L’INTERVISTA Il desiderio di spingersi verso l’ignoto

Andrea Vogler e Arturo Vittori nel prototipo Esquel

Alzi la mano chi, almeno una volta nella sua vita, non ha detto “Da grande voglio fare l’astronauta”. E lo ha sussurato da bambino magari, mentre guardava il cielo con il naso all’insù, e si è immaginato, per un attimo,  trasportato in un altro mondo. E poi ce quell’uno su mille che ce la fa, ed astronauta lo diventa davvero. Ma c’è anche chi  continua a vivere con i piedi ben saldati a terra, eppure non vuole perdere quella capacità di creare visioni. Come l’architetto Arturo Vittori.

Arturo è fratello dell’astronauta ESA (European Space Agency) Roberto Vittori, ma la passione per il volo e lo spazio è cresciuta in lui autonomamente, fin da quando era piccolo. Ed è maturata attraverso una serie di collaborazioni professionali, soprattutto in Francia e in Inghilterra, che gli ha permesso di acquisire una ricca esperienza in diversi ambiti progettuali. Nel 2002, quando ancora è manager del Cabin Design presso Airbus, a Tolosa, incontra in Olanda, durante un convegno, l’architetto svizzero Andreas Vogler, ed è subito chiara in entrambi la consapevolezza di nutrire interessi comuni: la passione per l’esplorazione spaziale, ma anche l’interesse per la salvaguardia del pianeta, la bellezza della natura, l’interazione con la tecnologia. Nasce così il team di ricerca in architettura e design Architecture and Vision .

Il progetto è ambizioso: intervenire sull’ambiente per migliorare la qualità della vita. Sembra utopia, può divenire realtà?

“Si tratta di progetti visionari, è vero, ma noi crediamo che l’architettura al giorno d’oggi abbia più che mai bisogno di visioni. E’ anche per questo motivo che abbiamo scelto questo nome. Il nostro obiettivo è portare queste visioni ad una realizzazione, in alcuni casi già ci siamo riusciti”.

From Pyramids to Spacecraft è il titolo della vostra mostra. Due antipodi a confronto, il passaggio dalla staticità alla dinamicità: è questa una possibile chiave di lettura che lega i progetti esposti?

“Abbiamo scelto questo titolo per evocare la storia dell’evoluzione umana, ma non solo. Nell’antico Egitto le Piramidi esprimevano una volontà di permanenza  e di grandezza, forse anche di sfida a spingersi verso l’ignoto. Sono passati secoli, millenni, eppure questo desiderio è rimasto immutato. Architettura e fisica hanno lavorato insieme per realizzare edifici sempre più ambiziosi, alti, leggeri, proprio per l’aspirazione dell’uomo di arrivare a toccare il cielo. Un secolo fa, grazie ai progressi dell’aeronautica, siamo riusciti a volare. Cinquanta anni fa ha avuto inizio l’esplorazione spaziale, che ha fatto passi da gigante. I vettori spaziali rappresentano solo l’ultimo – per ora – stadio di un percorso che ha permesso di realizzare un sogno che sembra quasi rappresentare la costante volontà di superare se stesso”.

I lavori del vostro team sono già esposti al MoMA di New York e al Museum of Science and Industry di Chicago. Ora l’ennesimo traguardo: cosa rappresenta per un architetto italiano inaugurare una mostra personale a Chicago?

“Una grande soddisfazione: Chicago è la città che rappresenta l’architettura moderna,  il paese in cui sono stati costruiti i primi grattacieli”.

Una vittoria però, che ha anche un po’ il sapore della sconfitta, il risentimento per non aver trovato in Italia lo stesso spazio?

“Il punto è che i progetti che noi proponiamo sono più comprensibili in una civiltà abituata all’innovazione e alla novità, come quella americana, piuttosto che in un territorio, quello italiano, fortemente ancorato alla tradizione. Sradicare alcuni stereotipi è difficile, ma io spero che iniziare questo percorso a Chicago possa aiutare a realizzare eventi simili anche in Italia”.

Eppure nei tuoi lavori l’interesse verso la  madrepatria si percepisce. Quanto influisce il peso delle radici sulle tue opere?

“Sono nato e cresciuto a Bomarzo, un paesino dell’alto Lazio, nel viterbese, famoso per il suo Parco dei Mostri. Questo parco ha influenzato moltissimo il mio lavoro: è qui, ad esempio, nella Torre Pendente, da bambino ho compreso l’esistenza della forza di gravità.La Tusciaè una zona geografica di assoluto interesse artistico, culturale e architettonico, ed è un onore per me poterne divulgare il valore anche oltre i  confini nazionali”.

Nel 2032 sono previste missioni dell’uomo su Marte. Come sarà il mondo nel 2032 secondo la visione di Architecture and Vision

“Mi auguro che ci saranno mezzi di trasporto più consoni alle problematiche del nostro pianeta. Veicoli, ma anche edifici, che invece di inquinare apportino qualcosa in più al paesaggio che li circonda, che contribuiscano a sviluppare le risorse, anziché consumarle”.

In quale parte del mondo, pardon dello spazio, si immagina Arturo Vittori nel 2032?

“A Chicago e a Viterbo allo stesso tempo: passeggiando nel Millenium Park e leggendo un libro a Bomarzo”.

Romina Vinci

Pubblicato il 15 Marzo 2009, su America Oggi

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