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Haiti, la scuola per ripartire “Senza scarpe, ma con i libri”

A tre anni dal sisma, la speranza delle madri: “La volontà più forte di qualsiasi scossa”

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PORT AU PRINCE – E’ diventata donna e madre molto in fretta, come la maggior parte delle sue connazionali. Daphney, venticinque anni ed un figlio di sei a cui badare, è nata e vive a Port au Prince, la capitale di Haiti. Ricorda ancora con estrema lucidità quel pomeriggio del 12 gennaio di tre anni fa quando la potenza devastante del terremoto ha distrutto tutto intorno a lei. Una scossa di magnitudo 7 della scala Ricther.  Anche il piccolo Darween non dimentica.  Lui non conosce ancora il significato della parola  tranblemantè, che in creolo vuol dire terremoto. Lo chiama goudagoudou, un’onomatopea di cui si serve, per riecheggiare il rumore delle scosse, quasi fosse un gioco. Darween veste di stracci e va in giro con le ciabatte bucate, ma sua madre è orgogliosa, perché è riuscita ad iscriverlo a scuola, e gli ha comprato il grembiulino. “Perché è l’ ecole, l’ ecole, la cosa più importante”, dice Daphney.

Haiti è il paese più povero dell’emisfero occidentale, ed anche il più densamente abitato. Il terremoto del 12 gennaio 2010 ha provocato 250 mila vittime ed un milione e mezzo di sfollati. A tre anni di distanza la situazione continua a rimanere critica in quella che è stata la prima isola scoperta da Colombo. Sono 360 mila le persone che ancora vivono nelle tendopoli, il 70% della popolazione non ha lavoro ed  un bambino su due non va a scuola.

Il presidente Michel Martelly, eletto nella primavera del 2011 e molto amato dalla fascia povera della popolazione – forse più per il suo passato da cantante che per il suo appeal politico – ha fatto dell’istruzione un cavallo di battaglia, tempestando la città con grandi cartelloni pubblicitari che riportavano il numero dei bambini del quartiere i quali avevano beneficiato della scuola gratuita. px“Sono stati scolarizzati 903 mila studenti e più di 300 scuole sono in corso di costruzione o di riabilitazione”, fanno sapere fonti ufficiali del governo.  Ma non basta.  Perché ad Haiti, oggi, parlare di ricostruzione è ancora un’utopia. Eccezion fatta per piccole iniziative affidate ai privati, ciò che manca, a Port au Prince e dintorni, è un segnale chiaro di ripresa delle grandi strutture. Il ventre della città resta ferito, irrimediabilmente. Il palazzo presidenziale rimane lì, crollato su stesso, è da poco iniziata la rimozione delle macerie. Alcuni ministeri si trovano ancora sotto  dei capannoni di fortuna, e solo di recente è stato approvato un progetto per la ricostruzione della cattedrale, un piano affidato a tre architetti portoricani. Ma nessuno, da quelle parti, si sente di scommettere sulla tempistica d’intervento.

“Ad Haiti – racconta suor Marcella, una missionaria francescana che opera sul territorio da sette anni – non ci sono tubature dell’acqua, né prima né dopo il terremoto, ed è stato speso un budget enorme per inviare camion di acqua per due anni”. Ma perché non costruire un acquedotto in tutto questo tempo? “Sono le condizioni del Paese ad impedire una certa tipologia di aiuto”, spiega.  L’emergenza sanitaria è perenne, il recente passaggio degli uragani Isaac e Sandy ha portato ad un nuovo picco di colera (sono 7800 i morti dallo scoppio dell’epidemia) “ma anche l’Aids continua a mietere vittime a macchia d’olio”, racconta la francescana.

pxNell’agosto 2011 è stato ucciso Lucien, il braccio destro di Suor Marcella, morto ammazzato dinanzi alla clinica che insieme avevano aperto a Wharf Jeremie, un quartiere discarica in cui vivono 70 mila persone.

E’ passato più di un anno da allora, ma la situazione non è affatto migliorata. “Viviamo sotto costante minaccia, entrano con le pistole, sparano, spargono terrore. Sono i signorotti locali, vogliono che io paghi il pizzo per avere la loro protezione. Nello scorso aprile ci hanno messo i lucchetti, impedendoci di lavorare per tre settimane. Quattro neonati sono morti perché non son stati assistiti”, racconta. Suor Marcella non si è mai piegata, fino a tre giorni fa: “Hanno minacciato un altro dei miei ragazzi, lo avrebbero ucciso se non gli consegnavo subito 500 dollari, cosa potevo fare?”. E’ un messaggio drammatico quello che lancia la missionaria. In questi giorni ha chiuso la clinica, in segno di protesta, e si chiede se tornerà mai ad aprirla: “Perché non è cedendo al ricatto che si costruisce qualcosa di buono”.

 

 

Romina Vinci (testo)

Pubblicato il 12 Gennaio 2013  su La Stampa

Disponibile in versione pdf: Haiti, la scuola per ripartire

 

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PRIMO PIANO\ Vivere in tendopoli

TERREMOTO IN EMILIA – Una “centrifuga di cuori” a Mirandola (Modena):  a quattro mesi dal sisma sono ancora migliaia gli sfollati in condizioni precarie La giornata al “Campo A.N.P.A.S. Raffaele & Matilde” di Mirandola (Modena) inizia molto presto. Alle 6 la sveglia suona già per i primi volontari a cui spetta il compito di preparare la colazione per tutti. Mezz’ora dopo anche gli altri iniziano, mano a mano, ad alzarsi. Uscendo dalla tenda per recarsi al container del bagno (per una doccia o anche solo una lavata di viso) si può ammirare l’albeggiare: il sole è un fuoco rosso che inizia la sua corsa alla conquista del cielo. E’ questo il modo con cui la natura, nuda e pura, dà il buongiorno ai volontari, ed è difficile immaginare un risveglio più romantico.

Dopo la colazione si inizia subito il lavoro in cucina: bisogna preparare tra i 250 e i 300 pasti. Il Campo Raffaele & Matilde infatti sorge accanto al palazzetto sportivo di Mirandola, oggi inagibile, ed offre soltanto il servizio mensa ai volontari e alla popolazione locale che, non riuscendo ancora a far rientro nelle proprie case, si arrangia come può, piantando magari una tenda in giardino.

La mattinata per i volontari vola così, si prepara il condimento per la pasta (in genere un sugo bianco, uno con il ragù, ed una terza opzione per i musulmani che non mangiano carne di maiale), si decidono almeno due tipi di secondo, si seleziona e si lava la frutta e infine, dulcis in fundo, si preparano i contorni: si spiazza dai pomodorini, da tagliare in due o quattro pezzi e in quantità abnormi, zucchine, melanzane o peperoni da grigliare, fagioli e piselli precotti da riscaldare. E ovviamente c’è da pulire l’insalata.

Il momento più “divertente” della mattinata è sicuramente la “centrifuga”. Funziona così: prima si tagliano un bel po’ di piedi di insalata, verde o radicchio, quello che sia. E per un bel po’ di piedi intendo dieci, anche quindici cassette. Poi si versa tutto nel lavabo, che nel frattempo è stato riempito con acqua e un bicchierino di Amuchina, per disinfettare. Si procede quindi al primo risciacquo. Poi si rimettono tutti i pezzetti nelle cassette, si pulisce con dovizia il lavandino, e lo si riempie di nuovo con acqua pulita, questa volta per il secondo e ultimo risciacquo. Si riposiziona tutta l’insalata nelle cassette (operazione questa che richiede un tempo infinito, nonostante il colino di piccola e media grandezza) e poi, non resta che asciugarla, prima di riporla nella cella frigorifera. E’ per questa, ultima azione, che al campo di Mirandola si mette in azione la centrifuga manuale. Due persone prendono un lenzuolo bello resistente, allungandolo nelle due estremità. Una terza inizia il travaso del contenuto delle cassette di insalata, in media meno della metà, al centro del lenzuolo. Poi i due cominciano ad arrotolare il lenzuolo, entrambi nella stessa direzione e poi, una volta che si è materializzato al centro un piccolo fagotto, iniziano a far roteare il tutto in maniera velocissima, e ad ogni giro corrisponde una scarica di acqua i cui spruzzi raggiungono ogni dove. L’operazione va ripetuta per tutto il contenuto delle cassette.

 

I volontari del campo provengono da tutte le zone dell’Emilia Romagna: Piacenza, Parma, Bologna. Si mischiano gli accenti ed il risultato è di un’eccezionale mix di dialetti, il cui contenuto rimane a me sconosciuto il più delle volte. Ho conosciuto ragazzi e signori che era la quinta, anche la sesta volta che venivano in “missione”. Altri a cui la possibilità era stata negata, come la Betta, ad esempio. Aveva chiesto al suo datore di lavoro il permesso per poter partire, ma non le era stato accordato. “Se non vai tu ci andrà qualcun altro, non temere”, era stata la risposta che aveva ricevuto, e tanta pace per il così decantato Articolo 9. Ma lei non ha gettato la spugna e così ha deciso di investire una settimana delle sue ferie per venire a vivere l’esperienza del campo, lasciando a casa suo marito.

Poi c’è Francesca, da Parma, anni 22, sta per completare la triennale in Scienze Politiche, e già sa che non le servirà a nulla. Francesca serve la pasta, ed è così convincente che riesce a rimanere sempre senza piatti fondi, perché per la popolazione è difficile, quasi impossibile, resistere alla sua opera di convincimento: “E il ragù lo tiro giù!” è la sua frase più simpatica. E tralascio il vocabolario di parole e verbi nuovi che mi ha insegnato.   Per non parlare di Chiara, un’autentica forza della natura, ogni parola che esce dalla sua bocca è una battuta a cui è impossibile non ridere. Passare un’ora con Chiara è più efficace di sedute e sedute di ludoterapia.Poi ci sono Katia e Francesca, arrivate a metà settimana: anche loro sono due veri portenti. Katia ha mal di denti, ma si imbottisce di medicinali ed è sempre al mille per mille. Non so se il suo fegato sia altrettanto contento però. Per non parlare di Massimo, al quale sono stati affibbiati vari soprannomi, da Sandokan la Tigre della Malesia. In qualsiasi modo lo si voglia definire, Massimo è instancabile, e riesce a lavare teglie incrostate anche per tre ore consecutive. E ancora Mauro, Gianni, Diano, Bubu: vengono da Nonantola, si conoscono da una vita e tra i fornelli sono un team così affiatato da fare invidia. E poi c’è Gaspar, 27 anni, originario dell’Argentina. Una vita di fughe, privazioni e sofferenze lo caratterizza. Lascia l’America Latina appena ventenne, alla conquista dell’Europa. Spagna prima, Germania dopo, e infine l’Italia, Mirandola. Gaspar lavorava in una delle tante aziende del campo biomedico a cui il terremoto ha tagliato le gambe. Lo stabile ha resistito alla scossa, ma è stato dichiarato inagibile, produzione ferma. Gaspar è in cassa integrazione, e non sa cosa ne sarà di lui. E così intanto, ogni mattina, viene qui al campo A.N.P.A.S. e si mette a disposizione dei volontari. Aiuta in cucina, nel magazzino, durante la distribuzione pasti o, all’occorrenza, si improvvisa elettricista. Gaspar ha sposato perfettamente la mentalità del luogo ed incarna pienamente lo spirito emiliano: quello di rimboccarsi le maniche e rendersi utile. E’ un volontario senza divisa. Il clima che si respira al campo è abbastanza conviviale. La distribuzione pasti dura due ore: dalle 12 alle 14 per il pranzo, 19-21 la cena Le persone non fanno storie e, adagio adagio, si mettono in fila. Passano i giorni ed i volti si ripetono. Io sono l’addetta ai contorni, non salto un pasto e, con il passare del tempo, acquisto una discreta manualità, malgrado la temperatura rovente che, soprattutto dietro ai bollitori dell’acqua, si avvicina spesso ai 50 gradi. A volte si manifesta qualche screzio, il nervosismo ha la meglio sulla razionalità e si verificano dei tafferugli, ma è inevitabile del resto. Sono passati quattro mesi dal sisma, eppure nei dodici Comuni terremotati dell’Emilia ci sono ancora tendopoli aperte per 3.061 sfollati. Altri 88 sono ospiti in un residence e 1.467 vivono in alberghi. Le persone che aspettano il contributo per la sistemazione autonoma programmato dalla Protezione civile sono 39.327.

Di fronte al nostro campo c’è la tendopoli gestita dagli Alpini del Friuli Venezia Giulia, ospita quasi trecento persone. La maggior parte di nazionalità straniera: magrebini, bengalesi, pakistani. Una sera ci siamo intrattenuti con un alpino e, davanti a una coppetta di gelato confezionato alla vaniglia, abbiamo riflettuto sui problemi legati a un mix di promiscuità e multiculturalismo che, lo scorrere del tempo unito all’angoscia per la poca chiarezza dei provvedimenti da prendere, fa sfociare spesso in risse ed episodi di intolleranza. Gli italiani ospiti del campo si contano sulle dita di due mani, forse quattro. Ho avuto la fortuna di conoscerne uno, Giuseppe. Di origini napoletane, anche lui è un volontario di Protezione Civile. Giuseppe è insofferente, soffre la vita della tendopoli. Ha una moglie e due figlie. Non si trova bene con gli Alpini, “perché pensano di essere onnipotenti e di sapere tutto loro”, dice, e non si trova bene con i suoi vicini di tenda: “Sono tutti tunisini, fanno un baccano assurdo, soprattutto la notte”. Ogni mattina Giuseppe non va via prima di aver chiuso la sua tenda con un lucchetto: “Da buon napoletano”, aggiunge, mentre compie il consueto gesto di serrare il passaggio. Quasi che un lucchetto a chiudere una cerniera possa veramente salvaguardare una tenda che, in verità, può tranquillamente essere scalfita con un coltello.

Una sera siamo usciti. L’orologio ha superato le 23 quando ci incamminiamo verso il centro di Mirandola, guidati da Gaspar che si offre di farci da Cicerone. Ci mostra quel che un tempo erano il municipio, la chiesa, la cattedrale, la casa della perpetua, la scuola. Lo chiamano “Turismo dell’orrore”. L’atmosfera è surreale, quasi spettrale. Dove non è arrivato il terremoto a squarciare il paesaggio, ci pensano i puntellamenti a ridisegnare tutto lo spazio circostante. Mirandola è un paese martorizzato, gli edifici sono sventrati e, su quelli rimasti in piedi, si possono riconoscere delle crepe a forma di croce di Sant’Andrea, le quali non lasciano presagire nulla di buono. A destra e sinistra sbarre che impediscono il passaggio, travi di legno a rafforzare porte e finestre e poi lui, il silenzio. E’ il vero collante che accomuna i disastri naturali. Ho sentito l’eco del silenzio in più contesti, nel corso degli ultimi anni, a causa del mio lavoro, eppure devo ammettere che continua a farmi paura. L’ho avvertito passeggiando per la zona rossa dell’Aquila, visitando Onna, Fossa, Villa Sant’Angelo e gli altri paesini abruzzesi piegati dal sisma del 6 aprile 2009. Ho percepito di nuovo quello stesso silenzio a Port au Prince, Haiti, tra le macerie del Palazzo Presidenziale, della Cattedrale e di tutti quegli edifici rasi al suolo il pomeriggio del 12 gennaio 2010. Eppure c’è qualcosa di diverso nel “silenzio” emiliano: sono i ragazzi in bicicletta che, di tanto in tanto, in piena notte, scalfiscono la quiete, percorrendo ugualmente quelle strade, facendo slalom tra gli sbarramenti e sfidando i puntellamenti. E sono i cartelli che pullulano sulle transenne in piazza della Costituente, di fronte al municipio barcollante. Appartengono ai commercianti e ai liberi professionisti del centro storico, che annunciano ai clienti il riavvio delle proprie attività, in altre sedi, spesso in container ubicati fuori il perimetro ottagonale del paese. Perché il terremoto non fa crediti, è vero, ma di debiti, gli emiliani, proprio non vogliono sentirne parlare. E per loro la ricostruzione parte da qui.

 

Romina Vinci (testo)

Elisabetta Sandri e Romina Vinci (foto)

 

Pubblicato il 7 Ottobre 2012 su America Oggi.

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/attualita/polArticles.cfm?doctype_code=ATTUAL+ARTICLE&doc_id=1126

Versione pdf:OGGI 7 – Vivere in tendopoli

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Il comune di Mirandola: tra interventi e sopralluoghi

Giulio Pinna: “Io volontario tra gli sfollati di Mirandola”

Secondo i dati diffusi dalla Provincia, nel modenese sono 8mila 739 i cittadini sfollati, ospitati nei 28 campi o nelle 21 strutture allestite dai comuni in palestre, scuole e biblioteche. Superata l’emergenza dei primi giorni, di dover garantire un posto letto e un pasto caldo, la questione più stringente resta il controllo delle case che, come per i siti industriali, devono superare i controlli post terremoto per avere l’agibilità, in modo che le famiglie possano tornare a viverci.

Giulio Pinna è un geometra libero professionista della provincia di Modena e da ormai un mese sta lavorando come volontario presso l’Ufficio Tecnico e Urbanistico di Mirandola,  24mila abitanti, fra i comuni della Bassa più colpiti dal sisma. Qui il sindaco ha dovuto cercare anche una nuova sede per il municipio, dopo i danni causati dalle scosse.

“Tutto è cominciato il 27 maggio con una riunione straordinaria della Protezione Civile – racconta Pinna – che doveva servire a pianificare i sopralluoghi, ma la scossa del 29 ha azzerato di nuovo l’organizzazione del lavoro. Al mio arrivo a Mirandola le richieste di sopralluogo erano state suddivise in base alle zone e alle strade del paese. Per ogni isolato si concordava l’intervento con i Vigili del Fuoco. Solo nella prima settimana sono arrivate 5mila e 500 richieste dei cittadini”.

Con quale criterio viene assegnata la precedenza negli interventi?

Prima che ci fosse il secondo episodio sismico, il 29 maggio, si era deciso di dare la precedenza alla zona produttiva, e dunque ai capannoni e alle strutture industriali, per consentire al settore economico di accelerare la ripresa. Dopo invece si è deciso di procedere con i sopralluoghi residenziali, perché tutti i certificati di agibilità che erano stati rilasciati la settimana prima per riprendere il lavoro erano stati superati dagli eventi.

In molti casi i cittadini si sono comunque sentiti abbandonati: c’è qualcosa che non ha funzionato?

E’ vero, a volte la gente si è arrabbiata, e lo è ancora. Ma di fatto su Mirandola operano 15 squadre di tecnici e giornalmente riescono a fare una decina di sopralluoghi, se si tratta di certificare case singole, mentre il processo è più veloce se si ispezionano condomini. Il problema non è se si possa o meno essere più veloci, ma il fatto che da ogni verifica si apre un dossier che poi deve essere compilato negli Uffici Tecnici per far partire gli interventi. E sarebbe inutile fare i controlli per poi accumulare le pratiche senza la possibilità di gestirle di pari passo. Comunque, per tranquillizzare la gente e permettergli di ripartire, bisognerebbe garantire davvero l’assistenza economica per rimettere in sesto le attività, in agevolazioni reali sul pagamento delle tasse o dei mutui su case che non ci sono più.

In tanti però non avevano la consapevolezza che la zona fosse sismica, e anche per questo il trauma è stato ancora più forte.

Questa è una pianura alluvionale con fondo sabbioso, fra l’Appennino e le Alpi, e la sua conformazione la rende sismica.  Basti pensare al fenomeno della liquefazione che si è verificato ad esempio a San Carlo, frazione di Sant’Agostino, nel ferrarese: il cedimento del terreno è visibile nei campi di mais ed ha una larghezza di quattro, cinque metri, con fenditure profonde fino a due metri. Quello che forse è mancato è stata l’educazione alla prevenzione, in “tempi non sospetti”.


Ilaria Romano e Romina Vinci

(testo)

Stephanie Gengotti

(foto)

Pubblicato sul numero di Luglio-Agosto del mensile 50&Più

Disponibile in versione pdf:Terremoto_Emilia

PUNTATE PRECEDENTI

Per leggere la prima puntata: http://rominavinci.wordpress.com/2012/07/06/una-scossa-al-terremoto-lemilia-vuole-ripartire/

Per leggere la seconda puntata: http://rominavinci.wordpress.com/2012/07/07/migranti-difficolta-e-speranze-dopo-il-sisma/

 

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Tre anni dopo, “Benvenuti a L’Aquila, la nuova Pompei”

Antonello, Mario, Bettina, Peppe, Cristina. Chi è rimasto a L’Aquila ma non riesce a ricominciare e chi ci prova, tra mille difficoltà. A tre anni di distanza dal terremoto, dimenticati da uno Stato che non ha neanche iniziato a ricostruire il centro storico. La “zona rossa” è ancora lì, dalle 3:32 del 6 aprile 2009. Reportage e foto da L’Aquila.

Piazza del Duomo a L'Aquila

L’AQUILA – Ogni mattina porta fiori freschi al cimitero. Giorno dopo giorno, da tre anni a questa parte. Perché la vita di Antonello, che di professione ha sempre fatto il commerciante, si è fermata la notte del 6 aprile 2009. Alle 3:32 un violento sisma ha raso al suolo la sua casa di Sassa, a pochi chilometri dall’Aquila. Nel crollo sono rimasti uccisi sua moglie e i suoi due figli. Anche suo padre è deceduto sotto le macerie. Antonello non era in casa quella notte e per questo è sopravvissuto. Ma il peso che porta dentro è un macigno troppo grande da sopportare. Ogni giorno conduce una lotta contro l’esistenza, contro quella vita che lo ha risparmiato alla tragedia, ma che lui maledice più di ogni altra cosa al mondo. «Ho fatto per venti anni il venditore in piazza del Duomo, vendevo capi d’abbigliamento – confida mentre sorseggia un caffè corretto di buon mattino – ma dopo il terremoto il mercato non è mai più ripartito, siamo in centinaia ad esser rimasti senza lavoro». Antonello per sopravvivere si arrangia facendo lavoretti qua e là, si ostina a tenersi occupato, ma stampati nella mente ha gli sguardi dei figli. Il più piccolo, promettente atleta dell’Aquila Rugby, e il più grande, ingegnere appassionato del suo lavoro. Sono passati tre anni, ma le ferite sono troppo profonde per essere cicatrizzate ed Antonello continua a chiedersi, giorno dopo giorno, perché qualcuno lassù abbia voluto risparmiare la sua vita, anziché quella dei figli.

L’Aquila è una città colpita dal di dentro. La potenza della natura ha causato 309 vittime, distrutto abitazioni, lacerato monumenti, malmesso edifici storici ormai scomparsi dietro i puntellamenti. Entrare nel centro storico, nella tristemente nota “zona rossa”, significa ancor oggi varcare il confine tra realtà e “non” realtà, tra dinamismo e staticità, penetrando in una dimensione quasi surreale. Qualcuno arriva a chiamarla persino la “nuova Pompei”, un paragone che rivela la sua efficacia. Perché le macerie imperversano, oggi come ieri, e gli aquilani continuano ad interrogarsi sul significato della parola “ricostruzione”.

Via Verdi era considerata la strada della cultura del capoluogo, ospitava il nuovo teatro e la scuola Edmondo De Amicis, che già nel marzo 2009 venne chiusa a causa di una scossa che aveva fatto cadere molti calcinacci e terrorizzato i piccoli alunni. Un tempo la strada vibrava di energia e pullulava di persone, oggi è ridotta ad una schiera di puntellamenti, a destra e sinistra, e gli unici viandanti sono dei cani randagi che si aggirano con passo errante alla ricerca di cibo. Seguendoli incrociamo via Corso Vittorio Emanuele, era una delle strade clou della vecchia movida aquilana. Le folate di vento scuotono le saracinesche abbassate, intonando un macabro coro che si propaga in ogni metro di strada.

Ad interrompere la nenia ci pensa Bar Gran Sasso, la cui storia, iniziata nel 1955, ha resistito persino al terremoto del 2009. A gestirlo c’è il signor Mario: «L’edificio non ha subito particolari danni – dice – ma siamo stati fermi più di un anno perché il corso non era transitabile». Bar Gran Sasso ha riaperto i battenti nel luglio 2010, ma un anno e mezzo dopo Mario ancora fatica a far quadrare i conti: «Lo Stato ci ha aiutato i primi tre mesi con un sussidio di tre mensilità da ottocento euro l’una, niente più». Mantenere in vita un’attività in un posto immobile è un atto di coraggio e lui non vuole gettare la spugna. Tra i clienti che non rinunciano ai caffè di Mario c’è Bettina, una simpatica donnina di 71 anni, un metro e mezzo di altezza ma dotata di un’energia da far invidia ad un leone. Si definisce un’aquilana doc. Abbandonata dalla mamma è cresciuta in un orfanotrofio. I sacrifici di una vita per comprare un appartamento tutto suo in località Santa Maria di Farfa, «si affacciava proprio sul Gran Sasso» ricorda sospirando. Perché quell’appartamento ora deve essere raso al suolo: inagibilità “F”, da abbattere. Dopo il terremoto Bettina ha trascorso un anno e mezzo a Pescara, in albergo. Adesso vive in un appartamento nella periferia aquilana. Non conosce nessuno nel suo nuovo quartiere e così passa il tempo cucinando. Se c’è un aspetto che ha riempito di sdegno gli aquilani è stata lo sradicamento del tessuto sociale di una città intera. Nei nuovi complessi antisismici costruiti a raggiera intorno al capoluogo le persone sono state distribuite senza badare a mantenere il concetto di comunità, interi quartieri son così scomparsi, i nuovi mancano di servizi e spesso vengono ridotti allo stato di dormitori.

Bettina non vuole porsi troppe domande sul futuro: «Me la sono sempre cavata e sempre me la caverò», si limita a rispondere. Mario invece sembra rassegnato: «L’Aquila non tornerà più quella di un tempo, servono troppi soldi, il nuovo volto della città ormai è questo». Bisogna percorrere duecento metri per trovare un nuovo negozio aperto. È la cartoleria “La luna” ed il titolare, Peppe, è uno dei tanti aquilani che sono passati, a causa del terremoto, dal benessere alla soglia della povertà. «Il sisma ci ha tolto tutto – dice – la mia casa forse verrà abbattuta, il negozio era molto danneggiato. Ho provato a spostare l’attività in un’altra zona dell’Aquila, ma il prezzo dell’affitto era troppo alto, causa l’aumento incontrollato dei prezzi. Così a luglio 2010 sono riuscito a riavviare l’attività qui, ho pagato diecimila euro per avere l’agibilità parziale dello stabile, ma non ho avuto il supporto di nessuno: né banche, né comune, né Stato. Mi sono indebitato». Proprio il 13 marzo scorso la Confcommercio L’Aquila ha proclamato lo stato di agitazione della categoria puntando il dito contro una classe dirigente colpevole di non esser riuscita a risollevare le sorti di un settore ridotto al baratro a causa del sisma. «È una vergogna – afferma Celso Cioni, direttore regionale Confcommercio in Abruzzo – mille giorni dopo il terremoto il commercio all’Aquila è ancora fermo, finora le parole hanno prevalso sui fatti». Erano novecento le attività aperte all’Aquila, di queste solo una trentina son tornate nel centro storico, altre seicento sono state ricollocate fuori dal loro contesto. «L’inerzia totale delle istituzioni rispetto al rilancio del terziario è agghiacciante – incalza il direttore Cioni – nelle vie della “zona rossa” ci sono ancora tonnellate di macerie». È sufficiente fare un giro per il centro per rendersi conto della veridicità delle parole del portavoce di Confcommercio.

Facciamo tappa a via Accursio, dove c’è la trattoria di Cristina. Davanti il portone è posta una grossa croce di Sant’Andrea in legno, un lucchetto e una catena per tenere a bada gli sciacalli. Di fronte alla trattoria c’è un edificio imploso su se stesso. È la casa in cui Cristina viveva con le sue figlie e suo marito che faceva il tappezziere. Una casa a due piani. La notte del terremoto l’uomo, per mettere in salvo le sue donne, è rimasto intrappolato sotto una trave che gli ha stritolato la spina dorsale. Oggi è paralizzato e guarda la vita da una sedia rotelle. Cristina fatica ad andare avanti e non basta una graziosa dimora del progetto C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili) a farle tornare il sorriso stampato in volto. Nei primi mesi del 2009 aveva contratto un mutuo di 30mila euro per ristrutturare la sua trattoria. La sua attività è ferma ormai da tre anni, ma lei continua a pagare il debito con la banca.

Il giro nel cuore dell’Aquila si chiude a Piazza Duomo, dove spicca lo striscione “Ricostruiamo l AQ”, ormai emblema di una città intera. Un simbolo però dalla voce strozzata, e senza efficacia alcuna.

Chiesa delle Anime Sante a L'Aquila

Chiesa di San Bernardino

I portici della città

La protesta degli Aquilani

Piazza di San Bernardino

Progetto C.A.S.E. a Paganica

Progetto C.A.S.E. a Sassa

Romina Vinci 

(testo e foto)
Pubblicato il 6 Aprile 2012, su Linkiesta.it 

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/l-aquila

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PRIMO PIANO/ Le tre mani di Haiti

Il colore della speranza e la volontà di riscatto dopo il terribile terremoto di due anni fa. La “cité” di padre Richard Frachette e gli aiuti dall’Italia

Le tre mani è un imponente monumento che si erige poco distante dall’aeroporto di Port au Prince.  E’ formato da tre gigantesche braccia che fuoriescono dal basso per sorreggere il Globo Terrestre. Secondo gli haitiani la maestosa statua cela un messaggio di fede, simboleggiato da quella terza mano che mai negherà il suo sostegno agli uomini.  Costruita qualche decina di anni fa dall’ex leader Jean-Bertrand Aristide, è una delle poche opere rimaste illese ad Haiti nel terremoto del 12 gennaio  2010.

A un centinaio di metri dal monumento sorge una tra le tendopoli più grandi di Port au Prince, al cui interno da oltre venticinque mesi centinaia di migliaia di persone vivono in condizioni precarie, prive di acqua, luce e servizi di prima necessità.  La gente qui è logorata dal tempo e dalla fatica, e tutt’oggi continua a chiedersi dove fosse la famosa “terza mano” in quel pomeriggio di gennaio quando un sisma di magnitudo 7.0 della Scala Ritcher ha devastato la capitale di Haiti, causando 230 mila vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati.

A due anni di distanza dal sisma la ricostruzione continua a rimanere soltanto un’utopia. Le strade sono dissestate, il paesaggio si divide tra macerie, case fatiscenti, baracche e tendopoli logorate dal tempo.

Cité Soleil è la più grande bidonville della capitale Port au Prince. Nascosta dietro un nome che evoca luce e gioia, si cela in realtà un’enorme discarica di immondizia a cielo aperto.  Vivono qui cinquecento mila persone senza elettricità, acqua corrente e potabile. A farla da padrone soltanto la devastazione e la miseria, sotto il cocente sole ed i violenti uragani che sovente imperversano nell’isola. In questo angolo di inferno un bambino su due non va scuola,  gioca nel fango e nell’immondizia, è esposto ai pericoli della strada.  L’occhio occidentale fatica ad immaginare un riscatto per gli haitiani. Rabbrividisce nel vedere questi piccoli denutriti, sporchi e senza vestiti, figli di una terra che li rigetta e che dà l’immondizia in pasto ai porci.

E’ in un contesto del genere che da più di vent’anni, Padre Richard Frachette porta avanti la sua battaglia, fatta di fede e umanità. Padre Rick è un sacerdote di origini statunitensi che opera con costanza e determinazione, per ridare una speranza ad un popolo che il resto del mondo considera abbandonato a se stesso. Ogni giorno combatte una guerra a favore dei più deboli.

Capita di vederlo esausto, a fine giornata, mentre si porta l’avanbraccio sulla fronte per asciugare il sudore sussurrando “Oh my God”. Capita di vederlo con gli occhi lucidi, quando la gente lo prende a sassate per una distribuzione di riso non andata a buon fine. La gente, la sua gente, quella stessa gente che per strada lo accoglie come una celebrità, facendogli spazio e urlando “Mon Père, Mon Père!” (Padre, Padre!). Quelle persone che lo fermano  per chiedere una sepoltura ai propri morti, per avere un secchio d’acqua, un pezzo di pane o una medicina, sono le stesse capaci di gettargli contro delle pietre, se la fame prende il sopravvento. Quando ciò accade lui allarga le mani al cielo ed esclama: “Non faccio mai abbastanza, loro son troppi e non ce ne è mai per tutti”.  E’ l’uomo a servizio degli altri che nulla può davanti all’immensità della povertà. Ma nonostante tutto trova la forza di rimboccarsi le maniche, quando voltandosi indietro vede tutto quel che è riuscito a costruire.

Padre Richard Frachette

La sua organizzazione N.P.H. – Nuestros Pequeños Hermanos (I nostri piccoli fratelli), in Italia rappresentata dalla Fondazione Francesca Rava, nel corso di questi anni ha costruito ospedali, orfanotrofi, scuole di strada, centri di riabilitazione, persino una città dei mestieri – Francisville – in cui i ragazzi haitiani producono pane, pasta, mattoni, divise e banchi per scuole.

In creolo, lingua parlata ad Haiti, Fors Lakay significa la forza della famiglia. Padre Rick ha scelto di dare questo nome ad un progetto di ricostruzione che prevede di cambiare il volto del quartiere Cité Soleil attraverso la costruzione di un nucleo di abitazioni e di servizi per la comunità.  Un progetto realizzato con il sostegno della Fondazione Francesca Rava grazie agli aiuti dall’Italia e che, in corrispondenza con il secondo anniversario dal terremoto, ha permesso a Padre Rick di consegnare alle prime famiglie quaranta coloratissime casette, donate dall’azienda Boccadamo.  Grazie alla forte sensibilità del Commendatore Tonino Boccadamo la maison di gioielli, nel Maggio2011 ha lanciato sul mercato la colorata linea TooBe e, attraverso l’iniziativa “Un Metro perla Vita”, ha avviato la raccolta di 200mila euro interamente destinati alla Onlus per finanziare le opere ad Haiti. Le graziose dimore, capostipiti delle duecento che verranno realizzate man mano grazie alle raccolte fondi, sono di circa cinquanta metri quadrati, hanno il bagno e la cucina, una piccola veranda, ricordano i colori del mare dei Caraibi e rappresentano un forte contrasto tra la povertà e il degrado delle baracche distanti soltanto pochi metri.

Le casette sorgono accanto all’ospedale St Mary, ottanta posti letto che consentirà di assistere trenta mila pazienti l’anno.  Sul tetto, ben visibile dall’alto, campeggia una scritta: Diferans, facciamo la differenza. E’ un monito, un’esortazione e allo stesso tempo un modus vivendi di Padre Rick, che per ridare dignità a queste persone si prodiga nel ricostruire una condizione umana di vita attraverso il loro stesso lavoro, perché è solo insegnando agli haitiani ad essere indipendenti dagli aiuti esterni, che è possibile  spezzare il circolo di povertà del paese.  “Dobbiamo dare l’esempio concreto – ha spiegato padre Rick con forza – per far capire loro che una vita migliore è possibile”.

Quando attraversa tutta la città per raggiungere Citè Soleil, Padre Rick passa sempre davanti alla statua de Le tre mani. A volte chiude gli occhi e, quasi senza accorgersene, si ritrova a solo con i suoi pensieri: “Se quelle tre mani prendessero vita e fossero protese a raccogliere doni dal mondo – immagina il sacerdote –  chiederebbero lavoro, acqua pulita e istruzione”. Perché è da queste prerogative che passa il riscatto di Haiti.

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 26 Febbraio 2012, su America Oggi.

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/polDocsDocClass.cfm?doctype_code=&doc_id=656

Versione pdf: Le tre mani di Haiti

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PRIMO PIANO/ Haiti, due anni dopo

Le contraddizioni di un paese ed il peso della modernizzazione. Colera, immondizia, fame con… “Cyber Café” e Blackberry ovunque

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Due anni fa si abbatteva su Haiti la  più grande catastrofe naturale del terzo millennio: alle 16.43 del 12 Gennaio 2010 un violento sisma di magnitudo 7.0 della scala Richter devastava la capitale del paese caraibico, causando 230 mila vittime e oltre un milione e mezzo di sfollati.  La violenza della natura si schiantava su un lembo di terra grande quanto il Piemonte, che già vantava il triste primato di essere il paese più povero dell’emisfero occidentale. Dieci mesi dopo ci ha pensato il colera a far alzare esponenzialmente il numero delle vittime: se ne contano già settemila. E non c’è alcuna vena sentimentale nell’affermare che “i tempi del colera” non sono affatto passati, perché ad Haiti è tuttora in atto una forte epidemia che si propaga a macchia d’olio.

Ventiquattro mesi dopo la terribile scossa, abbiamo compiuto un viaggio all’interno del paese considerato il buco nero dei Caraibi. Strade dissestate, tendopoli logorate dal tempo e baracche di eternit che sorgono su un manto di spazzatura: questo è Port au Prince agli albori del Terzo Millennio. Quando le condizioni igienico sanitarie sono precarie, e quando mancano acqua e luce, l’estrema povertà sfocia sovente nella disperazione.  Negli slum di Port au Prince i bambini vivono allo stato brado, sporchi e senza vestiti, si lanciano sassi quale fosse il più innocente dei giochi. Sono bimbi bastardi generati da mamme avare di carezze, figli di una terra che li rigetta e che dà l’immondizia in pasto ai porci.

Daphney lo scorso 30 settembre ha compiuto ventisei anni, ed ha un figlio di cinque. Non ha un lavoro, vive con le quattro sorelle e la loro mamma all’interno di un blocco di cemento fatiscente che risulta troppo arbitrario chiamare casa. Il padre di suo figlio non vuole saperne nulla di loro, ma lei non se ne preoccupa più di tanto: ora è fidanzata con un poliziotto, ed è sicura che la renderà felice.

Haiti è un paese che cela forti contraddizioni. L’acqua potabile è un lusso appannaggio di pochi, così come l’elettricità. Si mangia una volta al giorno, riso con fagioli è il piatto che va più in voga, perché ha dei bassi  costi ed un alto valore energetico.  Si va in giro con ciabatte e scarpe bucate in punta, perché le scarpe chiuse si riservano solo per le grandi occasioni. Ma nonostante tutto la stragrande maggioranza delle persone possiede un telefonino. E si tratta di cellulari di ultima generazione,  quasi un ragazzo su due sfoggia con orgoglio un Blackberry. E gli interrogativi non cessano.

A due anni dal terremoto la ricostruzione è ancora uno degli obiettivi da portare a termine per il Paese: mezzo milione di persone vive tuttora nelle tendopoli e nelle zone in cui si vuole ricostruire,il primo lavoro da fare è togliere tutte le macerie ancora per strada.  Ma è boom di Cyber caffè. Sorgono dovunque, per strada, vengono adibiti nelle baracche, pullulano nelle bidonville e negli slums. Bastano anche due laptop, un router e un paio di fili per la connessione, ed il gioco è fatto. Inizia l’incessante via vai di adolescenti che fanno a gara per visionare il proprio profilo Facebook. Già, perché non si parla di internet, ma unicamente di social network. Ogni ragazzo haitiano ha una sua pagina, e ci tiene molto. A Port au Prince, chi è fortunato, riesce a lavorare per quaranta dollari haitiani al giorno, che corrispondono a dieci nella valuta statunitense. Un’ora di connessione non costa meno di cinque dollari locali, e sono tanti, tantissimi i ragazzi che non appena hanno in tasca quattro soldi, corrono a riversarli qui. Scrivono poco in creolo, più frequentemente in francese e c’è anche chi abbozza un inglese maccheronico. Perché la maggior parte degli “amici virtuali” è fuori il loro paese. Jhonny, ad esempio, lavora in un fastfood anche dieci ore al giorno, senza sosta. Predilige collegarsi la mattina presto, perché la maggior parte dei suoi amici è in Europa, e lui è convinto che presto andrà a trovarli.  E poi c’è Keatia che ha un fidanzato virtuale nell’Ohio, e sogna di raggiungerlo. Però non lo farà, perché  non è così che arriva la modernizzazione nel Quarto Mondo, e non è Facebook il mezzo giusto per portarla.

Comprendere la realtà di Haiti non è facile, difficile convincersi che esista una possibilità di riscatto per questa popolazione. C’è dolore, c’è sofferenza, c’è quella vita così difficile da affrontare. Occhi negli occhi, i nostri nei loro, occhi che pongono domande, occhi che non sanno dare risposte. E poi il ruolo cambia, ma gli interrogativi permangono. Le mani si toccano, bianco e nero si incrociano, si stringono nell’unione da cui dovrebbe arrivare ogni risposta, ma un’unione che probabilmente genera solo sottomissione. Perché bianco è sopra nero, e nero è sotto bianco.

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 15 Gennaio 2012, su America Oggi

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/attualita/polArticles.cfm?doctype_code=ATTUAL%20ARTICLE&doc_id=546

Versione pdf: Haiti due anni dopo

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HAITI/ Tendopoli, macerie e diritti dei lavoratori

Evel Fanfan, avvocato haitiano, trentasette anni il prossimo dieci febbraio, ha consacrato la sua vita a difendere i diritti civili dei lavoratori del suo paese. In questo uomo minuto, che parla velocemente, con una voce spezzata, si avverte una determinazione incrollabile.  Si è battuto per realizzare un codice del lavoro in un luogo dove lo stipendio medio di chi lavora (e non sono in molti) è di due dollari al giorno.  E quando parla dei suoi concittadini vittime di soprusi, violenze e vessazioni, si direbbe che sia impegnato in un’arringa. Ma nelle sue parole non c’è traccia di affettazione: solo, un desiderio profondo di convincere, di spiegare. Evel Fanfan non sopporta l’ingiustizia, e per questo che ha creato, ed è tuttora presidente, dell’associazione AUMOHD, un’associazione che si occupa di difendere i diritti civili degli haitiani . Scuote la testa e alza la voce quando gli viene fatto presente che Haiti è il paese più povero d’America.  “Non è Haiti ad essere povero – ribatte con fermezza il presidente di AUMOHD – sono loro che lo hanno fatto diventare tale, fino a qualche decennio fa Haiti era una perla dei Caraibi”. E quando parla al plurale Evel Fanfan punta il dito contro gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Ma si schiera anche contro la presenza militare dei caschi blu della Minustah (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti), sul posto dal 2004, che gli haitiani considerano responsabili non solo dell’epidemia del colera (esplosa nell’ottobre 2010 ha già fatto registrare oltre seimila decessi), ma anche di abusi perpetrati ai danni della popolazione.  Certo è che i numeri parlano chiaro: secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2011, redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), Haiti occupa la posizione numero 158 su 187 paesi classificati analizzando i livelli di scolarizzazione, sanità e reddito pro capite. La vita media delle persone è di 16 anni.  Sono passati due anni esatti dal sisma che il 12 Gennaio 2010 ha provocato la morte di 230 mila persone, raso al suolo 900 mila edifici e generato un milione e mezzo di sfollati. Secondo Evel Fanfan però il tempo a Port au Prince è come si si fosse fermato al giorno dopo la scossa: “La maggior parte delle macerie non son state rimosse, la gente vive ancora nelle tendopoli, in condizioni di estrema precarietà, come si fa a parlare di ricostruzione?”.

La realtà dell’associazione AUMOHD opera in un territorio minato, quale quello della difesa dei diritti dei lavoratori haitiani. Ogni giorno le porte dell’associazione si aprono a raccogliere decine e decine di haitiani, a cui viene servita assistenza legale gratuita.  Il team di avvocati di AUMOHD ha a che fare con più di tremila lavoratori, ed è l’unica organizzazione effettivamente operativa a Port au Prince.  In un paese in cui l’orientamento verso la violenza sembra essere la regola e la soluzione di tutto, quella dell’associazione di Evel Fanfan è l’unica entità ad impegnarsi rispetto alla vastità dei problemi del settore, ai conflitti che coinvolgono i datori di lavoro e i dipendenti, agli scontri che si verificano su base giornaliera e al vissuto dei lavoratori.

In questi ultimi mesi il giovane avvocato haitiano è impegnato in un progetto molto ambizioso: realizzare una radio che rappresenti la voce dei lavoratori ed operai di Haiti. “Siamo l’unico paese dei Caraibi e dell’America Latina a non avere una stazione radio per la nostra forza lavoro – sottolinea Fanfan – è fondamentale poter disporre di un organo di informazione e di sensibilizzazione, orientamento e formazione a livello nazionale”.

Crede molto in questo progetto il presidente dell’AUMOHD: “Il suo impatto sarà significativo, dal momento che, accanto ad una missione educativa, la radio permetterà di decongestionare e ridurre la pressione sul Tribunale Speciale del Lavoro”.  A detta di Fanfan infatti l’emittente consentirebbe di ridurre i casi minori e, soprattutto, i casi di detenzione preventiva attraverso le stazioni di polizia, “frequente causa – secondo l’avvocato haitiano – di atti di violenza derivanti da abusi sul posto di lavoro”. Inoltre, una stazione radio permetterebbe di sottrarre i diretti interessati all’improduttività e all’alto costo delle spese legali”.

L’associazione AUMOHD ha dato vita ad una maratona della solidarietà per raccogliere gli ottanta mila dollari necessari per realizzare la stazione radio.  Evel Fanfan è spesso impegnato in viaggi tra Italia e Stati Uniti per tenere accesi i riflettori su un lembo di terra, situato al centro dei Caraibi, che la maggior parte del mondo considera caduto nel dimenticatoio.  E’ possibile contattare Evel Fanfan all’indirizzo: presidenteaumohd@yahoo.fr .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Romina Vinci

Pubblicato il 15 Gennaio 2012, su America Oggi

Disponibile in versione pdf: Haiti, due anni dopo .

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Haiti, il peso dell’infanzia

A due anni dal terremoto del 12 Gennaio 2010, si continua a morire di fame ad Haiti. Viaggio negli slums e nelle bidonville di Port au Prince.

Servizio fotografico: Romina Vinci

Montaggio video: Maria Laura Cianfrocca

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