SPECIALE TERREMOTO/ Cosa significa “ricostruzione”?

L’Abruzzo è un paese ricco. Soprattutto di verde. Monti, montagne, colline, boschi: uno scenario bucolico che ti rilassa la vista. E le membra. Percorri queste strade, a volte strette, a volte larghe, eppur sempre poco trafficate, e quasi dimentichi il perché di tanto silenzio. E’ come se lo identificassi come un segno di appartenenza a questi luoghi il silenzio, mentre sai benissimo che non è così.

Vi fermate ad un incrocio, svoltate a sinistra.  Inizia una salita. Dal finestrino, intanto, una casa qua e là fa da sentore che ci si sta avvicinando a un centro abitato. La  macchina affanna, bisogna scalare due volte per rimettere a proprio agio il motore.  Percorrete la curva a gomito che oscura tutto il paesaggio ed ecco, d’un botto, materializzarsi davanti a voi uno scenario di guerra. Di quel che prima era un paese: Villa Sant’Angelo.  Un piccolo centro di  400 abitanti, uno dei più colpiti dal sisma: il 90% delle case distrutte, 17 i morti.

(Foto di Mauro De Rossi)

Posteggiate la macchina, proseguite camminando. Il primo edificio che incontri, alla tua sinistra, è ancora in piedi. Resiste la facciata, dipinta tutta in bianco e, centrale, al di sopra dell’arco a tutto sesto, un’iscrizione di Francesco Redi, attribuibile al XVII secolo, benedice la vigna ed il vino che essa produce. Memorie di un tempo passato si ergono imponenti tra le macerie di un tempo presente. Oltrepassato  ciò infatti l’urbanistica cessa di esistere: alla tua destra e alla tua sinistra solo case distrutte, piani crollati e ripiegati su se stessi.   Calcinacci,  travi, detriti.  In lontananza scorgi una squadra di vigili del fuoco: stanno puntellando, quel poco che si può ancora puntellare.

(Foto di Mauro De Rossi)

Avanzi, oltrepassi la piazza principale, è da lì, come in qualsiasi pianta a raggiera che si rispetti, che si aprono diverse diramazioni. Ma il passaggio è serrato. “Perché non c’è più nulla da vedere” -dicono i vigili che ti invitano alla cautela. Non puoi credere che sia tutto lì, non vuoi accettare quello scenario di guerra che gelido ti si presenta davanti agli occhi. E così che ti avvicini a quelle macerie. Le guardi e provi ad immaginare le case. E’ come se la tua mente avesse davanti un puzzle, e tentasse di rimettere insieme i vari pezzi per ricostruire una struttura unita. Cerchi un aggancio alla realtà. Con lo sguardo ti butti in mezzo a quelle macerie, alla ricerca di quel qualcosa in grado di restituirti un appiglio alla quotidianità brutalmente sottratta. E’ un difficile lavoro quello della decifrazione, eppure qualcosa a galla viene. Intravedi ante di armadi, capovolte e spezzate. Vedi un camino, sotterrato, color rosso rubino. Il camino mantiene la sua posizione, pensi che lì doveva esserci un salotto. Inizi ad immaginare i particolari, il colore delle pareti, quello del divano, o del tavolo, o delle mensole. Chissà, forse era tutto rosso rubino. O forse  una tonalità che ben si accostava. O magari una così forte da creare tanto contrasto. Chi lo sa. Quel che resta è quel camino, color rosso rubino, incastonato tra le macerie. E’ difficile scavare. E fa male perché più scavi e più ti accorgi che  quelle macerie nascondono vita. Trovi dei libri, e poi una tovaglia, e poi una busta gialla, di una nota marca da teenager, e poi poi…una coperta, e lì ti fermi. Ti dicono che era un letto, ma  fatichi a crederlo dapprincipio. Poi guardi bene, e riconosci le staffe in ferro nero, al di sotto, visibilmente piegati. E’ lì che il cuore si ferma, che lo stomaco si contrae. Ricostruisci la scena: intravedi il letto, e lo vedi sommerso da quei calcinacci, da quei massi, dalle tegole anche. Rabbrividisci perché sai che in quel punto è stato recuperato un uomo. E pensi che sia una atrocità immane. E’ in paesi come Villa Sant’Angelo che capisci cosa significhi la parola ricostruzione. Ne accusi il peso. Comprendi che tutto qui ha smesso di esistere 4 mesi fa. Tutto è fermo. Alle 3.32 del la notte del 6 Aprile.

(Foto di Mauro De Rossi)

Al centro della piazza i Vigili del fuoco continuano nell’opera di puntellamento della Chiesa di San Michele Arcangelo.La Chiesaè malmessa. Crollata la facciata principale ed un pezzo di quella laterale. Pericolante il tetto, e i pilastri. Ma soprattutto il campanile. Il suo orologio è fermo alle 4.47. A quell’ora della notte infatti, quattro mesi fa, venne tolta la corrente, per impedire alle campane, danneggiate al punto di essere pericolanti, di continuare a suonare. Da allora la corrente non è stata più ripristinata, le campane sono state puntellate, ed il campanile resta integro grazie ad una struttura in ferro che lo sostiene. L’interno della chiesa è in condizioni ancor peggiori, le volte, i capitelli, gli affreschi pesantemente danneggiati. Ti chiedi se veramente ci sia qualcosa  da recuperare. I Vigili del fuoco sostengono di sì: “La chiesa la tengono, la chiesa la tengono” – continuano a ripetere, lavorando senza sosta. Poche ore prima, alle 13:05, una scossa di grado3.6 haprovocato altri piccoli crolli. I vigili erano già a pranzo, “ma è stato un caso – dicono – normalmente rimaniamo a lavorare fino alle 13.30. Siamo stati fortunati quest’oggi…”. Pensi che queste persone continuano a mettere a repentaglio le proprie vite, da quattro mesi a questa parte, sfidando l’imprevedibilità delle scosse. Ti chiedi se abbia un senso tutto ciò. Poi ti volti ed incroci lo sguardo di colui che ti sta facendo da Cicerone in questo viaggio di inizio e di fine. Occhi lucidi di chi è nato in queste terre, ed ora le vede ridotte in un cumulo di macerie. Tu semplice spettatore impotente,  lui vittima cosciente di tanta distruzione.  A quattro mesi dal terremoto. La terra continua a tremare. Cosa significa “ricostruzione”?

Romina Vinci
Pubblicato il 9 Agosto 2009, su America Oggi

 

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