Bianco, rosso e….Miami

“Una città dal cuore latino con spiagge sconfinate, un’estate lunga undici mesi e numerose opportunità. Qui, attorno agli Anni ’90, gli italiani hanno deciso di trasferirsi per investire sul loro futuro. Molti ce l’hanno fatta. Un Paradiso in terra? Sì, ma da guadagnare con impegno e rispetto delle regole”

Chi può dire di non aver mai voluto vestire i panni, almeno una volta nella sua vita, di Sonny Crockett e Riccardo Tubbs, epici protagonisti di Miami Vice, sognando di sfrecciare al bordo della loro bianca Ferrari Testarossa, e percorrere in lungo e in largo le mitiche strade della Florida? E quanti, ammaliati dalla nostalgia di quegli anni Ottanta, non rinunciano a seguire, ancora oggi, le tante serie poliziesche nate sulle rive della città più caliente degli States?

Sarà per il suo cuore latino, sarà per il suo esser un ponte con il Sud America, sarà per i suoi undici mesi d’estate, sarà per le sue spiagge sconfinate, sarà per il fermento dei suoi grattacieli. Sarà per tutti questi motivi, e per tanti altri ancora, che l’American Dream di molti italiani sfocia proprio a Miami. E qui che risiede la comunità italiana più numerosa degli USA, se ne contano trentamila nel South Florida, un numero però sempre variabile, ed in costante crescita.

A partire dalla fine del 2009, come risposta alla crisi economica, molti connazionali hanno guardato oltreoceano spinti, soprattutto, dal cambio favorevole euro-dollaro. Grandi imprese italiane hanno deciso di “sbarcare” in Florida, creando rilevanti poli occupazionali.  Nel 2010 sono stati registrati investimenti italiani pari a 2,2 miliardi di dollari, ed il numero delle imprese italiane è più che raddoppiato.  E così, nella città più glamour e cosmopolita degli USA, il gusto italiano la fa da padrone, soprattutto nel design: lo si capisce dalla presenza di show room nel celebre Design District, ma anche dall’arredamento italian style che trionfa  nei principali alberghi e case private.

Il nostro bel Paese si fa valere a Miami, e non poco. Dalla medicina alla nautica, dalla ristorazione all’ultralusso, sono molti i settori che pullulano di eccellenze italiane. A spiegarne i motivi ci pensa Giampiero Di Persia, da anni attivo nella distribuzione di mobili del gruppo Poltrone Frau: “Rispetto ad altre nazionalità che approcciano al mercato statunitense,  noi italiani siamo in grado di far crescere le aziende in maniera molto rapida e, a parità di impegno, primeggiamo nei risultati”. Il perché è presto detto: “In patria siamo stati da sempre abituati –  analizza Di Persia – a lottare con il coltello tra i denti, e a venire a capo di una complicata ed ingarbugliata burocrazia, mentre negli USA è tutto più snello, tutto più easy”.  La sua storia è simile a  quella di molti altri: “Nel 1993 – racconta l’imprenditore romano – subito dopo gli scandali legati a Mani Pulite, ho avuto la netta sensazione che l’Italia avesse imboccato una strada di non ritorno, e così ho cercato spazio altrove. Ho sempre avuto rapporti di lavoro con gli Stati Uniti, anche perché una parte della mia famiglia viveva a Miami, è per questo che ho deciso di fare il grande passo”.

Un tempo comunità chiusa e ristretta, oggi gli italoamericani sono molto aperti verso l’esterno e coesi nell’aiutare i loro compatrioti, rivendicando la fierezza delle proprie radici.   Eppure, l’onda migratoria verso Miami ha  iniziato la sua ascesa negli anni Novanta. Parla uno dei pionieri d’allora:  Michele Merlo, classe ’58, ristoratore e sommelier, è giunto nella capitale della Florida nel 1993: “L’American Dream non è un’utopia, ma una quotidianità qui, Miami  è l’unico paese che ti dà speranza, energia, una costante adrenalina per metterti in gioco”. Michele Merlo, originario di Bassano del Grappa “downtown”, non rimpiange la sua scelta di aver messo le radici lontano dalla madrepatria: “La Florida è un paradiso, soprattutto nell’alta stagione”.  “Dell’Italia – afferma –  mi mancano le risate al bar, gli odori, mi manca Venezia con la nebbia, però c’è da dire che la telematica ha abbattuto tutti i confini, ed io ogni giorno parlo con la mia famiglia vicentina”.   Recentemente, la rivista Fobes, ha definito Miami una delle città più connesse al mondo, la rete wifi infatti è molto sviluppata e consente di connettersi gratuitamente in ogni luogo pubblico, spesso anche dalla spiaggia.

Il ristoratore  bassanese ha una quarantina di dipendenti, e nel suo microcosmo si riflette uno dei tratti distintivi di Miami: il multiculturalismo. “Il 10% del personale è italiano – precisa –  ci sono poi americani e sudamericani, soprattutto provenienti dall’Honduras e dal Guatemala, siamo una grande famiglia”.

Anche Luca Di Falco ha lo stesso numero di dipendenti da gestire, ed è  general manager in una grande catena di ristoranti italiani di Naples, una località che, a scapito del nome, non ha nulla di partenopeo, e dista  un’ora da Miami. “Durante la mia gestione il ristorante ha raddoppiato le vendite, dandomi tanta soddisfazione e visibilità”, afferma Luca con un pizzico di orgoglio. Nato a Catania nel 1979, ha lasciato la Sicilia a diciotto anni, in tasca un diploma  di scuola alberghiera, ed ha collezionato esperienze in vari hotel di lusso. E’ approdato  a Miami nel 2002, e non è più andato via. Luca è soddisfatto dei suoi 32 anni, e dice: “Sono fidanzato con la donna dei miei sogni, anche mia sorella vive a Miami, e questo mi fa sentire ancora più a casa”.

C’è anche Luca Gregorio, Direttore Commerciale della MSC  USA, avvocato di Roma, il quale risiede in Florida da più di dieci anni. “Mi affascinava l’America – racconta –  e così ho deciso di trasferirmi  cominciando la mia carriera nello Shipping Internazionale: ho vissuto prima a New York poi, nel 2001, sono arrivato a Miami, e ci sono rimasto. E’ una città molto interessante,  si respira il sapore sudamericano, un’influenza che a noi italiani piace tanto”. Luca Gregorio conserva un forte legame con la madrepatria: “La maggior parte delle mie amicizie qui è italiana – dice – Miami è a tutti gli effetti una delle città più importanti in America, con un potenziale notevole di crescita economica, e punto di approdo anche di interessanti realtà imprenditoriali italiane”. 

Ma se c’è un vincolo che pone un freno alle ambizioni italiane negli USA: è la difficoltà di ottenere un visto, la cosiddetta green card.  Lavorare regolarmente negli Stati Uniti infatti vuol dire farsi sponsorizzare da un’azienda, e poche sono disposte a farlo. “Molti italiani non prestano attenzione al limite dei novanta giorni previsto dal visto turistico, pensano che si tratti di una scadenza indicativa, invece è tassativa – denunciano dal Consolato –  e così facendo non si rendono conto dei rischi a cui vanno incontro.  Basta farsi un giorno da irregolare negli Stati Uniti per essere marchiato a vita”.  Eclissano l’argomento Giuseppe e Francesco, due ragazzi con meno di trent’anni, approdati  sui lidi di Miami Beach – a loro dire – per  fare la stagione. Lavorano come camerieri in uno dei tanti ristoranti che brulica sulla Ocean Drive, la strada che si affaccia sulla chilometrica e paradisiaca spiaggia. Uno originario di Taranto, l’altro di Varese, tra lo sparecchiare una tavola imbandita e il sistemare piatti e bicchieri, non rinunciano a commentare nessuna silhouette che passa loro dinanzi. “Lavorare qui è un piacere” dice Giuseppe sorridendo. “Non accusiamo neanche la fatica ed il clima torrido”, aggiunge Francesco strizzando l’occhio.  Il loro accento diverge e non poco, ma da Miami, dove le differenze creano armonia, anche l’Italia appare più unita, e lo stivale non sembra che disti poi così tanto dalle Alpi.

Romina Vinci

(testo)

Pubblicato sul numero di Aprile 2012 del mensile 50 & Più.

Disponibile in versione pdf: Miami

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