INTERVISTA A LAMBERTO ZANNIER – ‘Kosovo e Serbia devono guardare avanti’

L’ex capo della missione Onu in Kosovo (Unmik) analizza la situazione a tre anni dall’indipendenza di Pristina. Le incomprensioni tra governi e tra popoli. I problemi amministrativi. Meglio non toccare i confini. Nel frattempo sono ripresi gli scontri.

(Carta di Laura Canali)

Torna a salire la tensione nel nord del Kosovo. Nei giorni scorsi unità speciali del governo di Pristina hanno cercato di prendere il controllo di alcuni valichi con la Serbia per far rispettare l’embargo commerciale sui prodotti di Belgrado. Immediata la reazione della popolazione: mercoledì pomeriggio un gruppo di nazionalisti serbi ha attaccato un posto di polizia sul confine settentrionale del Kosovo. Un poliziotto albanese è rimasto ucciso a seguito degli scontri. È stato necessario l’intervento della forza Nato Kfor per riportare la calma, ma la situazione rimane tesa.


Lo sa bene Lamberto Zannier, dal primo luglio nuovo segretario generale dell’Osce, l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, con sede a Vienna. Il diplomatico italiano è considerato tra i più esperti rappresentanti delle Nazioni Unite nei Balcani.


LIMES: Dal 2008 Lei è stato a capo della missione Onu in Kosovo (Unmik). Che fase sta attraversando l’ultimo nato tra i paesi balcanici?
ZANNIER:
 Una fase complicata perché è di natura politica. Si delinea sempre più il nuovo volto del Kosovo indipendente, e vi è un ruolo crescente dell’Unione Europea nella prospettiva di integrazione.


LIMES: ll Kosovo è entrato nel suo terzo anno d’indipendenza, eppure permangono molti interrogativi. Su tutti la convivenza tra i kosovari di etnia serba e quelli di etnia albanese che, malgrado gli sforzi, continua a rimanere precaria, come dimostrano i disordini di pochi giorni fa.
ZANNIER:
 il dialogo tra il governo di Pristina e quello di Belgrado si interrompe spesso, ma è l’unica strada percorribile per arrivare a una soluzione. Persistono le difficoltà nel nord del paese, dove la popolazione serba non coopera con quella kosovara. Il vero grande problema però è che lo Stato del Kosovo viene riconosciuto solo da una minoranza dei paesi membri della Comunità Internazionale; anche all’interno del Consiglio di Sicurezza dell’Onu le nazioni che non lo riconoscono sono la maggioranza. Questo mancato riconoscimento si ripercuote in una serie di problematiche interne, anche di tipo pratico.


LIMES: Che tipo di problemi pratici?
ZANNIER:
 Far pagare la bolletta della luce a un serbo, per esempio, è complicatissimo, perché non riconosce il timbro della Repubblica del Kosovo. Ancor peggio per i movimenti: un kosovaro non può andare in Serbia con la sua macchina, perché la polizia serba lo aspetta sul confine e gli svita la targa kosovara. I serbi da parte loro hanno emesso una nuova serie di targhe, tra cui anche per Dragoviza e Pritzen, città che si trovano in territorio kosovaro ma rivendicate dai serbi. Ebbene, anche in questo caso, il viaggio non va a destinazione: gli agenti della Kosovo Police infatti non accettano veicoli riconducibili ai serbi. Risultato? Capita sovente di vedere macchine senza targhe.


LIMES: Cosa sono le cosiddette “municipalità parallele”?
ZANNIER:
 I kosovari di etnia serba vanno a votare quando si indicono le elezioni a Belgrado, gli albanesi kosovari fanno lo stesso, e così alcuni paesi hanno un sindaco albanese e uno serbo, che ovviamente non collaborano tra di loro. In alcuni posti poi i serbi hanno deciso di iniziare a interagire, e alle elezioni municipali hanno votato in quelle kosovare riuscendo a ottenere la maggioranza a scapito dell’avversario albanese. Così accade che coesistano due sindaci, entrambi serbi, solo che uno è amico di Belgrado, l’altro serbo collaborazionista. È una realtà molto complessa.


LIMES: È sempre aperto, in Italia, il dibattito sui costi onerosi delle missioni militari all’estero: perché dopo dodici anni si continuano a inviare soldati in Kosovo?
ZANNIER:
 Il processo di riduzione del nostro contingente è in atto, basti pensare che nel 2008 c’erano cinquemila soldati italiani e oggi ce ne sono cinquecento. Non dimentichiamo però che in Kosovo vige oggi una situazione di sicurezza stabile ma allo stesso tempo fragile. Permangono infatti conflitti interetnici soprattutto nel nord del paese, abitato prevalentemente dalla comunità serba. Le tensioni sono costanti, abbassare troppo la guardia potrebbe comportare il rischio di trovarsi impreparati a contenere un’eventuale emergenza.


LIMES: Per ovviare a questo problema si parla spesso di una possibile partizione del Nord del Kosovo; c’è chi è arrivato a ipotizzare scambi di terre: annettere il territorio a nord del fiume Ibar al governo di Belgrado, e riallacciare al Kosovo il Sud della Serbia, popolato in prevalenza da albanesi. Quanto può essere reale una simile soluzione?
ZANNIER:
 Toccare i confini rischia di essere molto pericoloso, perché poi dove ci si ferma? Anche in Macedonia c’è una parte del paese abitata soltanto da albanesi, che potrebbero rivendicare lo stesso diritto, e così in Bosnia. La Serbia stessa, del resto, non solo ha una forte fetta di comunità albanese stanziata nel suo meridione, ma anche una rilevante presenza di ungheresi a Vojvodina. Per non parlare poi del Sangiaccato in cui vive una comunità bosniaca che già inizia a far sentire i primi echi di autonomia. Se si fa passare il messaggio che gli Stati multietnici non funzionano, e che è necessario tagliarli per riflettere le comunità prevalenti, potrebbe tornare a galla un grosso problema comune a tutta la regione balcanica.


LIMES: D’altro canto, ad oggi, i serbi non riconoscono il governo di Pristina, e bloccano merci e persone, come mostrano i recenti episodi di violenza verificatisi sul confine settentrionale. A cosa può portare questo ostruzionismo?
ZANNIER:
 Il rischio è quello di un isolamento internazionale, con conseguenti problemi soprattutto sul fronte economico, perché senza una garanzia di normalizzazione non potranno mai arrivare gli investimenti.


LIMES: La prospettiva dell’ingresso del Kosovo in Europa appare lontana.
ZANNIER:
 In Europa ci sono cinque paesi (Spagna, Slovacchia, Romania, Grecia e Cipro, ndr) che non riconoscono il Kosovo perché non hanno intenzione di creare un precedente che poi possa ritorcersi contro. La questione di Cipro è ben nota a tutti, ma non dimentichiamo che in Spagna le minoranze basche e catalane reclamano indipendenza, in Slovacchia sono gli ungheresi ad alzare la voce, la Romania ha la Transilvania. Credo che gli europei con Cipro abbiamo imparato la lezione, e ci penseranno due volte prima di portare nell’Ue un paese con un problema così grosso.


LIMES: Cosa deve fare allora Pristina?
ZANNIER: Deve cercare di gestire i suoi dossier con l’Unione Europea in una maniera costruttiva. Una delle grandi aspirazioni dei kosovari è quella di ottenere, come ha avuto la Serbia, la liberalizzazione dei visti. Negargli questa opportunità significherebbe discriminare il Kosovo rispetto alle altre popolazioni dei Balcani, d’altro canto però bisogna compiere un passaggio tecnico, vale a dire lavorare sui passaporti, affinché siano compatibili e abbiamo tutti i requisiti per il controllo dei movimenti».


LIMES: È un problema puramente tecnico, oppure maschera il timore che un’apertura delle frontiere kosovare generi un’ondata di flussi indiscriminata verso l’Occidente?
ZANNIER: Inizialmente ci saranno dei flussi, ma poi verranno appianati. Al di là delle etichette politiche il Kosovo rimane una regione dell’Europa. I movimenti migratori ci son sempre stati, pensiamo all’Albania o, più di recente, anche alla Romania. La prerogativa per i kosovari è quella di trovare un accordo politico con la Serbia che permetta di terminare il blocco. A quel punto aumenteranno le chances del Kosovo di diventare membro degli organismi internazionali.


LIMES: In questo momento tra Serbia e Kosovo prevale un tipo di memoria popolare, legata al passato, oppure una memoria diplomatica, più collaborazionista?
ZANNIER:
 Senza dubbio una memoria popolare, c’è una forte tendenza a guardare indietro, giustificando la situazione attuale alla luce del conflitto di dodici anni fa. Dovrebbero invece provare a mettere da parte il passato, e concentrarsi soltanto sul futuro. C’è da riconoscere però che la Serbia, in questo senso, sta iniziando a cambiare attitudine, per avallare la sua ambizione europea. Si intravede una prospettiva, ma ci vorrà del tempo.


LIMES: Quale consiglio ha dato a Robert Sorenon, che è stato nominato a capo della missione Unmik in Kosovo per sostituirla?
ZANNIER:
 Di non scoraggiarsi al primo ostacolo, e di avere tanta pazienza nel dialogare sia con i kosovari sia con i serbi. Non sarà affatto facile. Io stesso ho avuto dei rapporti difficili con le istituzioni: nel periodo finale del negoziato (l’accordo che nel 2008 portò al dispiegamento della missione internazionale Eulex in progressiva sostituzione della missione Nato Kfor, ndr) era scoppiato un caos politico in Kosovo, la gente era scesa in piazza per manifestare il proprio dissenso. Tra i tanti cartelli che sfilavano due mi sono rimasti impressi: su uno c’era scritto “Zannierovic” – mi veniva affibbiato un cognome serbo – su un altro invece veniva riprodotta la fotocopia del mio passaporto in cui c’era scritto a caratteri cubitali: “Persona non grata”.

Lamberto Zannier (Foto di Ilaria Romano)

 

Romina Vinci

 

pubblicato il 29 Luglio 2011, su Limes on line (Rivista Italiana di Geopolitica)

Disponibile su:  http://temi.repubblica.it/limes/kosovo-e-serbia-devono-guardare-avanti/25968

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