nuovo. Lavora giorno e notte in un fast food, ha cinque sorelle e tre fratelli da mantenere: “Mia madre è malata – dice – sto mettendo da parte il denaro per portarla all’ospedale e farla visitare da un bravo dottore, non voglio che muoia”.

Dallo scorso mese di  maggio alla guida di Haiti c’è Michel Martelly, un cantante divenuto Presidente grazie al forte appeal che esercita sui giovani (in un Paese in cui l’età media è di 16 anni).  Sarà il tempo a stabilire se Sweet Micky – questo il suo nome d’arte – è davvero in grado di risollevare le sorti di questo popolo. Ad oggi  ha mostrato non poche difficoltà nel creare la squadra di governo (solo il 5 ottobre è stata annunciata  l’elezione di Gary Conille alla carica di primo ministro). C’è di certo però che gli haitiani lo adorano: il suo volto è tinto sui muri, nelle strade impazzano i cartelloni che lo raffigurano vittorioso,  e persino all’interno delle case/baracche ogni famiglia tiene in bella vista una fotografia di Martelly: “E’ il nostro Presidente!” urlano gli haitiani con enfasi. Una nuova era per Haiti è cominciata?

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato nel mese di Gennaio 2012, su 50&Più.

Disponibile su:Haiti_Layout 1

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Italian Way in Kosovo

Della sua prima esperienza in Kosovo porta dentro molti ricordi, ma uno su tutti: l’odore della morte. “Era l’estate del 1999, i primi giorni di luglio, in strada c’erano tanti cadaveri, il fetore di decomposizione si percepiva ovunque, quell’odore della morte che non si dimentica”. Lui è il tenente colonnello Antonio Stasi,  oggi comandante di gruppo del 21 Reggimento artiglieria terrestre di Trieste con sede in Foggia. Arruolatosi nel 1989 vanta un’esperienza oltre ventennale, al suo attivo ha anche una missione in Iraq. Dal 1 Maggio è impiegato a Pec, nell’ovest del Kosovo, come comandante del Manoeuvre Battalion, unità con compiti operativi formata da militari italiani, sloveni, austriaci e svizzeri.  E’ tornato in terra balcanica dopo dodici anni, ne è passato di tempo da allora. “Nel 1999 sbarcammo a Salonicco, prendemmo i mezzi di nascosto e partimmo per la Macedonia. Entrammo in Kosovo con una colonna di cento mezzi, davanti a noi un inferno: strade interrotte, fuoco ovunque, disperazione. La guerra civile tra serbi e kosovari era finita, la campagna aerea della Nato aveva dato i suoi frutti, la Serbia aveva deciso di ritirarsi ed era iniziata la campagna KFOR, una missione di peacekeeping in ottemperanza della risoluzione 1244 delle Nazioni Unite”.  Il tenente colonnello Stasi ricorda l’affetto della popolazione, immediato: “Venivamo accolti con applausi e sorrisi, questa gente ci vedeva come i loro liberatori”. Lo chiamano Italian Way, quel modo di concepire una missione sotto una veste umana che tutti gli altri eserciti, seppur più attrezzati, continuano ad invidiarci, ieri come oggi. “La popolazione era terrorizzata, c’era la paura delle mine, facevamo tantissimi interventi nei cortili delle abitazioni, tentando di contenere il panico della popolazione, di rassicurarli, di assisterli”. E c’è un altro aspetto che è rimasto impresso nel cuore del comandante: “La forza d’animo delle persone. Ricordo questi profughi che rientravano, tutti incappucciati, straziati dal dolore di aver perso i propri cari, logorati dall’incertezza del futuro, eppure non mollavano”. La stessa grinta Antonio Stasi l’ha trovata oggi, a dodici anni di distanza: davanti a lui un paese che ha festeggiato da qualche mese il suo terzo anno di indipendenza. “I bambini kosovari sono bellissimi, i miei occhi si riempiono dei loro sorrisi – confida –  sono loro il futuro di questo Stato e dell’umanità intera”.

E c’è un’altra persona che, arrivata in Kosovo nello stesso momento storico del tenente colonnello Stasi, ha deciso però di rimanerci,  e che sarebbe stata quella la terra in cui far crescere i suoi figli. E’ Massimo Mazzali responsabile, insieme a sua moglie Cristina,  del Campo-Missione Caritas Umbria di Raduloc, nella municipalità di Klina, una grande casa in cui un gruppo di giovani, italiani e kosovari, si prende cura dei bambini orfani, dando assistenza anche a famiglie disagiate o a persone vittime di povertà. Massimo e Cristina nel 1999 arrivano in Macedonia, nei campi profughi kosovari per portare il loro supporto, entrano in contatto con l’esercito e scoprono “quella faccia della divisa che – racconta Massimo –  ai più rimane esclusa”. I militari infatti riescono a portare in Italia duecento bambini malati, per curarli in strutture adeguate. Massimo rimane in Kosovo. Iniziano ad arrivare i primi orfani della guerra, prima uno, poi due, poi tre, ed ecco che prende vita la casa famiglia. Nasce dal di dentro, è come se venisse partorita dalla terra stessa, un timido tentativo per sanare  le atrocità di una guerra che non ha risparmiato vittime da una parte e dall’altra. Oggi la casa famiglia della Caritas Umbria ospita una cinquantina di bambini e ragazzi kosovari, alcuni sono maggiorenni ed hanno scelto di rimanere per aiutare chi, come anche loro in passato,  ha bisogno di aiuto ed assistenza.  Un’altra ventina di ragazzi invece sono riusciti a reintegrarsi dopo aver passato un periodo nella  casa di Raduloc: alcuni sono tornati nelle loro famiglie, altri hanno proseguito gli studi iscrivendosi all’università, e c’è persino chi è riuscito ad aggiudicarsi una borsa di studio ed ora frequenta un master in Italia. “Per i ragazzi kosovari la vita non è affatto facile. La guerra ha disintegrato tutti i valori, vivono in uno stato ancora in costruzione, una nazione che non offre sbocchi dal punto di vista lavorativo,  non vedono un futuro”.  Sono quarantamila i  giovani, censiti in Kosovo fanno uso di sostanze stupefacenti, soprattutto metadone : ”Un dato allarmante – commenta Massimo – è arrivato l’Occidente, e tutto ciò che esso comporta, nel bene e nel male”.  Mentre parla  viene interrotto continuamente da due vocine esuli e stridule che urlano con quanto più fiato in gola “papà”, “papà”: sono Lorenzo e Giacomo, i suoi figlioletti che, avvolti da due candidi caschetti biondi, fanno di tutto per attirare la sua attenzione. “I miei figli sono nati qui e vanno a scuola qui, parlano italiano e albanese. Cosa mi manca dell’Italia?” Massimo ci pensa un po’ su, poi risponde, sorridendo: “ Niente, la mia famiglia è in Kosovo”.

 

Romina Vinci

pubblicato il  1o Luglio 2011, su America Oggi

Disponibile in versione pdf: Oggi7 pagina6 7.10.11

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Nel contigente italiano in Libano si parla ciociaro

FROSINONE Il Libano si estende per una superficie meno vasta di quella Lazio, quasi equivalente all’Abruzzo. Ma non è solo un parallelismo di estensione geografica. Perché attraversando la parte meridionale, quella che si estende dal fiume Litani fino al confine con Israele, emerge un secondo collante tra queste due zone: le macerie. Diversa la matrice: naturale quella in Abruzzo (il sisma del 6 Aprile 2009), umana quella libanese. Nel luglio 2006 Israele attaccò Beirut rastrellando il Libano meridionale con l’obiettivo di cancellare dalla faccia della terra Hezbollah, movimento sciita libanese di matrice islamica. Un conflitto durato 34 giorni. Il cessate il fuoco avvenne per intermediazione delle Nazioni Unite, ma i costi umani furono altissimi. La risoluzione Onu 1701 (agosto 2006) ha previsto di affidare il presidio dei territori al confine tra Libano e Israele a una forza di interposizione, l’Unifil, che da allora ne mantiene il controllo. Una missione internazionale a cui l’Italia partecipa, assieme ad altri 31 paesi. Le brigate si alternano di sei mesi in sei mesi. Anche la Ciociaria è stata protagonista di un mandato: da maggio a novembre 2008 al comando del contingente italiano c’è stato il Generale Vincenzo Iannuccelli, originario di Sora. Adesso è il turno del Generale Giuseppenicola Tota. Sono 1570 i militari italiani attualmente impiegati nell’area. Eppure, a quattro anni dalla fine del conflitto, la ricostruzione è ancora un’utopia. Distese sterminate di banani sono interrotte da cumuli di macerie e case diroccate in cui la gente continua a vivere. Regna una calma solo apparente, la miccia può scattare in ogni istante. Soprattutto sulla Blue Line, linea di demarcazione tra Libano e Israele non riconosciuta come confine politico (l’ultimo scontro a fuoco risale a due mesi fa). Quel che più si rivela è l’assenza di uno Stato Centrale. Il governo libanese non sembra curarsi di questo scorcio di terra stretto tra due zone prospere, Israele a sud, Beirut e dintorni a nord. E’ in questo contesto che opera il contingente italiano, costruendo infrastrutture, fornendo medicinali agli ospedali, provvedendo alla bonifica dei campi minati, investendo sull’agricoltura. Alla base di Marakah sono stati organizzati corsi sulla coltivazione dell’ulivo, ed è stato realizzato un frantoio. Qui la popolazione è ancora grata alla Provincia di Latina, che l’anno scorso ha donato dizionari arabo/italiani per favorire l’istruzione. Più a sud, la strada che collega Al Mansouri e Shamaa è stata interamente ripristinata dal contingente italiano. I sindaci dei due villaggi hanno insistito per chiamare questa arteria “Via L’Aquila”, in memoria delle vittime del terremoto abruzzese. Un legame ancor più forte della superficie geografica.

 

Romina Vinci

Pubblicato il 14 Ottobre 2010, su Il Tempo – Frosinone

Disponibile su: http://www.iltempo.it/frosinone/2010/10/14/1208880-contigente_italiano_libano_parla_ciociario.shtml

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