Viaggio ad Haiti, dopo la truffa del Madoff delle Onlus

Ieri è stato arrestato Dino Pasta, titolare di Retemanager che, secondo l’accusa, avrebbe truffato alcune onlus fra cui Agire e il Vis dei Salesiani attive ad Haiti. Ma com’è la realtà delle baraccopoli dell’isola? Sono in trecentomila ad abitare nello slum più grande di Port Au Prince, la Città del Sole. Ad un anno dal terremoto che ha devastato Haiti, causando 230 mila vittime e un milione e mezzo di sfollati, l’interesse generale è scomparso e la ricostruzione stenta. A Citè Soleil è allarme: gli aiuti delle Ong stanno finendo e spesso le distribuzioni di cibo finiscono in guerriglia. Leggi la prima parte del reportage “Haiti piegata dal colera, il sospetto che l’abbia portato l’Onu”.

Baracche a Port Au Prince (foto R.V.)

PORT AU PRINCE (HAITI) – L’8 ottobre scorso il corpo di una donna originaria di Santo Domingo, che viveva ad Haiti da venticinque anni, è stato ritrovato a Port au Prince. Dopo il rapimento quattro giorni prima, era stato richiesto un riscatto per la sua liberazione ma i familiari, nel poco tempo a disposizione, erano riusciti a recuperare solo metà della cifra e non è bastato. La donna è stata torturata e poi uccisa, il suo corpo abbandonato a Citè Soleil, nel mezzo di una delle tante discariche a cielo aperto della capitale haitiana. Qualche settimana prima, il 21 settembre, era andato in scena un altro omicidio efferato. La cornice sempre la stessa, quella Città del Sole che non evoca alcun paesaggio idilliaco, a dispetto del nome. Vittima questa volta Felix Genelus, un candidato parlamentare, molto noto nel quartiere e amato dalla popolazione per le sue attività a sostegno dei più poveri. Anche lui ucciso da una gang del posto.

Ad Haiti il confine tra vita e morte è labile, anche perché che è il paese più povero dell’emisfero occidentale, ma anche il più densamente popolato: otto milioni di abitanti in un lembo di terra poco più grande del Piemonte. Non ci sono buoni né cattivi, ma solo disperazione. Si viene alla luce per sbaglio, da ragazze troppo impegnate a sopravvivere per fare le mamme e basta un secchio d’acqua conteso per mettere fine ad un’esistenza.

Eppure questa volta sembrava che qualcosa stesse cambiando. All’indomani della morte del benvoluto Felix Genelus, la gente si è riversata per strada gridando il proprio sdegno e ne son nati degli scontri violenti con cinque i morti. È la legge del più forte che vige ad Haiti, non è un caso che la Missione delle Nazioni unite per la stabilizzazione di Haiti (Minustah), un mandato militare sotto l’egida Onu che ha avuto inizio nel 2004, abbia fatto dell’indebolimento delle bande armate uno dei suoi obiettivi principali.

Rick ha 21 anni e ha sempre vissuto a Citè Soleil. È nato e cresciuto qui, dove lamiere incastonate danno vita a baracche fatiscenti, che si arroventano nelle calde giornate di sole (tipiche del clima tropicale), e resistono alle intemperie (la stagione delle piogge dura sei mesi). «L’80% dei ragazzi possiede una pistola e la usa con estrema facilità, basta una banale lite per venire ammazzati».

Troppo spesso ci si dimentica che Haiti, dal punto di vista dello scacchiere geopolitico, è in una posizione cruciale: ci troviamo davanti a Cuba, il Venezuela è a poca distanza, e Miami dista cinquanta minuti di aereo. Ci si muove su due direttrici speculari: da Nord a Sud per il traffico di armi che dagli Stati Uniti attraverso Haiti giungono in tutta l’America Latina e da Sud a Nord invece per il traffico di sostanze stupefacenti, che dalla Colombia fanno tappa sull’isola e raggiungono la Repubblica Domenicana (che rappresenta un ponte per l’Europa) oppure approdano verso gli Stati Uniti.

A seguito del terremoto del 12 Gennaio 2010, che ha provocato 230 mila vittime e un milione e mezzo di sfollati, i riflettori di tutto il mondo si sono accesi su Haiti, e in breve sono confluite sull’isola diecimila Ong, pronte a risollevare le sorti di un paese che sembrava caduto nel baratro. A quasi due anni di distanza dal sisma Haiti è un argomento dimenticato, la ricostruzione stenta a partire, ancora si cerca di far chiarezza sul perché molti dei soldi promessi non siano mai stati elargiti.

A Cité Soleil vivono ammassate più di trecento mila persone. Manca la corrente elettrica, l’acqua e il cibo. Rick ha una bimba di tre anni e mezzo e spesso è costretto a frugare nella spazzatura per darle qualcosa da mangiare. «Gli aiuti umanitari stanno finendo – spiega il giovane papà – io non chiedo cibo ma un lavoro. Voglio esser messo nelle condizioni di poter mantenere la mia famiglia».

Addentrarsi per il quartiere significa farsi spazio in stretti cunicoli tra lamiere, rischiando di trovare la propria strada sbarrata da porci affamati che girano nell’immondizia. La spazzatura è un’altra grave piaga che attanaglia la popolazione: non esiste alcuna raccolta rifiuti, non ci sono fogne, la gente riversa per strada quel che consuma. La cultura dell’usa e getta è arrivata ad Haiti: un enorme quantità di bicchieri, piatti, contenitori spesso vengono bruciati generando disastri ambientali.

I bambini girano seminudi e scalzi, passano le giornate per strada, lanciandosi sassi come se fosse il più innocente dei giochi.Molti sono affetti da malnutrizione, con l’addome rigonfio in maniera sproporzionata, scarsa massa muscolare (soprattutto nelle esili braccia che al tatto risultano molle).Sono gli effetti di un’alimentazione squilibrata, ricca di carboidrati e povera di proteine.

Analise, ha venticinque anni, e tre figli a cui badare. Un fisico da modella, sulle sue spalle scendono disordinatamente ciocche di capelli nere. Indossa un vestitino viola dai motivi floreali, ai suoi piedi un paio di ciabatte blu bucate in punta. Analise stringe al grembo il più piccolo tra i suoi bimbi. Nessun uomo al suo fianco, vive con sua madre ed altre tre sorelle, come nella maggior parte dei casi: è la famiglia monoparentale il modello più in voga negli slum. Accenna un timido sorriso, e poi scuote il capo quando le viene chiesto se garantisce almeno un pasto al giorno alla sua prole. «Purtroppo anche il riso è diventato troppo caro – risponde Analise – e le distribuzioni fatte dalle Ong ultimamente sfociano in guerriglia». Risultato? Chi è più forte prende anche tre-quattro sacchi di riso, mentre i più deboli rimangono senza.

Wilner invece è un uomo sui trentacinque anni, calvo, veste jeans e camicia alla moda. Non una parola sul suo passato, su come abbia perso due incisivi nella mascella superiore o sul perché mentre cammina la gamba destra fatichi a mantenere il passo della sinistra. È uno dei boss del quartiere e conosce ogni angolo di Citè Soleil. Sua moglie Bresilia siede a terra, sul ciglio destro della strada principale, su un lenzuolo pieno di ciabatte che cerca di mercanteggiare: «È il suo lavoro», dice Wilner. Hanno due figli, Gandhy e Walner, cinque e sette anni, ed il papà si dice incapace di garantire loro un futuro: «Non c’è possibilità di riscatto qui, viviamo in mezzo all’immondizia, che prospettiva è mai questa?».

Romina Vinci

(testo e foto)

Pubblicato il 3 Dicembre 2011, su Linkiesta.it

Disponibile su: http://www.linkiesta.it/Citè-Soleil-Haiti#ixzz1fnfYY64v

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