SPECIALE REPORTAGE/ Dai grattacieli alle tendopoli

EARTHQUAKE- Significa “terremoto”. Non lo sapevo, fino a quella notte. Del resto perchè mai avrei dovuto conoscere quella parola? Non mi era mai capitato di usarla nei miei soggiorni a Londra, Amsterdam, Parigi, Barcellona. E tantomeno negli States.
Domenica 5 Aprile . Ore 8.34 p.m., a Chicago. Ore3.34 a.m., italiane. Scrivono su Facebook due amici di Roma: “Aiuto il Terremoto”. Io rimango paralizzata sulla poltrona, al ventottesimo piano di un grattacielo che si affaccia su una delle vie più chic di Chicago. Lo sguardo assente, non riesco a muovermi. La mia coinquilina mi guarda impaurita: “Romina what’s happen?” “Romina what’s up?” – ripete avvicinandosi a me. Apro la pagina del dizionario online, cercando la traduzione in inglese. La trovo. “There is an earthquake in my country” – le dico.

E’ così che sono venuta a conoscenza del terremoto. L’ho saputo in diretta, pur vivendo dall’altra parte del mondo.

L’indomani, appena sveglia, accendo il pc e…quelle immagini, quelle maledette immagini.
Capisco tutto. Vedo la disperazione, vedo paesi distrutti, vedo macerie da tutte le parti. E ho pianto, ho pianto per due ore. E mentre piangevo mi chiedevo cosa diavolo ci facessi negli States.
La mia nazione era stata colpita, un’intera provincia devastata dall’earthquake, c’ era stata  una ecatombe in termini di vite umane, come potevo io continuare la mia vita americana facendo finta di niente? No, non ce l’ho fatta a girare la faccia dall’altra parte.

E’ così che  un mese dopo sono tornata in Italia. Mi sono arruolata conla ProtezioneCivilee, dopo una settimana, sono partita. Destinazione: tendopoli di Fossa. Nel giro di sette giorni sono passata dai grattacieli alle tendopoli. Ad un mese e dieci giorni esatti io mi trovavo a calpestare quella terra che  il terremoto aveva ridotto a un cumulo di macerie.

FOSSA – Fossa è un paese di 700 abitanti. Situato alle pendici del Monte Circolo, distadistadist dieci chilometri dall’Aquila. Vantava un asilo e una scuola elementare. Un forno, un alimentari e un bar. Più la farmacia. E la posta. Fossa era uno dei tanti borghi medievali situati nell’entroterra aquilano, e rientra nella lista dei 49 comuni  colpiti dal sisma la notte del 6 Aprile.

Erano stati in Piazza Grande quella notte,  i Fossolani, fino a oltre mezzanotte. Si festeggiava la promozione in Prima Categoria della squadra di calcio del paese. Intorno alle 23.30 si era sentita una prima scossa. Alcuni, spaventati, non volevano rientrare in casa per la notte, ma poi si erano rassicurati. Certo non potevano immaginare quel che sarebbe successo, di lì a poco. Alle 3.32 la terra ha tremato, di nuovo, però forte: colpi martellanti sui muri delle case, gli edifici che oscillavano come barche in balia delle onde in un mare in tempesta, un ruggito sordo accompagnava il movimento che squassava tutti nei letti.  Ed  il buio, completo, ad aumentare il senso di smarrimento. La popolazione è confluita irrazionalmente in Piazza Grande, l’aria di festa di qualche ora prima lasciava il posto alla disperazione delle persone che iniziavano a contarsi gli uni con gli altri. Si cercavano i familiari, gli amici, i vicini di casa. Si temeva per gli assenti.  Grida, urla, pianti. Man mano la gente abbandonava il centro del paese per recarsi presso il campo di calcio della polisportiva Fossa che, solo dopo 48 ore, ha iniziato ad essere trasformato in una tendopoli. Già, perché in un primo momento il comune di Fossa era stato dimenticato dai soccorsi, malgrado  i danni fossero ingenti, e non solo in termini di vite umane (quattro i morti:  una vedova, due anziani, una bambina di due anni). Non solo per quelle abitazioni andate distrutte. Non solo per quel ponte crollato che aveva interrotto, i primi giorni, le vie di comunicazioni con Onna,  Sant’Eusanio e  altri paesi limitrofi. Perché la scossa era stata così potente da provocare una frana: dal Monte Circolo erano caduti giù enormi massi, pezzi di roccia che avevano colpito abitazioni, autovetture e danneggiato molte vie, ed  ancora adesso il primo punto all’ordine del giorno è rimettere in sicurezza la montagna. Solo allora i Fossolani potranno far rientro nelle loro case.  “Non augurerei di rivivere quei momenti neanche a una persona che odio” – dice una signora che ha allestito una tenda davanti casa. “La terra andava di qua e di là, sembrava di stare sulle montagne russe. Tutti urlavano, la mia sorellina piangeva” – ricorda un ometto di dodici anni.

VITA DI CAMPO- Da oltre due mesi i Fossolani vivono in una tendopoli che, ad oggi, ospita 284 persone. Nel giro di 70 giorni di passi avanti ne sono stati fatti: la terra iniziale, che ha creato non pochi problemi all’inizio per via del fango, è stata sostituita da ghiaia.  Gli spogliatoi dell’ormai ex stadio sono stati adibiti a medicheria, farmacia e magazzino alimenti. Tendone mensa climatizzato, tendone perla Santa Messa, un gazebo con giochi per bambini ed anche la “Bibliotenda”.  Per i fumatori c’è una tabaccheria di fortuna, allestita in un camper posteggiato all’ingresso pedonale. Varia e variegata la popolazione del campo. Ci sono persone che hanno ripreso la loro attività, e per questo accusano meno i disagi di vivere in una tendopoli. Si alzano presto la mattina, prendono il caffè e vanno a lavoro. Alcuni tornano per pranzo, altri direttamente dopo cena, e bisogna mettergli i pasti da parte, perché al loro arrivo la distribuzione mensa è già chiusa.  Ma ci sono anche quelli che insieme alla casa e alle persone care hanno perso il posto di lavoro. Si sentono smarriti, li vedi vagare per il campo a tutte le ore, di giorno e di notte, e Dio solo sa se mai si riprenderanno, e torneranno a condurre una vita normale.

E poi i giovani. Sono una trentina i ragazzi, dai 14 ai 30 anni, e si stanno dando un gran da fare per la ricostruzione, sono eccezionali. Domenica scorsa hanno organizzato un reggae party per raccogliere fondi, e l’iniziativa è stata un successo.  Poi ci sono i bambini, una quindicina. Ogni mattina, alle 9:00, un pulmino li passa a prendere per portarli a scuola, nel comune di San Demetrio. I più piccini invece non si spostano, per loro è stato allestito il tendone asilo all’interno del campo.

IL DRAMMA DEGLI ANZIANI – Già il dramma. Credo che sia la cosa che più mi abbia impressionato da quando son arrivata. E non parlo solo del disagio di dormire all’aria aperta, oppure dello choc dovuto alla perdita della casa. Perché per queste persone sono venuti meno i servizi di prima necessità. Una volta mi sono imbattuta in un’anziana signora con la stampella che faticava a camminare. Le ho chiesto se avesse bisogno di aiuto.  Stava piangendo: “Con il brecciolino non riesco a piantare la stampella per terra, non riesco a camminare. Devo arrivare fino al bagno ma ho paura di cadere” – mi ha detto. Io ho sentito un nodo stringermi in gola. Di lì a pochi giorni abbiamo creato un percorso in mattonelle che collega la mensa ai bagni e all’ingresso del campo. E’ poco, lo so, ma è già qualcosa. Del resto i lavori da fare sono tanti, troppi. E in questi giorni i volontari sono occupati a mettere i teli ombreggianti in tutto il perimetro: fa troppo caldo di giorno, e non c’è condizionatore che tenga a render vivibile una tenda.

TREMA TREMA TREMA – E intanto la terra continua a tremare. Lunedì scorso, alle 22:58, il sismografo ha segnato magnitudo 4.5 : la scossa più forte dopo quella del 6 Aprile.  Nessun danno materiale, a persone o edifici,  solo paura, tanta, impressa sui volti della gente . “Un incubo che non avrà mai fine – dice una signora che è uscita fuori dalla tenda ed è rimasta sveglia per tutta la notte – ormai viviamo nel terrore”.

PROTEZIONE CIVILE –  Li chiamano Angeli qui a Fossa.  Sono ragazzi e ragazze, signori e signore.  Percorsi di vita diversi li caratterizzano, ma  una divisa  a bande rifrangenti li accomuna.

Sono i volontari della Protezione Civile della Fo.P.I.Vo.L. (Forza di Pronto Impiego Volontariato Lazio), a cui è stata affidata la gestione del campo di Fossa.  Alcuni di loro sono qui al campo dai primi giorni dell’emergenza, e la stanchezza è ben visibile sui loro volti. Altri vengono ogni qualvolta riescono ad avere un po’ di giorni liberi. A volte arrivano, di venerdì sera, non appena staccano dal lavoro, e danno una mano al campo durante il weekend. Perché non sempre il volontariato è un diritto sul posto di lavoro. C’è chi si è visto detrarre 400 euro sull’ultima busta paga, ed ora ci pensa due volte prima di chiedere ulteriori permessi. Oppure chi lavorava in nero, ed il lavoro l’ha perso dopo un’assenza di sette giorni  all’inizio dell’emergenza.  E c’è anche chi lascia a casa tre figli per venire qui a montare le tende sotto il sole… E’ l’Italia che non conosci, ed io sono orgogliosa di farne parte. Ci chiamano la generazione senza valori, eppure c’è un cuore grande qui a Fossa.

PIPPO E LA FASE DUE – Ieri sera la popolazione è stata convocata nel tendone mensa. Bisognava discutere, a oltre due mesi dal terremoto, della cosiddetta  “Fase due”, il villaggio. La fase uno è quella attuale, vale a dire la tendopoli. La fase d
ue è la costruzione del villaggio di casette di legno, ubicato a circa un chilometro e mezzo dal paese. La fase tre subentrerà quando il centro di Fossa verrà considerato di nuovo agibile.

Il sindaco e i suoi collaboratori erano seduti a ferro di cavallo, pronti ad illustrare tempi e costi delle famose casette. Il tendone mensa era gremito di gente, eppure nessuno porgeva la prima domanda. La gente era intimidita, bisognava rompere il ghiaccio. Ecco che  alza la mano Pippo.

Pippo è un vecchietto di 83 anni che colleziona tappi di bottiglie di plastica. Ogni giorno quando viene a mensa per i pasti ed io sono l’addetta  a servire il vino,  mi chiede quanti tappi gli ho rimediato. Se scuoto la testa lui borbotta, e  pretende che gli versi due bicchieri di vino. Se invece metto la mano in tasca e tiro fuori qualche tappo lui sorride e va a mangiare contento, dicendo che beve solo acqua.

Non ricordo di avergli versato vino o acqua ieri sera, però so per certo che Pippo era molto lucido. Ha chiesto al sindaco l’ammontare esatto delle donazioni pro-Fossa. Il sindaco annuncia una cospicua cifra, aggiungendo che grazie ad essa sarà possibile sostenere i costi delle casette. Pippo non è per nulla soddisfatto della risposta. “Ma sono già arrivati questi soldi?” – incalza.  “Non ancora, però a breve ci sarà  l’ufficialità della donazione”- tenta di rassicurarlo il primo cittadino. Ma Pippo è caparbio, non molla: “E se questi soldi all’ultimo non arrivano, come fate a farci le casette?”. Pippo va al sodo. Fa domande dirette, specifiche, e pretende risposte altrettanto concrete. Pippo incarna perfettamente le tre caratteristiche che il sindaco Luigi Calvisi bonariamente attribuisce ai fossolani: cocciutaggine, ruralità e parsimonia. Pippo è Pippo. Pippo è Fossa.

              

 

Romina Vinci

Pubblicato il 28 Giugno 2009, su America Oggi

Disponibile su:           http://www.oggi7.info/2009/07/01/2257-speciale-reportage-dai-grattacieli-alle-tendopoli

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