LETTERATURA/ Da N. Y. a San Francisco: la Tuzi “on the road”

E’ nata negli Stati Uniti, ma vive in Italia dall’età di due anni: “Mio padre era stato trasferito a Flint, nel Michigan, una cittadina satellite nata in pieno boom della General Motors. Io nacqui lì, era il 1973. Qualche anno dopo la GM falliva, e l’intera zona si trasformava nel fantasma di sé stessa, diventando la città con il più alto tasso di criminalità negli Stati Uniti, come testimoniano ancor oggi i documentari di Micheal Moore. Per pochissimi anni ho sfiorato quella decadenza, e se non sono diventata uno di quei bambini con i genitori alcolizzati e le tasche piene di armi da fuoco, lo devo solo al fatalismo di mio padre, che le decisioni più importanti le ha sempre prese lanciando una monetina.  Aveva ricevuto una proposta di lavoro per rimanere negli Usa. Testa: America. Croce: Italia. E’ uscita croce, e come tutte le croci, anche la nostra portava a Roma”.

Parte così la storia di Federica Tuzi, scrittrice, documentatrice, sceneggiatrice, scultrice, o più semplicemente una dilettante,  come  ama definire se stessa: “nel senso che mi diletto a fare cose diverse,  però la scrittura è sempre stata la mia passione”. Con il racconto Ladyboy ha partecipato all’antologia Principesse azzurre da guardare (Mondadori, 2007). Su Fox Cult qualche anno fa è andata in onda la serie tv Santiago anche le lesbiche sono pellegrine, un suo documentario-reality realizzato insieme a Cristina Vuolo. Non ci lasceremo mai (Lantana, 2010) è il suo primo romanzo, ispirato ad un viaggio negli Stati Uniti che l’autrice stessa ha intrapreso all’età di 22 anni.  Un ritorno alle origini? Non esattamente.  “Mi sono formata con la Beat generation, amavo i libri di Kerouac, On the road una folgorazione, I Vagabondi del Dharma la mia Bibbia. Sono partita per gli Stati Uniti con il sogno di rincorrere  il loro  ideale di libertà, la loro indole  rivoluzionaria. Ho intrapreso il classico coast to coast, da New York a San Francisco. Il viaggio è durato un anno. La parentesi più bella? Nel New Mexico, la fascia tra Santa Fe e Taos, dove ci si imbatte nella cultura spagnola, in quella inglese, si viene a contatto con i pellerossa, con i pueblos indiani”.

Un libro di avventura, ma anche un romanzo di formazione: “Questo libro racconta la ricerca di un’identità, della mia identità. C’è voluto tempo per capirla, per rintracciare i passi che mi hanno portano ad essere quello che sono. Ci sono voluti anni per elaborare tutto questo e per trovare la cifra con cui raccontarlo”.  Quale è stata la chiave di svolta?  “L’ironia, riuscire a raccontare la differenza tra quello che immagini e quello che incontri,  tra il sognare di impersonare un vagabondo del Dharma ed essere, in realtà, una ragazzina complessata, timida, con gli attacchi di panico, che si vergogna di essere lesbica e che finisce dentro le situazioni più assurde. Tutto questo all’epoca mi faceva soffrire molto, oggi invece lo trovo esaltante. La svolta è stata proprio questa: quando ho potuto riderne è nato il libro”.  Non ci lasceremo mai  affronta il tema dell’omosessualità, e lo fa in una chiave ironica, positiva, un invito alla tolleranza che parte dall’accettazione di sé stessi:  “Il primo passo è interiore,  nel momento in cui cambia qualcosa dentro di te, anche il contesto muta.  Al mio rientro in Italia ho scoperto che l’omosessualità, per me, non rappresentava più un problema, e così non lo è stato sul lavoro, nella famiglia, in nessun ambito”.

Federica Tuzi nel suo romanzo non ha puntato il dito contro i mali del mondo, ma ha scelto di raccontare la magia degli incontri: “E’ un libro on the road,  che accende i riflettori sulla figura  dell’estraneo gentile,  ovvero la persona che incontri quando viaggi ed hai un problema, e pur essendo una perfetta sconosciuta  è disposta ad aiutarti, ad ospitarti, si prende a cuore il tuo caso. Il mondo è pieno di solidarietà, di gente che vuole bene al prossimo, e lo fa gratuitamente”.  Ma è anche un’altra la possibile chiave di lettura del libro, la contrapposizione tra il monomodello di genere vigente in Italia (con le sue figurine ben definite “uomo”, “donna”, “etero”, “omo”), e  quello americano, che invece ha moltiplicato le figurine, dando voce a tutte le possibili identità di genere: “Alessandra (la protagonista del romanzo ndr) si scontra con il limite di queste etichette,  narrando lo stare stretto sia all’interno del modello italiano, sia dentro tutte le definizioni by Usa che non riescono a racchiuderti una volta per tutte”. L’Italia ed il suo bel paese, gli Stati Uniti con i suoi mille volti,  un confronto tra due culture destinato a non risolversi. Federica Tuzi lo spiega così: “A New York il laghetto di Central Park ha una stradina pedonale a cui non si può accedere né in bici né con i rollerblade, e si può percorrere solo in senso orario.  In Italia non accetteremo mai di andare a piedi in senso orario” .

FEDERICA TUZI, Non ci lasceremo mai (Lantana, 2010)

Romina Vinci

Pubblicato il 20 Febbraio 2011, su America Oggi

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