Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (3/3) / La corsa infinita sul Mac Arthur Causeway

26 Settembre 2011, Miami

Miami oggi mi ha accolto piangendo, e questo non mi è piaciuto affatto. Dopo un’abbondante colazione a base di corn flakes, american coffee e orange juice a volontà, di buon mattino sono uscita, ho raggiunto la fermata dell’autobus più vicina ed ho preso l’S (questa volta GoogleMaps ci ha indovinato): direzione South Beach.  Ho trascorso la mattinata alla scoperta degli angoli più nascosti dell’Art Deco District, il quartiere residenziale che dà direttamente sull’oceano. I palazzi/grattacieli che lo pullulano sembrano scolpiti come opere d’arte, tanto son belli, particolari, curati nei minimi dettagli. E poi son colorati, quanti colori ho visto! Viola, giallo, azzurro, arancione… le tonalità mi hanno ricordato le casette dell’isolotto di Murano a Venezia, solo che queste sono venti volte più alte. Anzi, se non fosse per l’età “anagrafica” difficile da nascondere, potrei definire Murano la miniatura di South Beach.

Finalmente ho visto l’oceano, e le spiagge di Miami. A dire il vero mi aspettavo onde vertiginose e surfisti a volontà, ed invece il mare, ops l’oceano, era calmo come una tavola. Le spiagge abbastanza deserte, lunghe ma deserte, qualcuno camminava sul bagnasciuga,  qualche bagnino manteneva la sua posizione nella torretta (ricordate il telefilm Baywatch? Uguale!) alcuni si divertivano a fare su e giù con le macchinette elettriche, quelle che si usano nei campi da golf.  A costeggiare l’oceano poi c’è questa lunghissima passeggiata incorniciata da tante e tante palme, dove cittadini e turisti si divertono a fare jogging, ad andare in bici, a portare a spasso il cane.  I lidi in sé sono davvero lunghissimi, e nonostante la pioggia non ho resistito: dovevo pur tastare l’acqua! Così ho tolto le scarpe ed ho raggiunto la riva. L’acqua era calda e cristallina, la voglia di fare il bagno era totale, e indossavo anche il costume, ma come la mettevo con le borse?  Il passaporto l’avevo lasciato in albergo, ma a seguito avevo blackberry, reflex e un po’ di dollari, e va bene che la spiaggia era tutto fuorché affollata, ma si trattava lo stesso di un bell’azzardo. Per una volta la ragione ha avuto il sopravvento sull’istinto, e mi ha desistito a rischiare.  Il mio bagno nella East Coast degli States è stato rinviato dunque, a data da destinarsi…!

Nel proseguo della passeggiata mi son imbattuta, in modo del tutto fortuito, in due set cinematografici. Per il primo (la trama aveva a che fare con la musica) avevano bloccato un isolato intero. Ho deciso che dovevo appropriarmi di quei ciack. Così ho montato il teleobiettivo e mi son avvicinata a mo’ di paparazzo, facendo anche dei bei primi piani allo pseudo-protagonista. Peccato però che non abbia la minima idea di chi fosse (non era né Di Caprio, né Brad Pitt e neanche Clooney, fin qui ci arrivo) ma del resto l’ho sempre detto che non valgo nulla come paparazza. Per non saper né leggere né scrivere però “posto” qui la foto, chissà se qualcuno riuscirà a dare un nome famoso a questo volto.

Who is this guy?

Ho mangiato una caribbean salad all’incrocio con la Washington Street, bevendo esclusivamente tap water.   Poi ho deciso di riavviarmi in albergo: stava infatti per scattare l’ora x per la profilassi antimalarica, dovevo prendere la pasticca che, furbamente, avevo lasciato sul comò della stanza.  Così mi son incamminata per alcuni isolati, direzione ovest, ho imboccato a destra la prima grande arteria perpendicolare che ho incrociato, ho attraversato la strada raggiungendo una fermata dei bus che avevo visto in lontananza. Mi son assicurata che fosse la direzione esatta, ho aspettato neanche dieci minuti ed ecco arrivare il C, mi avrebbe riportato in downtown.  Salgo e convalido il biglietto ponendo così il sigillo ad una corsa che difficilmente riuscirò a dimenticare.

C’è abbastanza movimento sull’autobus, ma io riesco lo stesso a sedermi, trovando posto nella parte anteriore del mezzo, poco distante dal conducente.  Subito mi accorgo che, i sedili davanti a me, sono occupati da una coppia di italiani, che parlano animosamente. Anche alle mie spalle sono seduti due connazionali, ragazzo e ragazza con la cartina aperta sulle ginocchia, tentando di orientarsi.   Al mio fianco invece c’è un ragazzo di colore, calza un cappello alla pescatora verde acceso cinto da una banda nera. Sembra molto insofferente.  Ascolta musica a tutto volume, e gli auricolari non impediscono al  suo rock di propagandarsi fino alle mie orecchie. Di tanto in tanto prende un block notes e annota qualche parola rispettando un’improbabile  linea obliqua.  Poi rimette la penna in tasca, ed inizia ad afferrarsi le mani l’un l’altra. E’ agitato, e con la gamba mi trasmette il suo tremore.  Con la coda dell’occhio non mi stanco di osservarlo, e mi ritrovo a fantasticare sul perché di tanto fremito, chissà, forse è in ansia per un appuntamento importante, la ragazza dei suoi sogni finalmente ha accettato di incontrarlo. O magari sente che la sua lei si sta allontanando, e lui pensa a come poter ricucire il rapporto. D’improvviso un gran frastuono mi allontana dai miei pensieri, riportandomi con i piedi sulla terra. Sento delle urla provenire da dietro, mi giro un paio di volte, c’è tanta gente in piedi,  qualcuno sta litigando.  Si gira anche il mio compagno di sedile, dà una rapida occhiata e poi torna al suo turbamento. Tutto d’un tratto però la situazione degenera. E’ evidente che sia successo qualcosa di grave, perché le urla sono diventate delle grida, la gente si inizia a muovere e ad accalcare.  C’è in atto una rissa molto accesa, si è arrivati alle mani. Ci sono dei neri che litigano con dei bianchi, all’altezza dell’uscita posteriore del mezzo.  Una signora di colore si fa largo a suon di spintoni e si precipita in avanti verso di noi, per non rimanere coinvolta. 

Viene avanti anche un ragazzo bianco,  alza in mano una bottiglia per farsi spazio, e urla a squarciagola.  Vedendolo avvicinarsi ho avuto paura, avrebbe potuto fare di tutto con quell’arnese.  Ecco spuntare poi un nero grosso grosso, era lui il fautore dell’aggressione.  Alcuni strattonandolo provavano a spingerlo davanti, ma lui cercava di indietreggiare.  Mi giro e vedo un secondo bianco, identico al primo, ma con il volto insanguinato.  Si stava aprendo un varco tra la folla per raggiungere l’amico e  far vedere all’autista in che condizioni era  ridotto, la gente però cercava di sbarrargli il piccolo corridoio che si era venuto a creare, per evitare che si scontrasse con l’energumeno.  Continuava ad urlare “Stop  stop”, ma il bus non dava cenni di rallentare.

Il punto è che stavamo percorrendo il MacArthur Causeway,  il famoso ponte che congiunge downtown e Miami Beach.  Il tassista che ieri mi ha portato dall’aeroporto all’hotel  sta ancora ridendo alla mia domanda di poterlo percorrere a piedi. E’ lungo svariati chilometri, e mi sembrava di contare metro per metro, in un tragitto che pareva  infinito.

Intanto, in quel rapido susseguirsi di eventi, per istinto mi ero avvicinata ancor più al ragazzo al mio fianco, quasi a cercare protezione.  Lui si girava dietro ed urlava a quelli, immagino incitasse alla calma, ma non posso esserne sicura. Allo stesso tempo però io non perdevo di vista le due coppie italiane, e ne scrutavo attentamente i movimenti. Quando ho visto che i due dietro di me stavano per alzarsi dai sedili li ho subito anticipati, mettendomi dinanzi a loro.

Ad esser sincera ero infastidita, all’inizio, quando ho visto altre presenze italiane sull’autobus.  Non sono di quelle persone che, quando sono all’estero, scalpitano dalla voglia di incontrare connazionali, anzi. Di solito cerco di prenderne le distanze tanto da celare la mia nazionalità.  Anche sulla South Bayshore Drive del resto, questa mattina, non mi sono smentita, e ho risposto in spagnolo a due ragazzi che mi hanno chiesto indicazioni in un italiano svogliato impreziosito in ogni parola da una “s” finale.  Ed anche sull’autobus  appena salita mi dava fastidio sentir parlare la mia stessa lingua, e volevo mantenere riserbo sulla mia nazionalità.  Quando la situazione è degenerata invece…che gran conforto il pensiero che non ero sola su quel maledetto mezzo!

Sono stata io a rivolgergli la parola per prima, ponendo fine ad un gioco di sguardi che creava molta complicità.  Iniziamo a conversare cercando di mantenere un’apparente tranquillità, anche se la tensione è palpabile.  Proviamo a ricostruire le dinamiche dell’accaduto.  Secondo la ragazza sarebbe volato un pugno, per il ragazzo si trattava di una testata, per me del colpo di una bottiglia.  Il percorso  era interminabile, ma stando insieme sembrava meno traumatico.  

Quando l’autobus  finalmente si  è fermato non sapevamo se era il caso di scendere o meno. Sono stati gli eventi a scegliere per noi. All’apertura delle porte infatti il gruppo di neri è corso via, imboccando una strada sulla destra. Il ferito e l’altro bianco li hanno rincorsi, ma dopo poco son tornati indietro. Nel frattempo l’autista (una donna), aveva invitato tutti i passeggeri a scendere. Ci siamo quindi riuniti tutti lì fuori, dinanzi allo skyline di downtown e lasciandoci alle spalle il  MacArthur Causeway. Il cielo intanto era tornato greve ed offuscato, e grandi batuffoli di ovatta sbiadita davano alla situazione una pesantezza ancor maggiore. Il ragazzo bianco aveva ancora la bottiglia in mano, parlava al telefono e ha passato il cellulare all’autista, forse stava chiamando la polizia. L’altro intanto continuava a sanguinare.

Erano due gemelli. Quello sano si è tolta la t-shirt  nera e l’ha data all’altro per tamponare tutto quel sangue che non cessava di uscire  e che gli aveva ormai sfigurato il volto.

Ho pensato più volte, successivamente, a come la paura, il timore e la vista del sangue a volte ti paralizzino completamente. Io avevo dei fazzoletti di carta,  ed anche un disinfettante nella borsa, perché non mi sono fatta avanti aiutando quel ragazzo? Era ferito, scosso e in difficoltà, cosa avrebbe potuto farmi di male? Nulla, assolutamente nulla.

Nel mentre lui continuava a sanguinare noi, a pochi metri, avevamo  creato un bel gruppetto. Si era avvicinata infatti anche l’altra coppia di italiani, e tutti insieme ci interrogavamo sul da farsi. Eravamo un quintetto abbastanza assortito. La prima coppia, quella con cui ero stata io a rompere gli indugi, erano degli sposini, lui bellissimo, lei bellissima, accento simile al mio, erano stati in viaggio di nozze in Messico, ed ora si godevano tre giorni a Miami, prima di rientrare in patria. Gli altri due invece, lui ciccione, lei cicciottella, venivano da Milano e non hanno voluto esplicitare il perché si trovassero lì, forse si trattava semplicemente  di una vacanza. Erano comunque due belle coppie, ben assortite. 

In quei minuti ho capito due cose, in primis che casa è sempre casa, e puoi avere lo spirito avventuriero che vuoi, puoi rigettare le tue origini quanto ti pare, puoi sentirti cittadina del mondo a pieno regime, però nei momenti difficili quanto è bello avere dei compatrioti accanto.  La seconda è che avrei tanto voluto non essere sola in quella circostanza. Forse  – in due –  avrei avuto meno paura, e non mi sarei avvicinata ad uno sconosciuto che mi sedeva accanto nell’autobus dapprima,  e non avrei cercato la vicinanza di due giovani sposini dopo.
Anche perché situazioni di emergenza sono sempre in agguato, dovunque. Mai come questa volta, del resto, posso dire di non essermela andata a cercare. E’ successo in pieno giorno all’interno di un bus che compie uno dei tragitti più turistici di Miami.

Questo affatto piacevole siparietto, in ogni caso, ci ha fatto perdere più di una mezzoretta. La driver continuava a parlare al telefono, il ragazzo ferito si era accovacciato a terra e si tamponava il volto con la maglietta del fratello, la gang di energumeni aveva fatto perdere le sue tracce. Fino a quando è arrivato un nuovo autobus e siamo saliti in massa. Noi cinque siamo rimasti tutti vicino, i due sposini hanno riaperto la cartina, e li ho aiutati ad orientarsi. Poi, uno alla volta, prima la coppia bella, poi quella cicciottella e poi io siamo scesi, a distanza di un blocco gli uni dagli altri. Loro continueranno a coronare il loro viaggio di nozze, esibendo con orgoglio quella fede al dito e riversandosi nel loro amore, in una vacanza che mai dimenticheranno nella loro vita. Magari chissà, qualche volta ripenseranno anche a quella ragazza, sola e solitaria, che se ne andava in giro disinvolta per Miami con una reflex al collo, e diceva di fare la giornalista.

Io, da parte mia, chiudo una parentesi, che è stata breve ma intensa, ed ora salgo sull’aereo per giungere finalmente alla vera destinazione del mio viaggio: Haiti.    

Romina

PUNTATE PRECEDENTI:

Per leggere la prima puntata: Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (1/3) / In volo sull’oceano

Per leggere la seconda puntata:   Pre-Haiti, DIARIO DI BORDO (2/3) / Metti trentasei ore a Miami 

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