Da sette anni al fianco degli ultimi / INTERVISTA A SUOR MARCELLA

Quando sono arrivata ad Haiti, 48 ore dopo il terremoto del 12 Gennaio 2010, una signora mi è venuta incontro piangendo, mi ha abbracciato e mi ha detto: “Ora so che il Signore non ci ha abbandonati” : così inizia il racconto di Suor Marcella, una missionaria italiana che ha scelto di passare la sua vita al fianco degli ultimi. Da sette anni si trova a Wharf Jeremie, un pericoloso quartiere di Port au Prince, dove sta costruendo un piccolo Villaggio Italiano, per dare una speranza a queste persone.

Cosa significa vivere a Wharf Jeremie?

Significa vivere in un posto che per il Governo non esiste, perché sulla carta non risulta abitato.  E quindi non ci sono scuole, non c’è sanità, non c’è luce, non ci sono servizi. Eppure è popolato da 70 mila persone.

Haiti è una discarica a cielo aperto: mancano inceneritori, siti di stoccaggio, non c’è alcun piano di raccolta rifiuti, la gente brucia l’immondizia per strada. Perché?

La colpa è dell’Occidente, del nostro modo di aiutare. Li abbiamo coperti di materiale di plastica e usa e getta, senza istruirli su come raccogliere e smaltire i rifiuti. Così loro si comportano come han sempre fatto con la buccia di banana, vale a dire gettandola a terra. Solo che la buccia di banana si decompone, il bicchiere di plastica rimane lì per migliaia di anni. Noi gli abbiamo fatto bruciare le tappe, ed ora loro ne pagano le conseguenze.

La criminalità ad Haiti è una piaga sociale, da dove nasce il mercato delle armi?

Si sviluppa da un mondo che sfrutta i poveri, guai a pensare che gli haitiani comprino le armi.  Abbiamo nazioni intere che vogliono smaltire i propri armamenti, non dimentichiamo che ci troviamo davanti a Cuba, il Venezuela è a poca distanza, e Miami dista cinquanta minuti in aeroplano. Esiste una volontà mondiale a cui fa comodo che Haiti versi in queste condizioni.  

Ci può essere un riscatto per questa popolazione?

Assolutamente sì, anche loro sono nati per essere felici.

Il tuo braccio destro Lucien è stato ucciso, non ci son colpevoli né assassini, cos’è adesso il Vilaj Italyen?

Ho chiuso la clinica per un mese in segno di protesta. Ad Haiti la morte fa parte della vita, ma bisogna cambiare: non si sostituisce una persona così. 

Romina Vinci

Pubblicato nel mese di Gennaio 2012, su 50&Più.

Disponibile su: Haiti_Layout 1

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...