Il “made in Kosovo” scatena la tensione coi serbi

Dopo gli incidenti di questi giorni, i valichi di confine serbo-kosovari di Jarinje e Brnjak sono stati proclamati «zona militare» dalla Kfor, la forza di interposizione della Nato. Dietro al ritorno della tensione ci sono ragioni economiche come lo scontro sull’etichetta “made in Kosovo” mentre la convivenza coi serbi appare sempre più difficile.

Lo scontro al valico di Jarinje (Afp)

Un check point dato alle fiamme fa riaccendere la miccia nel Nord del Kosovo, lungo il confine conteso tra kosovari di etnia serba e albanese. L’intolleranza è tornata a manifestarsi nella sua forma più cruda nel cuore dei Balcani. Mercoledì pomeriggio giovani serbi con il volto coperto hanno attaccato il posto di frontiera di Jarinje con bottiglie molotov e un bulldozer, costringendo alla fuga venticinque persone tra poliziotti e funzionari kosovari.

Il fuoco ha costretto all’evacuazione anche un campo di militari polacchi. Un poliziotto albanese è stato ucciso. Le tensioni tra Belgrado e Pristina sono esplose a seguito del reciproco boicottaggio delle importazioni. La situazione è tornata sotto controllo solo dopo alcune ore grazie al dispiegamento delle truppe della missione Nato Kfor, che hanno ripreso il controllo del valico. Ma sono tanti gli interrogativi che rimangono aperti.

Il Nord del Kosovo, abitato in prevalenza dalla comunità serba che non riconosce l’indipedenza del governo di Pristina, è teatro di continue tensioni e provocazioni. Già nel febbraio 2008 lo stesso varco era stato dato alle fiamme, due giorni dopo la dichiarazione d’indipendenza del Kosovo. A tre anni di distanza il governo di Pristina ancora fatica ad imporre il suo Stato di diritto. Il Kosovo è stato riconosciuto solo da una minoranza dei paesi membri della Comunità Internazionale, ed anche all’interno del Consiglio di Sicurezza le nazioni che lo disconoscono sono la maggioranza.

A differenza delle altre popolazioni dei Balcani inoltre, i kosovari sono privi della liberalizzazione dei Visti. Uno stato fragile dunque, quello kosovaro, limitato nella libera circolazione delle persone e delle merci e che, malgrado gli sforzi degli organismi internazionali e di una missione di pace al suo dodicesimo anno di vita, continua a sentirsi intrappolato in un lembo di terra che rasenta la superficie delle Marche.

Dal punto di vista politico appare un rebus difficile da risolvere. Il dialogo con la Serbia sembrava ben avviato e promettente quando, agli inizi di luglio, i diplomatici di Pristina e Belgrado avevano portato a termine un processo negoziale che sanciva accordi concreti su tre temi caldi: il registro dell’anagrafe civile in Kosovo, la libera circolazione delle persone con la sola carta d’identità e il riconoscimento dei titoli di studio tra i due paesi, in vigore da novembre. La calma apparente però non ha perso tempo nel rivelare la sua vera natura, e si è dissolta dopo meno di tre settimane. Movente della “guerra” doganale che ha riacceso i riflettori sul cuore dei Balcani è stato il due di picche della Serbia sui prodotti etichettati “made in Kosovo”, dichiarato un bollo illegittimo. Di qui la risposta del governo di Pristina, di bloccare alla frontiera le merci di Belgrado che ha scatenato i disordini.

Immediata la condanna dell’Ue, e non solo. Alcuni stati, Russia in primis, hanno definito «un atto provocatorio» le azioni della polizia kosovara. Respinge le accuse il primo ministro del Kosovo, Hashim Thaci, secondo il quale «la decisione di portare il controllo e la legge al nord del paese è basata sulla Costituzione kosovara», e non deve esser vista come un attacco ai serbi locali. Da Belgrado intanto il presidente Boris Tadić prende le distanze dall’accaduto invitando la minoranza serba del Kosovo a mettere un freno alle violenze: «Gli hooligans non fanno gli interessi né dei serbi del Kosovo né della Serbia», ha stigmatizzato il premier serbo che, intanto, ha chiesto una sessione di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, svoltasi ieri pomeriggio a porte chiuse.

Il governo di Belgrado è sempre più determinato nella sua corsa verso l’Unione Europea, soprattutto dopo l’arresto dell’ex generale Ratko Mladić, il principale sospettato di crimini di guerra. Allo stesso tempo però Tadić sa bene che l’ingresso della Serbia all’Ue è vincolato dalla pacifica coesistenza con il Kosovo. E la cronaca delle ultime ore parla chiaro: la convivenza interetnica tra serbi e kosovari appare sempre più solo una chimera.

 

Romina Vinci

Pubblicato il 29 Luglio 2011, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/kosovo-serbia-scontri-belgrado-confine

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