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Come nasce il video – #nextstopbolivia LA STORIA

…segue dalla seconda puntata Perché la Bolivia? [...]

 

E così la meta l’avevo scelta: la Bolivia. Il modo per cercare di finanziare il viaggio anche: il crowdfunding. Non restava che mettersi all’opera. Sì, ma da dove partire?

Guardavo e riguardavo il video di Andrea Marinelli su Kapipal e mi dicevo che no, non avrei mai potuto eguagliare la sua impresa. Perché la telecamera per me era un muro troppo grande da sormontare. Dovevo cercare una soluzione alternativa. E me ne veniva solo una in mente: la fotografia.

“Del resto – continuavo a ripetermi - non sei forse tu quella che aspira a diventare una photoreporter?”

Avevo bisogno di un’immagine, talmente forte e significativa che doveva riuscire a compensare l’impatto del video, e ad essere ugualmente convincente. Una foto che avesse il potere di colpire l’interlocutore al punto di convincerlo a donare.

Ma come? Non potevo ricorrere alle foto fatte nel corso dei viaggi passati, sarebbero risultate fuori tema. E neppure a qualche scatto che mi ritraeva sul campo, sarebbe risultato troppo estremo. Mi serviva una foto emblematica, che riuscisse a dare l’idea della Bolivia, pur non essendo scattata lì. Come fare per realizzarla?

Non riuscivo a risolvere questo interrogativo. I giorni passavano ed io mi sentivo frustrata, nervosa, con una voglia matta di agire ma senza saper come muovermi.

303483_10151422765165580_651220021_nCosì, per uscire dal limbo in cui mi ero infilata, ho deciso di chiedere all’unica persona che, probabilmente, avrebbe saputo dirmi qualcosa. Ho aperto il pc, ed ho scritto un messaggio proprio ad Andrea.

Mi sono presentata, gli ho detto che la sua presentazione de “L’Ospite” a Perugia mi aveva convinto a tentare la stessa strada e gli ho esposto il mio progetto per sommi capi. “Cosa ne pensi di questo mia idea, saresti disposto a sostenerla?”,  così si concludeva il mio messaggio.

Andrea mi ha risposto con poche ore di distanza, gentilissimo e disponibilissimo, mi ha incitato sin da subito ad andare fino in fondo. “Io ti sosterrò e son sicuro che, come me, lo faranno molti altri!”

Un aspetto però ha voluto sottolinearlo: l’importanza del video, non potevo prescinderne. “Il video è fondamentale per la riuscita della campagna, prova a farlo, il mio abbiamo impiegato meno di un’ora a girarlo. Stai tranquilla, è facile”.

Leggere la risposta di Andrea mi ha dato una scarica di adrenalina pazzesca, ho capito che non potevo permettere alla mia incapacità di mettermi “a nudo” davanti ad uno schermo di frenare il mio sogno, dovevo tentare il tutto per tutto. Dovevo metterci la faccia.

Scrivo di getto ad Ilaria: “Sei libera domani pomeriggio? Mi devi aiutare a fare una pazzia”

“Sì! Spara!” risponde lei.

Vengo a Roma e dobbiamo andare in centro a girare un video, devo far partire la mia campagna raccolta fondi per il viaggio in Bolivia!”

555132_488632261199042_1625929193_nEcco che alle 2 in punto dell’indomani la macchina da guerra Ilaria-Romina è pronta all’azione. A dire la verità prima ci concediamo un pranzetto dal nostro cinese preferito, un ristorantino che si materializza sempre quando ci brontola lo stomaco ed il tempo a nostra disposizione è tiranno. La prima scena la giriamo proprio lì, nella strada che collega il Teatro Sistina a via del Tritone. La ripetiamo una dozzina di volte forse, ci manca solo il Ciack! Ed è un susseguirsi di risate a non finire. Poi Piazza San Silvestro, via del Corso, Ara Pacis, lungo Tevere, Ponte Sisto e Villa Borghese. Vola via un pomeriggio intenso. Io sono imbarazzata, mi impappino sempre a parlare, ripeto le frasi a memoria e spesso le dimentico. Ma con lei la sintonia è perfetta, facciamo finta che è un gioco, andiamo avanti senza prenderci troppo sul serio ed ecco che, pian piano, copriamo tutte le scene previste. A fine giornata Ilaria conosce il discorso alla perfezione, e mi fa non solo da cameraman, ma anche da gobbo suggerendomi le parole mancanti di un discorso che tutto sembra fuorché improvvisato.

Rientro a casa la sera e sto fino a tardi, in piedi, a “montare” il mio primo video. Abbiamo girato 42 filmati complessivi, ne seleziono 11. Cerco di togliere le pause ed i momenti vuoti ed ecco che, alla fine dei giochi, il video “Next Stop: BOLIVIA!” dura poco meno di quattro minuti.

E’ l’una passata e mio padre è ancora sveglio, è al pc all’altra stanza. Lo chiamo, lo faccio sedere e glielo faccio vedere. Guarda attento e senza distrarsi, è il primo spettatore ufficiale. Al termine del girato rimane qualche secondo immerso nei suoi pensieri. Poi mi fa due appunti. Il primo è che La Paz è molto alta, io non mi rendo conto ma rischio di avere problemi di respirazione. Il secondo è che nomino i cocaleros, ed anche in questo caso non mi rendo conto perché son persone che mica scherzano.  E poi mi chiede quando ho intenzione di mettere il video su Youtube, “Così lo faccio vedere a tutti i miei amici di Facebook, e ti aiuteranno”.

Quella notte fatico a prendere sonno, nonostante la giornata densa di accadimenti. Penso infatti a quel genitore che, nonostante la paura e il timore generati in lui da ciò che ha appena visto, tuttavia non vuole ostacolare i progetti di sua figlia,  e non  perde mai l’occasione di sostenerla ei farle capire che sta dalla  sua parte.

L’indomani metto il video su Youtube, ma lo lascio “Privato”. Decido di “testarlo” per una settimana, e così lo faccio visionare a un po’ di amici. Scelgo quelli critici, quelli obiettivi e quelli un po’ più sentimentali. Gli ultimi, manco a dirlo, stanno con me, e mi dicono di non indugiare oltre: il video sarà un successo, devo metterlo subito in rete. I secondi avanzano qualche osservazione: è troppo lungo (non deve superare i due minuti, altrimenti lo vedranno ben pochi),  sarebbe opportuno inserire una musica di sottofondo (solo il parlato appesantisce il tutto)  troppe scene (andrebbero tagliate), non è ben chiaro il messaggio giornalistico che vuole trasmettere, mancano parole chiavi che fanno “breccia” sulle persone. E poi ecco i critici: “sembri robotica, non sei incisiva, si vede che non è ben fatto, non andrai da nessuna parte se lo metti in rete così”.  Qualche parere poi è  parecchio duro. “Sei dislessica in questo filmato, non ci fai una bella figura, pensa a tutte le persone che lo vedranno. Lo dico per il tuo bene, rischi di rovinarti la reputazione e la carriera per sempre”.  Eccolo il più estremo, che fa male, ma fa anche riflettere.

Perché sì, è chiaro, il rischio che possa fare una pessima figura c’è, non serve negarlo. Decido di far tesoro delle osservazioni ricevute e di metterle in pratica in un nuovo video.

402707_3061041402117_724948929_nSette giorni dopo eccomi nuovamente sotto i riflettori, questa volta con Alberto. A disposizione abbiamo solo la mattinata di domenica, anzi, due ore a dire il vero, le più calde. Quelle che lui odia perché “la luce fa schifo a mezzogiorno, non si posso fare fotografie”. E figuriamoci video. Ma tant’è… bisogna ingegnarsi come si può.  Anche la location è diversa: un paesaggio naturalistico, a dieci chilometri da casa, il lago di Canterno beh… sicuramente è più “boliviano” rispetto alla città eterna!

Rassicuro Alberto dicendogli che dovremo girare poche scene (sette – otto). Eccolo anche lui, alle prese con questa attrice sui generis. La prima scena è emblematica, perché io esordisco dicendo: “Sono una giornalista freelance e bla bla bla”.  Lui interrompe la ripresa, una, due, tre volte: “Devi essere più naturale, più spontanea. Facciamo così, chiudi gli occhi. Fai finta che la  videocamera non ci sia, che mi incontri per strada e vuoi parlarmi di questo tuo viaggio. Per prima cosa inizia il discorso salutando, così magari ti è più semplice”.  E così il video parte con un… “Ciao! Sono una giornalista freelance e bla bla bla”.  Anche con lui  giriamo e rigiriamo gli stessi pezzetti per un numero indefinito di volte. Alcune scene, nonostante i ripetuti tentativi, non ci escono, e così decido che il video finale sarà la risultante di queste due mie inedite ed esclusive performance.

Ci metto ancora un po’ per lanciare definitivamente il video, ai problemi ideologici se ne aggiungono altri logistici di incompatibilità con i programmi (per giunta banali ed open sources) che uso per fare la filmaker.

Passano sei giorni, e nel frattempo continuo a sondare il campo dei presunti “sostenitori”.

563569_4946884467015_2080326314_nEnrico è forse colui che suona la carica vincente.  Non è un caso che io chieda spesso la sua opinione ed ho bisogno di sentirlo vicino, perché mi aiuta sempre a vedere la vita da una prospettiva diversa.

Enrico mi dice sempre che la timidezza non è un difetto. Perché in un mondo pieno di finzione, riuscire a rimanere autentica non è affare da poco.  “Nessuno pretende da te un’interpretazione da Oscar – mi dice al telefono –  non è questo a cui sei chiamata.  C’è bisogno di genuinità, le persone per fidarsi devono percepire la tua sincerità, e tu sei tanto vera in queste scene. Sei semplice, e metti in campo  tutta la passione che ti spinge, non si può rimanere indifferenti”.

Venerdì 7 Giugno, alle 2 di notte finisco di montare la nuova versione di “Next Stop: BOLIVIA!”. Ho anche trovato una musichetta indigena, ritmata e molto allegra, credo che possa far al caso mio. Mi metto a letto non prima di aver inviato il link del video ai miei contatti eletti.  Mi rispondono a scaglioni, la mattina successiva, dicendo che è molto migliorato rispetto alla prima versione.  Alle 14:58 arriva anche il feedback di Enrico:  “E’ fortissimo il video, vai!” Mi decido a rompere gli indugi.

Alle 15.07 su Facebook parte il primo post ufficiale di #nextstopbolivia.

Fin qui l’inizio, il resto della storia lo abbiamo scritto insieme, in questo mese di campagna che sta vivendo oggi le sue ultime ore.

Sabato 6 Luglio

continua…

IL MIO PROGETTO-http://www.kapipal.com/bc06e19c6e6c49108ad29de0b407b0d9

#nextstopbolivia LA STORIA – Tutte le puntate

1° PUNTATA –  …tutto inizia così http://rominavinci.wordpress.com/2013/06/10/nextstopbolivia-tutto-inizia-cosi/

2° PUUNTATA –  Perché la Bolivia?  http://rominavinci.wordpress.com/2013/06/19/perche-la-bolivia-nextstopbolivia-la-storia/

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ultima settimana – #nextstopbolivia

Domenica 30  Giguno 2013

Siamo entrati ufficialmente nell’ultima settimana di raccolta e… che dire, speriamo di farcela!

Anzitutto un po’ di dati: su Kapipal abbiamo superato quota mille, (1.033 con esattezza) una percentuale del 51,65%. Sono stati 59 i sostenitori, fino a questo momento, 2.637 le visite complessive della pagina di #nextstopbolivia. A questi vanno aggiunti 220 euro che mi son arrivati “manualmente”, ed ancora non riesco a farli inserire su Kapipal. Quindi abbiamo toccato complessivamente quota 1.253 euro. Ne mancano 747 per la precisione, e sette sono i giorni che ci separano dalla fine della campagna.

Ad essere sinceri gli ultimi sette giorni hanno visto un po’ scemare le donazioni, ed io che pensavo che scrivendo al Presidente Enzo Iacopino sarei riuscita ad incrementare il dibattito! In realtà lui mi ha risposto che è molto impegnato e che non ha tempo di rispondermi. L’ho accusato pesantemente a detta di molti, e lui si è risentito, le critiche mi sono piombate da ogni lato. Mah… forse non è stata una genialata come mossa!

Intanto però è uscito un articolo su Popoff, a firma di Giorgia Pietropaoli, un’intervista nella quale parlo de “Le Macerie di Haiti” e presento anche la campagna #nextstopbolivia . E proprio oggi anche un altro collega, Ivan Quiselli, ha scritto di me su anagnia.comProssima fermata: Bolivia. Il progetto giornalistico di Romina Vinci”.

Qualche novità c’è per quel che concerne il viaggio. Anzitutto le date (seppur ancora molto indicative): 3 Agosto – 11 Settembre 2013. Calendario alla mano infatti ho pensato che potrebbero fare al caso mio, giorno più giorno meno.

Qualche tempo fa Cristina mi aveva dato il contatto di un’agenzia specializzata per viaggi di missionari, ho provato a contattarla via mail ma nessuna risposta, e non son riuscita a trovare un recapito telefonico valido. Anche Emanuela mi ha segnalato un’agenzia di viaggi solidali con la quale lei è partita, l’anno scorso, alla volta del Brasile. Tenterò anche questa opzione.

Intanto ho spulciato edreams in tutte le combinazioni possibili ed immaginabili (una volta inserita la spunta “Destinazioni Multiple”, infatti… libero sfogo alla fantasia!). La soluzione più economica, neanche a dirlo, è quella passando per gli States. Il problema è che il viaggio implica 3 scali (Londra, New York e Miami), per un totale di 40 ore di viaggio… mi sembra un po’ eccessivo francamente! In alternativa c’è un opzione poco poco più cara (1.600 anziché 1.500) con un volo Alitalia diretto Roma-Buenos Aires, e poi da lì arrivare in Bolivia o a Santa Cruz o a La Paz.

Intanto, per quanto riguarda i contatti, questa settimana Antonella mi ha messo in contatto con Mario Magarò, un giornalista freelance molto in gamba che attualmente vive a Lima, in Perù, ma ha passato in Bolivia due anni. Mario mi sta dando una grande mano per stilare il mio programma ed i temi da approfondire, perché conosce benissimo la realtà boliviana. A tal proposito vi consiglio di cercarlo su Google e vedere i suoi documentari su Potosì e Salar de Uyuni, andati in onda sulle reti RAI: rendono perfettamente l’idea di quello a cui vado incontro (soprattutto il servizio sui minatori del Cerro Rico lascia senza fiato…) . La prima cosa che mi ha detto dopo aver visto il mio video, è stata che l’itinerario che mi son messa in testa è impossibile da realizzare in un mese – o poco più – di viaggio, soprattutto per il fatto che lì gli spostamenti sono molto lenti (parliamo delle Ande, e spesso dimentico che non avrò un jet privato per muovermi…) . Così, cartina alla mano, ho pensato di “ridurre” gli spostamenti: vale a dire, anziché soltanto La Paz, inserire anche Santa Cruz come aeroporto di partenza o di arrivo. In questo modo sarei io a compiere una sorta di Mezzaluna nel mio viaggio (devo solo decidere se partire dalle Ande o raggiungerle in corso d’opera, nel mio immaginario l’Isla del Sol dovrebbe essere il culmine del viaggio, ma nulla mi vieta che possa rappresentare l’inizio..) . Resterebbero fuori i due dipartimenti settentrionali, del Beni e del Pando, ma forse – considerando le ampie aree in cui si estendono – diventa una scelta obbligata.

Nei prossimi giorni intanto (o martedì o mercoledì) incontrerò a Roma una missionaria laica, Lucia, che è stata tanti anni in Bolivia e mi parlerà dei progetti che portano avanti nel Paese (io intanto una piccola idea me la sono fatta, e credo che andrò a visitare il loro centro a Montero, a 50 km da Santa Cruz). Tutti gli altri contatti restano disponibili ad aiutarmi una volta arrivata sul posto, però appunto…fin quando non ho la sicurezza delle date è difficile anche per loro organizzarsi logisticamente.

Che dire di più… fingers crossed e speriamo che quest’ultima settimana sia propizia e raggiunga un boom di donazioni, perché #nextstopbolivia non si può fermare, non ora!

Grazie di cuore a tutti e… stay tuned!

Romina

IL MIO PROGETTO:  http://www.kapipal.com/bc06e19c6e6c49108ad29de0b407b0d9

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Pregi e difetti dell’Italia: così ci vedono le ragazze straniere

Abbiamo chiesto a cinque giovani turiste incontrate per le vie di Roma di dare un voto al nostro Paese. Ma anche di parlarci del loro, per capire che costa sta succedendo fuori dai nostri confini

Sarà che  di fronte alla maestosità del Colosseo non c’è spread che regga. Sarà che al lancio nella Fontana di Trevi non si può rinunciare, anche se le monete in tasca sono poche.  Comunque sia, anche quest’estate l’Italia si conferma una tra le mete più gettonate dai viaggiatori di tutto il mondo. E, secondo i dati, Roma è la destinazione più ambita.  Spagnole, peruviane, ma anche americane, giapponesi e svedesi: ecco i volti delle turiste che, scarpe da ginnastica ai piedi e macchina fotografica al collo, sfidano la canicola e si perdono nei meandri della capitale. Abbiamo chiesto loro di dare un voto al nostro Paese. E abbiamo approfittato dell’occasione per parlare di crisi economica e cercare di capire cosa succede nel resto del mondo. Ecco le loro opinioni.

 

Meritate nove per carattere e bellezza                                                                         AGOSTINA, spagnola, nutrizionista

Perché sei venuta in Italia?  «Un anno fa, grazie a Facebook, ho ritrovato dei cugini di Salerno che non avevo mai conosciuto. Questa  è la seconda volta che vengo a trovarli. E ora mi hanno accompagnata a visitare Roma: erano anni che sognavo di visitare questa città».

A cosa pensi se ti dico Italia? «Al calore con il quale mi ha accolto la mia nuova famiglia conosciuta grazie al web».

Dai un voto al nostro Paese. «Un bel nove».

Qual è la cosa che ti ha colpito in positivo? «Roma mi ha lasciato senza fiato: il Colosseo, la Fontana di Trevi. Ma ho apprezzato anche l’incantevole paesaggio della Costiera Amalfitana».

E in negativo? «Fa troppo caldo».

Parliamo del  tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Circa 1.000 euro al mese. Non è un buon momento per il mercato del lavoro spagnolo: trovare un posto è una chimera».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «Nella mia città,  Barcellona, gli affitti sono alle stelle: si arriva a spendere anche 500 euro al mese ».

Anche il tuo Paese sta affrontando un momento di crisi? «In questo momento la crisi si tocca con mano. Per esempio, ci sono interi quartieri, costruiti per esser abitati da migliaia di persone, che oggi sono praticamente deserti. Perché nessuno può permettersi  di acquistare una casa. C’è una crisi di valori, la gente è triste, quasi senza speranza. E i giovani sono i più tristi di tutti».

 

Qui le persone sono simpatiche e gentili                                                          WENDY, PERUVIANA, CUOCA PROFESSIONISTA

Perché sei venuta in Italia?  «Avevo voglia di cultura e Roma  mi è sembrato il luogo giusto. È la mia prima volta che visito il vostro Paese».

A cosa pensi se ti dico Italia? «Al Papa che si affaccia dalla finestra e saluta la folla in Piazza San Pietro».

Dai un voto al nostro Paese. «Un otto pieno».

Qual è la cosa che ti ha colpito in positivo? «Le persone che ho incontrato: simpatiche e disponibili».

E in negativo? «Gli hotel: costano troppo rispetto a quel che effettivamente offrono».

Parliamo del tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Circa 700 euro mensili ».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «Dipende molto dalla zona: diciamo che in quartiere tranquillo  di Lima la spesa è di circa 300 euro al mese ».

Anche il tuo Paese sta affrontando un momento di crisi? Quali sono i problemi dei giovani, in particolare? «In Perù non c’è la crisi economica che attanaglia altri Paesi. I giovani però risentono di un sistema scolastico carente,  soprattutto le università. E’ per questo che ci sono state molte rivolte studentesche. Il movimento degli indignados cileni, per intenderci, quello capeggiato dalla giovane Camila Vallejo, si è ormai esteso in tutta l’America Latina».

 

Mi ha sorpreso trovare tracce di storia ovunque                                                              KELSEY, CALIFORNIANA, LAUREATA IN PUBBLICHE RELAZIONI

Perché sei venuta in Italia?  «Dopo la laurea, ho deciso di venire qui come ragazza alla pari. Sono ospite da una famiglia di Pisa. E ora mi sono concessa un piccolo viaggio per visitare Roma».
A cosa pensi se ti dico “Italia”? «Spaghetti, gelato e pizza».

Dai un voto al nostro Paese. «Un bel nove».

Qual è la cosa che ti ha colpito in positivo? «Trovare tracce di storia anche in piccolo angoli nascosti. Negli Stati Uniti è tutto così “nuovo”!».

E in negativo? «Il modo di guidare, troppo spericolato».

Parliamo del tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Quattromila euro al mese. Ma il sistema è diverso: a questa cifra bisogna sottrarre, per esempio, i soldi dell’assicurazione sanitaria obbligatoria».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «A San Diego, la mia città, circa 700 euro al mese».

Anche il tuo Paese sta affrontando un momento  di crisi? «Un momento di difficoltà, ma non di crisi profonda come quella europea. Ci sono poli industriali in pieno sviluppo, soprattutto nel settore tecnologico. E ancora tante le prospettive di crescita».

 

Adoro i vostri monumenti. E la pasta                                                                            TOMOE, GIAPPONESE, CONSULENTE COMMERCIALE

Perché sei venuta in Italia?
«Era molto tempo che sognavo di fare un viaggio in Europa. E non potevo non partire da Roma, una delle città più belle del mondo. Qui mi fermerò una settimana, poi proseguirò per la Germania e l’Inghilterra.».

A cosa pensi se ti dico Italia? «Alla pasta. Anzi, pasta alla carbonara: l’ho appena  assaggiata in una trattoria qui vicino. Ottima!».

Dai un voto al nostro Paese. «Oltre la sufficienza, direi sette».

Qual è la cosa che ti ha colpito in positivo? «I monumenti, ho consumato la macchina fotografica a forza di fare scatti».

E in negativo? «L’esibizionismo, l’ho notato soprattutto nelle donne».

Parliamo del  tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Circa 1.700 euro al mese ».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «Tokio è una delle città più care del mondo: oltre mille euro al mese. Io vivo a Yokohama, a circa mezz’ora di treno. Da noi un monolocale si trova a 400 euro al mese».

In questo momento, quali sono gli effetti della crisi nel tuo Paese? «La nostra economia ha risentito molto della crisi. E del disastro nucleare di Fukushima, accaduto poco più di un anno fa. Per esempio, dopo quel terribile fatto i settori del turismo e dell’agricoltura sono crollati. Senza contare che, per i giovani, studiare sta diventando quasi proibitivo: le università hanno delle rette molto alte».

 

E’ il posto più romantico del mondo                                                                    KARIN, SVEDESE, STUDENTESSA UNIVERSITARIA

Perché sei venuta in Italia?
«Studio Legge, e voglio imparare l’italiano, una lingua che adoro. Ma ora mi sto godendo qualche giorno di vacanza».

A cosa pensi se ti dico Italia? «A Roma, la città più romantica che abbia mai visto».

Dai un voto al nostro Paese. «Per me l’Italia è da otto».

Qual è la cosa che ti ha colpito
in positivo? «La gente: così socievole e disponibile. In Svezia siamo molto più freddi. Colpa della differenza di latitudine, credo».

E in negativo? «In questa città mi sembra tutto molto turistico, troppo. Così non traspare la vera cultura».

Parliamo del tuo Paese: qual è il vostro stipendio medio? «Tra i 1.800 e i 2.000 euro al mese».

E l’affitto di un monolocale in una grande città? «Stoccolma è molto cara: gli affitti di un piccolo appartamento partono da 500 euro mensili».

Anche il tuo Paese sta affrontando un momento di crisi? «L’abbiamo vissuta agli inizi del 2008, ma ora va molto meglio. Il peggio è passato, nell’aria si respira ottimismo anche perché, soprattutto ai giovani, la Svezia offre molte opportunità. Da noi l’università è gratuita, non solo per gli svedesi, ma per tutti i cittadini stranieri. Senza contare che è uno dei migliori posti al mondo dove essere madri».

 

Romina Vinci  (testo)

Stephanie Gengotti (foto)

Pubblicato sul numero  del 12 Settembre 2012 del settimanale  F.

Disponibile in versione pdf: F 12 Settembre 2012

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Porta Portese della crisi

ITINERARI \ ECONOMIA Uno dei luoghi più folkloristici e affascinanti della Città dei Cesari cerca di sbarcare il lunario. Il mercato delle pulci, malgrado i tempi, è tappa obbligata per i turisti.

E’ domenica mattina si è svegliato già il mercato, in licenza son tornato e sono qua, per comprarmi dei blue jeans al posto di questa divisa”, iniziava così la celebre canzone di Claudio Baglioni che a metà anni settanta conquistava tutti al suono del suo ritornello: “Porta Portese Porta Portese Porta Portese cosa avrai di più”. E’ il mercato delle pulci più antico di Roma, tappa obbligata per i turisti che affollano la capitale provenienti da ogni dove.  Un angolo capitolino che continua a mantenere intatto il suo fascino.  Antico e moderno vanno a braccetto: dai lampadari ai giochi per la Play Station, bici usate, caschi, valigie, abbigliamento nuovo e usato, scarpe, accessori, intimo, libri impolverati, cornici, e così dicendo in una lista a cui possono mettere la parola fine soltanto i limiti della fantasia.  Ma come  – ed  in che misura –  è entrata la crisi in uno dei luoghi più folcloristici e affascinanti della capitale? Siamo andati a scoprirlo quest’oggi di buon mattino, facendoci spazio tra una marea di turisti e gli inguaribili romani romantici che, seppur al verde, non rinunciano al loro consueto giro settimanale. E – a sorpresa – spuntano anche delle new entries sui generis.

Passeggiando su via Portuense ci imbattiamo da subito in un sottile battibecco tra Carmine, un uomo sui sessanta che vende vestiti a prezzi stracciati, ed una signora indispettita – a suo dire – dal “fare arrogante del venditore”. Oggetto della disputa una camicia a righe rosa, dal costo di cinquanta centesimi. La donna è attratta dal capo ma non vuole misurarselo (“troppa fatica”). Titubante  prende la camicetta e la porta  con sé per chiedere un parere alle sue amiche che distano alcuni passi. Ne segue un consulto che pare abbia portato i suoi frutti. La donna torna intenzionata ad acquistare il capo. Al momento di pagare però si accorge di aver soltanto una banconota da cinquanta. Carmine non ha resto e così l’acquisto non va a buon fine. “La gente non compra più, ormai ci si attacca persino ai centesimi – dice il venditore esausto – faccio cinque mercati a settimana, nell’alto Lazio e nella provincia di Roma, ma questo lavoro non ti dà alcuna garanzia. Le spese sono tante, il gasolio è ormai alle stelle. Vivo nel terrore che mi si rompa il furgone, non avrei i soldi per farlo riparare”.  Proseguendo per il mercato non si fatica a capire che il numero dei banchi italiani è di molto inferiore a quello degli stranieri (cinesi, indiani, bengalesi, magrebini) che vendono merce in stock. “I veri romani storici   – dicono alcuni survivor su via Ippolito Nievo –  sono rimasti in pochi, è il capolinea di una tradizione”.

Vanta mezzo secolo di storia il banco di articoli militari della signora Anna. “Avevo 18 anni quando ho iniziato a fare mercati – racconta – venivo a Porta Portese  insieme a mia suocera, mettevamo un telo per terra e cominciavamo a vendere, non avevamo alcuna licenza”.  Piazza Dante, via Sannio, per la signora Anna le strade di Roma non hanno alcun segreto, e così piazze e bancarelle. Oggi però è dura tirare avanti.  “Paghiamo molte più tasse rispetto ai guadagni. Ci sono giornate in cui non riusciamo a vendere neanche un cappellino da cinque euro. E’ triste. Ho due figli, uno lavora qui con me, l’altro si arrangia come può. Entrambi hanno famiglia, e non ce la fanno ad andare avanti. Io li aiuto come posso, ma con cinquecento euro di pensione non riesco a ripagare neanche le spese”.  Per la signora Anna la “crisi” ha un inizio ben preciso, che non coincide con lo scandalo dei mutui subprime. “E’ da quando è entrato in vigore l’euro che la nostra attività è crollata. Il primo anno non ce ne siamo accorti, ma poi con il passare del tempo la situazione si è fatta sempre più chiara. La moneta unica è stata la nostra rovina”.  E la signora Anna non è l’unica a vivere nel ricordo di un passato ormai lontano.  A fargli da eco infatti ci pensa un venditore di indumenti intimi che preferisce mantenere l’anonimato, ma non riesce a celare un forte accento partenopeo: “Beati gli anni ’70 – afferma sornione –  ho preso manganellate in testa ma posso dire che qualcosa siamo stati in grado di costruire, oggi invece è tutto paralizzato, ed il sistema fa acqua da tutte le parti”.

E poi c’è chi i “gloriosi” anni ’70 non ha potuto viverli sulla propria pelle, ma soltanto nei racconti di genitori e parenti. Si tratta di Federico, ventisei anni, che dal 2007 gestisce un banco di abbigliamento casual insieme a Daniele, suo coetaneo. Dal lunedì al sabato lavorano a via Sannio, la domenica invece si spostano sull’altra riva del Tevere.  “Abbiamo iniziato in salita, e non ci siam più fermati – ammettono – è dura arrivare a fine mese, quando ci dice bene riusciamo a guadagnare seicento euro in due”.  Aladino, un diciannovenne tunisino che parla un italiano impeccabile, di tanto in tanto li aiuta nei magri affari. “E’ difficile per gli italiani, figuriamoci per noi stranieri”, dice sospirando.

A pochi passi dalla signora Anna, e non troppo distante dal banco di Federico e Daniele,  un folto numero di persone si riversa attorno a una bancarella. Adagiato su di una sedia c’è Mustafà, un egiziano che con il suo banchetto di ortaggi è ormai diventato una vera e propria star. Cappellino SPQR ben in vista, Mustafà apparentemente non fa altro che vendere attrezzi per cucinare. In realtà però si serve della sua innata comicità per improvvisare delle simpatiche, originali e quanto mai coinvolgenti lezioni di cucina che, in poco tempo, lo hanno portato alla ribalta nel web. Sui social network infatti spopolano i video delle lezioni di questo chef sui generis.  Su Youtube un filmato postato in rete ha  totalizzato più di un milione di  visualizzazioni. Con le sue live performances Mustafà si limita a mostrare le varietà in cui cucinare patate, carote e zucchine, distribuendo sorrisi a destra e a manca. E’ lui, oggi, il nuovo volto di Porta Portese in tempi di crisi.

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato l’8 Luglio 2012, su America Oggi.

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/dove_andiamo/polArticles.cfm?doctype_code=DOVEVA%20Article&doc_id=984

Disponibile in versione pdf: PORTA PORTESE.

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Cinesi d’Italia

Molti hanno già ottenuto la cittadinanza e, fra loro, almeno 50mila sono ragazzi con meno di 18 anni. Viaggio in una delle comunità più numerose e meno conosciute delle nostre città.

Vivono a Milano, Roma, Torino, ma anche nelle città e nei comuni della provincia. Lavorano quasi sempre in proprio, con l’aiuto delle famiglie, soprattutto nei settori della ristorazione e dell’abbigliamento. Da anni ormai anche gli italiani hanno imparato ad apprezzarne la cucina, e spesso acquistano i loro prodotti, sempre più competitivi sul mercato globale. Eppure la comunità cinese suscita ancora diffidenza e sospetto, nonostante, o forse proprio per questo, sia in grado di far girare l’economia grazie ad una rete familiare di mutuo sostegno. Se ne parla poco, se non quando la cronaca, spesso tragica come nel caso della rapina di Roma costata la vita ad un uomo e alla sua bambina, lo impone. I cinesi che vivono in Italia sono quasi 210mila, secondo i dati Istat del 2010, e nove su dieci arrivano dalla provincia meridionale dello Zhejiang. A questi si aggiungono coloro che hanno già ottenuto la cittadinanza. Secondo la Fondazione Ismu, Iniziative e Studi sulla Multietnicità, almeno 50mila fra loro sono bambini e ragazzi con meno di diciotto anni, spesso nati in Italia come Federico, 8 anni, figlio di Jang Zonghua, una giovane insegnante che a Roma si occupa di intercultura. “Anche mio figlio parla romano, gioca a calcio, ama la pizza e vuole diventare medico. Con lui cerco sempre di parlare la nostra lingua d’origine perché è importante che non dimentichi da dove viene”.

L’idea di Jang è che l’integrazione passi attraverso la cultura e la conoscenza reciproca. Per questo nel 2006 ha creato un’associazione che si occupa di insegnare lingua e cultura cinese alle seconde generazioni, da due ai diciotto anni. “Fino ad oggi abbiamo avuto oltre 300 studenti – racconta – e c’è un’ottima collaborazione con gli insegnanti della scuola che ci ospita ogni sabato e nel tardo pomeriggio, quando terminano le altre lezioni”. Anche per il Capodanno appena trascorso hanno organizzato un’iniziativa insieme. “Certo non è un percorso sempre facile – dice Jang – e non tutti sono disposti a superare i pregiudizi. Ci sono genitori di bimbi italiani che pensano che l’insegnamento del cinese possa compromettere l’integrazione, ma non è affatto così”.

Le iniziative culturali promosse dalla comunità cinese non sono ancora molto diffuse, anche se il capodanno è diventato un’occasione per farsi conoscere, soprattutto nelle grandi città, attraverso l’organizzazione di eventi e spettacoli. D’altra parte interi quartieri hanno ormai un’altissima percentuale di residenti del Sol Levante: l’Esquilino a Roma, via Paolo Sarpi a Milano, via Pistoiese a Prato, il Borgo Teresiano a Trieste. Il territorio lombardo è stato il primo ad essere raggiunto da cittadini cinesi negli anni Venti e Trenta, quando c’era bisogno di manodopera nelle sartorie e nei laboratori di pellame, ma l’immigrazione è diventata un fenomeno consistente solo negli anni Ottanta, quando molti piccoli imprenditori sono riusciti ad investire in Italia grazie alle favorevoli politiche del governo cinese, che sostiene l’emigrazione, e al forte senso di comunità e di appartenenza che genera un sistema di mutuo soccorso, e permette di scambiarsi prestiti in denaro e darsi una mano in caso di bisogno.

Per questo la comunità cinese vista dall’esterno appare sempre molto chiusa. “Ci sono voluti dieci anni perché arrivassero anche clienti italiani – racconta Jin, una donna di quarant’anno che gestisce un banco di frutta e verdura a Roma, in Piazza Vittorio – all’inizio c’era molta diffidenza, ma ora la situazione è cambiata”. A darle una mano c’è un dipendente di origine bengalese, mentre il suo fornitore di fiducia è un italiano che lavora nell’import-export. “I miei due figli – dice Jin – hanno 20 e 22 anni e frequentano l’università. Si trovano bene in Italia, anche se non sono nati qui”. La vera sfida dell’integrazione è proprio per i giovani. Nel 2005 un gruppo di ragazzi italo-cinesi ha creato un’associazione che si chiama Associna, e che oggi è il principale riferimento delle seconde generazioni, con sedi in tutta Italia. Sono loro che attraverso il sito ufficiale (www.associna.com), spiegano di essere stanchi di giudizi e classificazioni, e di voler sfatare i luoghi comuni sui cinesi.

La loro attività parte dai luoghi della vita quotidiana come le scuole, i quartieri, le associazioni imprenditoriali: uno dei più recenti progetti che hanno attivato è “Cinesi in Italia, percorsi di inclusione”, per aiutare i lavoratori immigrati da poco ad orientarsi con le leggi italiane, anche attraverso i suggerimenti e gli spunti arrivati da chi si trova in Italia da tempo.

Le cose però sembrano destinate a cambiare, complice la crisi economica dell’Europa e la crescita imponente della Cina. “Molti cittadini cinesi fanno un biglietto di sola andata per Pechino o Shangai – racconta il direttore di Europa 2000, uno dei tour operator specializzati nei collegamenti fra i due paesi – e questo vuol dire che non tornano a casa per una semplice vacanza”. Roma è ancora uno dei maggiori centri europei del commercio all’ingrosso, ma il giro d’affari non è più quello di vent’anni fa. “I viaggi sono il sintomo del cambiamento – continua il direttore del tour operator, che gestisce con una collega e con dipendenti cinesi al call center – gli italiani che si rivolgono a noi sono diminuiti, e i cinesi che partono spesso lo fanno perché dopo una vita in Italia è un momento favorevole per rientrare in patria e reinvestire lì il proprio capitale”.

Ilaria Romano e Romina Vinci (testo)

F. Amicucci (servizio fotografico)

Pubblicato nel mese di Febbraio 2012 su 50&Più.

Disponibile su: Cinesi d’Italia – Febbraio 2012

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Tra i cinesi di Roma: «Il sogno non è più l’Italia, è di tornare in Cina»

Il giorno dopo il barbaro omicidio di Torpignattara e la morte di un cinese di 31 anni e di sua figlia di nove mesi, siamo andati all’Esquilino il quartiere asiatico. Dove la crisi si sente lo stesso e gli italiani non si avvicinano alle macellerie. I romani dicono che «qui “loro” sono padroni e imprenditori». Si organizzano corsi di lingua. Per tanti, però, l’obiettivo è tornare a casa: «Là ci sono più speranze». 

ROMA – Il barbaro omicidio di ieri notte a Torpignattara, periferia est della capitale, nel quale hanno perso la vita un uomo cinese di trentuno anni e la sua piccola di appena nove mesi, ha generato sgomento e indignazione tra gli abitanti della zona, e colpito al cuore una comunità che, nella sola Roma, vanta circa cinquantamila persone (dati sottostimati). Una rapina efferata che interrompe bruscamente il clima di festa che regnava tra i cinesi in questi giorni, nel fermento dei preparativi per celebrare l’arrivo dell’Anno del Drago (Capodanno Cinese o Festa di Primavera), previsto il 23 Gennaio.

Ma come vivono i cinesi di Roma? Siamo andati a visitare i posti dove vivono, lavorano e si riuniscono, per scoprirlo.

Al mercato rionale dell’Esquilino, il quartiere più multietnico della capitale, di banchi cinesi se ne contano a malapena quattro. «Non c’è da sorprendersi – ci confida un signore sulla sessantina, accento romano, da oltre dieci anni specializzato nell’import-export tra Italia e Cina – i cinesi sono imprenditori, non si abbassano a vendere frutta e verdura per strada. Molti di questi banchi – continua l’uomo, che preferisce conservare l’anonimato – sono proprietà dei cinesi, che poi assumono manodopera a bassocosto, soprattutto bengalesi e cingalesi».

Eppure, a cercarla bene, qualche venditrice con gli occhi a mandorla esce fuori. Si chiama Jin, 42 anni, arrivata in Italia negli anni Novanta. Sul suo bancone trovano spazio frutti italiani e primizie asiatiche. La clientela di Jin non ha razza: «Asia, Africa, America Latina, i miei consumatori provengono da ogni dove». Spuntano – a sorpresa – anche gli italiani: «Sono dieci anni che lavoro in questo mercato, la gente del quartiere mi conosce, ed anche le casalinghe italiane si fidano della qualità dei miei prodotti».

Poco distante da quello di Jin c’è un altro banco a tenere alta la bandiera rossa a cinque stelle. È una macelleria, a gestirla una coppia di giovani sposi cinesi, affiancati da un filippino e, grembiuli bianchi alla vita; hanno un gran da fare tra spuntature, guanciale e braciole da tagliare. Il loro banco è preso d’assalto in continuazione dai connazionali che fanno acquisti in grandi quantità. Però qui di italiani non se ne vede neanche l’ombra malgrado i prezzi concorrenziali e la carne esposta in bella vista: le leggende metropolitane sulla cucina cinese non sono affatto superate.

A ridosso dell’uscita principale del mercato poi c’è il banco di Hu e sua moglie Zeng. Hanno 48 anni (uno in più secondo il calendario cinese). Hu è venuto in Italia da solo, sedici anni fa, per fare fortuna, lasciando in patria una famiglia appena formata e tre figli piccoli. Difficile il primo periodo, la ricerca di lavoro e tutta l’epopea burocratica da seguire; poi, pian piano, è riuscito a far quadrare il cerchio, ottenendo il ricongiungimento familiare. I figli di Hu e Zeng sono diplomati, hanno un’occupazione e uno stipendio fisso. Di tanto in tanto vengono a Piazza Vittorio ad aiutare i genitori, perché loro vivono in un altro quartiere, ed hanno amici più italiani che cinesi. Hu non si lamenta della sua condizione, anche se ammette un calo brusco di vendite negli ultimi mesi: «La crisi a Roma noi cinesi la percepiamo più degli italiani».

A Piazza Vittorio Emanuele II e strade limitrofe la maggior parte dei negozi reca insegne cinesi: si trovano punti vendita di abbigliamento, calzature, casalinghi, ristoranti e, di tanto in tanto, sbuca anche qualche timida boutique, in rigoroso “Chinese style” ovviamente. A via Bixio, in una scuola pubblica, un gruppo di insegnanti cinesi organizza laboratori di lingua e cultura cinese indirizzati sia ai cinesi nati in Italia sia a cittadini italiani interessati. Capostipite dell’iniziativa è Jiang, una giovane professoressa di 34 anni, che porta avanti questo progetto dal 2006. «Organizziamo le lezioni fuori dagli orari scolastici (dal lunedì al venerdì dalle 17 alle 19, e il sabato mattina), abbiamo circa trecento iscritti, dai bambini di tre anni fino ad arrivare ai ragazzi delle scuole superiori, e ci sono anche una trentina di italiani».

Jiang fa il punto sulla condizione dei cinesi di seconda generazione: «L’80% dei ragazzi è nato qui, sono giovani che parlano romano, vestono occidentale, amano la cultura italiana, ma hanno la cittadinanza cinese, e non devono dimenticare le proprie origini. Rappresentano un ponte tra le due culture». Interrogata sul suo futuro, la giovane insegnante resta un po’ interdetta: «Fino a cinque anni fa avrei risposto Italia, senza esitare. Oggi non la penso più così: sono tanti i cinesi che vogliono tornare nel proprio paese d’origine, in Cina c’è più speranza che in Italia».

Della stessa opinione anche il direttore di un’agenzia di viaggi specializzata in rotte con il Sud Est Asiatico: «Negli ultimi cinque-sei anni c’è stato un boom di voli per Shanghai e Pechino, ed un pullulare di compagnie aeree che investono su questa tratta», afferma il tour operator. C’è però un cambio di rotta, non si viaggia più da Est verso Ovest, perché il vento è cambiato: «Si trovano voli per Pechino anche a meno di cinquecento euro, e molti cinesi fanno un biglietto di sola andata».

A dar man forte a questa tesi ci pensa Lucia King, imprenditrice romana che vanta di essere la cinese più vecchia di Roma. «Quando nel 1965 sono arrivata in Italia – afferma la donna – nella capitale vivevano a malapena dieci cinesi. Io ho potuto seguire dal di dentro tutto il processo, dai cinesi della prima generazione, di cui faccio parte, poi è arrivata la seconda ed i loro figli, nati in Italia e che fanno parte della terza generazione, ormai integrata a tutti gli effetti». A detta di Lucia King gli italiani dovrebbero iniziare a temere i cinesi: «Prima facevamo a gara per venire in Italia perché si pensava di trovare l’oro sulle strade, ma adesso l’oro è in Cina. Quando oggi arrivano le delegazioni cinesi qui mi sento dire: Ma l’Italia è tutta qua? La Cina è molto più avanti».

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 5 Gennaio 2011, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/cinesi-roma-attentato

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ARTE/Colori e tanto jazz

Ne è passato di tempo da quando trascinava il suo cavalletto sulle colline albanesi, o sui ponti romani, o in riva alla Senna. Si è sempre definito uno zingaro contemporaneo, ed un po’ zingaro lo è ancora. Ilir Zefi è un pittore albanese, classe ’63, che adesso vive tra Roma e New York. Ha uno studio a Brooklyn ed in questi giorni le sue opere sono esposte in una personale a Milano. “Jazz Painting” il titolo della mostra. E’ lui l’artista errante al crocevia del terzo millennio.

Arrivato in Italia nel ’92, pochi i soldi in tasca ed una sola scommessa: la pittura avrebbe segnato la sua vita e quella degli altri. La sua arte avrebbe lasciato un segno nel suo vissuto e negli stati in cui sarebbe andato in cerca della propria identità. Eppure non è stato facile. Concetti quali mercato d’arte erano completamente sconosciuti nell’Albania dei tempi del Comunismo in cui si era formato ed Ilir, sebbene diplomato all’Accademia d’Arte di Tirana, arriva in Italia in condizioni di estrema povertà. Nessuno studio, nessuna galleria interessata.

Racconta l’artista albanese: “Trascinavo un cavalletto nelle strade, nei vicoli, sui ponti romani. All’inizio il mio studio era Trastevere, era Campo de’ Fiori, era Ponte Garibaldi oppure Ponte Sisto. Amavo il paesaggio, la mia educazione era di tipo decisamente figurativo”. Poi aggiunge: “E’ vero, si trattava di una pittura molto espressiva, ma io non ci pensavo neanche. L’Italia era per me, e per la maggior parte degli albanesi, un qualcosa fuori dalla finestra, vicino a noi, molto presente. Vedevo di nascosto la tv italiana. Amavo Battisti, Mina. Accademicamente Leonardo è stato uno dei miei massimi ispiratori”.

Nel 2005 le sue opere suscitano l’interesse dei collezionisti italiani e dei curatori della XIV Quadriennale di Roma, in cui verrà ospitata una sua opera.

L’artista ricorda molto nitidamente quel momento, che ha rappresentato un crocevia nella sua carriera: “Finalmente un mio quadro veniva esposto in un luogo all’altezza, e subito la gente, la critica si è accorta di me e delle mie opere”.

L’anno dopo un altro, l’ennesimo grande passo: il trasferimento negli States, a New York.
Ilir rintraccia le motivazioni di una scelta che dura tutt’oggi: “Sin dal mio primo viaggio negli USA ho subito provato la sensazione di sentirmi di nuovo a casa. In Italia io ero un emigrante, al di là dell’Atlantico invece ho da subito trovato spalancate le porte a livello sociale. A New York convivono tutte le razze del mondo, io mi trovo molto legato al fascino scaturito da questa energia”.

Ilir ricorda il suo approccio alla realtà americana: “Non sono arrivato negli States con la frenesia, di molti europei, di entrare nel mercato dell’arte. Con la voglia di prendere, mordere questa mela e poi andare via. Io ho amato tantissimo questa mela e la amo tuttora.  New York è un luogo che concilia alla grande con il mio temperamento,  una città in cui riesco a far coincidere una mia crescita interiore con l’arte”.
Ma quale l’arte di cui parla? Non rifiuta legami con l’astrattismo, che considera non una scelta, bensì una conseguenza della sua pittura: “L’astrattismo è un modo di non farsi confondere dalla superficie ma di andare a fondo nelle cose, un territorio totalmente aperto” – afferma l’artista albanese, che non rifiuta neanche affinità con l’action painting. Ci tiene però a precisare: “L’Action Painting può essere solo una memoria, una prima impressione, ma non è totalizzante. Dentro le mie opere c’è di tutto, anche dei momenti classici”.

L’arte di Ilir Zefi è infatti pulsione vitale, il pittore albanese ha la capacità di trasferire sulla tela sensazioni di colore in cui la realtà perde i suoi contorni e l’astrazione acquista un nuovo significato.  Attualmente le opere di Ilir Zefi sono in mostra presso la Galleria Russo di Milano. Trenta dipinti di grandi e medie dimensioni, realizzati dal 2000 fino ad oggi, per la prima personale dell’artista albanese nel capoluogo lombardo. “Jazz Painting” è il titolo della mostra, scelto dal curatore Marco Di Capua. Perché Ilir ha un rapporto speciale con la musica: “Il mio studio di New York ha un pianoforte, un cavalletto ed uno stereo con giradischi. Mentre dipingo sento sempre la musica. A livello cromatico trovo un legame forte con i miei quadri, la musica è cromatismo. Io amo suonare, soprattutto il jazz”.

E c’è un sogno che Ilir Zefi conta di avverare nei prossimi anni: “Realizzare qualcosa di concreto anche con la musica. Un progetto che parli di me. Io sono stato sempre con un piede anche nella musica, voglio una memoria proprio di questo”.

E chissà se, un giorno, “Jazz Painting” diventerà anche il nome di un disco. Quale l’autore? Ilir Zefi naturalmente.

Zefir Illir, senza titolo 2009, acrilico su tela cm 142 x 164

Romina Vinci,

Pubblicato il 6 Dicembre 2009, su America Oggi

Disponibile su: http://www.oggi7.info/2009/12/08/2607-arte-colori-e-tanto-jazz

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QUAL FINE E CHE PRINCIPIO. Capodanno all’ombra del Colosseo

AVVERTENZA

 

Da stampare e conservare. Scherzo! Riformulo la frase: da stampare e leggere con calma, e poi magari buttare. Se ne consiglia la lettura di notte, a letto, prima di abbandonarsi tra le braccia di Morfeo.

 

 

C’era un fuoco, grande, che illuminava i nostri volti e riscaldava i nostri cuori in quella fredda notte.

Ero lì ma non ci credevo. Difficile del resto pensare che la sera di Capodanno ti trovi in quel posto, tra i rom, in un campo nomadi.

Lo scenario appariva alquanto spettrale. Con le macchine giungiamo di fronte all’ospedale Pertini, voltiamo a sinistra ed entriamo in un sentiero dissestato e privo di illuminazione. “Ora si inizia a ballare” – fa la battuta Massimo. Io e Lorenzo siamo seduti dietro, Massimo è alla guida della sua Opel Astra annata ‘93, Anna al suo fianco. Dietro di noi altre quattro autovetture avanzano lentamente, alla nostra stessa velocità.  Ad un certo punto ci fermiamo, Massimo ci guarda attraverso lo specchietto e dice: “Voi due scendete, andate in macchina con Luigi”. Io resto un po’ interdetta, perché sentivo abbaiare, non si vedeva nulla intorno ma quei cani si sentivano, eppure tanto. E infatti lui incalza: “Sbrigatevi che è pieno di cani qui, altrimenti vi azzannano. Non possiamo scendere tutti insieme, andiamo avanti noi, poi se è il caso ci raggiungete, altrimenti aspettate qui”. Io e Lorenzo eseguiamo gli ordini senza commentare.

Facciamo questo scambio veloce, entriamo nella macchina di Luigi e l’uomo che sedeva alla sua destra, Enzo, si  mette a parlare del più e del meno, dei pastori maremmani, di lui che va a pesca vicino Ostia. Non capivo tanto i suoi discorsi, più che altro non mi interessava ascoltarlo, assorta com’ero  nell’invano tentativo di razionalizzare quanto stava accadendo intorno a me. Squilla il cellulare di Luigi, una chiamata di Massimo. E’ il segnale, significa via libera. Così ci immettiamo in un sentiero tortuoso, ancor più stretto e più dissestato del precedente. Una discesa piena di buche, strada colma di sassi. E’ buio, tutto scuro, non si vede niente, non si distingue nulla al di là del finestrino. Avremo percorso trecento metri, forse poco meno. Ad un certo punto la strada  si appiana e, d’improvviso, vediamo questa grande luce. Siamo appena usciti da un gruppo di arbusti, ecco perché il sentiero era totalmente buio.

Ci apprestiamo a scendere dalle macchine e Lorenzo mi chiede: “Cosa facciamo, le lasciamo qui dentro le borse?”. Ci guardiamo e contemporaneamente annuiamo: “Si forse è meglio”. Stiamo entrando in un campo rom del resto, c’è poco da dire. Così scendiamo e Luigi chiude la macchina.

Ed ecco questo grande fuoco in primo piano. Sullo sfondo si intravedono tre schiere di baracche, che lasciano presagire l’ingresso ad un vero e proprio mini-sobborgo. E’ pieno di persone. Tutti questi rom ci vengono incontro e ci abbracciano. Mi sono rimasti in mente i bambini, quei bambini che giungono correndo, mi si aggrappano ad una gamba, o comunque cercano un contatto. E proprio con me poi, con me che sono restia a ogni tipo di contatto, figuriamoci! Però rispondo ai loro abbracci, con quelli più grandicelli tento di scambiare due battute, ai più piccoli do dei buffetti sulle guance…insomma, qualcosa faccio.

Si sono radunati tutti attorno al fuoco aspettando la mezzanotte, anche se i festeggiamenti potevano considerarsi già iniziati, almeno a giudicare da tutte quelle bottiglie vuote che riempivano il tavolino che si intravedeva dietro le fiamme. Noi portiamo delle porzioni di lasagne, e delle bustine di plastica al cui interno c’è una fetta di pandoro e ben due pezzetti di torroni, bustine che Massimo ha serbato proprio per questi bimbi. E come sono contenti loro!

Noi gli diciamo: “Chiamate Babbo Natale”.

E loro tutti in coro, si erano disposti a cerchio senza neanche accorgersene, iniziano ad urlare a squarciagola:  “BAB-BO-NA-TA-LE-BAB-BO-NA-TA-LE-BAB-BO-NA-TA-LE” ed ecco che sbuca Massimo con un sacco pieno di quaderni, penne, astucci, matite colorate, libri. Danno vita a simpatiche lotte per accaparrarsi il dono più desiderato, e sorridono,  i loro occhi brillano.

Io mi discosto da questa marmaglia e mi metto dinanzi al fuoco per riscaldarmi, fa troppo freddo. A fianco a me c’è un ragazzo, i nostri sguardi si incrociano ed iniziamo a parlare. Mi dice che si chiama Andrei e subito mi cede il suo posto più in prossimità del rogo: “Mettiti qui che ti riscaldi meglio, stai tremando”. Inizia a parlarmi dei loro costumi, delle loro tradizioni: mi dice che aspetteranno la mezzanotte, brinderanno tutti assieme e poi si metteranno in cerchio, tutti attorno al grande fuoco, ed ognuno di loro canterà una canzone. Io esclamo in maniera scherzosa: “ma come funziona qui, tutte le sere una festa? Bella la vita eh!”

E lui a me: “ No, solo oggi perché è Capodanno. Io lavoro tutti i giorni, ho lavorato oggi e lavorerò anche domani. Faccio il muratore, da tanto tempo”. Mi soffermo sul suo volto. Ha dei lineamenti delicati e degli occhi bellissimi, espressivi, e dolci molto dolci. Un ragazzo bellissimo, un ragazzo rom. Dice che è da tre anni che fa questo lavoro, lo guardo e penso che al massimo avrà vent’anni, non di più. Ma forse vent’anni sono troppi, sì è così, diciotto sono più che sufficienti.

Un po’ mi fa paura questa gente, mi fanno paura i loro movimenti, vedo due signori ballare attorno al fuoco, e temo sempre la tragedia, temo sempre il peggio.

Mi si avvicina una bimba e mi dice che si chiama Florina. “Piacere Romina”- faccio io. E lei a me: “Guarda che c’ho guarda cos’ho”.

E da lì mi caccia una miccetta. Io rabbrividisco le dico:

“Fermati ti puoi far male”

“No no io sono capace, mi serve solo l’accendino. Tu ce l’hai l’accendino?”

“Io non fumo, ma non lo fare perché è pericoloso, buttala via”.

Ma è inutile non mi ascolta, è troppo euforica. A breve mi rendo conto che ognuno di loro aveva dei botti, ne avevano tantissimi, ogni genere di esplosivo. D’un tratto tutti si spostano e, a cinque metri da me, scoppia una fontanella. E vai con lo spettacolo pirotecnico, gli scoppi i colori, i bambini sono estasiati. Il guaio però è che le scintille arrivano fino a noi e d’istinto io, Lorenzo, Giulia e Damiano indietreggiamo, e zacchete finiamo dentro una pozzanghera colma di fango. I piedi sono tutti annacquati,  non so per quale strana associazione ma il mio primo istinto è quello di guardare l’orologio: sono solo le 10 di sera, una notte ancora tutta da vivere. E così, come si dice, contenta e bagnata mi ritrovo nel bel mezzo di un discorso tra un ragazzetto ed una ragazza che sorreggeva una bambina. Capisco che si tratta di sua figlia, lei si chiama Chiara e, oltre a parlare un discreto italiano, è anche molto divertente. Ha il viso tutto nero, tutto sporco. “Mi ero messa la tinta”- si giustifica – “non mi aspettavo la vostra visita, così quando vi ho sentito sono uscita così come stavo”.

“Non ti preoccupare però attenta perché questo liquido è velenoso e ti fa male se ti entra negli occhi” – e in effetti poco ci mancava.  Si intromette Gabriel nel discorso, iniziando a prenderla in giro. Lui ha 14 anni e non è sposato, ma l’amico dietro di lui sì, e ne ha 15 di anni. Io sono stupita. Loro mi dicono che è normale lì, e che anzi lui a breve si deve sposare, ma non vorrebbe trovare la sua donna tra i rom, ma una che viva lontano da qui, vuole una sposa “normale”, questo è l’aggettivo che usa. Ha una mano immobilizzata da una fasciatura rigida che gli impedisce ogni movimento. Il 25 dicembre era andato al pranzo di Natale organizzato dalla Comunità nella sede di Santa Maria in Trastevere,  uscito da lì si era recato a lavorare, e si era fatto male. Non gli chiedo la dinamica dell’incidente, anche se sono curiosa. Mi enumera i regali ricevuti da Babbo Natale:

“Una lametta che ho regalato a mio padre, una camicia che guarda quanto è grossa sta bene a mia madre, – ed indica una signora  che porterà la settima solo di seno – e poi un paio di calzini e sì, quelli li ho presi io”. Deve portare la  fasciatura fino all’8 Gennaio, “ma ora sto bene, non mi fa più male, domani me la levo”.

Si è fatto tardi, Massimo mi fa segno, dobbiamo andare via. Così brindiamo tutti insieme, per l’ultima volta, e loro non smettono di ringraziarci. Questo non potrò mai dimenticare, il modo in cui ci ringraziano. Penso che queste persone sono quelle che ogni mattina rifuggo sulla metro e che guardo con disprezzo, e tengo ben stretta la borsa, quando le vedo avvicinarsi a me. Beh, in questa notte  mi sono fatta mettere le mani addosso da loro, e li ho visti talmente tranquilli, carini e così contenti di vederci che fatico ad immaginarli in un altro contesto. Ma qual è veramente la verità, e soprattutto, mi chiedo,  esiste una verità? Non lo so.

 

Via Monte Ruggero numero 3. E’ qui che era iniziata l’avventura mia e di Lorenzo tre ore prima. Massimo ci aveva accolto in uno spoglio sotterraneo. Che bella persona che è Massimo. Avrà poco più di quarant’anni, ed è il responsabile della sede della Comunità di Sant’Egidio del IV municipio. Una faccia pulita, castani gli occhi ed i capelli (per quel poco che ne restano), fisico esile. Ci spiega che la comunità vuole aiutare le persone bisognose, si basa sui principi del Vangelo. Queste persone a cui viene tesa una mano sono dei loro amici,  così li chiama ed è una cosa che mi sorprende molto: amici, amici, amici, questo l’unico appellativo che Massimo usa per definirli. “Adesso andiamo alla stazione di Pietralata, lì ci sono dei nostri amici, rumeni e ucraini per lo più. Ma non sono sicuro che li troveremo, perché questa è una notte particolare. Quando siamo andati, la sera del 24, non c’era nessuno, e normalmente loro sono una ventina minimo”. Ci dice questo mentre stiamo in macchina compiendo un viaggio di iniziazione, percorrendo strade di una città che amo ma che mi rendo conto di non conoscere, soprattutto nelle sue ombre. Passiamo sulla sopraelevata nei pressi di Colle Aniene. “Vedete lì? Ora è tutto buio, ma lì sotto, a venti metri inizia il fiume. C’erano delle baracche, le hanno fatte tutte sgombrare dopo il decreto sulla tolleranza emanato all’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani.  E poi lì più su, ora non possiamo passarci, ma attraverso quella strada si raggiunge la stazione del Nuovo Salario. C’è una rimessa  dove si trovano i vagoni merci che  oramai non sono più adibiti a trasporto. I nostri amici si erano insediati lì. All’inizio erano pochi, una dozzina di famiglie, non di più. Alcune, le più fortunate, avevano trovato anche dei vagoni passeggeri, ridotti al limite della decenza, ma ne avevano approfittato e dormivano lì, in cinque, sei massimo per ogni vagone. Poi pian piano si sono allargati, sono diventati seicento, e non si trattava di seicento santi, questo è poco ma sicuro. La situazione si è fatta sempre più disperata, così, alla fine,  tutti sono stati fatti sgombrare. Perchè poi c’è una cosa su cui ben pochi si soffermano a riflettere, è che le leggi sono fatte a metà: non tutti i nostri amici danno problemi, ma  tutti questi nostri amici vengono discriminati alla stessa maniera. Chi ci rimette davvero infatti è la povera gente, quelli che si fanno il mazzo tanto per guadagnare una miseria da mandare alle loro famiglie. Non sono certo i piccoli boss, quelli che hanno i giri loschi, che fanno parte della malavita, a loro puoi anche distruggere una baracca, ma tanto avranno un palazzo pronti ad accoglierli. A questo non pensa la giustizia, al danno che implicitamente fa a chi è onesto”.

Arriviamo davanti la fermata della metro di Pietralata e c’è solo un uomo dritto sul marciapiede. “Ecco Niculae!” dicono contemporaneamente Massimo e Anna. Parcheggiamo e scendiamo dalla macchina. Io sono curiosa di vedere il modo di approcciare, non so minimamente quale sia il mio compito. Devo consegnare lasagne e dolci, questo lo so, ma come? Cosa devo fare?  Seguo Massimo e subito mi stupisco. Lui si avvicina a quest’uomo e lo abbraccia, fraternamente, “tanti auguri tanti auguri” due baci. “Ti presento due amici che tu non conosci, lei è Romina, lui si chiama Lorenzo”.

“Ciao ciao grazie di essere venuti” – ci dice Niculae.

“ Di niente figurati, tanti auguri!” – rispondo io, e ci stringiamo la mano.

E’ un uomo di mezza età, alto, fisico possente, gli occhi, chiari, sono un po’ incavati ed il suo sguardo è triste. Niculae è un gran chiacchierone, Dio mio quanto chiacchiera, e fortuna che arranca ancora nell’italiano, altrimenti sarebbe la nostra fine! Ha iniziato parlandoci dell’Italia, nel Nord è stato solo a Milano e a Bergamo, del Lazio conosce molto poco ed anche delle regioni limitrofe, però non hanno più  segreti per lui Latina e Campo di Carne, ed il Chupa Chupa, un locale che sta a Latina, io non lo conoscevo, me stando a quello che lui dice deve essere molto carino. Il discorso poi si incentra sulla sua vita, lui è molto disponibile al dialogo, non è di quelle persone schive di cui avrò modo di parlare in seguito. E scopro che ha studiato tantissimo, è difficile fare il confronto, visto che l’ordinamento didattico rumeno è diverso dal nostro, ma ha fatto l’elementari, poi cinque anni di istituto tecnico, poi altri cinque anni, poi altri tre anni e dopo ancor altri due.

“Ma perché sei venuto in Italia?” –  gli chiede Anna.

Lui non risponde. Ci provo io allora: “Ma sei sposato, hai dei figli?”

“Sì ho una moglie e un figlio di 27 anni che ha una bambina di due”.

“Quindi sei nonno?” – incalzo io.

“Sì sono nonno, ma non ho mai visto mia nipote. Loro vivono in Romania, a Costanza, è la seconda città più grande della nazione dopo Bucarest, come Roma e Milano”.

Il figlio lavora, ha un posto fisso, deve essere un commerciante o giù di lì.

“E tua moglie, perché è rimasta in Romania e non è venuta qui?”

Abbiamo toccato l’ennesimo tasto dolente, e non ci vuol molto a capirlo, basta vedere come si oscura il suo volto:

“Abbiamo litigato e lei mi ha detto Vai Vai, io sono capoccione, e così sono andato via”.

“E  ma anche lei è capocciona se ti ha mandato via dopo solo un litigio…”

“Beh forse sì”.

Intanto si sono avvicinati altri due uomini, molto più giovani di Niculae, avranno trent’anni, al massimo trentacinque, non di più. Uno, Calin, non si regge in piedi, fatica anche a darmi la mano, non c’è stretta nel momento in cui avvengono le presentazioni. L’altro, Petru, è dolcissimo, tremendamente dolce. Gli porgiamo la vaschetta con la lasagna, e lui “Grazie, grazie, grazie” – ed in meno di dieci secondi ha già fatto tre bocconi. C’è un muretto, ma non ci si siede sopra. Ci sale in piedi e poi si piega sulle ginocchia. Massimo lo osserva perplesso:

“Ma non stai scomodo così?” – gli chiede.

“No perché mi fanno male tutte e due le gambe, così sento meno il dolore”.

“Ma avevi quel problema all’orecchio, sei andato dal dottore a farti visitare?”

Petru abbassa gli occhi, finge di concentrare il suo sguardo sulla vaschetta e scuote il capo stringendo le spalle. E’ biondo, ha i capelli lisci, poco folti, la riga da una parte, un finto caschetto. Una faccia tonda, e delle guanciotte rosse che ti verrebbe da prenderle e riempirle di pizzicotti Mangia, mangia, mangia e non smette di fare i complimenti:

“Buono, buono, è tutto buono,grazie grazie, grazie ”.

Raccoglie fino all’ultimo pezzetto di macinato rimasto nell’alluminio, gli chiediamo se vuole un’altra porzione, ce ne sono tante in macchina, ma lui rifiuta sorridendo: “No grazie, sto bene così”, e si lecca le labbra per assaporare fino all’ultimo quel pasto. Poi si fa forza e solleva il suo corpo, scende dal muretto, prende la sua vaschetta e quella di Calin (che parla di rado, ma non smette di osservarci) e le va a buttare al secchio che distava da noi una ventina di metri. Io e Lorenzo ci guardiamo, e lui sottovoce mi dice: “Vedi come è educato e rispettoso questo ragazzo?” Io annuisco, e traccio con gli occhi quel tragitto che Petru a fatica sta compiendo con le sue gambe.

Gli chiediamo quali fossero i loro programmi per la serata, Massimo li mette in guardia:

“Non rimanete qui che è pericoloso, tornate nelle baracche perché tra poco iniziano i botti, già si vede qualche pazzo che dai terrazzi lancia in strada oggetti, mettetevi al riparo”.

“Sì sì ora torniamo nelle baracche dagli altri”.

Ci spiegano che per loro questa è la festa più importante dell’anno, perché il Calendario Giuliano va sei giorni avanti, e quindi quello che per noi è Capodanno in Romania  è anche Natale, una festività doppia. Loro sono ortodossi, e faticano a comprendere l’importanza che noi attribuiamo al 25 Dicembre. Si apre il discorso sulla religione ed ecco che Niculae torna ad essere l’indiscusso protagonista. E’ uno che legge molto, legge di tutto a detta di Massimo, ed ha molte cose da obiettare, soprattutto in merito alla religione, al Vangelo. Ci chiede perché Maria è stata fatta santa, e poi ci dà una sua spiegazione al Paradiso, all’Inferno.

“Chi durante la vita terrena si comporta bene va lassù, chi si comporta male scende giù. Io mi sono comportato sempre bene, sicuramente vado in Paradiso” – afferma come per compiacersi.

Massimo allora (che ben conosce i suoi polli) interviene porgendogli lui una domanda:  “Ma se tu dici che i buoni vanno in Paradiso ed i cattivi all’Inferno, mi spieghi perché uno dei due ladroni che sono stati crocifissi  alla destra e alla sinistra di Gesù  sale nell’alto dei cieli insieme a Cristo?”

Niculae però non risponde, dice che non la sapeva questa cosa. A dimostrazione di come molto spesso è l’ignoranza a far da man forte a tutto.

Nel frattempo ci raggiungono anche gli altri ragazzi della comunità: Giulia, Damiano, Luigi, Maria e Enzo che erano andati alla stazione Nomentana. Hanno fatto il loro giro ma c’erano  pochi amici ad aspettarli, hanno finito prima e così ci hanno raggiunto. Stiamo per andarcene ma mi dicono che prima dobbiamo fare un ultimo giro, a piedi, e allora ci dirigiamo verso il centro commerciale Panorama, ed è ancora una volta Massimo a far da Cicerone:

“Dobbiamo passare sotto i portici dei negozi che costeggiano il centro, perché vedi Romina – mi dice – ci sono alcuni che non si riescono neanche ad alzare e venire qui, nel punto del raduno”.

Così saliamo le scale. C’è uno spiazzo e poi questa schiera di negozi che va da sinistra a destra.  “Vedi laggiù? – e indica voltandosi a sinistra – Lì  si mettevano sempre i nostri amici, perché dai soffiatoi fuoriusciva aria calda e così loro potevano riscaldarsi, ma poi li hanno fatti andare via”. Osservo e noto che ci sono delle piante, dei vasi in marmo sopra a quelle barre di ferro.

“Ma è un po’ ridicola questa cosa, a cosa servono delle piante lì?” – gli chiedo.

Lui mi risponde con un profondo sospiro.

“C’è qualcuno laggiù, andiamo, andiamo”, e così ci indirizziamo verso il lato opposto. Ci avviciniamo e, sotto al porticato dell’ultimo negozio distinguiamo tre persone. Una è in piedi e ci saluta con la mano, quasi ci stesse aspettando. Le altre due giacciono a terra, seduti sopra i soffiatoi coperti da un manto di lana avana. Si  tratta di un uomo e una donna. Massimo e Maria si recano dai due uomini, li salutano per nome e li abbracciano. Loro stanno silenziosamente consumando un piatto di pasta, un’abbondante porzione di paccheri con pomodori e basilico.

“Ce li hanno portati i proprietari della macelleria che sta qui dietro, sono molto gentili” – dice l’uomo dritto in piedi, non interrompendo neanche per un secondo l’atto di afferrare due paccheri a volta con la forchettina di carta.  La donna assiste impassibile a tale scenario. E’ avvolta nella sua coperta, non mangia, non parla, ci scruta in maniera molto diffidente, e trema a volte, questo sì. E’ nuova della zona, neanche Massimo e Maria l’hanno mai vista, così cercano di stabilire un contatto con lei, ma si rivela un’impresa alquanto ardua.

“Si chiama Alia, è mia moglie” – esordisce finalmente l’uomo al suo fianco così da permettere il primo contatto.

“Ma non ti ho mai vista qui, cosa fai nella vita?” – gli chiede Massimo piegandosi sulle ginocchia, in modo da porsi alla sua stessa altezza.

“Cosa faccio? E cosa fanno le donne rumene venute in Italia? O le donne delle pulizie o le badanti. Io faccio la badante, e lavoro lontano da qui, sulla Tuscolana. Oggi per la prima volta ho avuto il giorno di riposo, così sono venuta qui, per trascorrere questo momento con mio marito”.

E’ scostante Alia, risponde a mezza bocca alle domande che gli vengono poste, appare indispettita da quella che giudica solo invadenza.

“Voi state già cenando, ma anche noi vi avevamo portato un pasto caldo. Ci sono delle lasagne in macchina, le andiamo a prendere?”  – chiede Maria.

I due uomini si guardano come per consultarsi telepaticamente, ma non c’è tempo: “No no, loro stanno bene così” – irrompe Alia ponendo fine alla questione.

“Ma tu non mangi niente?”

“No io non ho fame”.

Lei non mangia perché la pasta di sera le rimane pesante ci dice, e poi non le piace cenare all’aperto, al freddo, mentre tutti la guardano.  Maria prova a cambiare discorso e le chiede se abbiano dei figli. Lei annuisce e  di nuovo suo marito interviene esortandola a farci vedere le foto. Così Alia, scocciata, prende questo mucchietto di foto che custodisce gelosamente sul petto, sotto la coperta. Saranno state una dozzina, foto da cerimonia quasi sicuramente, un evento importante in famiglia, un matrimonio o qualcosa di simile. Ed ecco che ci indica due ragazze bellissime, una di quindici e una di diciassette anni, il fior fiore della giovinezza. Ma dove sono loro adesso? “Loro sono rimaste in Romania, studiano, e se noi siamo qui ora a fare questa vita è solo per poter pagare i loro studi”.

Colpisce la disposizione al sacrificio, l’eticità di queste persone. E mi interrogo ancora una volta sull’immensità dell’amore paterno,  se è vero che questi due signori hanno deciso di sacrificare la loro vita, ed ora stanno qui al freddo, al gelo, elemosinando un pasto caldo,  soltanto per garantire un futuro alle loro creature.

E vengo attratta dal comportamento di questa donna, la sua fierezza, il suo non esser disposta ad accettare, come invece fa il marito, la nostra carità. Perché alla fine si tratta di carità, che dir si voglia. E’ orgogliosa lei, e non vuole scendere a compromessi.

“Lasciatelo mangiare in pace, dà fastidio esser osservati mentre si cena” – e così noi non insistiamo, gli lasciamo il dolce, ma lei rifiuta anche quello.

“Non mi piace mangiare all’aperto” – dice.

Ma non mangerà, e questo non lo dice. Lo sappiamo tutti, ma nessuno di  noi lo dice.

 

E’ questa  più o meno la storia.

Alle 22.30 è tutto finito. Giulia e Damiano ci accompagnano alla fermata della metro di Piazza Bologna. Stiamo sulle scale mobili per prendere la metro e Lorenzo mi chiede:

“Ma in tutto ciò io e te, stasera, come mangiamo?”

“Ma dai che non mangiamo, tu hai la cioccolata giusto? Io ho l’acqua, stiamo apposto così”.

Scendiamo a via Cavour e troviamo una pizzeria aperta. Entriamo, prendiamo un trancio a testa e ci appoggiamo sulle mensole di fronte al bancone, per consumare quel pasto in tranquillità, ma soprattutto per riscaldarci e riposarci un po’, ne abbiamo fatta di strada del resto. Anche stasera noi, e dico noi, siamo riusciti a mangiare, al di là di tutto.

E’ abbastanza affollato quel locale, credo che sia l’unico aperto della zona, e così diventa la tappa quasi obbligata di quel mare di gente che sta per raggiungere e si approprierà di via dei Fori Imperiali di lì a un’ora. C’è un uomo che sta facendo la fila aspettando il suo turno, ed è proprio davanti a me. Non riesco a vedere il suo volto, è di spalle e così rimane per tutto il tempo. Il suo cappotto però è tutto sporco,  oltre a macchie ben evidenti ci sono dei fili di erba secca rimasti impigliati alla lana. E’ un barbone. Ma la mia prima reazione non è quella di allontanarmi,  non è più spontaneo il gesto di indietreggiare per mantenere le distanze, gesto che è stato sempre la conseguenza del mio atteggiamento. No, ora resto ferma nella mia posizione e guardo a quest’uomo con occhi diversi. E lo so il perché.

Perché mi sono resa conto che dietro queste persone senza nome e senza volto ci sono delle storie, degli esempi di vita, dei modelli da far riflettere. Ed io vorrei riuscire a raccontare le loro storie

Perché non credo al fatebenefratelli predicato dal presidente Napoletano in quella stessa notte, ed elogiato l’indomani da Prodi, direttamente dalle montagne venete. Non me ne frega niente delle vicende sentimentali di Sarkozy e Carla Bruni, tantomeno  ho voglia di sapere se il 2008 segnerà le nozze del principino William.

Vado alla ricerca della verità, una verità che non sta scritta sui libri però, ma negli occhi della gente,

occhi di una bambina che non ha i vestiti per andare a giocare al parco con gli altri bambini normali il giorno successivo, ma che mi abbraccia e mi dice: “tu sei tanto bella”.

Occhi di un ragazzo che arranca nel camminare, le sue gambe non sorreggono il suo peso, “ma io domani vado a lavorare perché devo mandare i soldi a Costanza”.

Occhi di una donna che disprezza il nostro atto di carità nei suoi confronti, perché non ne ha bisogno, è seduta sotto il porticato di una macelleria, la sua unica fonte di riscaldamento nella notte ghiacciata sono i soffiatoi, ma ugualmente rifiuta un pasto caldo ed un dolce, “perché non c’è nulla da festeggiare andate via” – dice.

Occhi degli invisibili, degli ultimi, di quelli che non fanno parte della schiera dei cattivi e per questo non finiranno mai sui giornali. E se ci finiranno saranno soltanto numeri, statistiche, esseri umani senza nome e senza volto vittime di un inverno che semina morte tra i senzatetto.

Dare voce a queste persone, questo mi piacerebbe fare nella vita, oh quanto mi piacerebbe farlo. Ho già pensato al nome, Gli ultimi davanti: un reportage, una serie di interviste per raccontare le loro storie, per far sì che almeno una volta essi emergano dal dimenticatoio in cui sono stati confinati, in cui li abbiamo confinati.

E brindo al nuovo anno nella suggestione dei Fori Imperiali, ed estasiata ammiro lo spettacolo pirotecnico innalzarsi sulle rovine della città eterna. E mi ritrovo a passeggiare con gente che non conosco. I discorsi sono frivoli, dettati in primo luogo dal livello dell’alcool che superava di gran lunga la soglia consentita. Vaghiamo senza meta, o con troppi itinerari forse, ed arriviamo nella piazza allestita a festa perla Befana.Siamotutti stanchi, decidiamo di tornare indietro. Alcuni però non se la sentono, così si fermano e dicono: “Noi prendiamo il taxi, ci vediamo a casa”.

Ecco, sono passata da un campo rom in cui degli amici erano raccolti attorno a un fuoco per riscaldarsi, ad una situazione in cui altri amici prendono un taxi per fare il tratto Largo Argentina -Largo Pannonia.  Ma io non giudico nessuno, tantomeno disprezzo. Perché so che faccio parte di un mondo, che per dominare devo conoscere. Un mondo il cui bilanciere oscilla tra povertà e ricchezza, ed a me sono state servite, insieme, nello stesso piatto, in questa notte di fine e di inizio. Un pasto duro da digerire, un pasto che non sazia la fame, ma la alimenta.

Forse in questa notte di freddo quel fuoco mi ha illuminato un percorso, che ho deciso di intraprendere, anche se non so dove mi porterà.

 

 

 

POSTFAZIONE

 

 

Se l’avessi riletto, ancora una volta, probabilmente non avrei mai pubblicato questo post. Ho detto bene post. Doveva essere un semplice intervento sul mio blog,  ne è scaturito un racconto di  quasi 30 mila battute, decisamente troppo lungo per la mia pagina web. Ma non ho potuto farne a meno. E’ stata troppo forte questa esperienza, un’esperienza che avevo imprigionata dentro, e  faticavo a far uscire. Non riuscivo a parlarne. Mi chiedeva le prime impressioni un neo-amico, quella sera stessa; tornavano a chiedermele a casa, il giorno successivo. Volevate saperne qualcosa di più tutti amici miei, tra le risa attorno a un tavolo di un pub, o semplicemente attraverso una tastiera. Non ci sono riuscita. Per l’ennesima volta ho clamorosamente fallito nei dialoghi faccia a faccia. Vi chiedo scusa. Ma i giorni passavano ed io continuavo a sentir il peso di questo macigno sulla stomaco, e non riuscivo a proseguire la mia normale vita,  perché avevo un’esperienza da raccontare, un’avventura di cui dovevo parlare. Finalmente son riuscita a liberarmi, seppur di nuovo attraverso la cosa che più mi riesce meglio nella vita, ovvero la scrittura. E non ho badato a lunghezza, pateticità, forma. E’ stato un lungo lavoro quello di scavarmi dentro, sono abituata a farlo ma stavolta l’ho trovato più difficile. Perché ogni passo, ogni immagine che a fatica riuscivo a focalizzare nel momento stesso del suo manifestarsi mi apriva degli interrogativi, a cui ho tentato di dare delle risposte, ma invano. L’ambizione di questo scritto? Quella di esser letto, nulla più. E se qualcuno, basta solo uno, al termine del racconto, si troverà a fissare il vuoto, anche solo un attimo, senza accorgersene, beh allora sì che questo post che post non è sarà servito a qualcosa. Grazie allora, e buon anno!

Romina

Categorie: Storie & Racconti | Tag: , , , , , , , , , , | Lascia un commento

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