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“Tagli a welfare e istruzione: per questo vince la rabbia”

Tullio De Mauro, linguista di fama internazionale e autorevole intellettuale italiano, analizza con Linkiesta le proteste globali convocate per oggi. “Grossa responsabilità delle banche internazionali e della Trilateral in cui siede anche Monti: perseguono un disegno di distruzione del welfare e della scuola pubblica”

 

Il mondo della scuola scende in piazza per gridare no ai tagli indiscriminati al settore e fare muso duro ad una politica dell’austerity rea di colpire soltanto i ceti deboli. Ne abbiamo parlato con Tullio De Mauro, linguista, autore di studi tradotti in molte lingue, è uno degli intellettuali più apprezzati dei nostri giorni.
Interrogato sull’attuale condizione in cui versa il BelPaese, e sulle proteste che in queste ore infiammano le piazze non solo d’Italia, ma anche di altri Paesi dell’Ue, l’insigne linguista offre una panoramica a trecentosessanta gradi su un malessere sociale che si propaga a macchia d’olio.

Professor De Mauro, oggi tutta l’Europa scende in piazza contro le politiche di austerity . Una giornata di scioperi che investe i principali paesi dell’Unione. A protestare anche studenti e insegnanti. Il malessere sociale è sempre più diffuso, e non solo nel nostro Paese. Dove si può rintracciare l’origine di tanto malcontento? E perché?
Da molti anni, perlomeno dagli anni Novanta, c’è un gruppo internazionale, il Trilateral, in cui ci sono un po’ di magnati delle grandi industrie e anche economisti iper liberisti, notabili di varie organizzazione e enti. Tra l’altro per l’Italia, di diritto c’è il rettore della Bocconi, Carlo Secchi, ed anche il Presidente attuale del Consiglio, Mario Monti, ne è parte. Questa organizzazione ha come bersaglio non tanto la generica austerity, quanto gli investimenti – che loro chiamano spese – per l’istruzione. E quindi in questi anni, a getto continuo, ha elaborato strategie per eliminare l’apparato dell’istruzione pubblica, che alcune di questi personaggi hanno definito un’invenzione degli illuministi francesi, dei comunisti, insomma: qualcosa di rovinoso e peccaminoso. Persone molto autorevoli come Noam Chomsky ritengono che ci sia un filo diretto tra le proposte della Trilateral e quello che sta succedendo in giro per il mondo. Io mi sento di definire eccessiva questa chiave di lettura. Perché credo che siano le banche e gli speculatori finanziari la causa di questa situazione. Sono loro, le molte stazioni del grande capitale finanziario, i responsabili principali dei dissesti e dei disastri che stiamo vivendo, nonché delle politiche che si sviluppano per contenere gli effetti negativi della speculazione finanziaria internazionale e del loro fallimento.

Qual è quindi la direzione che si sta percorrendo?
Le vie che si seguono sono quelle della riduzione dello stato sociale, colpendo scuola, università e ricerca. In Italia questo è particolarmente accentuato. Ecco perché a me pare molto preoccupante che nell’opinione pubblica non ci sia una sufficiente attenzione a ciò che scuola, università e ricerca possono dare allo sviluppo di un Paese, e non solo alla vita civile e democratica. E’ impressionante questa mancanza di attenzione collettiva, ed è un alibi per le politiche dei governi passati e del presente. E’ molto difficile risalire questa china, perché la protesta è affidata a larga misura a movimenti spontanei, e qua e là per fortuna a qualche sindacato, ma poco a forze politiche organizzate e a partiti. C’è però qualche eccezione…

Quale? 
La posizione del Partito Socialista in Francia, ad esempio. Ed è interessante seguire i discorsi che il governo socialista sta facendo.

E in Italia si può riuscire secondo Lei a fronteggiare questa situazione?
E’ una battaglia molto difficile. In Italia tutto questo piove, per così dire, su una situazione già molto precaria, da anni ed anni, per l’università e per la ricerca, e non brillante per la scuola. Nel confronto internazionale noi eravamo già messi male per tutti questi settori e per l’investimento pubblico, ora con le riduzioni, contrazioni, aggressioni vere e proprie all’apparato pubblico di scuola, università e ricerca, la prospettiva è oramai drammatica.

Oltretutto ieri il Senato ha approvato un emendamento a firma leghista: carcere fino a un anno per la diffamazione a mezzo stampa. Cosa rappresenta questo emendamento per la nostra società?
Si tratta di un provvedimento molto pericoloso, perché in un giornalismo che già soffre di autocensure, andrà a limitare ulteriormente l’informazione.

Lei è stato Ministro dell’Istruzione nel 2000-2001, sotto il Governo Amato. Sono passati più di dieci anni. Quale la situazione che ha lasciato, e quale la rotta intrapresa nell’ultimo decennio?
La rotta che è stata presa subito dopo le elezioni del 2001 è stata quella di cancellare, per il possibile, tutto quello che era stato fatto dai governi di centro sinistra, a partire dal riordinamento dell’architettura scolastica fino ad arrivare al rinnovamento dei contenuti della scuola di base. Tutto questo è stato spazzato via in ventiquattro ore, eliminato dai siti del Ministero, come se mai fosse esistito. Con un atto, devo dire, poco responsabile. Perché poteva essere conservato in archivio, e poi sostituito da altri provvedimenti…

Ed invece è stato fatto sparire tutto?
C’è stata quella che gli antichi romani facevano con le vestali peccaminose, vale a dire scalpellavano i nomi e le lapidi. C’è stata una damnatio memoriae, realizzata dai governi successivi. Un provvedimento grave che ha interessato me, e chi lavorava al mio fianco.

Dal Ministro Gelmini al Ministro Profumo: quali i provvedimenti più deprecabili, in materia di istruzione, presi nel corso di questi ultimi anni?
Tanti, mi pare inutile fare l’elenco, sarebbe troppo lungo…

Tagli alla Cultura: perché e che danno si provoca alla società?
Una diminuzione drammatica delle possibilità di vita civile, di tutto ciò che lo sviluppo della cultura dà alla vita sociale complessiva. In particolare, considerando riduttivamente gli aspetti economici, un danno grave allo sviluppo economico e produttivo di un Paese.

Qual è l’immagine che offre l’Italia all’estero?
Chi di noi fa un mestiere intellettuale può testimoniare quanto sia stato penoso, in particolare negli anni passati, – quindi onore a Monti da questo punto di vista – , incontrare colleghi di altri paesi che ci guardavano non tanto con disprezzo, quanto con un’aria di stupore radicale. “Ma come fate a tenervi queste persone al governo?”, era la domanda più diffusa che ci sentivamo rivolgere.

Il dibattito politico in questi giorni in Italia è tutto concentrato sulle primarie. Si tratta di un modello importato dagli Stati Uniti, crede che siano efficaci anche nel nostro Paese? 
Non sono un cattivo meccanismo, ma neanche un toccasana, perché i processi di selezione di quelli che si presentano alle primarie sono processi che si sono atrofizzati negli anni, con la perdita di quelle grandi consociazioni che erano i partiti di massa. Il risultato è che non si sa bene come si formino i gruppi dirigenti, anche a livello locale. Né a destra, né a sinistra, né al centro. C’è una certa casualità. Ed allora non è ben chiaro da quali esperienze venga, che qualità abbia chi viene scelto per candidarsi alle primarie. Insomma, rispetto ai partiti leggeri ma molto radicati localmente degli Stati Uniti, noi non abbiamo un qualche equivalente.

Negli Stati Uniti Barack Obama è stato rieletto Presidente per la seconda volta. Abbiamo qualcosa da imparare dagli Usa?
Abbiamo moltissime cose da imparare, ma la storia degli Stati Uniti è molto diversa dalla nostra, e quindi bisogna essere cauti nell’importare, come fosse Coca Cola, alcuni aspetti della vita americana. Che non è la sola a dover esser guardata. Ci sono altri paesi, dalla Corea al Giappone, alla Finlandia o ai paesi Scandinavi, in cui la solidarietà sociale è molto più forte rispetto agli Stati Uniti.
“Il meglio deve ancora venire” ha affermato il Presidente afroamericano nel suo discorso di ringraziamento.

E per l’Italia?
Lo ripeto, non siamo negli Stati Uniti e quindi, presupponendo che Obama abbia ragione – e l’augurio è che abbia ragione – noi non possiamo fare lo stesso discorso.

D’accordo, ma possiamo credere anche noi che “il meglio deve ancora venire”, oppure ci dobbiamo aspettare che “il peggio continuerà ad esserci”?
Credo che un po’ di peggio continuerà ad esserci.

 

Romina Vinci 

(testo)

Pubblicato il 14 Novembre 2012 su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/de-mauro-sciopero-studenti#ixzz2CH7twnxQ

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AMARCORD – Oriana vs Morte

Era il 15 Settembre 2006. Avevo appena iniziato ad affacciarmi a questa professione. Di lì a qualche giorno sarebbe uscito il mio primo articolo, pubblicato sulle pagine de Il Corriere Laziale. La notizia della morte di Oriana Fallaci mi è giunta così, improvvisa. Un tonfo al cuore. Lei è uscita dalla porta principale mentre io bussavo a quella di servizio  per entrare. Non mi ha aspettato, non ci siamo incrociate.  Qualche giorno fa ho ritrovato queste righe, non è un articolo, non un’analisi, non saprei definirne la natura. Le ripropongo così, senza ambizione alcuna. In omaggio ad un ricordo. Ad una fine. Ad un inizio. 

Ci è riuscita.
Alla fine ha vinto lei.
Quella Morte che tanto l’ha perseguitata,
quella Morte che mai è riuscita a possederla,
quella Morte che lei conosceva molto bene perché ha accompagnato la sua esistenza ecco,
ora è riuscita a mettere la parola fine alla sua vita.

L’ha vista in faccia, Oriana, la Morte, quando appena adolescente combatteva tra le fila della Resistenza fiorentina.
L’ha vista in faccia, Oriana, quando ha trascorso un anno sul fronte vietnamita, allarmata dai vietcong.
L’ha annusata, Oriana, quando nel 68 si trovava a Città del Messico, sul luogo del massacro di Plaza Tlatelolco, dove è rimasta gravemente ferita.
Le ha levato una parte della sua anima, la Morte, quando nel 78 le ha portato via il suo uomo, il grande amore Alekos Panagulis, impegnato nella lotta contro la dittatura dei Colonnelli in Grecia.
Ha avuto la meglio anche sulla sua maternità, la Morte,
negandole la gioia più grande che può avere una donna,
come si legge in quel capolavoro di Lettera a un bambino mai nato.

Ma Lei, Oriana, è sempre riuscita a tenerle testa, cicatrizzando le ferite e andando avanti, sempre e comunque, nella sua lotta.
Una lotta contro la sua grande nemica,
quella Morte che ora vedeva incarnata nel Terrorismo islamico.
Una lotta contro quella religione che semina odio al posto di amore e schiavitù al posto di libertà.
Una lotta contro i politici occidentali, colpevoli a suo parere di assistere inermi alla nascita di Eurabia.
Lei che non ha voluto niente a che fare con la politica italiana,
Lei che ha scelto di vivere lontano da tutte quelle chiacchiere,
quei volta faccia, quei cambi di fronte,
rifugiandosi nel suo appartamento di Manatthan,
si è trovata per l’ennesima volta, e senza volerlo, sul fronte.

Quell’11 Settembre si trovava lì, a lanciare il suo grido di rabbia e di orgoglio vedendo l’aereo bianco infilarsi nella seconda Torre come un coltello che si infila dentro un panetto di burro.
Stava lì ed è da lì che ha condotto la sua ennesima battaglia,
contro le ideologie, contro il terrorismo, il fanatismo, l’estremismo islamico, contro questa ennesima guerra santa che ha inaugurato nel peggiore dei modi l’inizio del nuovo millennio.

Se ne è andata da sola,
senza far scalpore,
senza dir niente a nessuno.
Eppure non ha mai negato la sua malattia,
ha sempre parlato di quell’Alieno che la logorava piano piano.
L’hanno ammirata, invidiata, criticata, perseguitata, insultata,
hanno deriso Lei usando la sua malattia,
e Lei sempre lì, impeccabile, nel suo esilio, dal quale ha lanciato poche risposte,
invettive che però hanno fatto terra bruciata intorno.

E ora?

Cosa resta ora?

Una promozione a senatore a vita che mai avverrà.

Un fiorino che Zeffirelli porrà sulla sua tomba.

Uno, due, dieci, cento riconoscimenti alla sua carriera di scrittrice e giornalista.

… in ogni caso poco, troppo poco.

Ciao ORIANA

 

 

Romina

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Bianco, rosso e….Miami

“Una città dal cuore latino con spiagge sconfinate, un’estate lunga undici mesi e numerose opportunità. Qui, attorno agli Anni ’90, gli italiani hanno deciso di trasferirsi per investire sul loro futuro. Molti ce l’hanno fatta. Un Paradiso in terra? Sì, ma da guadagnare con impegno e rispetto delle regole”

Chi può dire di non aver mai voluto vestire i panni, almeno una volta nella sua vita, di Sonny Crockett e Riccardo Tubbs, epici protagonisti di Miami Vice, sognando di sfrecciare al bordo della loro bianca Ferrari Testarossa, e percorrere in lungo e in largo le mitiche strade della Florida? E quanti, ammaliati dalla nostalgia di quegli anni Ottanta, non rinunciano a seguire, ancora oggi, le tante serie poliziesche nate sulle rive della città più caliente degli States?

Sarà per il suo cuore latino, sarà per il suo esser un ponte con il Sud America, sarà per i suoi undici mesi d’estate, sarà per le sue spiagge sconfinate, sarà per il fermento dei suoi grattacieli. Sarà per tutti questi motivi, e per tanti altri ancora, che l’American Dream di molti italiani sfocia proprio a Miami. E qui che risiede la comunità italiana più numerosa degli USA, se ne contano trentamila nel South Florida, un numero però sempre variabile, ed in costante crescita.

A partire dalla fine del 2009, come risposta alla crisi economica, molti connazionali hanno guardato oltreoceano spinti, soprattutto, dal cambio favorevole euro-dollaro. Grandi imprese italiane hanno deciso di “sbarcare” in Florida, creando rilevanti poli occupazionali.  Nel 2010 sono stati registrati investimenti italiani pari a 2,2 miliardi di dollari, ed il numero delle imprese italiane è più che raddoppiato.  E così, nella città più glamour e cosmopolita degli USA, il gusto italiano la fa da padrone, soprattutto nel design: lo si capisce dalla presenza di show room nel celebre Design District, ma anche dall’arredamento italian style che trionfa  nei principali alberghi e case private.

Il nostro bel Paese si fa valere a Miami, e non poco. Dalla medicina alla nautica, dalla ristorazione all’ultralusso, sono molti i settori che pullulano di eccellenze italiane. A spiegarne i motivi ci pensa Giampiero Di Persia, da anni attivo nella distribuzione di mobili del gruppo Poltrone Frau: “Rispetto ad altre nazionalità che approcciano al mercato statunitense,  noi italiani siamo in grado di far crescere le aziende in maniera molto rapida e, a parità di impegno, primeggiamo nei risultati”. Il perché è presto detto: “In patria siamo stati da sempre abituati -  analizza Di Persia – a lottare con il coltello tra i denti, e a venire a capo di una complicata ed ingarbugliata burocrazia, mentre negli USA è tutto più snello, tutto più easy”.  La sua storia è simile a  quella di molti altri: “Nel 1993 – racconta l’imprenditore romano – subito dopo gli scandali legati a Mani Pulite, ho avuto la netta sensazione che l’Italia avesse imboccato una strada di non ritorno, e così ho cercato spazio altrove. Ho sempre avuto rapporti di lavoro con gli Stati Uniti, anche perché una parte della mia famiglia viveva a Miami, è per questo che ho deciso di fare il grande passo”.

Un tempo comunità chiusa e ristretta, oggi gli italoamericani sono molto aperti verso l’esterno e coesi nell’aiutare i loro compatrioti, rivendicando la fierezza delle proprie radici.   Eppure, l’onda migratoria verso Miami ha  iniziato la sua ascesa negli anni Novanta. Parla uno dei pionieri d’allora:  Michele Merlo, classe ’58, ristoratore e sommelier, è giunto nella capitale della Florida nel 1993: “L’American Dream non è un’utopia, ma una quotidianità qui, Miami  è l’unico paese che ti dà speranza, energia, una costante adrenalina per metterti in gioco”. Michele Merlo, originario di Bassano del Grappa “downtown”, non rimpiange la sua scelta di aver messo le radici lontano dalla madrepatria: “La Florida è un paradiso, soprattutto nell’alta stagione”.  “Dell’Italia – afferma -  mi mancano le risate al bar, gli odori, mi manca Venezia con la nebbia, però c’è da dire che la telematica ha abbattuto tutti i confini, ed io ogni giorno parlo con la mia famiglia vicentina”.   Recentemente, la rivista Fobes, ha definito Miami una delle città più connesse al mondo, la rete wifi infatti è molto sviluppata e consente di connettersi gratuitamente in ogni luogo pubblico, spesso anche dalla spiaggia.

Il ristoratore  bassanese ha una quarantina di dipendenti, e nel suo microcosmo si riflette uno dei tratti distintivi di Miami: il multiculturalismo. “Il 10% del personale è italiano – precisa –  ci sono poi americani e sudamericani, soprattutto provenienti dall’Honduras e dal Guatemala, siamo una grande famiglia”.

Anche Luca Di Falco ha lo stesso numero di dipendenti da gestire, ed è  general manager in una grande catena di ristoranti italiani di Naples, una località che, a scapito del nome, non ha nulla di partenopeo, e dista  un’ora da Miami. “Durante la mia gestione il ristorante ha raddoppiato le vendite, dandomi tanta soddisfazione e visibilità”, afferma Luca con un pizzico di orgoglio. Nato a Catania nel 1979, ha lasciato la Sicilia a diciotto anni, in tasca un diploma  di scuola alberghiera, ed ha collezionato esperienze in vari hotel di lusso. E’ approdato  a Miami nel 2002, e non è più andato via. Luca è soddisfatto dei suoi 32 anni, e dice: “Sono fidanzato con la donna dei miei sogni, anche mia sorella vive a Miami, e questo mi fa sentire ancora più a casa”.

C’è anche Luca Gregorio, Direttore Commerciale della MSC  USA, avvocato di Roma, il quale risiede in Florida da più di dieci anni. “Mi affascinava l’America – racconta -  e così ho deciso di trasferirmi  cominciando la mia carriera nello Shipping Internazionale: ho vissuto prima a New York poi, nel 2001, sono arrivato a Miami, e ci sono rimasto. E’ una città molto interessante,  si respira il sapore sudamericano, un’influenza che a noi italiani piace tanto”. Luca Gregorio conserva un forte legame con la madrepatria: “La maggior parte delle mie amicizie qui è italiana – dice – Miami è a tutti gli effetti una delle città più importanti in America, con un potenziale notevole di crescita economica, e punto di approdo anche di interessanti realtà imprenditoriali italiane”. 

Ma se c’è un vincolo che pone un freno alle ambizioni italiane negli USA: è la difficoltà di ottenere un visto, la cosiddetta green card.  Lavorare regolarmente negli Stati Uniti infatti vuol dire farsi sponsorizzare da un’azienda, e poche sono disposte a farlo. “Molti italiani non prestano attenzione al limite dei novanta giorni previsto dal visto turistico, pensano che si tratti di una scadenza indicativa, invece è tassativa – denunciano dal Consolato –  e così facendo non si rendono conto dei rischi a cui vanno incontro.  Basta farsi un giorno da irregolare negli Stati Uniti per essere marchiato a vita”.  Eclissano l’argomento Giuseppe e Francesco, due ragazzi con meno di trent’anni, approdati  sui lidi di Miami Beach – a loro dire – per  fare la stagione. Lavorano come camerieri in uno dei tanti ristoranti che brulica sulla Ocean Drive, la strada che si affaccia sulla chilometrica e paradisiaca spiaggia. Uno originario di Taranto, l’altro di Varese, tra lo sparecchiare una tavola imbandita e il sistemare piatti e bicchieri, non rinunciano a commentare nessuna silhouette che passa loro dinanzi. “Lavorare qui è un piacere” dice Giuseppe sorridendo. “Non accusiamo neanche la fatica ed il clima torrido”, aggiunge Francesco strizzando l’occhio.  Il loro accento diverge e non poco, ma da Miami, dove le differenze creano armonia, anche l’Italia appare più unita, e lo stivale non sembra che disti poi così tanto dalle Alpi.

Romina Vinci

(testo)

Pubblicato sul numero di Aprile 2012 del mensile 50 & Più.

Disponibile in versione pdf: Miami

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PRIMO PIANO/ Le tre mani di Haiti

Il colore della speranza e la volontà di riscatto dopo il terribile terremoto di due anni fa. La “cité” di padre Richard Frachette e gli aiuti dall’Italia

Le tre mani è un imponente monumento che si erige poco distante dall’aeroporto di Port au Prince.  E’ formato da tre gigantesche braccia che fuoriescono dal basso per sorreggere il Globo Terrestre. Secondo gli haitiani la maestosa statua cela un messaggio di fede, simboleggiato da quella terza mano che mai negherà il suo sostegno agli uomini.  Costruita qualche decina di anni fa dall’ex leader Jean-Bertrand Aristide, è una delle poche opere rimaste illese ad Haiti nel terremoto del 12 gennaio  2010.

A un centinaio di metri dal monumento sorge una tra le tendopoli più grandi di Port au Prince, al cui interno da oltre venticinque mesi centinaia di migliaia di persone vivono in condizioni precarie, prive di acqua, luce e servizi di prima necessità.  La gente qui è logorata dal tempo e dalla fatica, e tutt’oggi continua a chiedersi dove fosse la famosa “terza mano” in quel pomeriggio di gennaio quando un sisma di magnitudo 7.0 della Scala Ritcher ha devastato la capitale di Haiti, causando 230 mila vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati.

A due anni di distanza dal sisma la ricostruzione continua a rimanere soltanto un’utopia. Le strade sono dissestate, il paesaggio si divide tra macerie, case fatiscenti, baracche e tendopoli logorate dal tempo.

Cité Soleil è la più grande bidonville della capitale Port au Prince. Nascosta dietro un nome che evoca luce e gioia, si cela in realtà un’enorme discarica di immondizia a cielo aperto.  Vivono qui cinquecento mila persone senza elettricità, acqua corrente e potabile. A farla da padrone soltanto la devastazione e la miseria, sotto il cocente sole ed i violenti uragani che sovente imperversano nell’isola. In questo angolo di inferno un bambino su due non va scuola,  gioca nel fango e nell’immondizia, è esposto ai pericoli della strada.  L’occhio occidentale fatica ad immaginare un riscatto per gli haitiani. Rabbrividisce nel vedere questi piccoli denutriti, sporchi e senza vestiti, figli di una terra che li rigetta e che dà l’immondizia in pasto ai porci.

E’ in un contesto del genere che da più di vent’anni, Padre Richard Frachette porta avanti la sua battaglia, fatta di fede e umanità. Padre Rick è un sacerdote di origini statunitensi che opera con costanza e determinazione, per ridare una speranza ad un popolo che il resto del mondo considera abbandonato a se stesso. Ogni giorno combatte una guerra a favore dei più deboli.

Capita di vederlo esausto, a fine giornata, mentre si porta l’avanbraccio sulla fronte per asciugare il sudore sussurrando “Oh my God”. Capita di vederlo con gli occhi lucidi, quando la gente lo prende a sassate per una distribuzione di riso non andata a buon fine. La gente, la sua gente, quella stessa gente che per strada lo accoglie come una celebrità, facendogli spazio e urlando “Mon Père, Mon Père!” (Padre, Padre!). Quelle persone che lo fermano  per chiedere una sepoltura ai propri morti, per avere un secchio d’acqua, un pezzo di pane o una medicina, sono le stesse capaci di gettargli contro delle pietre, se la fame prende il sopravvento. Quando ciò accade lui allarga le mani al cielo ed esclama: “Non faccio mai abbastanza, loro son troppi e non ce ne è mai per tutti”.  E’ l’uomo a servizio degli altri che nulla può davanti all’immensità della povertà. Ma nonostante tutto trova la forza di rimboccarsi le maniche, quando voltandosi indietro vede tutto quel che è riuscito a costruire.

Padre Richard Frachette

La sua organizzazione N.P.H. – Nuestros Pequeños Hermanos (I nostri piccoli fratelli), in Italia rappresentata dalla Fondazione Francesca Rava, nel corso di questi anni ha costruito ospedali, orfanotrofi, scuole di strada, centri di riabilitazione, persino una città dei mestieri – Francisville – in cui i ragazzi haitiani producono pane, pasta, mattoni, divise e banchi per scuole.

In creolo, lingua parlata ad Haiti, Fors Lakay significa la forza della famiglia. Padre Rick ha scelto di dare questo nome ad un progetto di ricostruzione che prevede di cambiare il volto del quartiere Cité Soleil attraverso la costruzione di un nucleo di abitazioni e di servizi per la comunità.  Un progetto realizzato con il sostegno della Fondazione Francesca Rava grazie agli aiuti dall’Italia e che, in corrispondenza con il secondo anniversario dal terremoto, ha permesso a Padre Rick di consegnare alle prime famiglie quaranta coloratissime casette, donate dall’azienda Boccadamo.  Grazie alla forte sensibilità del Commendatore Tonino Boccadamo la maison di gioielli, nel Maggio2011 ha lanciato sul mercato la colorata linea TooBe e, attraverso l’iniziativa “Un Metro perla Vita”, ha avviato la raccolta di 200mila euro interamente destinati alla Onlus per finanziare le opere ad Haiti. Le graziose dimore, capostipiti delle duecento che verranno realizzate man mano grazie alle raccolte fondi, sono di circa cinquanta metri quadrati, hanno il bagno e la cucina, una piccola veranda, ricordano i colori del mare dei Caraibi e rappresentano un forte contrasto tra la povertà e il degrado delle baracche distanti soltanto pochi metri.

Le casette sorgono accanto all’ospedale St Mary, ottanta posti letto che consentirà di assistere trenta mila pazienti l’anno.  Sul tetto, ben visibile dall’alto, campeggia una scritta: Diferans, facciamo la differenza. E’ un monito, un’esortazione e allo stesso tempo un modus vivendi di Padre Rick, che per ridare dignità a queste persone si prodiga nel ricostruire una condizione umana di vita attraverso il loro stesso lavoro, perché è solo insegnando agli haitiani ad essere indipendenti dagli aiuti esterni, che è possibile  spezzare il circolo di povertà del paese.  “Dobbiamo dare l’esempio concreto – ha spiegato padre Rick con forza – per far capire loro che una vita migliore è possibile”.

Quando attraversa tutta la città per raggiungere Citè Soleil, Padre Rick passa sempre davanti alla statua de Le tre mani. A volte chiude gli occhi e, quasi senza accorgersene, si ritrova a solo con i suoi pensieri: “Se quelle tre mani prendessero vita e fossero protese a raccogliere doni dal mondo – immagina il sacerdote –  chiederebbero lavoro, acqua pulita e istruzione”. Perché è da queste prerogative che passa il riscatto di Haiti.

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 26 Febbraio 2012, su America Oggi.

Disponibile su: http://www.usitmedia.com/polDocsDocClass.cfm?doctype_code=&doc_id=656

Versione pdf: Le tre mani di Haiti

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Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (3/3) / La corsa infinita sul Mac Arthur Causeway

26 Settembre 2011, Miami

Miami oggi mi ha accolto piangendo, e questo non mi è piaciuto affatto. Dopo un’abbondante colazione a base di corn flakes, american coffee e orange juice a volontà, di buon mattino sono uscita, ho raggiunto la fermata dell’autobus più vicina ed ho preso l’S (questa volta GoogleMaps ci ha indovinato): direzione South Beach.  Ho trascorso la mattinata alla scoperta degli angoli più nascosti dell’Art Deco District, il quartiere residenziale che dà direttamente sull’oceano. I palazzi/grattacieli che lo pullulano sembrano scolpiti come opere d’arte, tanto son belli, particolari, curati nei minimi dettagli. E poi son colorati, quanti colori ho visto! Viola, giallo, azzurro, arancione… le tonalità mi hanno ricordato le casette dell’isolotto di Murano a Venezia, solo che queste sono venti volte più alte. Anzi, se non fosse per l’età “anagrafica” difficile da nascondere, potrei definire Murano la miniatura di South Beach.

Finalmente ho visto l’oceano, e le spiagge di Miami. A dire il vero mi aspettavo onde vertiginose e surfisti a volontà, ed invece il mare, ops l’oceano, era calmo come una tavola. Le spiagge abbastanza deserte, lunghe ma deserte, qualcuno camminava sul bagnasciuga,  qualche bagnino manteneva la sua posizione nella torretta (ricordate il telefilm Baywatch? Uguale!) alcuni si divertivano a fare su e giù con le macchinette elettriche, quelle che si usano nei campi da golf.  A costeggiare l’oceano poi c’è questa lunghissima passeggiata incorniciata da tante e tante palme, dove cittadini e turisti si divertono a fare jogging, ad andare in bici, a portare a spasso il cane.  I lidi in sé sono davvero lunghissimi, e nonostante la pioggia non ho resistito: dovevo pur tastare l’acqua! Così ho tolto le scarpe ed ho raggiunto la riva. L’acqua era calda e cristallina, la voglia di fare il bagno era totale, e indossavo anche il costume, ma come la mettevo con le borse?  Il passaporto l’avevo lasciato in albergo, ma a seguito avevo blackberry, reflex e un po’ di dollari, e va bene che la spiaggia era tutto fuorché affollata, ma si trattava lo stesso di un bell’azzardo. Per una volta la ragione ha avuto il sopravvento sull’istinto, e mi ha desistito a rischiare.  Il mio bagno nella East Coast degli States è stato rinviato dunque, a data da destinarsi…!

Nel proseguo della passeggiata mi son imbattuta, in modo del tutto fortuito, in due set cinematografici. Per il primo (la trama aveva a che fare con la musica) avevano bloccato un isolato intero. Ho deciso che dovevo appropriarmi di quei ciack. Così ho montato il teleobiettivo e mi son avvicinata a mo’ di paparazzo, facendo anche dei bei primi piani allo pseudo-protagonista. Peccato però che non abbia la minima idea di chi fosse (non era né Di Caprio, né Brad Pitt e neanche Clooney, fin qui ci arrivo) ma del resto l’ho sempre detto che non valgo nulla come paparazza. Per non saper né leggere né scrivere però “posto” qui la foto, chissà se qualcuno riuscirà a dare un nome famoso a questo volto.

Who is this guy?

Ho mangiato una caribbean salad all’incrocio con la Washington Street, bevendo esclusivamente tap water.   Poi ho deciso di riavviarmi in albergo: stava infatti per scattare l’ora x per la profilassi antimalarica, dovevo prendere la pasticca che, furbamente, avevo lasciato sul comò della stanza.  Così mi son incamminata per alcuni isolati, direzione ovest, ho imboccato a destra la prima grande arteria perpendicolare che ho incrociato, ho attraversato la strada raggiungendo una fermata dei bus che avevo visto in lontananza. Mi son assicurata che fosse la direzione esatta, ho aspettato neanche dieci minuti ed ecco arrivare il C, mi avrebbe riportato in downtown.  Salgo e convalido il biglietto ponendo così il sigillo ad una corsa che difficilmente riuscirò a dimenticare.

C’è abbastanza movimento sull’autobus, ma io riesco lo stesso a sedermi, trovando posto nella parte anteriore del mezzo, poco distante dal conducente.  Subito mi accorgo che, i sedili davanti a me, sono occupati da una coppia di italiani, che parlano animosamente. Anche alle mie spalle sono seduti due connazionali, ragazzo e ragazza con la cartina aperta sulle ginocchia, tentando di orientarsi.   Al mio fianco invece c’è un ragazzo di colore, calza un cappello alla pescatora verde acceso cinto da una banda nera. Sembra molto insofferente.  Ascolta musica a tutto volume, e gli auricolari non impediscono al  suo rock di propagandarsi fino alle mie orecchie. Di tanto in tanto prende un block notes e annota qualche parola rispettando un’improbabile  linea obliqua.  Poi rimette la penna in tasca, ed inizia ad afferrarsi le mani l’un l’altra. E’ agitato, e con la gamba mi trasmette il suo tremore.  Con la coda dell’occhio non mi stanco di osservarlo, e mi ritrovo a fantasticare sul perché di tanto fremito, chissà, forse è in ansia per un appuntamento importante, la ragazza dei suoi sogni finalmente ha accettato di incontrarlo. O magari sente che la sua lei si sta allontanando, e lui pensa a come poter ricucire il rapporto. D’improvviso un gran frastuono mi allontana dai miei pensieri, riportandomi con i piedi sulla terra. Sento delle urla provenire da dietro, mi giro un paio di volte, c’è tanta gente in piedi,  qualcuno sta litigando.  Si gira anche il mio compagno di sedile, dà una rapida occhiata e poi torna al suo turbamento. Tutto d’un tratto però la situazione degenera. E’ evidente che sia successo qualcosa di grave, perché le urla sono diventate delle grida, la gente si inizia a muovere e ad accalcare.  C’è in atto una rissa molto accesa, si è arrivati alle mani. Ci sono dei neri che litigano con dei bianchi, all’altezza dell’uscita posteriore del mezzo.  Una signora di colore si fa largo a suon di spintoni e si precipita in avanti verso di noi, per non rimanere coinvolta. 

Viene avanti anche un ragazzo bianco,  alza in mano una bottiglia per farsi spazio, e urla a squarciagola.  Vedendolo avvicinarsi ho avuto paura, avrebbe potuto fare di tutto con quell’arnese.  Ecco spuntare poi un nero grosso grosso, era lui il fautore dell’aggressione.  Alcuni strattonandolo provavano a spingerlo davanti, ma lui cercava di indietreggiare.  Mi giro e vedo un secondo bianco, identico al primo, ma con il volto insanguinato.  Si stava aprendo un varco tra la folla per raggiungere l’amico e  far vedere all’autista in che condizioni era  ridotto, la gente però cercava di sbarrargli il piccolo corridoio che si era venuto a creare, per evitare che si scontrasse con l’energumeno.  Continuava ad urlare “Stop  stop”, ma il bus non dava cenni di rallentare.

Il punto è che stavamo percorrendo il MacArthur Causeway,  il famoso ponte che congiunge downtown e Miami Beach.  Il tassista che ieri mi ha portato dall’aeroporto all’hotel  sta ancora ridendo alla mia domanda di poterlo percorrere a piedi. E’ lungo svariati chilometri, e mi sembrava di contare metro per metro, in un tragitto che pareva  infinito.

Intanto, in quel rapido susseguirsi di eventi, per istinto mi ero avvicinata ancor più al ragazzo al mio fianco, quasi a cercare protezione.  Lui si girava dietro ed urlava a quelli, immagino incitasse alla calma, ma non posso esserne sicura. Allo stesso tempo però io non perdevo di vista le due coppie italiane, e ne scrutavo attentamente i movimenti. Quando ho visto che i due dietro di me stavano per alzarsi dai sedili li ho subito anticipati, mettendomi dinanzi a loro.

Ad esser sincera ero infastidita, all’inizio, quando ho visto altre presenze italiane sull’autobus.  Non sono di quelle persone che, quando sono all’estero, scalpitano dalla voglia di incontrare connazionali, anzi. Di solito cerco di prenderne le distanze tanto da celare la mia nazionalità.  Anche sulla South Bayshore Drive del resto, questa mattina, non mi sono smentita, e ho risposto in spagnolo a due ragazzi che mi hanno chiesto indicazioni in un italiano svogliato impreziosito in ogni parola da una “s” finale.  Ed anche sull’autobus  appena salita mi dava fastidio sentir parlare la mia stessa lingua, e volevo mantenere riserbo sulla mia nazionalità.  Quando la situazione è degenerata invece…che gran conforto il pensiero che non ero sola su quel maledetto mezzo!

Sono stata io a rivolgergli la parola per prima, ponendo fine ad un gioco di sguardi che creava molta complicità.  Iniziamo a conversare cercando di mantenere un’apparente tranquillità, anche se la tensione è palpabile.  Proviamo a ricostruire le dinamiche dell’accaduto.  Secondo la ragazza sarebbe volato un pugno, per il ragazzo si trattava di una testata, per me del colpo di una bottiglia.  Il percorso  era interminabile, ma stando insieme sembrava meno traumatico.  

Quando l’autobus  finalmente si  è fermato non sapevamo se era il caso di scendere o meno. Sono stati gli eventi a scegliere per noi. All’apertura delle porte infatti il gruppo di neri è corso via, imboccando una strada sulla destra. Il ferito e l’altro bianco li hanno rincorsi, ma dopo poco son tornati indietro. Nel frattempo l’autista (una donna), aveva invitato tutti i passeggeri a scendere. Ci siamo quindi riuniti tutti lì fuori, dinanzi allo skyline di downtown e lasciandoci alle spalle il  MacArthur Causeway. Il cielo intanto era tornato greve ed offuscato, e grandi batuffoli di ovatta sbiadita davano alla situazione una pesantezza ancor maggiore. Il ragazzo bianco aveva ancora la bottiglia in mano, parlava al telefono e ha passato il cellulare all’autista, forse stava chiamando la polizia. L’altro intanto continuava a sanguinare.

Erano due gemelli. Quello sano si è tolta la t-shirt  nera e l’ha data all’altro per tamponare tutto quel sangue che non cessava di uscire  e che gli aveva ormai sfigurato il volto.

Ho pensato più volte, successivamente, a come la paura, il timore e la vista del sangue a volte ti paralizzino completamente. Io avevo dei fazzoletti di carta,  ed anche un disinfettante nella borsa, perché non mi sono fatta avanti aiutando quel ragazzo? Era ferito, scosso e in difficoltà, cosa avrebbe potuto farmi di male? Nulla, assolutamente nulla.

Nel mentre lui continuava a sanguinare noi, a pochi metri, avevamo  creato un bel gruppetto. Si era avvicinata infatti anche l’altra coppia di italiani, e tutti insieme ci interrogavamo sul da farsi. Eravamo un quintetto abbastanza assortito. La prima coppia, quella con cui ero stata io a rompere gli indugi, erano degli sposini, lui bellissimo, lei bellissima, accento simile al mio, erano stati in viaggio di nozze in Messico, ed ora si godevano tre giorni a Miami, prima di rientrare in patria. Gli altri due invece, lui ciccione, lei cicciottella, venivano da Milano e non hanno voluto esplicitare il perché si trovassero lì, forse si trattava semplicemente  di una vacanza. Erano comunque due belle coppie, ben assortite. 

In quei minuti ho capito due cose, in primis che casa è sempre casa, e puoi avere lo spirito avventuriero che vuoi, puoi rigettare le tue origini quanto ti pare, puoi sentirti cittadina del mondo a pieno regime, però nei momenti difficili quanto è bello avere dei compatrioti accanto.  La seconda è che avrei tanto voluto non essere sola in quella circostanza. Forse  - in due –  avrei avuto meno paura, e non mi sarei avvicinata ad uno sconosciuto che mi sedeva accanto nell’autobus dapprima,  e non avrei cercato la vicinanza di due giovani sposini dopo.
Anche perché situazioni di emergenza sono sempre in agguato, dovunque. Mai come questa volta, del resto, posso dire di non essermela andata a cercare. E’ successo in pieno giorno all’interno di un bus che compie uno dei tragitti più turistici di Miami.

Questo affatto piacevole siparietto, in ogni caso, ci ha fatto perdere più di una mezzoretta. La driver continuava a parlare al telefono, il ragazzo ferito si era accovacciato a terra e si tamponava il volto con la maglietta del fratello, la gang di energumeni aveva fatto perdere le sue tracce. Fino a quando è arrivato un nuovo autobus e siamo saliti in massa. Noi cinque siamo rimasti tutti vicino, i due sposini hanno riaperto la cartina, e li ho aiutati ad orientarsi. Poi, uno alla volta, prima la coppia bella, poi quella cicciottella e poi io siamo scesi, a distanza di un blocco gli uni dagli altri. Loro continueranno a coronare il loro viaggio di nozze, esibendo con orgoglio quella fede al dito e riversandosi nel loro amore, in una vacanza che mai dimenticheranno nella loro vita. Magari chissà, qualche volta ripenseranno anche a quella ragazza, sola e solitaria, che se ne andava in giro disinvolta per Miami con una reflex al collo, e diceva di fare la giornalista.

Io, da parte mia, chiudo una parentesi, che è stata breve ma intensa, ed ora salgo sull’aereo per giungere finalmente alla vera destinazione del mio viaggio: Haiti.    

Romina

PUNTATE PRECEDENTI:

Per leggere la prima puntata: Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (1/3) / In volo sull’oceano

Per leggere la seconda puntata:   Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (2/3) / Metti trentasei ore a Miami 

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Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (2/3) / Metti trentasei ore a Miami

25 Settembre 2011, Miami

 

Estoy en Miami y… que encanto!

L’arrivo negli States è filato tutto liscio: volo in orario, nessun problema alla dogana, nessun problema con la valigia (nonostante il siparietto a Barajas!). Il primo intoppo si è presentato all’uscita dell’aeroporto. Sono andata alla fermata dei bus, alla ricerca di un fantomatico autobus numero 7 che, secondo GoogleMaps, avrebbe dovuto lasciarmi a cento metri dall’albergo.  Peccato però che, da quelle parti, il number seven non lo conosceva nessuno, né gli autisti delle altre corse, né il personale che però non si è fatto scrupoli prima di rifilarmi il biglietto. Sono stata boicottata in quanto turista? Può darsi. Fatto sta che mi è toccato prendere il taxi,  un “extra” di venticinque dollari affatto gradito per una viaggiatrice squattrinata come me.

Il tassista era un ometto messicano, una quarantina d’anni, sul cruscotto aveva le foto dei suoi due figli. Il mio approccio in inglese non è andato a buon fine; neanche il tempo di finire la frase infatti e lui mi ha invitato a parlare spagnolo: “Perché è lo spagnolo la lingua ufficiale, anche se il Governo non lo vuole accettare”. “Spagnolo? Bene, tanto meglio”, ho pensato tra me e me.

 Mi ha chiesto cosa ci faceva una ragazza da sola a Miami, e perché avevo scelto proprio il mese più brutto dell’anno per visitare la Florida. Gli ho spiegato che la mia non era una vera e propria visita,  avevo infatti soltanto prolungato di un giorno e mezzo lo scalo perché, la mia destinazione, finale era Haiti. “Haiti? Allora tu sei una persona ricca!” mi fa lui.  “Ricca io? Bella battuta!”, mi son detta.  “ Solo quien tiene plata (soltanto chi ha denaro ndr) – continua –  va ad Haiti per fare affari, altrimenti non c’è motivo di andare fin là”. Gli ho risposto che in realtà c’è più di qualche motivo, e che io sono una giornalista , armata soltanto di sacco a pelo, che vado lì  per testimoniare  la realtà di quel paese e, al massimo, riuscirò a dormire in una tenda. Mi risponde con uno sguardo un po’ sornione, mostra di non prendermi affatto sul serio.


Il viaggio dall’aeroporto a downtown dura più di una mezzoretta, e lui ne approfitta per darmi qualche consiglio pratico: quali sono le spiagge più belle, dove andare a mangiare, i quartieri più carini, quelli da evitare assolutamente, soprattutto da sola. Intanto in cielo incombono nuvole grevi ma, anche in questo caso, “nessun problema – mi dice lui – a Miami il sole è sempre in agguato”.

Prendiamo il discorso di Miami Beach, sicuramente uno dei simboli incontrastati della città. Io mi mostro preparata: avevo “studiato” e sapevo che, per raggiungere l’isolotto, dovevo attraversare il lunghissimo ponte MacArthur Causeway . Ingenuamente chiedo al mio autista se disti molto dal mio albergo e, in caso, se potevo percorrerlo a piedi. Lui scoppia in una grossa risata, che dura abbondantemente per due semafori.  “Stiamo in America qui, mica in Italia”, risponde sghignazzando. Io rimango indispettita dal suo fare. Ed è vero che, sempre su GoogleMaps, ho dovuto fare più di uno scroll con il mouse per colmare la distanza del bridge, ma c’è da dire che soltanto il giorno dopo capirò che, quel famoso ponte, è lungo più di cinque chilometri. E ripenserò a lungo a quell’autista, quando quei cinque chilometri si riveleranno il tragitto più lungo della mia vita…

 Finalmente giungiamo a destinazione, mi appresto a pagare la corsa ma – di proposito – evito di dargli la mancia, “perché i giornalisti in Italia non sono ricchi”, mi giustifico salutando il taxista che rimane contrariato.

Faccio così ingresso al  River Park Hotel di Miami. L’albergo è bello, a scapito delle sue due stelle, si tratta di un grattacielo di sedici piani, la mia stanza è al terzo. E’ bello pure il ragazzo alla reception e, anche lui, parla spagnolo. Aveva ragione il mio Cicerone sui generis: Miami è, per una come me, semplicemente un paradiso. L’America Latina negli States, il ritmo caraibico che pervade i grattacieli…mi piace, mi piace! Tra le sue caratteristiche la scheda dell’hotel riportava anche la piscina, che in realtà si è rivelata una piccola pozza d’acqua, per nulla  curata. Anche l’angolo fitness era abbastanza limitato: due tapis roulant e un paio di attrezzi. In compenso però la camera da letto era dotata di ogni confort, con tanto di tv lcd, ed anche internet era accessibile, sebbene soltanto dalla hall.   

Il tempo di ispezionare l’hotel, di verificare la connessione e chiamare papà via Skype, ed eccomi, macchinetta fotografica al collo, come la più tipica delle turiste.  Il ragazzo alla reception mi consiglia di andare al Bayside Market Place, dove avrei potuto mangiare qualcosa, sentire musica, e respirare un po’ dell’aria di Miami. Arrivarci non era affatto difficile, e lui non poteva essere più preciso: quattro quadra in avanti, quattro quadra a destra, meglio di così! Si erano fatte quasi le 17.30, così gli ho chiesto se c’era un orario soglia, oltre il quale era meglio non stare in giro. Lui mi ha detto che Miami non si differenzia poi tanto da tutte le grandi città, è sicura, ma c’’è anche povertà, e tanti homeless per le strade. Per questi motivi, e considerando che ero una ragazza sola  - un ritornello che mi avrebbe accompagnato per tutto il viaggio – mi consigliava di non rientrare dopo le 20.30 e , soprattutto, si raccomandava affinché prendessi un taxi al rientro, cinque dollari la corsa. L’albergo infatti si trovava nell’angolo  sud-est del perimetro del loop, una posizione praticamente invidiabile, in piena downtown. 

Eccomi finalmente in strada, pronta a farmi catturare da questa nuova realtà. C’è da dire che il melting pot contraddistingue Miami anche nell’urbanistica.  Palazzine basse di due-tre piani si alternano a improvvisi grattacieli, basta attraversare la strada per passare da un quartiere stile china-town ad un altro che richiama l’atmosfera del cuore finanziario della City londinese.    Con gioia ho rispolverato uno dei passatempi preferiti che avevo quando vivevo a Chicago: fermarmi davanti a un grattacielo, gambe tese e leggermente divaricate, partire con lo sguardo da terra fino ad arrivare, pian piano,  a cogliere la vetta, senza muovere il bacino.

Nel tragitto geometrico che ho percorso ho attraversato ristoranti, chiese, alberghi, catene di moda, negozi di souvenir, sedi secondarie delle università, angoli di verde. Mancava però l’azzurro del mare, ops dell’oceano. Eccolo finalmente, il Bayside Market Place, una sorta di piccolo porto con tante attrazioni. Barche, navi per turisti, negozi di vestiti, e una marea di bar e ristoranti che si affacciano sull’acqua. C’è spazio per tutto, dall’Hard Rock Caffè alle giostre per bambini, ed anche un piccolo rodeo. Al di qua di Bayside lo skyline dei grattacieli di Miami, aldilà l’Oceano.  Più che i posti però, a colpirmi davvero sono state le persone. E’ la gente infatti a fare la differenza: ritmi caldi, un miscuglio di razze, tante nazionalità, tanti colori di pelle che si mischiano con la più spontanea naturalezza. Quando la differenza non fa estraniare, ma crea armonia, porta anche te, arrivata lì quasi per caso, a sentirti parte del tutto. 

Mi sono seduta in un piccolo atrio che si affacciava sull’acqua, e così ho assistito ad un concerto. Il gruppo era assortito: una donna alle tastiere, un ragazzo alla batteria. Chitarra, basso e voce erano tre signori avanti con l’età, di cui uno sembrava il chitarrista dei Coblin, che quest’estate avevo visto con Sabrina a Nettuno. Hanno iniziato a suonare e la gente si è riversata da subito a ballare, nello spazio rimasto libero davanti al palco, e lo  ha fatto con assoluta naturalezza.  

Signori di una certa età si toglievano le scarpe, prendevano per mano le loro donne e le portavano in pista, accompagnandole nei movimenti. A seguirli ci pensavano coppie di giovani, giovanissimi, e mezza età.  La maggior parte di loro aveva una stazza imponente, ma nessuno sembrava  preoccuparsene.

Sono rimasta a godermi quello spettacolo fino alle venti, poi ho deciso di andare via, del resto le dodici ore di viaggio – e fuso orario annesso – iniziavano a farsi sentire.  Il clima era mite,  il cielo era tinto di viola, io non volevo smettere di assaporare la serenità che emanavano quei posti, e così mi sono incamminata verso l’albergo a piedi, lasciando perdere i taxi.

Miami ha un fascino e un’adrenalina da capogiro, domani voglio approfittare di ogni  minuto per carpirne tutta l’energia.

Romina

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Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (1/3) / In volo sull’oceano

25 Settembre 2011, in volo

Parte ufficialmente il racconto live del mio viaggio, e non poteva che iniziare…in volo! Per la precisione mi trovo sull’Iberia partito da Madrid e diretto a Miami. Orario? Non ne ho idea: 14, 14.30, non so! Perché furbamente ho dimenticato a casa l’orologio, e non era un orologio normale, bensì dotato di doppio fuso orario, l’unico oggetto Alviero Martini che io abbia mai indossato. Ci aveva visto giusto chi me l’ha regalato, più di sei anni fa, mostrando di conoscermi a fondo, peccato però che io dimentichi di utilizzarlo nei momenti propizi. Sono furba? Ovvio che sì.

E’ bene precisare che il viaggio, fin qui, non è che sia stato proprio una passeggiata. Sveglia alle 4. Partenza 4.30. Prima delle 6 sono all’aeroporto di Fiumicino e ho già fatto il check-in.  Dopo aver salutato mamma e papà, non prima di aver fatto una ricca  colazione tutti insieme, mi sono immessa nella serpentina per passare i controlli.  Fin qui tutto ok.

Il primo volo, Roma-Madrid, è partito con una buona mezzora di ritardo, ed ho subito avuto il sentore di quel che sarebbe successo. Del resto lo sguardo della tipa al check-in mentre mi stampava le boarding pass è stato indicativo: la partenza da Fiumicino era prevista alle 8, l’arrivo a Madrid alle 10.35, alle 12 il volo per Miami. “Ho un’ora e mezza di tempo per la coincidenza, pensa che sia sufficiente?”, le chiedo tutta gasata. E lei con lo sguardo incerto: “Sappi che dovrai correre parecchio”. Detto fatto. Alle 11.15 infatti l’aereo era ancora fermo sulla pista di Barajas, e non dava segni di movimento. Alle 11.20 iniziava l’imbarco per il volo di Miami. Quando è finalmente arrivato a destinazione, ed ha spento i motori, ho tentato di sgattaiolare davanti prima degli altri, ma il mio intervento non è andato a buon fine. Sono rimasta bloccata nella folla dei passeggeri, nonostante tentassi in tutte le lingue di farmi spazio, il tempo scorreva, e di proposito non accendevo il cellulare e non chiedevo l’ora a nessuno: era meglio non sapere.  All’uscita dal tunnel metto piede all’aeroporto e c’era una hostess con un foglio bianco con su scritto, a stampatello: “Miami”.  Le dico che sono io ad avere la coincidenza con Miami, e lei inizia a gesticolare: “Tienes que ir muy muy rapido, falta muy poco tiempo”. Mi indica la strada, ma senza troppa fortuna.

Ricordavo voci generiche secondo le quali l’aeroporto di Madrid era un vero infermo, grosso e mal collegato. Io le definivo soltanto semplici fantasie, mi son resa conto invece che erano pura realtà.

Sono infatti sbarcata al terminal 4, il mio secondo volo era al 4S, c’era scritto che la distanza era di venti minuti. Troppi. A intuito imbocco la via giusta e mi ritrovo alla fermata di una metropolitana, l’unico modo per accedere da un terminal all’altro.  Senza trolley, ma soltanto con zainetto e borsa della macchina fotografica a seguito, appena  raggiunto il 4S inizio a correre. C’erano vari gate: L M N O P Q R S T U .  Il mio? Ovviamente U! L’ultimo gate era U74, l’aeroporto di Barajas finiva lì. Il mio aereo partiva da U72, giusto il penultimo.

Correvo correvo correvo, lasciandomi alle spalle le varie lettere dell’alfabeto. Il fiato in corpo, la gola secca (perché sul volo procedente non mi hanno passato neanche un goccio d’acqua, e poi si lamentano della Ryanair!). Di tanto in tanto leggevo il tabellone e c’era sempre la solita scritta che lampeggiava: MIAMI ULTIMA LLAMADA.

 Se c’è un Dio da qualche parte penso che in quel momento si trovava dietro di me e mi spingeva, oppure mi stava davanti e seguendo la sua scia mi facilitava gli spostamenti. Fatto sta che – non so come – riesco ad arrivare a destinazione alle 11.41. All’imbarco non c’era fila, solo due hostess con le mani conserte.  In fretta mostro il mio biglietto, loro mi dicono che non c’è tempo da perdere perché stiamo per partire. Continuo nella mia corsa percorrendo il corridoio a serpentone per entrare nel veivolo quando mi accorgo che, assieme alla bording pass, avevo lasciato all’hostess all’ingresso anche il tagliando del bagaglio. Mister Bean – in quel preciso istante – mi avrebbe fatto un baffo.  Corro di nuovo fuori, recupero il prezioso ticket, ripercorro il corridoio a ritroso ed ecco che, finalmente, faccio ufficialmente il mio ingresso sull’aereo. E’ molto lungo, e largo otto sedili (2-4-2, che non è un modulo di calciotto ma significa finestrino sx – corridoio centrale – finestrino dx)

Mi compiaccio nel notare di esser l’ultima persona a prendere posto. Il mio sedile era il numero 47 ma era occupato da una coppia di ragazzi che mi hanno guardato con gli occhi supplichevoli pur di non denunciare la loro posizione “irregolare”. Non l’avrei mai fatto, figuriamoci se avevo voglia di fare polemica, e poi  davanti a loro erano rimasti due posti liberi: perfetto, avrei viaggiato più larga in cambio di una buona azione!

L’idea che nelle prossime nove ore non avrei potuto scambiare una parola con nessuno non mi ha turbato più di tanto, lo stare zitta non ha mai infastidito. E poi c’è da dire che è stata una mossa iper azzeccata: mi sento di affermare infatti che l’Iberia fa concorrenza a Trenitalia quanto a comodità di sedili, e quindi, spalmata in orizzontale ed occupando entrambi, sono rimasta in posizione fetale per la maggior parte di tempo, ed ho fatto più di una dormita. C’è però una nota positiva da sottolineare: il cibo! Dopo anni infatti ho riscoperto la squisitezza dell’empanada!  

Durante il trasbordo a Barajas poi ho ricevuto un sms di Maria Vittoria: è la presidente della Fondazione Francesca Rava, la Onlus  che mi accoglierà per buona parte del mio viaggio. E’ stata carinissima a scrivermi, voleva augurarmi buona fortuna, e mi ha invitato a tenerla in costante aggiornamento, offrendosi di farmi da ponte.  Inoltre mi ha detto di stare attenta: “E’ tornato il pericolo ad Haiti, ed anche la violenza”, c’era scritto sul suo sms.  So che non sarà affatto una passeggiata, anche perché sono diretta nell’angolo nero dei Caraibi, nonostante tutto però sono tranquilla. E poi prima c’è Miami sul mio cammino, e finalmente ho la possibilità di sbarcare sulla città che più amo degli States, non vedo l’ora!

Voglio concludere con un ultima osservazione, catturata mentre stavo atterrando a Madrid.

La prima volta che ho fatto la rotta Roma-Madrid è stata nel 2005, erano gli ultimi giorni di settembre e la mia destinazione finale era Santiago de Compostela. Era la terza, forse la quarta volta che prendevo un aereo, eppure ricordo di esser rimasta impressionata dai colori della Spagna. Un paesaggio marrone, spento, secco, arido. Uno scenario crudo.

Son tornata a percorrere quella stessa tratta sei anni dopo, e ne ho macinati di aerei in questo tempo,  ed anche di paesaggi dominati dall’alto prima e sempre più da vicino poi. Eppure ho percepito la stessa, medesima brutta sensazione, ed allora dico che si tratta di uno scenario unico nel suo genere. Che poi è vero che il mio ultimo viaggio è stato in Kosovo, definito un polmone verde, ma allo stesso tempo non dimentico che a maggio ho visitato il Marocco, un luogo che ha poco a che fare con le montagne, mettiamola così. Eppure no,  niente, e dico niente, è stato peggio di Madrid per i miei occhi ce vedono dall’alto, almeno fino a questo momento.

Va bene, il tempo delle chiacchiere è finito, ora ci vuole una bella dormita, anche perché … MIAMI CALLING!

Romina

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HAITI/ Tendopoli, macerie e diritti dei lavoratori

Evel Fanfan, avvocato haitiano, trentasette anni il prossimo dieci febbraio, ha consacrato la sua vita a difendere i diritti civili dei lavoratori del suo paese. In questo uomo minuto, che parla velocemente, con una voce spezzata, si avverte una determinazione incrollabile.  Si è battuto per realizzare un codice del lavoro in un luogo dove lo stipendio medio di chi lavora (e non sono in molti) è di due dollari al giorno.  E quando parla dei suoi concittadini vittime di soprusi, violenze e vessazioni, si direbbe che sia impegnato in un’arringa. Ma nelle sue parole non c’è traccia di affettazione: solo, un desiderio profondo di convincere, di spiegare. Evel Fanfan non sopporta l’ingiustizia, e per questo che ha creato, ed è tuttora presidente, dell’associazione AUMOHD, un’associazione che si occupa di difendere i diritti civili degli haitiani . Scuote la testa e alza la voce quando gli viene fatto presente che Haiti è il paese più povero d’America.  “Non è Haiti ad essere povero – ribatte con fermezza il presidente di AUMOHD – sono loro che lo hanno fatto diventare tale, fino a qualche decennio fa Haiti era una perla dei Caraibi”. E quando parla al plurale Evel Fanfan punta il dito contro gli abusi del colonialismo francese nel secolo diciottesimo e di quello americano a ripetizione dopo l’indipendenza ottenuta nel 1804. Ma si schiera anche contro la presenza militare dei caschi blu della Minustah (Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti), sul posto dal 2004, che gli haitiani considerano responsabili non solo dell’epidemia del colera (esplosa nell’ottobre 2010 ha già fatto registrare oltre seimila decessi), ma anche di abusi perpetrati ai danni della popolazione.  Certo è che i numeri parlano chiaro: secondo il Rapporto sullo Sviluppo Umano del 2011, redatto dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp), Haiti occupa la posizione numero 158 su 187 paesi classificati analizzando i livelli di scolarizzazione, sanità e reddito pro capite. La vita media delle persone è di 16 anni.  Sono passati due anni esatti dal sisma che il 12 Gennaio 2010 ha provocato la morte di 230 mila persone, raso al suolo 900 mila edifici e generato un milione e mezzo di sfollati. Secondo Evel Fanfan però il tempo a Port au Prince è come si si fosse fermato al giorno dopo la scossa: “La maggior parte delle macerie non son state rimosse, la gente vive ancora nelle tendopoli, in condizioni di estrema precarietà, come si fa a parlare di ricostruzione?”.

La realtà dell’associazione AUMOHD opera in un territorio minato, quale quello della difesa dei diritti dei lavoratori haitiani. Ogni giorno le porte dell’associazione si aprono a raccogliere decine e decine di haitiani, a cui viene servita assistenza legale gratuita.  Il team di avvocati di AUMOHD ha a che fare con più di tremila lavoratori, ed è l’unica organizzazione effettivamente operativa a Port au Prince.  In un paese in cui l’orientamento verso la violenza sembra essere la regola e la soluzione di tutto, quella dell’associazione di Evel Fanfan è l’unica entità ad impegnarsi rispetto alla vastità dei problemi del settore, ai conflitti che coinvolgono i datori di lavoro e i dipendenti, agli scontri che si verificano su base giornaliera e al vissuto dei lavoratori.

In questi ultimi mesi il giovane avvocato haitiano è impegnato in un progetto molto ambizioso: realizzare una radio che rappresenti la voce dei lavoratori ed operai di Haiti. “Siamo l’unico paese dei Caraibi e dell’America Latina a non avere una stazione radio per la nostra forza lavoro – sottolinea Fanfan – è fondamentale poter disporre di un organo di informazione e di sensibilizzazione, orientamento e formazione a livello nazionale”.

Crede molto in questo progetto il presidente dell’AUMOHD: “Il suo impatto sarà significativo, dal momento che, accanto ad una missione educativa, la radio permetterà di decongestionare e ridurre la pressione sul Tribunale Speciale del Lavoro”.  A detta di Fanfan infatti l’emittente consentirebbe di ridurre i casi minori e, soprattutto, i casi di detenzione preventiva attraverso le stazioni di polizia, “frequente causa – secondo l’avvocato haitiano – di atti di violenza derivanti da abusi sul posto di lavoro”. Inoltre, una stazione radio permetterebbe di sottrarre i diretti interessati all’improduttività e all’alto costo delle spese legali”.

L’associazione AUMOHD ha dato vita ad una maratona della solidarietà per raccogliere gli ottanta mila dollari necessari per realizzare la stazione radio.  Evel Fanfan è spesso impegnato in viaggi tra Italia e Stati Uniti per tenere accesi i riflettori su un lembo di terra, situato al centro dei Caraibi, che la maggior parte del mondo considera caduto nel dimenticatoio.  E’ possibile contattare Evel Fanfan all’indirizzo: presidenteaumohd@yahoo.fr .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Romina Vinci

Pubblicato il 15 Gennaio 2012, su America Oggi

Disponibile in versione pdf: Haiti, due anni dopo .

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