Articoli con tag: onu

HAITI/ Tendopoli, macerie e diritti dei lavoratori

Evel Fanfan, avvocato haitiano, trentasette anni il prossimo dieci febbraio, ha consacrato la sua vita a difendere i diritti civili dei lavoratori del suo paese. In questo uomo minuto, che parla velocemente, con una voce spezzata, si avverte una determinazione incrollabile.  Si è battuto per realizzare un codice del lavoro in un luogo dove lo stipendio medio di chi lavora (e non sono in molti) è di due dollari al giorno.  E quando parla dei suoi concittadini vittime di soprusi, violenze e vessazioni, si direbbe che sia impegnato in un’arringa. Ma nelle sue parole non c’è traccia di affettazione: solo, un desiderio profondo di convincere, di spiegare. Evel Fanfan non sopporta l’ingiustizia, e per questo che ha creato, ed è tuttora presidente, dell’associazione AUMOHD, un’associazione che si occupa di difendere i diritti civili degli haitiani . Scuote la testa e alza la voce quando gli viene fatto presente che Haiti è il paese più povero d’America.  “Non è Haiti ad essere povero – ribatte con fermezza il presidente di AUMOHD – sono loro che lo hanno fatto diventare tale, fino a qualche decennio fa Haiti era una perla dei Caraibi”. E quando parla al plurale Evel Fanfan punta il dito contro gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Ma si schiera anche contro la presenza militare dei caschi blu della Minustah (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti), sul posto dal 2004, che gli haitiani considerano responsabili non solo dell’epidemia del colera (esplosa nell’ottobre 2010 ha già fatto registrare oltre seimila decessi), ma anche di abusi perpetrati ai danni della popolazione.  Certo è che i numeri parlano chiaro: secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2011, redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), Haiti occupa la posizione numero 158 su 187 paesi classificati analizzando i livelli di scolarizzazione, sanità e reddito pro capite. La vita media delle persone è di 16 anni.  Sono passati due anni esatti dal sisma che il 12 Gennaio 2010 ha provocato la morte di 230 mila persone, raso al suolo 900 mila edifici e generato un milione e mezzo di sfollati. Secondo Evel Fanfan però il tempo a Port au Prince è come si si fosse fermato al giorno dopo la scossa: “La maggior parte delle macerie non son state rimosse, la gente vive ancora nelle tendopoli, in condizioni di estrema precarietà, come si fa a parlare di ricostruzione?”.

La realtà dell’associazione AUMOHD opera in un territorio minato, quale quello della difesa dei diritti dei lavoratori haitiani. Ogni giorno le porte dell’associazione si aprono a raccogliere decine e decine di haitiani, a cui viene servita assistenza legale gratuita.  Il team di avvocati di AUMOHD ha a che fare con più di tremila lavoratori, ed è l’unica organizzazione effettivamente operativa a Port au Prince.  In un paese in cui l’orientamento verso la violenza sembra essere la regola e la soluzione di tutto, quella dell’associazione di Evel Fanfan è l’unica entità ad impegnarsi rispetto alla vastità dei problemi del settore, ai conflitti che coinvolgono i datori di lavoro e i dipendenti, agli scontri che si verificano su base giornaliera e al vissuto dei lavoratori.

In questi ultimi mesi il giovane avvocato haitiano è impegnato in un progetto molto ambizioso: realizzare una radio che rappresenti la voce dei lavoratori ed operai di Haiti. “Siamo l’unico paese dei Caraibi e dell’America Latina a non avere una stazione radio per la nostra forza lavoro – sottolinea Fanfan – è fondamentale poter disporre di un organo di informazione e di sensibilizzazione, orientamento e formazione a livello nazionale”.

Crede molto in questo progetto il presidente dell’AUMOHD: “Il suo impatto sarà significativo, dal momento che, accanto ad una missione educativa, la radio permetterà di decongestionare e ridurre la pressione sul Tribunale Speciale del Lavoro”.  A detta di Fanfan infatti l’emittente consentirebbe di ridurre i casi minori e, soprattutto, i casi di detenzione preventiva attraverso le stazioni di polizia, “frequente causa – secondo l’avvocato haitiano – di atti di violenza derivanti da abusi sul posto di lavoro”. Inoltre, una stazione radio permetterebbe di sottrarre i diretti interessati all’improduttività e all’alto costo delle spese legali”.

L’associazione AUMOHD ha dato vita ad una maratona della solidarietà per raccogliere gli ottanta mila dollari necessari per realizzare la stazione radio.  Evel Fanfan è spesso impegnato in viaggi tra Italia e Stati Uniti per tenere accesi i riflettori su un lembo di terra, situato al centro dei Caraibi, che la maggior parte del mondo considera caduto nel dimenticatoio.  E’ possibile contattare Evel Fanfan all’indirizzo: presidenteaumohd@yahoo.fr .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Romina Vinci

Pubblicato il 15 Gennaio 2012, su America Oggi

Disponibile in versione pdf: Haiti, due anni dopo .

Categorie: Esteri, Interviste | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Haiti: il prezzo della vita

«Magnitudo 7.0 della Scala Richter: questa la potenza devastante del terremoto che, giusto due anni fa, ha distrutto la capitale di Haiti, Port au Prince, causando 230mila vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati. E, come se non bastasse, dieci mesi dopo una terribile epidemia di colera ha finito di mettere in ginocchio il Paese»

Lucien aveva 37 anni e viveva a Wharf Jeremie, uno dei tanti quartieri discarica di Port au Prince. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola.  Lucien era il braccio destro di Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera ad Haiti, il paese più sottosviluppato del continente americano. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia,  una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera. Quando suor Marcella è arrivata sul posto quella sera, un paio di ore dopo il fatto, il corpo di Lucien giaceva a terra. Gli erano già state rubate le scarpe, il portafogli, il cellulare. Era stato spogliato persino della camicia. L’indomani, di buon mattino, cinque donne sono andate a  bussare alla clinica: sostenevano di essere mogli di Lucien, e chiedevano alla missionaria soldi per farsi mantenere. Nel primo pomeriggio ne sono arrivate altre tre, con un bel pancione in vista: tutte – a loro dire – erano state messe incinta da Lucien, ed ora reclamavano cassa.

E’ labile il confine tra vita e morte, ad Haiti, il paese più povero dell’emisfero occidentale, ma anche il più densamente popolato. Si viene alla luce per sbaglio, da ragazze troppo impegnate a sopravvivere per fare le mamme, e basta un secchio d’acqua conteso per mettere fine ad un’esistenza.

Il 12 gennaio 2010 un terremoto di magnitudo 7.0 della Scala Ritcher ha devastato la capitale di Haiti, Port au Prince, causando 230 mila vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati. Collassato su se stesso il palazzo presidenziale, semidistrutta la cattedrale, crollati ministeri e corti di giustizia, rasi al suolo complessivamente novecento mila edifici. C’è chi l’ha definito la più grande catastrofe naturale del terzo millennio. Le immagini di tale inferno hanno fatto il giro del mondo, i riflettori improvvisamente si sono accesi su questo lembo di terra al centro dei Caraibi. Dieci mesi dopo ci ha pensato il colera a dare il colpo del ko al paese, causando più di 6 mila vittime e dando il via ad un’epidemia che le precarie condizioni igienico-sanitarie continuano a facilitare.

Son passati quasi due anni dal sisma, ma a sentir parlare gli haitiani il tempo si è fermato: “La maggior parte delle macerie non son state rimosse, la gente vive ancora nelle tendopoli, in condizioni di estrema precarietà, come si fa a parlare di ricostruzione?” si chiede Evel Fanfan, un avvocato che con la sua associazione, AUMOHD, difende i diritti civili degli haitiani.

Secondo l’Onu ammonterebbero a 600 mila le persone che abitano ancora nelle tende allestite all’indomani del sisma, e che versano oggi in uno stato di forte degrado. A detta di Richard, uno studente universitario all’ultimo anno di medicina, la cifra  però è superiore: “Per sapere il numero esatto bisognerebbe contarle di notte, ma nessuno – puntualizza –  si azzarda ad entrare nelle tendopoli con il buio”.

Port au Prince è una metropoli di tre milioni di abitanti, in cui l’elettricità rimane un lusso concesso a pochi. Il ritmo della vita qui è scandito dalla luce del sole: alle sei di mattina le strade brulicano di gente, ed alle sei di pomeriggio, quando scende l’oscurità, il flusso del rientro è già terminato, perché  il territorio passa nelle mani delle varie gang del posto. La criminalità è un’altra grande piaga che attanaglia la popolazione: non è un caso che la Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti (Minustah), un mandato militare sotto l’egida Onu che ha avuto inizio nel 2004, abbia fatto dell’indebolimento delle bande armate uno dei suoi cavalli di battaglia.

E’ la legge del più forte che vige ad Haiti. Nick ha 21 anni, e vive in uno degli slum più pericolosi della capitale, Citè Soleil, una discarica a cielo aperto, dove lamiere incastonate danno vita a baracche fatiscenti, che si arroventano nelle calde giornate di sole (tipiche del clima tropicale), e mal resistono alle intemperie (la stagione delle piogge dura sei mesi).  “L’80% dei ragazzi possiede una pistola e la usa con estrema facilità – dice Nick – basta una banale lite per venire ammazzati”. Non c’è luce, non c’è acqua , non c’è cibo. La gente sopravvive di elemosina e va avanti con le donazioni delle ONG, mantenendo il regime di sussistenza che è uno dei grandi mali di questa terra. Nick ha una bimba di tre anni e mezzo, spesso è costretto a frugare nella spazzatura per darle qualcosa da mangiare. “Gli aiuti umanitari stanno  finendo – spiega il giovane papà –  io non chiedo cibo ma un lavoro, voglio esser messo nelle condizioni di poter mantenere la mia famiglia”.

Ricardo, classe ’81, segno Pesci, è nato a Port au Prince ma si è trasferito negli States all’età di tre anni. New York prima, Miami dopo e poi, cinque anni fa, la decisione di tornare nel suo paese d’origine. Ricardo crede in una possibilità di riscatto, e c’è una cosa che ama di Haiti: “La libertà di poter fare tutto, non ci sono regole qui”.  Jhonny invece è un ragazzo di 25 anni che sogna di emigrare negli Usa per diventare un business man. Ma non può: il suo passaporto è rimasto sotto le macerie,  non ha soldi per chiederne uno nuovo. Lavora giorno e notte in un fast food, ha cinque sorelle e tre fratelli da mantenere: “Mia madre è malata – dice – sto mettendo da parte il denaro per portarla all’ospedale e farla visitare da un bravo dottore, non voglio che muoia”.

Dallo scorso mese di  maggio alla guida di Haiti c’è Michel Martelly, un cantante divenuto Presidente grazie al forte appeal che esercita sui giovani (in un Paese in cui l’età media è di 16 anni).  Sarà il tempo a stabilire se Sweet Micky – questo il suo nome d’arte – è davvero in grado di risollevare le sorti di questo popolo. Ad oggi  ha mostrato non poche difficoltà nel creare la squadra di governo (solo il 5 ottobre è stata annunciata  l’elezione di Gary Conille alla carica di primo ministro). C’è di certo però che gli haitiani lo adorano: il suo volto è tinto sui muri, nelle strade impazzano i cartelloni che lo raffigurano vittorioso,  e persino all’interno delle case/baracche ogni famiglia tiene in bella vista una fotografia di Martelly: “E’ il nostro Presidente!” urlano gli haitiani con enfasi. Una nuova era per Haiti è cominciata?

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato nel mese di Gennaio 2012, su 50&Più.

Disponibile su:Haiti_Layout 1

Categorie: Esteri, Reportage | Tag: , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Haiti piegata dal colera, il sospetto è che l’abbia portato l’Onu

Con oltre 450 mila persone affette, il 5% della popolazione, l’epidemia del colera sta mettendo ko Haiti già allo stremo delle forze dopo il terremoto dell’anno scorso. Solo negli ultimi dodici mesi, quasi 6.600 persone sono morte a causa di questa malattia. E sotto accusa c’è l’Onu: il sospetto è che sia stato il suo personale a portare il batterio.

Slum ad Haiti (foto Romina Vinci)

PORT AU PRINCE – Non bastava la “fama” del paese più povero delle Americhe. Non bastava esser stato vittima, il 12 Gennaio 2010 del terzo terremoto più catastrofico della storia. Non bastava aver registrato un numero di vittime (250 mila) superiore persino allo tsunami del 2004. Perché Haiti, ad oggi, vanta un altro triste primato: è lo stato con il più alto allarme colera al mondo.

Con oltre 450 mila persone affette, il 5% della popolazione, l’epidemia del colera sta mettendo ko una nazione già allo stremo delle forze, facendo sì che la lotta alla sopravvivenza assuma, giorno dopo giorno, dimensione titaniche. Le scarsissime condizioni igieniche in cui versano la maggior parte degli haitiani, unite alla mancata prevenzione e al fatto che la gran parte dell’acqua utilizzata non è purificata, hanno provocato il diffondersi mortale del morbo.

Il primo caso della comparsa della malattia infettiva, il cui bacillo si trasmette attraverso alimenti e bevande contaminate, si è registrato dieci mesi dopo il sisma nel dipartimento dell’Artibonite, a nord della capitale Port au Prince. Era il 19 Ottobre 2010. Il batterio, come avrebbero dimostrato diversi studi, si sarebbe propagandato all’interno della base nepalese della missione dell’Onu Minustah (Missione di Stabilizzazione delle Nazioni Unite ad Haiti). In Nepal il colera è endemico e da alcune indagini scientifiche sarebbe emerso come il ceppo identificato ad Haiti proverrebbe proprio dal sud dell’Asia.

La scorsa settimana, in occasione dell’anniversario dalla comparsa del colera nel paese, settecento haitiani sono scesi in piazza per protestare contro la missione dei caschi blu, il cui mandato è stato prorogato per un altro anno dal Consiglio di Sicurezza il 14 ottobre scorso. Le Nazioni Unite non hanno riconosciuto la responsabilità diretta dei propri militari: l’inchiesta portata avanti dal Palazzo di Vetro ha concluso che l’epidemia sarebbe dovuta ad una combinazione di fattori, tra cui le cattive condizioni in materia di accesso all’acqua e di igiene e l’assenza di immunità della popolazione haitiana al batterio. «Le condizioni sanitarie al campo della Minustaf – si legge nell’inchiesta dell’Onu – non erano sufficienti per evitare la contaminazione del fiume Meye, affluente dell’Artibonite».

Intanto, negli ultimi dodici mesi, quasi 6.600 persone sono morte a causa di colera, 1.732 solo nella capitale Port au Prince, secondo i dati forniti dal Ministero della salute pubblica, aggiornati al 9 Ottobre scorso.
Anche se l’epidemia ha toccato il suo apice nel mese di febbraio, oggi la situazione continua a destare forte preoccupazione, considerata la carenza cronica di acqua potabile e le terribili condizioni igieniche in cui vivono la maggior parte degli haitiani.

La portavoce dell’Ufficio di coordinamento degli affari umanitari in Haiti (Ocha), Emmanuelle Schneider, ha fatto sapere che in molti dipartimenti inclusi il Sud, il Nord, Nippes e l’area di Port au Prince, continuano a registrarsi casi di contagio. “Questo è dovuto – ha detto la portavoce dell’Ocha – alle piogge abbondanti che in questo periodo cadono nel paese”. “Basti pensare – ha sottolineato la Schneider – che a seguito delle precipitazioni dal 7 all’11 Ottobre, nel Sud il numero dei casi è raddoppiato”.

Il colera è una malattia facilmente curabile ma, senza i supporti sanitari adeguati, può diventare fatale, portando alla morte per disidratazione anche nel giro di 24 ore.

Lo sa bene Padre Rick Frechette, sacerdote e medico in prima linea, direttore di N.p.h. Haiti (rappresentato in Italia dalla Fondazione Francesca Rava), che da venticinque anni opera nel paese più nero delle Americhe: «Per far fronte all’emergenza lo scorso novembre abbiamo allestito l’ospedale da campo Santa Filomena, a Tabarre che, in poche settimane, è arrivato a contenere 130 posti letto. Oltre settemila i pazienti curati, molti dei quali erano affetti anche da altre malattie come tubercolosi, la malaria, il tifo o l’HIV. Il colera – spiega Padre Rick – da epidemico è ormai diventato endemico, ed è per questo che abbiamo costruito una struttura permanente con 180 posti letto, in grado di offrire assistenza multipla nel medio e lungo periodo».

Basterebbero semplici accorgimenti, come lavare continuamente le mani e bere acqua potabile, per prevenire la diffusione della malattia, ma ad Haiti, dove la gente vive nell’immondizia e pezzi di lamiere arroventati vengono definiti case, niente è semplice. «Ci sono pochissimi depuratori – spiega il medico sacerdote – l’accesso all’acqua pulita non è garantito a tutti e l’acqua, così come il cibo, è molto cara: un sacco di riso da venti chili costa più di venti dollari, sono pochi gli haitiani che possono permetterselo. La fame rimane l’allarme più grande da fronteggiare».

A Wharf Jeremy, quartiere discarica della capitale haitiana, il colera è piombato il 7 Novembre scorso, causando sette morti in un solo giorno. Adesso l’emergenza è conclusa, ma la situazione resta precaria, come spiega Suor Marcella, missionaria italiana che porta avanti un poliambulatorio nello slum: «Ogni giorno si registrano tre-quattro casi di persone infette, dobbiamo mantenere alta l’attenzione», ha dichiarato la religiosa, che lancia un nuovo allarme: «Nell’ultimo anno siamo riusciti ad acquistare cinque camion di acqua al giorno (trenta mila litri ndr.) per dissetare la popolazione, ma ora che i fondi sono finiti, come faremo ad andare avanti?»

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 5 Novembre 2011, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/haiti-colera

Categorie: Esteri, Reportage | Tag: , , , , , | Lascia un commento

HAITI – ROMA E RITORNO

MEDICINA – Dal Bambino Gesù una speranza per quanti sono stati colpiti dal violento terremoto. La porteranno a Port au Prince una dottoressa e due infermiere

Naizaire ha 34 anni, corporatura esile, tratti delicati, indossa con fierezza il camice bianco. Da bambina sognava di diventare ostetrica, e la sua determinazione l’ha premiata. Adesso di professione fa la neonatologa, ed è una delle migliori ecografiste del Bambino Gesù di Roma,  come ci dice sorridendo il dottor Angelo Dotta, responsabile del dipartimento di terapia intensiva neonatale dell’ospedale capitolino. Levasseur di anni ne ha 40, nel suo paese natale ha lasciato due figlie femmine, e fa l’infermiera da oltre 11 anni.

Anche Antoine è un’infermiera: zigomi scavati e tratti più marcati, di recente ha spento le sue trentuno candeline, non è sposata, non ha figli e, tra le tre, è la “peperina” del gruppo. Oltre al francese maneggia con disinvoltura l’inglese, e c’è chi assicura che sia in grado di parlare anche l’italiano, sebbene lei non confermi né smentisca.

Nate e vissute ad Haiti, Naziare, Levasseur e Antoine  lavorano presso l’ospedale pediatrico Saint Damien di Port au Prince, nosocomio gestito dalla Fondazione Francesca Rava.

Le incontriamo nel primo pomeriggio di un calda giornata di settembre, presso le strutture del Bambino Gesù di Roma dove, da luglio, si trovano impiegate nell’ambito di un programma di formazione del personale, medico e infermieristico, dedicato alla neonatologia di Haiti.

Un progetto reso possibile grazie alla collaborazione tra la Fondazione Francesca Rava, che in Italia rappresenta la N.P.H. (Nuestros Pequeños Hermanos) e il Bambino Gesù di Roma. E’ il dottor Andrea Dotta ad illustrarci i contenuti dell’iniziativa: “Il contatto tra la Ong e il nostro ospedale pediatrico è stato immediato dopo il terremoto del 12 Gennaio 2010, e decidemmo di sostenere la nascita di un reparto di neonatologia ad Haiti”. “Il Saint Damien – continua il medico italiano – ha fatto registrare un boom di nascite abnorme, passando dalle trenta mensili dello scorso anno, fino ad arrivare all’attuale quota di quattrocento parti, con un tasso di patologie molto alto”. Da qui la decisione di non limitarsi a mandare risorse, ma realizzare un programma di più lunga scadenza, di formazione del personale.

Dopo questo training in Italia infatti a fine ottobre la dottoressa e le due infermiere torneranno nel loro paese natale, pronte per tramandare le conoscenze acquisite al resto dello staff  della neonatologia del Saint Damien.

Sulle loro spalle una forte responsabilità, le tre donne non lo nascondono, e si considerano fortunate per questa opportunità: “Stiamo imparando tanto, l’organizzazione dell’ospedale è impeccabile, ed i macchinari all’avanguardia –  dice Antoine – la gente è socievole, gli usi e costumi italiani mi piacciono”.

Il racconto si ferma di getto quando chiediamo loro di tornare con la mente al 12 Gennaio 2010. La voce si interrompe, lo sguardo si assenta, la mani si stringono, la destra afferra la sinistra, con forza, come per sostenersi a vicenda.  “Preferisco non rispondere”, ci dice Antoine freddamente.  “Sto cercando di dimenticare, ho perso delle persone care in quei terribili minuti”, risponde  Naizaire.  Levasseur invece si limita a scrollare la testa, in segno di disapprovazione. Perché si tratta di un muro di dolore troppo alto da scalare, una ferita che difficilmente riuscirà a cicatrizzarsi.

Una botta tremenda, una scossa di 7.0 della scala Richter quel pomeriggio di Gennaio ha dato il colpo del ko ad Haiti,  un paese che già vantava il triste primato di essere il più povero delle Americhe, mietendo oltre duecentocinquanta mila  vite umane. Dieci mesi dopo il terremoto è arrivato il colera ad aumentare in modo esponenziale il numero delle vittime, le stime parlano di cinquemila decessi, ed oltre duecentocinquanta mila contagi.

E’ impresa ardua operare in contesti simili, e la dottoressa Naizaire non usa mezzi termini per dirlo: “ E’ difficile essere un medico ad Haiti, perché non riesci a  fare tutto quello che vorresti, non ci sono sufficienti macchinari ed attrezzature”.

Con il suo operato la Fondazione Francesca Rava è un punto di riferimento nel paese, e non si occupa solo di fornire assistenza sanitaria. Grazie al contributo dell’azienda Boccadamo, ad esempio, la Fondazione sta costruendo delle abitazioni per il poverissimo quartiere di Citè Soleil e, a compimento del progetto, la piccola via che le casette andranno a costituire si chiamerà Rue Boccadamo.

 

 

Alla domanda su cosa significhi la parola ricostruzione ad Haiti, venti mesi dopo la terribile scossa, le tre donne fanno quadrato: “C’è ancora tanto da fare, nel privato qualche passo in avanti c’è stato – affermano – ma è ancora poco”.  Le loro risposte  divergono, invece, quando le chiamiamo ad interrogarsi sul proprio futuro: la dottoressa Naizaire dice di sentire una sensazione positiva, che le porta a pensare di aver intrapreso la giusta strada. Anche Antoine e Levasseur sono intenzionate più che mai a continuare il loro cammino, entrambe vogliono specializzarsi ancor di più, Levasseur per poi tornare ad Haiti e portare un sostegno concreto, Antoine invece  sogna altri paesi: lei si considera una cittadina del mondo.

 

Romina Vinci

Pubblicato il 25 Settembre 2011, su America Oggi

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/attualita/polArticles.cfm?doctype_code=ATTUAL%20Article&doc_id=331

Categorie: Esteri | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

INTERVISTA A LAMBERTO ZANNIER – ‘Kosovo e Serbia devono guardare avanti’

L’ex capo della missione Onu in Kosovo (Unmik) analizza la situazione a tre anni dall’indipendenza di Pristina. Le incomprensioni tra governi e tra popoli. I problemi amministrativi. Meglio non toccare i confini. Nel frattempo sono ripresi gli scontri.

(Carta di Laura Canali)

Torna a salire la tensione nel nord del Kosovo. Nei giorni scorsi unità speciali del governo di Pristina hanno cercato di prendere il controllo di alcuni valichi con la Serbia per far rispettare l’embargo commerciale sui prodotti di Belgrado. Immediata la reazione della popolazione: mercoledì pomeriggio un gruppo di nazionalisti serbi ha attaccato un posto di polizia sul confine settentrionale del Kosovo. Un poliziotto albanese è rimasto ucciso a seguito degli scontri. È stato necessario l’intervento della forza Nato Kfor per riportare la calma, ma la situazione rimane tesa.


Lo sa bene Lamberto Zannier, dal primo luglio nuovo segretario generale dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna. Il diplomatico italiano è considerato tra i più esperti rappresentanti delle Nazioni Unite nei Balcani.


LIMES: Dal 2008 Lei è stato a capo della missione Onu in Kosovo (Unmik). Che fase sta attraversando l’ultimo nato tra i paesi balcanici?
ZANNIER:
 Una fase complicata perché è di natura politica. Si delinea sempre più il nuovo volto del Kosovo indipendente, e vi è un ruolo crescente dell’Unione Europea nella prospettiva di integrazione.


LIMES: ll Kosovo è entrato nel suo terzo anno d’indipendenza, eppure permangono molti interrogativi. Su tutti la convivenza tra i kosovari di etnia serba e quelli di etnia albanese che, malgrado gli sforzi, continua a rimanere precaria, come dimostrano i disordini di pochi giorni fa.
ZANNIER:
 il dialogo tra il governo di Pristina e quello di Belgrado si interrompe spesso, ma è l’unica strada percorribile per arrivare a una soluzione. Persistono le difficoltà nel nord del paese, dove la popolazione serba non coopera con quella kosovara. Il vero grande problema però è che lo Stato del Kosovo viene riconosciuto solo da una minoranza dei paesi membri della Comunità Internazionale; anche all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu le nazioni che non lo riconoscono sono la maggioranza. Questo mancato riconoscimento si ripercuote in una serie di problematiche interne, anche di tipo pratico.


LIMES: Che tipo di problemi pratici?
ZANNIER:
 Far pagare la bolletta della luce a un serbo, per esempio, è complicatissimo, perché non riconosce il timbro della Repubblica del Kosovo. Ancor peggio per i movimenti: un kosovaro non può andare in Serbia con la sua macchina, perché la polizia serba lo aspetta sul confine e gli svita la targa kosovara. I serbi da parte loro hanno emesso una nuova serie di targhe, tra cui anche per Dragoviza e Pritzen, città che si trovano in territorio kosovaro ma rivendicate dai serbi. Ebbene, anche in questo caso, il viaggio non va a destinazione: gli agenti della Kosovo Police infatti non accettano veicoli riconducibili ai serbi. Risultato? Capita sovente di vedere macchine senza targhe.


LIMES: Cosa sono le cosiddette “municipalità parallele”?
ZANNIER:
 I kosovari di etnia serba vanno a votare quando si indicono le elezioni a Belgrado, gli albanesi kosovari fanno lo stesso, e così alcuni paesi hanno un sindaco albanese e uno serbo, che ovviamente non collaborano tra di loro. In alcuni posti poi i serbi hanno deciso di iniziare a interagire, e alle elezioni municipali hanno votato in quelle kosovare riuscendo a ottenere la maggioranza a scapito dell’avversario albanese. Così accade che coesistano due sindaci, entrambi serbi, solo che uno è amico di Belgrado, l’altro serbo collaborazionista. È una realtà molto complessa.


LIMES: È sempre aperto, in Italia, il dibattito sui costi onerosi delle missioni militari all’estero: perché dopo dodici anni si continuano a inviare soldati in Kosovo?
ZANNIER:
 Il processo di riduzione del nostro contingente è in atto, basti pensare che nel 2008 c’erano cinquemila soldati italiani e oggi ce ne sono cinquecento. Non dimentichiamo però che in Kosovo vige oggi una situazione di sicurezza stabile ma allo stesso tempo fragile. Permangono infatti conflitti interetnici soprattutto nel nord del paese, abitato prevalentemente dalla comunità serba. Le tensioni sono costanti, abbassare troppo la guardia potrebbe comportare il rischio di trovarsi impreparati a contenere un’eventuale emergenza.


LIMES: Per ovviare a questo problema si parla spesso di una possibile partizione del Nord del Kosovo; c’è chi è arrivato a ipotizzare scambi di terre: annettere il territorio a nord del fiume Ibar al governo di Belgrado, e riallacciare al Kosovo il Sud della Serbia, popolato in prevalenza da albanesi. Quanto può essere reale una simile soluzione?
ZANNIER:
 Toccare i confini rischia di essere molto pericoloso, perché poi dove ci si ferma? Anche in Macedonia c’è una parte del paese abitata soltanto da albanesi, che potrebbero rivendicare lo stesso diritto, e così in Bosnia. La Serbia stessa, del resto, non solo ha una forte fetta di comunità albanese stanziata nel suo meridione, ma anche una rilevante presenza di ungheresi a Vojvodina. Per non parlare poi del Sangiaccato in cui vive una comunità bosniaca che già inizia a far sentire i primi echi di autonomia. Se si fa passare il messaggio che gli Stati multietnici non funzionano, e che è necessario tagliarli per riflettere le comunità prevalenti, potrebbe tornare a galla un grosso problema comune a tutta la regione balcanica.


LIMES: D’altro canto, ad oggi, i serbi non riconoscono il governo di Pristina, e bloccano merci e persone, come mostrano i recenti episodi di violenza verificatisi sul confine settentrionale. A cosa può portare questo ostruzionismo?
ZANNIER:
 Il rischio è quello di un isolamento internazionale, con conseguenti problemi soprattutto sul fronte economico, perché senza una garanzia di normalizzazione non potranno mai arrivare gli investimenti.


LIMES: La prospettiva dell’ingresso del Kosovo in Europa appare lontana.
ZANNIER:
 In Europa ci sono cinque paesi (Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro, ndr) che non riconoscono il Kosovo perché non hanno intenzione di creare un precedente che poi possa ritorcersi contro. La questione di Cipro è ben nota a tutti, ma non dimentichiamo che in Spagna le minoranze basche e catalane reclamano indipendenza, in Slovacchia sono gli ungheresi ad alzare la voce, la Romania ha la Transilvania. Credo che gli europei con Cipro abbiamo imparato la lezione, e ci penseranno due volte prima di portare nell’Ue un paese con un problema così grosso.


LIMES: Cosa deve fare allora Pristina?
ZANNIER: Deve cercare di gestire i suoi dossier con l’Unione Europea in una maniera costruttiva. Una delle grandi aspirazioni dei kosovari è quella di ottenere, come ha avuto la Serbia, la liberalizzazione dei visti. Negargli questa opportunità significherebbe discriminare il Kosovo rispetto alle altre popolazioni dei Balcani, d’altro canto però bisogna compiere un passaggio tecnico, vale a dire lavorare sui passaporti, affinché siano compatibili e abbiamo tutti i requisiti per il controllo dei movimenti».


LIMES: È un problema puramente tecnico, oppure maschera il timore che un’apertura delle frontiere kosovare generi un’ondata di flussi indiscriminata verso l’Occidente?
ZANNIER: Inizialmente ci saranno dei flussi, ma poi verranno appianati. Al di là delle etichette politiche il Kosovo rimane una regione dell’Europa. I movimenti migratori ci son sempre stati, pensiamo all’Albania o, più di recente, anche alla Romania. La prerogativa per i kosovari è quella di trovare un accordo politico con la Serbia che permetta di terminare il blocco. A quel punto aumenteranno le chances del Kosovo di diventare membro degli organismi internazionali.


LIMES: In questo momento tra Serbia e Kosovo prevale un tipo di memoria popolare, legata al passato, oppure una memoria diplomatica, più collaborazionista?
ZANNIER:
 Senza dubbio una memoria popolare, c’è una forte tendenza a guardare indietro, giustificando la situazione attuale alla luce del conflitto di dodici anni fa. Dovrebbero invece provare a mettere da parte il passato, e concentrarsi soltanto sul futuro. C’è da riconoscere però che la Serbia, in questo senso, sta iniziando a cambiare attitudine, per avallare la sua ambizione europea. Si intravede una prospettiva, ma ci vorrà del tempo.


LIMES: Quale consiglio ha dato a Robert Sorenon, che è stato nominato a capo della missione Unmik in Kosovo per sostituirla?
ZANNIER:
 Di non scoraggiarsi al primo ostacolo, e di avere tanta pazienza nel dialogare sia con i kosovari sia con i serbi. Non sarà affatto facile. Io stesso ho avuto dei rapporti difficili con le istituzioni: nel periodo finale del negoziato (l’accordo che nel 2008 portò al dispiegamento della missione internazionale Eulex in progressiva sostituzione della missione Nato Kfor, ndr) era scoppiato un caos politico in Kosovo, la gente era scesa in piazza per manifestare il proprio dissenso. Tra i tanti cartelli che sfilavano due mi sono rimasti impressi: su uno c’era scritto “Zannierovic” – mi veniva affibbiato un cognome serbo – su un altro invece veniva riprodotta la fotocopia del mio passaporto in cui c’era scritto a caratteri cubitali: “Persona non grata”.

Lamberto Zannier (Foto di Ilaria Romano)

 

Romina Vinci

 

pubblicato il 29 Luglio 2011, su Limes on line (Rivista Italiana di Geopolitica)

Disponibile su:  http://temi.repubblica.it/limes/kosovo-e-serbia-devono-guardare-avanti/25968

Categorie: Esteri, Interviste | Tag: , , , , , , , , | Lascia un commento

Il “made in Kosovo” scatena la tensione coi serbi

Dopo gli incidenti di questi giorni, i valichi di confine serbo-kosovari di Jarinje e Brnjak sono stati proclamati «zona militare» dalla Kfor, la forza di interposizione della Nato. Dietro al ritorno della tensione ci sono ragioni economiche come lo scontro sull’etichetta “made in Kosovo” mentre la convivenza coi serbi appare sempre più difficile.

Lo scontro al valico di Jarinje (Afp)

Un check point dato alle fiamme fa riaccendere la miccia nel Nord del Kosovo, lungo il confine conteso tra kosovari di etnia serba e albanese. L’intolleranza è tornata a manifestarsi nella sua forma più cruda nel cuore dei Balcani. Mercoledì pomeriggio giovani serbi con il volto coperto hanno attaccato il posto di frontiera di Jarinje con bottiglie molotov e un bulldozer, costringendo alla fuga venticinque persone tra poliziotti e funzionari kosovari.

Il fuoco ha costretto all’evacuazione anche un campo di militari polacchi. Un poliziotto albanese è stato ucciso. Le tensioni tra Belgrado e Pristina sono esplose a seguito del reciproco boicottaggio delle importazioni. La situazione è tornata sotto controllo solo dopo alcune ore grazie al dispiegamento delle truppe della missione Nato Kfor, che hanno ripreso il controllo del valico. Ma sono tanti gli interrogativi che rimangono aperti.

Il Nord del Kosovo, abitato in prevalenza dalla comunità serba che non riconosce l’indipedenza del governo di Pristina, è teatro di continue tensioni e provocazioni. Già nel febbraio 2008 lo stesso varco era stato dato alle fiamme, due giorni dopo la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo. A tre anni di distanza il governo di Pristina ancora fatica ad imporre il suo Stato di diritto. Il Kosovo è stato riconosciuto solo da una minoranza dei paesi membri della Comunità Internazionale, ed anche all’interno del Consiglio di Sicurezza le nazioni che lo disconoscono sono la maggioranza.

A differenza delle altre popolazioni dei Balcani inoltre, i kosovari sono privi della liberalizzazione dei Visti. Uno stato fragile dunque, quello kosovaro, limitato nella libera circolazione delle persone e delle merci e che, malgrado gli sforzi degli organismi internazionali e di una missione di pace al suo dodicesimo anno di vita, continua a sentirsi intrappolato in un lembo di terra che rasenta la superficie delle Marche.

Dal punto di vista politico appare un rebus difficile da risolvere. Il dialogo con la Serbia sembrava ben avviato e promettente quando, agli inizi di luglio, i diplomatici di Pristina e Belgrado avevano portato a termine un processo negoziale che sanciva accordi concreti su tre temi caldi: il registro dell’anagrafe civile in Kosovo, la libera circolazione delle persone con la sola carta d’identità e il riconoscimento dei titoli di studio tra i due paesi, in vigore da novembre. La calma apparente però non ha perso tempo nel rivelare la sua vera natura, e si è dissolta dopo meno di tre settimane. Movente della “guerra” doganale che ha riacceso i riflettori sul cuore dei Balcani è stato il due di picche della Serbia sui prodotti etichettati “made in Kosovo”, dichiarato un bollo illegittimo. Di qui la risposta del governo di Pristina, di bloccare alla frontiera le merci di Belgrado che ha scatenato i disordini.

Immediata la condanna dell’Ue, e non solo. Alcuni stati, Russia in primis, hanno definito «un atto provocatorio» le azioni della polizia kosovara. Respinge le accuse il primo ministro del Kosovo, Hashim Thaci, secondo il quale «la decisione di portare il controllo e la legge al nord del paese è basata sulla Costituzione kosovara», e non deve esser vista come un attacco ai serbi locali. Da Belgrado intanto il presidente Boris Tadić prende le distanze dall’accaduto invitando la minoranza serba del Kosovo a mettere un freno alle violenze: «Gli hooligans non fanno gli interessi né dei serbi del Kosovo né della Serbia», ha stigmatizzato il premier serbo che, intanto, ha chiesto una sessione di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, svoltasi ieri pomeriggio a porte chiuse.

Il governo di Belgrado è sempre più determinato nella sua corsa verso l’Unione Europea, soprattutto dopo l’arresto dell’ex generale Ratko Mladić, il principale sospettato di crimini di guerra. Allo stesso tempo però Tadić sa bene che l’ingresso della Serbia all’Ue è vincolato dalla pacifica coesistenza con il Kosovo. E la cronaca delle ultime ore parla chiaro: la convivenza interetnica tra serbi e kosovari appare sempre più solo una chimera.

 

Romina Vinci

Pubblicato il 29 Luglio 2011, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/kosovo-serbia-scontri-belgrado-confine

Categorie: Esteri | Tag: , , , , , , , , | Lascia un commento

Nel contigente italiano in Libano si parla ciociaro

FROSINONE Il Libano si estende per una superficie meno vasta di quella Lazio, quasi equivalente all’Abruzzo. Ma non è solo un parallelismo di estensione geografica. Perché attraversando la parte meridionale, quella che si estende dal fiume Litani fino al confine con Israele, emerge un secondo collante tra queste due zone: le macerie. Diversa la matrice: naturale quella in Abruzzo (il sisma del 6 Aprile 2009), umana quella libanese. Nel luglio 2006 Israele attaccò Beirut rastrellando il Libano meridionale con l’obiettivo di cancellare dalla faccia della terra Hezbollah, movimento sciita libanese di matrice islamica. Un conflitto durato 34 giorni. Il cessate il fuoco avvenne per intermediazione delle Nazioni Unite, ma i costi umani furono altissimi. La risoluzione Onu 1701 (agosto 2006) ha previsto di affidare il presidio dei territori al confine tra Libano e Israele a una forza di interposizione, l’Unifil, che da allora ne mantiene il controllo. Una missione internazionale a cui l’Italia partecipa, assieme ad altri 31 paesi. Le brigate si alternano di sei mesi in sei mesi. Anche la Ciociaria è stata protagonista di un mandato: da maggio a novembre 2008 al comando del contingente italiano c’è stato il Generale Vincenzo Iannuccelli, originario di Sora. Adesso è il turno del Generale Giuseppenicola Tota. Sono 1570 i militari italiani attualmente impiegati nell’area. Eppure, a quattro anni dalla fine del conflitto, la ricostruzione è ancora un’utopia. Distese sterminate di banani sono interrotte da cumuli di macerie e case diroccate in cui la gente continua a vivere. Regna una calma solo apparente, la miccia può scattare in ogni istante. Soprattutto sulla Blue Line, linea di demarcazione tra Libano e Israele non riconosciuta come confine politico (l’ultimo scontro a fuoco risale a due mesi fa). Quel che più si rivela è l’assenza di uno Stato Centrale. Il governo libanese non sembra curarsi di questo scorcio di terra stretto tra due zone prospere, Israele a sud, Beirut e dintorni a nord. E’ in questo contesto che opera il contingente italiano, costruendo infrastrutture, fornendo medicinali agli ospedali, provvedendo alla bonifica dei campi minati, investendo sull’agricoltura. Alla base di Marakah sono stati organizzati corsi sulla coltivazione dell’ulivo, ed è stato realizzato un frantoio. Qui la popolazione è ancora grata alla Provincia di Latina, che l’anno scorso ha donato dizionari arabo/italiani per favorire l’istruzione. Più a sud, la strada che collega Al Mansouri e Shamaa è stata interamente ripristinata dal contingente italiano. I sindaci dei due villaggi hanno insistito per chiamare questa arteria “Via L’Aquila”, in memoria delle vittime del terremoto abruzzese. Un legame ancor più forte della superficie geografica.

 

Romina Vinci

Pubblicato il 14 Ottobre 2010, su Il Tempo – Frosinone

Disponibile su: http://www.iltempo.it/frosinone/2010/10/14/1208880-contigente_italiano_libano_parla_ciociario.shtml

Categorie: Esteri | Tag: , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Blog su WordPress.com. Tema: Adventure Journal di Contexture International.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.

%d bloggers like this: