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Haiti, la scuola per ripartire “Senza scarpe, ma con i libri”

A tre anni dal sisma, la speranza delle madri: “La volontà più forte di qualsiasi scossa”

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PORT AU PRINCE – E’ diventata donna e madre molto in fretta, come la maggior parte delle sue connazionali. Daphney, venticinque anni ed un figlio di sei a cui badare, è nata e vive a Port au Prince, la capitale di Haiti. Ricorda ancora con estrema lucidità quel pomeriggio del 12 gennaio di tre anni fa quando la potenza devastante del terremoto ha distrutto tutto intorno a lei. Una scossa di magnitudo 7 della scala Ricther.  Anche il piccolo Darween non dimentica.  Lui non conosce ancora il significato della parola  tranblemantè, che in creolo vuol dire terremoto. Lo chiama goudagoudou, un’onomatopea di cui si serve, per riecheggiare il rumore delle scosse, quasi fosse un gioco. Darween veste di stracci e va in giro con le ciabatte bucate, ma sua madre è orgogliosa, perché è riuscita ad iscriverlo a scuola, e gli ha comprato il grembiulino. “Perché è l’ ecole, l’ ecole, la cosa più importante”, dice Daphney.

Haiti è il paese più povero dell’emisfero occidentale, ed anche il più densamente abitato. Il terremoto del 12 gennaio 2010 ha provocato 250 mila vittime ed un milione e mezzo di sfollati. A tre anni di distanza la situazione continua a rimanere critica in quella che è stata la prima isola scoperta da Colombo. Sono 360 mila le persone che ancora vivono nelle tendopoli, il 70% della popolazione non ha lavoro ed  un bambino su due non va a scuola.

Il presidente Michel Martelly, eletto nella primavera del 2011 e molto amato dalla fascia povera della popolazione – forse più per il suo passato da cantante che per il suo appeal politico – ha fatto dell’istruzione un cavallo di battaglia, tempestando la città con grandi cartelloni pubblicitari che riportavano il numero dei bambini del quartiere i quali avevano beneficiato della scuola gratuita. px“Sono stati scolarizzati 903 mila studenti e più di 300 scuole sono in corso di costruzione o di riabilitazione”, fanno sapere fonti ufficiali del governo.  Ma non basta.  Perché ad Haiti, oggi, parlare di ricostruzione è ancora un’utopia. Eccezion fatta per piccole iniziative affidate ai privati, ciò che manca, a Port au Prince e dintorni, è un segnale chiaro di ripresa delle grandi strutture. Il ventre della città resta ferito, irrimediabilmente. Il palazzo presidenziale rimane lì, crollato su stesso, è da poco iniziata la rimozione delle macerie. Alcuni ministeri si trovano ancora sotto  dei capannoni di fortuna, e solo di recente è stato approvato un progetto per la ricostruzione della cattedrale, un piano affidato a tre architetti portoricani. Ma nessuno, da quelle parti, si sente di scommettere sulla tempistica d’intervento.

“Ad Haiti – racconta suor Marcella, una missionaria francescana che opera sul territorio da sette anni – non ci sono tubature dell’acqua, né prima né dopo il terremoto, ed è stato speso un budget enorme per inviare camion di acqua per due anni”. Ma perché non costruire un acquedotto in tutto questo tempo? “Sono le condizioni del Paese ad impedire una certa tipologia di aiuto”, spiega.  L’emergenza sanitaria è perenne, il recente passaggio degli uragani Isaac e Sandy ha portato ad un nuovo picco di colera (sono 7800 i morti dallo scoppio dell’epidemia) “ma anche l’Aids continua a mietere vittime a macchia d’olio”, racconta la francescana.

pxNell’agosto 2011 è stato ucciso Lucien, il braccio destro di Suor Marcella, morto ammazzato dinanzi alla clinica che insieme avevano aperto a Wharf Jeremie, un quartiere discarica in cui vivono 70 mila persone.

E’ passato più di un anno da allora, ma la situazione non è affatto migliorata. “Viviamo sotto costante minaccia, entrano con le pistole, sparano, spargono terrore. Sono i signorotti locali, vogliono che io paghi il pizzo per avere la loro protezione. Nello scorso aprile ci hanno messo i lucchetti, impedendoci di lavorare per tre settimane. Quattro neonati sono morti perché non son stati assistiti”, racconta. Suor Marcella non si è mai piegata, fino a tre giorni fa: “Hanno minacciato un altro dei miei ragazzi, lo avrebbero ucciso se non gli consegnavo subito 500 dollari, cosa potevo fare?”. E’ un messaggio drammatico quello che lancia la missionaria. In questi giorni ha chiuso la clinica, in segno di protesta, e si chiede se tornerà mai ad aprirla: “Perché non è cedendo al ricatto che si costruisce qualcosa di buono”.

 

 

Romina Vinci (testo)

Pubblicato il 12 Gennaio 2013  su La Stampa

Disponibile in versione pdf: Haiti, la scuola per ripartire

 

Categorie: Esteri, Reportage | Tag: , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Haiti: il prezzo della vita

«Magnitudo 7.0 della Scala Richter: questa la potenza devastante del terremoto che, giusto due anni fa, ha distrutto la capitale di Haiti, Port au Prince, causando 230mila vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati. E, come se non bastasse, dieci mesi dopo una terribile epidemia di colera ha finito di mettere in ginocchio il Paese»

Lucien aveva 37 anni e viveva a Wharf Jeremie, uno dei tanti quartieri discarica di Port au Prince. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola.  Lucien era il braccio destro di Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera ad Haiti, il paese più sottosviluppato del continente americano. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia,  una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera. Quando suor Marcella è arrivata sul posto quella sera, un paio di ore dopo il fatto, il corpo di Lucien giaceva a terra. Gli erano già state rubate le scarpe, il portafogli, il cellulare. Era stato spogliato persino della camicia. L’indomani, di buon mattino, cinque donne sono andate a  bussare alla clinica: sostenevano di essere mogli di Lucien, e chiedevano alla missionaria soldi per farsi mantenere. Nel primo pomeriggio ne sono arrivate altre tre, con un bel pancione in vista: tutte – a loro dire – erano state messe incinta da Lucien, ed ora reclamavano cassa.

E’ labile il confine tra vita e morte, ad Haiti, il paese più povero dell’emisfero occidentale, ma anche il più densamente popolato. Si viene alla luce per sbaglio, da ragazze troppo impegnate a sopravvivere per fare le mamme, e basta un secchio d’acqua conteso per mettere fine ad un’esistenza.

Il 12 gennaio 2010 un terremoto di magnitudo 7.0 della Scala Ritcher ha devastato la capitale di Haiti, Port au Prince, causando 230 mila vittime e quasi un milione e mezzo di sfollati. Collassato su se stesso il palazzo presidenziale, semidistrutta la cattedrale, crollati ministeri e corti di giustizia, rasi al suolo complessivamente novecento mila edifici. C’è chi l’ha definito la più grande catastrofe naturale del terzo millennio. Le immagini di tale inferno hanno fatto il giro del mondo, i riflettori improvvisamente si sono accesi su questo lembo di terra al centro dei Caraibi. Dieci mesi dopo ci ha pensato il colera a dare il colpo del ko al paese, causando più di 6 mila vittime e dando il via ad un’epidemia che le precarie condizioni igienico-sanitarie continuano a facilitare.

Son passati quasi due anni dal sisma, ma a sentir parlare gli haitiani il tempo si è fermato: “La maggior parte delle macerie non son state rimosse, la gente vive ancora nelle tendopoli, in condizioni di estrema precarietà, come si fa a parlare di ricostruzione?” si chiede Evel Fanfan, un avvocato che con la sua associazione, AUMOHD, difende i diritti civili degli haitiani.

Secondo l’Onu ammonterebbero a 600 mila le persone che abitano ancora nelle tende allestite all’indomani del sisma, e che versano oggi in uno stato di forte degrado. A detta di Richard, uno studente universitario all’ultimo anno di medicina, la cifra  però è superiore: “Per sapere il numero esatto bisognerebbe contarle di notte, ma nessuno – puntualizza –  si azzarda ad entrare nelle tendopoli con il buio”.

Port au Prince è una metropoli di tre milioni di abitanti, in cui l’elettricità rimane un lusso concesso a pochi. Il ritmo della vita qui è scandito dalla luce del sole: alle sei di mattina le strade brulicano di gente, ed alle sei di pomeriggio, quando scende l’oscurità, il flusso del rientro è già terminato, perché  il territorio passa nelle mani delle varie gang del posto. La criminalità è un’altra grande piaga che attanaglia la popolazione: non è un caso che la Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti (Minustah), un mandato militare sotto l’egida Onu che ha avuto inizio nel 2004, abbia fatto dell’indebolimento delle bande armate uno dei suoi cavalli di battaglia.

E’ la legge del più forte che vige ad Haiti. Nick ha 21 anni, e vive in uno degli slum più pericolosi della capitale, Citè Soleil, una discarica a cielo aperto, dove lamiere incastonate danno vita a baracche fatiscenti, che si arroventano nelle calde giornate di sole (tipiche del clima tropicale), e mal resistono alle intemperie (la stagione delle piogge dura sei mesi).  “L’80% dei ragazzi possiede una pistola e la usa con estrema facilità – dice Nick – basta una banale lite per venire ammazzati”. Non c’è luce, non c’è acqua , non c’è cibo. La gente sopravvive di elemosina e va avanti con le donazioni delle ONG, mantenendo il regime di sussistenza che è uno dei grandi mali di questa terra. Nick ha una bimba di tre anni e mezzo, spesso è costretto a frugare nella spazzatura per darle qualcosa da mangiare. “Gli aiuti umanitari stanno  finendo – spiega il giovane papà –  io non chiedo cibo ma un lavoro, voglio esser messo nelle condizioni di poter mantenere la mia famiglia”.

Ricardo, classe ’81, segno Pesci, è nato a Port au Prince ma si è trasferito negli States all’età di tre anni. New York prima, Miami dopo e poi, cinque anni fa, la decisione di tornare nel suo paese d’origine. Ricardo crede in una possibilità di riscatto, e c’è una cosa che ama di Haiti: “La libertà di poter fare tutto, non ci sono regole qui”.  Jhonny invece è un ragazzo di 25 anni che sogna di emigrare negli Usa per diventare un business man. Ma non può: il suo passaporto è rimasto sotto le macerie,  non ha soldi per chiederne uno nuovo. Lavora giorno e notte in un fast food, ha cinque sorelle e tre fratelli da mantenere: “Mia madre è malata – dice – sto mettendo da parte il denaro per portarla all’ospedale e farla visitare da un bravo dottore, non voglio che muoia”.

Dallo scorso mese di  maggio alla guida di Haiti c’è Michel Martelly, un cantante divenuto Presidente grazie al forte appeal che esercita sui giovani (in un Paese in cui l’età media è di 16 anni).  Sarà il tempo a stabilire se Sweet Micky – questo il suo nome d’arte – è davvero in grado di risollevare le sorti di questo popolo. Ad oggi  ha mostrato non poche difficoltà nel creare la squadra di governo (solo il 5 ottobre è stata annunciata  l’elezione di Gary Conille alla carica di primo ministro). C’è di certo però che gli haitiani lo adorano: il suo volto è tinto sui muri, nelle strade impazzano i cartelloni che lo raffigurano vittorioso,  e persino all’interno delle case/baracche ogni famiglia tiene in bella vista una fotografia di Martelly: “E’ il nostro Presidente!” urlano gli haitiani con enfasi. Una nuova era per Haiti è cominciata?

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato nel mese di Gennaio 2012, su 50&Più.

Disponibile su:Haiti_Layout 1

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