Cinesi d’Italia

Molti hanno già ottenuto la cittadinanza e, fra loro, almeno 50mila sono ragazzi con meno di 18 anni. Viaggio in una delle comunità più numerose e meno conosciute delle nostre città.

Vivono a Milano, Roma, Torino, ma anche nelle città e nei comuni della provincia. Lavorano quasi sempre in proprio, con l’aiuto delle famiglie, soprattutto nei settori della ristorazione e dell’abbigliamento. Da anni ormai anche gli italiani hanno imparato ad apprezzarne la cucina, e spesso acquistano i loro prodotti, sempre più competitivi sul mercato globale. Eppure la comunità cinese suscita ancora diffidenza e sospetto, nonostante, o forse proprio per questo, sia in grado di far girare l’economia grazie ad una rete familiare di mutuo sostegno. Se ne parla poco, se non quando la cronaca, spesso tragica come nel caso della rapina di Roma costata la vita ad un uomo e alla sua bambina, lo impone. I cinesi che vivono in Italia sono quasi 210mila, secondo i dati Istat del 2010, e nove su dieci arrivano dalla provincia meridionale dello Zhejiang. A questi si aggiungono coloro che hanno già ottenuto la cittadinanza. Secondo la Fondazione Ismu, Iniziative e Studi sulla Multietnicità, almeno 50mila fra loro sono bambini e ragazzi con meno di diciotto anni, spesso nati in Italia come Federico, 8 anni, figlio di Jang Zonghua, una giovane insegnante che a Roma si occupa di intercultura. “Anche mio figlio parla romano, gioca a calcio, ama la pizza e vuole diventare medico. Con lui cerco sempre di parlare la nostra lingua d’origine perché è importante che non dimentichi da dove viene”.

L’idea di Jang è che l’integrazione passi attraverso la cultura e la conoscenza reciproca. Per questo nel 2006 ha creato un’associazione che si occupa di insegnare lingua e cultura cinese alle seconde generazioni, da due ai diciotto anni. “Fino ad oggi abbiamo avuto oltre 300 studenti – racconta – e c’è un’ottima collaborazione con gli insegnanti della scuola che ci ospita ogni sabato e nel tardo pomeriggio, quando terminano le altre lezioni”. Anche per il Capodanno appena trascorso hanno organizzato un’iniziativa insieme. “Certo non è un percorso sempre facile – dice Jang – e non tutti sono disposti a superare i pregiudizi. Ci sono genitori di bimbi italiani che pensano che l’insegnamento del cinese possa compromettere l’integrazione, ma non è affatto così”.

Le iniziative culturali promosse dalla comunità cinese non sono ancora molto diffuse, anche se il capodanno è diventato un’occasione per farsi conoscere, soprattutto nelle grandi città, attraverso l’organizzazione di eventi e spettacoli. D’altra parte interi quartieri hanno ormai un’altissima percentuale di residenti del Sol Levante: l’Esquilino a Roma, via Paolo Sarpi a Milano, via Pistoiese a Prato, il Borgo Teresiano a Trieste. Il territorio lombardo è stato il primo ad essere raggiunto da cittadini cinesi negli anni Venti e Trenta, quando c’era bisogno di manodopera nelle sartorie e nei laboratori di pellame, ma l’immigrazione è diventata un fenomeno consistente solo negli anni Ottanta, quando molti piccoli imprenditori sono riusciti ad investire in Italia grazie alle favorevoli politiche del governo cinese, che sostiene l’emigrazione, e al forte senso di comunità e di appartenenza che genera un sistema di mutuo soccorso, e permette di scambiarsi prestiti in denaro e darsi una mano in caso di bisogno.

Per questo la comunità cinese vista dall’esterno appare sempre molto chiusa. “Ci sono voluti dieci anni perché arrivassero anche clienti italiani – racconta Jin, una donna di quarant’anno che gestisce un banco di frutta e verdura a Roma, in Piazza Vittorio – all’inizio c’era molta diffidenza, ma ora la situazione è cambiata”. A darle una mano c’è un dipendente di origine bengalese, mentre il suo fornitore di fiducia è un italiano che lavora nell’import-export. “I miei due figli – dice Jin – hanno 20 e 22 anni e frequentano l’università. Si trovano bene in Italia, anche se non sono nati qui”. La vera sfida dell’integrazione è proprio per i giovani. Nel 2005 un gruppo di ragazzi italo-cinesi ha creato un’associazione che si chiama Associna, e che oggi è il principale riferimento delle seconde generazioni, con sedi in tutta Italia. Sono loro che attraverso il sito ufficiale (www.associna.com), spiegano di essere stanchi di giudizi e classificazioni, e di voler sfatare i luoghi comuni sui cinesi.

La loro attività parte dai luoghi della vita quotidiana come le scuole, i quartieri, le associazioni imprenditoriali: uno dei più recenti progetti che hanno attivato è “Cinesi in Italia, percorsi di inclusione”, per aiutare i lavoratori immigrati da poco ad orientarsi con le leggi italiane, anche attraverso i suggerimenti e gli spunti arrivati da chi si trova in Italia da tempo.

Le cose però sembrano destinate a cambiare, complice la crisi economica dell’Europa e la crescita imponente della Cina. “Molti cittadini cinesi fanno un biglietto di sola andata per Pechino o Shangai – racconta il direttore di Europa 2000, uno dei tour operator specializzati nei collegamenti fra i due paesi – e questo vuol dire che non tornano a casa per una semplice vacanza”. Roma è ancora uno dei maggiori centri europei del commercio all’ingrosso, ma il giro d’affari non è più quello di vent’anni fa. “I viaggi sono il sintomo del cambiamento – continua il direttore del tour operator, che gestisce con una collega e con dipendenti cinesi al call center – gli italiani che si rivolgono a noi sono diminuiti, e i cinesi che partono spesso lo fanno perché dopo una vita in Italia è un momento favorevole per rientrare in patria e reinvestire lì il proprio capitale”.

Ilaria Romano e Romina Vinci (testo)

F. Amicucci (servizio fotografico)

Pubblicato nel mese di Febbraio 2012 su 50&Più.

Disponibile su: Cinesi d’Italia – Febbraio 2012

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