SPECIALE TERREMOTO/ Elena, vita da campo

Una vita dedicata al volontariato per Elena.  Classe ’69, nata a L’Aquila ma residente a Fossa, ha passato la sua vita ad aiutare gli altri. Caritas, Croce Rossa, Croce Bianca, Misericordia, Comunità Luigi XVI, Comunità di Lupoli sono solo alcune delle associazioni alla quale risulta iscritta. Uno stipendio che variava dai 350 ai 400 euro mensili, “Ma a me andava bene così, quelli erano soldi miei”- racconta sorridendo.

Abbassa lo sguardo, tono dimesso, quando ripercorre la notte del 6 Aprile scorso. Lunghi e costanti  i suoi sospiri. Sono passati oltre quattro mesi, è vero, eppure il ricordo di quei momenti è vivido come non mai.

La scossa delle 23.30 della domenica l’aveva messa in allerta. Con sua figlia, Vittoria e il suo compagno, Pasquale, erano corsi fuori dalla loro abitazione. In strada si erano radunati altri vicini, ed insieme avevano atteso un’ora e mezzo, interrogandosi sul da farsi. Alla fine il sonno aveva preso il sopravvento, e così tutti avevano fatto rientro nelle proprie dimore. “Ma noi siamo andati a letto vestiti, ed io avevo lasciato la seconda porta, quella del corridoio, spalancata, per sfuggire più in fretta in caso di emergenza…” – ci tiene a precisare Elena.  Un’azione che si è rivelata di vitale importanza, poche ore più tardi. Alle 3.32 infatti la terra ha ripreso a tremare, forte. Elena si è precipitata in camera di sua figlia. L’ha presa in braccio ed ha iniziato a correre verso l’uscio. L’ ha avvolta nella coperta, volto compreso, per impedirle di vedere: dietro di loro gli oggetti cadevano a terra, i mobili si frantumavano. Muri portanti tutti spaccati, distrutti anche i termosifoni. Tamponature, finestre, tutto crollava alle loro spalle. Sorprende la lucidità con la quale Elena rivive quegli interminabili secondi, la minuziosità delle sue descrizioni.  “Andiamo fuori a vedere le stelle” – diceva intanto a Vittoria, per tranquillizzarla. Sono saliti in macchina, il più in fretta possibile, diretti all’Aquila.  Il primo pensiero è andato infatti al capoluogo: alla casa dove vivevano, da soli, i genitori di Pasquale. E a quella di Emanuele, figlio maggiore di Elena.  Tutti e tre erano stati tratti in salvo per fortuna, ma quel viaggio Fossa-L’Aquila, ha lasciato un ricordo indelebile nella mente di Elena e di Pasquale.

Hanno dovuto farsi largo tra le macerie. Hanno dovuto inveire contro le persone che per strada chiedevano aiuto bloccando il percorso.  Hanno visto gente imprigionata sotto le macerie, e sono dovuti passare oltre. “Vicinola Villa Comunalec’era un signore, con il busto fuori e le gambe dentro le macerie, urlava e mi chiedeva di aiutarlo” – ricorda Elena, e la voce le rimane strozzata in gola. Non si è fermata ad aiutarlo . Elena ha proseguito, ha dovuto proseguire, perché il cuore di una mamma cessa di battere al pensiero che il proprio figlio è in pericolo di vita. E tutto il resto si annebbia. La ragione poi ritorna, in un secondo momento, e con essa il senso di colpa, che non dà tregua, e rimane. Inesorabile.

E poi i primi giorni. Lo shock. I primi soccorsi. Il freddo.

Elena ricorda di aver avuto la tenda dopo quattro giorni. A mezzanotte e un quarto. Delle brandine messe a terra, una sola coperta. “Stringevo forte mia figlia e la scaldavo con il mio respiro” – afferma mimando il gesto all’istante. Già, sua figlia. Vittoria per due settimane si è chiusa a riccio, non parlava più con nessuno. Tantomeno mangiava:  ci sono voluti 25 giorni per farla riprendere a nutrirsi. Poi ha iniziato a reagire. Piano piano. Merito della mamma che non l’ha mai lasciata sola:  la portava sempre con se, a destra e sinistra, ogni scusa era buona pur di farla uscire dal campo, piuttosto che farle percepire l’orrore e lo spavento che regnava negli occhi della gente. Ora Vittoria è diventata la mascotte del campo: sorriso sempre stampato sulla bocca, corre e gioca dalla mattina alla sera con gli altri bambini. E si fa rispettare: dall’alto dei suoi otto anni e mezzo. Ha legato tantissimo con tutti i volontari, in particolare due: Mauro e Andrea. Li ha definiti i suoi fidanzati ufficiali, e dice che li sta frequentando entrambi per decidere chi, tra i due, sposerà quando sarà grande.  A volte Mauro, quando non è in servizio, viene al campo e la porta a casa sua.  Lui vive vicino Latina, ha una casa in campagna, e Vittoria si diverte a giocare con Lizzy, il suo cagnolino. Andrea invece lavora tutti i giorni, dalle 8 di mattina alle 9 di sera, nel magazzino di un supermercato a Frosinone. Per questo motivo non riesce a dedicare molto tempo alla sua associazione, però ogni weekend che ha libero non ci pensa due volte a prendere la macchina: direzione Fossa. Quando Vittoria lo vede gli salta addosso, lo stringe forte forte e non lo molla più. Ed è una gioia vederla così.

(Foto di Debora Tomasi)

Elena è tornata al suo mestiere, però senza uscire dal campo. Sempre in movimento, reperibile 24 ore su 24, è una delle poche certezze della tendopoli. La gente di Fossa la adora. E non solo. Elena  è stata eletta mamma di tutti i volontari che arrivano al campo. Se mancano le lenzuola “chiedi a mamma Elena di procurartele”. Se hai bisogno di magliette pulite: “Chiedi a mamma Elena di farti il bucato”. Se hai qualche richiesta particolare in cucina: “Chiedi a mamma Elena di parlare con il cuoco”. Anche perché è l’unica che lui ascolti. Se hai voglia di un caffè, di un thè, di una bibita fresca, vai alla tenda di mamma Elena: nell’ “atrio” ci sono due panche di legno, un tavolino e un frigo sullo sfondo. Davanti una scritta: BAR-acca.

Elena non è più tornata a casa sua da quella notte. Neanche per recuperare beni, vestiti, stoviglie. “Psicologicamente ora vivo alla tendopoli – afferma –  Vorrei andare in paese a vedere come è ridotto, ma sto male. Non è più quella la mia casa”.

 

Romina Vinci

Pubblicato il 23 Agosto 2009, su America Oggi

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